mercoledì 4 febbraio 2015
"Partenza e ritorno" di György Konrád, ovvero breve storia dell’Ungheria più o meno contemporanea
Non è semplice dare un’idea dell’Ungheria attuale, meno che mai della sua storia, la cui complessità è inversamente proporzionale alla sua estensione geografica. Per facilitare il compito conviene ricorrere a qualche esempio concreto, a vite di persone realmente esistite, e forse il racconto diventa più comprensibile. Fra queste, la lunga e contorta storia di György Konrád, intellettuale di fama internazionale ma ancora poco conosciuto in Italia, è sicuramente ben rappresentativa.
György Konrád nasce il 2 aprile 1933 a Berettyóújfalu, un paese che si trova in Bihar, la regione orientale dell’Ungheria spezzata in due in seguito al trattato di Trianon del 1920, in base al quale parte della Transilvania diviene parte della Romania. Da quel momento in poi la regione si chiamerà infatti Bihar Monco fino al 1940, quando tutti i territori saranno restituiti all’Ungheria come contropartita dello schieramento della stessa Ungheria al fianco della Germania nazista, per tornare di nuovo alla Romania nel 1945 con la sconfitta del Nazismo e dei Paesi a esso alleati.
A Berettyóújfalu la famiglia Konrád, con un passato nel commercio, possiede una ferramenta che assicura un buon tenore di vita, nonché una posizione rispettabile non solo nella comunità israelitica ma anche a livello cittadino. György Konrád e sua sorella Eva, tre anni più grande di lui, frequentano la locale scuola ebraica fino alla primavera del 1944, quando l’Ungheria viene invasa dai tedeschi e le scuole ebraiche vengono chiuse. A causa delle leggi razziali i genitori vengono arrestati e deportati in Austria; il 5 giugno i due ragazzi riescono a partire con i cugini István e Pál Zádor per Budapest, dove sono attesi da parenti. Il giorno dopo viene deportata l’intera comunità ebraica di Berettyóújfalu nel ghetto di Nagyvárad (oggi Oradea, città in Romania), e da lì ad Auschwitz.
Sopravvivono alle persecuzioni, alla guerra e all’assedio di Budapest, grazie alle abili cure di una zia che riesce a trovare rifugio per tutti loro in una casa sotto protettorato svizzero a Budapest.
L’Armata Rossa invade l’Ungheria, il 13 febbraio 1945 libera Budapest, e il 4 aprile tutta la nazione.
I fratelli Konrád ripercorrono la strada di casa e alla fine di febbraio sono di nuovo a Berettyóújfalu, dove trovano la dimora vuota. A giugno tornano i genitori e, dei quasi mille che prima della guerra formavano la comunità ebraica del paese, la loro è l’unica famiglia sopravvissuta intatta. Di questa tormentata storia parla il romanzo autobiografico di György Konrád, Partenza e ritorno (Keller editore, 2015, mia traduzione).
Il padre riapre la ferramenta, prende con sé i fratelli Zádor rimasti orfani e una nipote, orfana pure lei mantenendo i cinque ragazzi agli studi in città diverse finché, nel 1950, viene colpito dall’ondata di nazionalizzazione del regime dittatoriale di Mátyás Rákosi, lo Stalin ungherese. Alla famiglia vengono requisiti sia la ferramenta che la casa e i membri dichiarati nemici di classe, con tutte le conseguenze del caso. Per fare un esempio, György Konrád può proseguire gli studi solo all’Istituto Russo dell’università ma due anni dopo, nel 1953, lo espellono anche da lì, quando l’istituto assume il nome di Lenin e viene obbligato ad accogliere solo studenti di origine irreprensibile, ovvero di famiglia operaia o contadina. Nell’autunno dello stesso anno riesce ad intraprendere gli studi alla facoltà di Lettere dell’ELTE di Budapest che conclude nel 1956. Nel corso di quei tre anni ben due volte rischia l’espulsione per le sue idee politiche, ma il filosofo György Lukács e lo storico della letteratura István Sötér, suoi professori, riescono a fargli evitare il peggio. Scrive la tesi di laurea su Károly Pap, scrittore ebreo ungherese morto nel campo di Bergen-Belsen nel ’45, autore di numerosi racconti, saggi, opere teatrali e tre romanzi, uno dei quali, Azarel (pubblicato in Italia da Fazi nel 2009 nella mia traduzione) è considerato uno dei capolavori della letteratura ebraica mitteleuropea.
Inizia a pubblicare e nell’autunno del 1956 entra a far parte della redazione di un giornale critico nei confronti del regime. Partecipa come guardia armata della squadra organizzata dagli universitari alla rivoluzione del ‘56, ma solo come osservatore, senza sparare un colpo. Dopo la sconfitta della rivoluzione perde il lavoro; la sorella, gli amici, i cugini scelgono l’emigrazione, ma lui rimane in Ungheria. Vive di lavori saltuari, in parte intellettuali, in certi periodi lavora persino come operaio non qualificato. Solo nel 1959 riesce finalmente a trovare un’occupazione stabile come ispettore del Tribunale dei minori. Nei sette anni trascorsi all’Ispettorato matura il suo primo romanzo di tematica sociale, Il visitatore (Bompiani, 1975), per il quale fatica a trovare un editore ungherese, che invece sarà prontamente tradotto e pubblicato all’estero. Per le sue idee non ortodosse nel 1973 viene ammonito dalla Procura di Stato ed allontanato dal suo posto di lavoro. Nell’ottobre del ’74 subisce anche un breve arresto per un manoscritto sociografico e il regime esprime parere favorevole al suo espatrio, con la facoltà di portare con sé anche la famiglia: è opportuno liberarsi del personaggio scomodo che riesce comunque a diffondere in patria idee liberali e anticomuniste, seppure antirazziste e antifasciste, sotto forma di scritti samizdat. Dal ’74 e fino alla caduta del Muro, tutte le sue pubblicazioni vengono contrassegnate con la lettera Z, che significa materiale non accessibile e messe all’indice. Non può comparire neppure in trasmissioni radiofoniche o televisive. Nel 1976 gli viene comunque concesso il passaporto e accetta l’invito del Deutscher Akademischer Austausch Dienst che gli offre una borsa di lavoro di un anno. Al termine dell’anno berlinese approfitta di una seconda borsa per trascorrere un anno anche negli Stati Uniti. Torna a Budapest per ripartire poco dopo e negli anni a venire passerà lunghi periodi in Europa e ancora negli Stati Uniti dove insegnerà anche all’università. Il tutto con il beneplacito e il sollievo malcelato delle autorità magiare. Nel 1989, alla cessazione del divieto, ben cinque suoi libri vedono la luce in Ungheria. Nell’anno seguente viene insignito del premio più prestigioso ungherese ed eletto presidente del PEN Club Internazionale, incarico che ricopre fino al 1993. Negli anni dell’auspicata stabilizzazione della democrazia, pubblica numerosi libri e riceve una lunga serie di prestigiosi riconoscimenti sia in Ungheria che nel mondo. Oggi è di nuovo all’opposizione: le sue forti e ragionate critiche al governo Orbán, che secondo lui rappresenta un pericolo non solo per la democrazia della sua patria ma anche a livello europeo, compaiono sulle pagine dei quotidiani e settimanali di maggiore diffusione. La parabola della vita e delle opere di György Konrád è lo specchio fedele della storia recente e contemporanea di una nazione che stenta a trovare stabilità ed equilibrio. E non sempre per proprio demerito, ma questa è un’altra storia.
mercoledì 28 gennaio 2015
Proverbio sull'onestà
Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero.
Proverbio arabo
Proverbio arabo
Antal Szerb
"C'è chi legge per diletto, chi perché con le letture vuole arricchire la propria cultura, ma per me il vero lettore è colui che legge perché per lui la lettura è funzione vitale, uno stimolo irresistibile." Antal Szerb (1 maggio 1901-27 gennaio 1945)
lunedì 19 gennaio 2015
Verità e Falsità
Verità e Falsità vanno a fare il bagno insieme. Falsità esce prima dall'acqua, ruba l'abito di Verità, se lo indossa e lascia il suo sulla battigia. Quando Verità si accorge della scomparsa del suo abito diventa molto triste e dice fra sé: preferisco girare nuda per il resto della mia vita, ma non indosserò mai la veste di Falsità. Da allora la verità è nuda e la falsità si aggira negli abiti della verità fra la gente.
Favola inglese del secolo XVI
(Traduzione dall'ungherese di A.R. Testo tratto dal sito di Art'húr Irodalmi Kávéház)
giovedì 8 gennaio 2015
Anna Édes, recensione di Diego Zandel
Anna Ėdes
Dezsö Kosztolànyi , Anna Ėdes - NOIR - Edizioni Anfora - traduttore: Andrea Rènyi e Mònika Szilàgyi - pagine 196 -prezzo 15,00 euro - giudizio: ****
C’è qualcosa di Simenon nella storia, che assume forti tratti noir, raccontata dallo scrittore Dezsö Kosztolànyi in “Anna Ėdes”, pubblicata dalla casa editrice Anfora di Milano, specializzata in letteratura ungherese, e tradotta da Andrea Rènyi e Mònika Szilàgyi.
Dezsö Kosztolànyi, uno dei più grandi autori del 900 ungherese, morto a Budapest nel 1936, non è sconosciuto in Italia: suoi libri sono stati pubblicati da Sellerio, Edizioni e/o, Rubettino, Castelvecchi e Mimesis, ma questo romanzo in particolare, considerato il suo capolavoro, vede adesso la prima edizione integrale, dopo che la vecchia Baldini&Castoldi ne pubblicò una versione censurata nel lontano 1937.
Sono diversi i temi scottanti che affronta: il sesso, i rapporti di classe, l’epoca in cui il romanzo è ambientato, intanto, all’inizio degli anni Venti dopo la caduta della Repubblica dei Consigli ungherese di stampo comunista, guidata da Béla Kun, in una casa borghese e controrivoluzionaria. I protagonisti all’inizio sono due coniugi, lui Kornèl Vizy, alto funzionario dello stato che farà in tempo a diventare sottosegretario, e sua moglie, una signora che è sempre scontenta e sospettosa delle cameriere che vengono a lavorare da lei, sempre in tensione nei loro confronti e sempre licenziate, tutte. Finché il portiere dello stabile, Ficsor, non le propone l’assunzione di una sua nipote, Anna Ėdes, appunto, una giovane del suo paese di campagna, presentata come seria e lavoratrice.
E, in effetti, così si dimostrerà.
A parte una iniziale difficoltà di ambientazione e di armonizzazione con la pretensiosa signora Angela Vizy che la controlla in ogni momento della giornata, la rottura da parte della neoassunta di un ricordo della sua bambina morta a sei anni, Anna Ėdes un po’ alla volta non solo conquisterà la fiducia della padrona, ma avrà in lei una estimatrice da farsi vanto presso gli amici di averla in casa. Tanto che molte visite erano dettate dalla curiosità di conoscere questa giovane che si alzava all’alba per pulire casa, rifiutava i giorni di libertà per continuare a lavorare, mangiava poco ed era sempre riservata.
Ma le sorprese non mancano. Ci sarà un momento infatti in cui arriverà a casa dei Vizy un nipote giovane e bello, Jancsi, tombeur de femmes, nulla facente, un po’ scavezzacollo, accolto con gioia dagli zii ma anche criticato per la sua condotta di vita troppo spensierata. Tanto che lo zio, grazie alle sue buone conoscenze, si preoccuperà di trovargli un lavoro in banca. Non è difficile immaginare che cosa succederà tra il giovane e Anna, dopo che lui, per un certo tempo trascurata, le metterà gli occhi addosso. E l’occasione perché se ne approfitti arriva quando i coniugi Vizy se ne vanno per qualche giorno in vacanza. La sorpresa sta nella facilità e sensualità animale con la quale Anna gli si concede per una notte intera. Poco dopo, quando Jancsi, al ritorno degli zii e ormai impiegato in banca, se ne andrà ad abitare da solo in una casa in affitto, la ragazza si ritroverà incinta. Jancsi naturalmente non ne vuol sapere, tanto più che lei altro non è una cameriera, mezza contadinotta. Si preoccuperà invece perché abortisca. E Anna, innamorata del signorino, subirà tutto con estrema riservatezza, bevendo le porzioni velenose che Jancsi le procurerà mandandola quasi al creatore. Ma lei, per la sua forte fibra, resisterà.
Per il resto, la vita, soprattutto il lavoro in casa, tornerà ad essere la solita. Qualcosa cambierà quando lo spazzacamino di casa, vedovo e padre di una bambina, le farà la corte nel tentativo di sposarla. In quel caso sarà la signora Vizy ad ammalarsi: chiaramente una forma di ricatto nei confronti di Anna perché non lasci la casa. Messa alle strette Anna, sul letto da malata della padrona, l’accontenta. E lo spazzacamino dovrà cercare moglie altrove.
Quando tutto rientrerà nella normalità quotidiana e il signor Vizy avrà finalmente la tanto attesa promozione a Sottosegretario di Stato, la vita non avrebbe potuto che volgere al meglio. Invece la notte stessa in cui si festeggia con ospiti di riguardo e brindisi ufficiali la nomina, accade l’irreparabile: la buona e servizievole Anna li uccide entrambi a coltellate, prima la donna poi il marito corso in sua difesa, lasciandoli in un lago di sangue.
Perché?
Intorno a questa domanda, alla cui risposta concorrono molti fattori, da quelli di classe a quelli politici (la si fa passare per comunista), dal carattere chiuso della ragazza al mistero del suo comportamento così contradditorio, prenderà corpo la parte finale del romanzo che vedrà l’imputata in cella e alla sbarra mantenere, intatta, la sua estrema riservatezza, da spingere lo stesso lettore a chiedersi: perché?
C’è qualcosa di Simenon nella storia, che assume forti tratti noir, raccontata dallo scrittore Dezsö Kosztolànyi in “Anna Ėdes”, pubblicata dalla casa editrice Anfora di Milano, specializzata in letteratura ungherese, e tradotta da Andrea Rènyi e Mònika Szilàgyi.
Dezsö Kosztolànyi, uno dei più grandi autori del 900 ungherese, morto a Budapest nel 1936, non è sconosciuto in Italia: suoi libri sono stati pubblicati da Sellerio, Edizioni e/o, Rubettino, Castelvecchi e Mimesis, ma questo romanzo in particolare, considerato il suo capolavoro, vede adesso la prima edizione integrale, dopo che la vecchia Baldini&Castoldi ne pubblicò una versione censurata nel lontano 1937.
Sono diversi i temi scottanti che affronta: il sesso, i rapporti di classe, l’epoca in cui il romanzo è ambientato, intanto, all’inizio degli anni Venti dopo la caduta della Repubblica dei Consigli ungherese di stampo comunista, guidata da Béla Kun, in una casa borghese e controrivoluzionaria. I protagonisti all’inizio sono due coniugi, lui Kornèl Vizy, alto funzionario dello stato che farà in tempo a diventare sottosegretario, e sua moglie, una signora che è sempre scontenta e sospettosa delle cameriere che vengono a lavorare da lei, sempre in tensione nei loro confronti e sempre licenziate, tutte. Finché il portiere dello stabile, Ficsor, non le propone l’assunzione di una sua nipote, Anna Ėdes, appunto, una giovane del suo paese di campagna, presentata come seria e lavoratrice.
E, in effetti, così si dimostrerà.
A parte una iniziale difficoltà di ambientazione e di armonizzazione con la pretensiosa signora Angela Vizy che la controlla in ogni momento della giornata, la rottura da parte della neoassunta di un ricordo della sua bambina morta a sei anni, Anna Ėdes un po’ alla volta non solo conquisterà la fiducia della padrona, ma avrà in lei una estimatrice da farsi vanto presso gli amici di averla in casa. Tanto che molte visite erano dettate dalla curiosità di conoscere questa giovane che si alzava all’alba per pulire casa, rifiutava i giorni di libertà per continuare a lavorare, mangiava poco ed era sempre riservata.
Ma le sorprese non mancano. Ci sarà un momento infatti in cui arriverà a casa dei Vizy un nipote giovane e bello, Jancsi, tombeur de femmes, nulla facente, un po’ scavezzacollo, accolto con gioia dagli zii ma anche criticato per la sua condotta di vita troppo spensierata. Tanto che lo zio, grazie alle sue buone conoscenze, si preoccuperà di trovargli un lavoro in banca. Non è difficile immaginare che cosa succederà tra il giovane e Anna, dopo che lui, per un certo tempo trascurata, le metterà gli occhi addosso. E l’occasione perché se ne approfitti arriva quando i coniugi Vizy se ne vanno per qualche giorno in vacanza. La sorpresa sta nella facilità e sensualità animale con la quale Anna gli si concede per una notte intera. Poco dopo, quando Jancsi, al ritorno degli zii e ormai impiegato in banca, se ne andrà ad abitare da solo in una casa in affitto, la ragazza si ritroverà incinta. Jancsi naturalmente non ne vuol sapere, tanto più che lei altro non è una cameriera, mezza contadinotta. Si preoccuperà invece perché abortisca. E Anna, innamorata del signorino, subirà tutto con estrema riservatezza, bevendo le porzioni velenose che Jancsi le procurerà mandandola quasi al creatore. Ma lei, per la sua forte fibra, resisterà.
Per il resto, la vita, soprattutto il lavoro in casa, tornerà ad essere la solita. Qualcosa cambierà quando lo spazzacamino di casa, vedovo e padre di una bambina, le farà la corte nel tentativo di sposarla. In quel caso sarà la signora Vizy ad ammalarsi: chiaramente una forma di ricatto nei confronti di Anna perché non lasci la casa. Messa alle strette Anna, sul letto da malata della padrona, l’accontenta. E lo spazzacamino dovrà cercare moglie altrove.
Quando tutto rientrerà nella normalità quotidiana e il signor Vizy avrà finalmente la tanto attesa promozione a Sottosegretario di Stato, la vita non avrebbe potuto che volgere al meglio. Invece la notte stessa in cui si festeggia con ospiti di riguardo e brindisi ufficiali la nomina, accade l’irreparabile: la buona e servizievole Anna li uccide entrambi a coltellate, prima la donna poi il marito corso in sua difesa, lasciandoli in un lago di sangue.
Perché?
Intorno a questa domanda, alla cui risposta concorrono molti fattori, da quelli di classe a quelli politici (la si fa passare per comunista), dal carattere chiuso della ragazza al mistero del suo comportamento così contradditorio, prenderà corpo la parte finale del romanzo che vedrà l’imputata in cella e alla sbarra mantenere, intatta, la sua estrema riservatezza, da spingere lo stesso lettore a chiedersi: perché?
mercoledì 31 dicembre 2014
Dieci piccoli consigli per il ‘15 di Alessandro Gilioli
Poi ognuno ne faccia quel che crede, ovviamente.
1. Se qualcuno vi dice “la soluzione è semplice”, diffidatene e – se è un politico – cercate di non votarlo. La soluzione oggi non è mai semplice perché abbiamo costruito una società complessa. Certo, una soluzione complessa implica più fatica non solo a essere elaborata ma anche a essere comunicata, eppure ha di certo qualche probabilità in più di funzionare rispetto a quella semplice.
2. Se un politico vi fa innamorare, o comunque provate verso di lui/lei una forte empatia emotiva, siete probabilmente sulla strada del carisma e della delega in bianco, quindi della sospensione della critica. Insomma, della dittatura. Poi, se vi piace azzerbinarvi, fate pure: ma almeno siatene consapevoli.
3. Ogni volta che criticate un politico avversario per qualcosa, chiedetevi se sareste altrettanto severi verso un politico della vostra parte. Se la risposta è no, la soluzione non è smettere di criticare il politico avversario, ma farlo anche con quello che vi piace. Ah, si chiama onestà intellettuale.
4. Un lasso di tempo superiore alle due ore trascorso a difendere il vostro partito o leader su Facebook o altrove non è sano, chiunque sia il vostro interlocutore e qualunque sia il vostro partito o leader. Oltre le tre ore, siete da considerare clinicamente morti e quindi buoni per l’espianto.
5. Se vi piace seguire per più di quindici minuti una conferenza/show di Renzi, Grillo, Berlusconi o Salvini e non siete obbligati a farlo per motivi professionali, parlatene con qualcuno che vi vuole bene. Se non ce l’avete, questa potrebbe essere la causa del fatto che vi piace seguire una conferenza show di Renzi, Grillo, Berlusconi o Salvini. Nel caso, parlatene con un professionista.
6. Ricordate, in particolare, che per essere politicamente attratti da Salvini non è necessario essere stupidi, razzisti, livorosi e un po’ fascisti: tuttavia ciò aiuta.
7. Chiunque oggi azzecchi qualche congiuntivo, in Italia, viene accusato di essere radical chic. Se siete normali cittadini, fregatevene e parlate come vi hanno correttamente insegnato alle medie. Se siete politici che dovete conseguire consenso a “La Gabbia”, allenatevi a sbagliarli.
8. L’anno scorso Francesco Piccolo è diventato lo scrittore di regime per antonomasia spiegando che la mediazione al ribasso è cosa giusta e di sinistra. Se condividete questa visione della sinistra, per portarvi avanti l’anno venturo teorizzate il compromesso anche con la prostituzione intellettuale, lo spaccio di stupefacenti e i cori razzisti allo stadio: in questa logica, infatti, l’importante è essere come tutti, non un po’ meglio del peggio. Se non la condividete, no: e provate per contro a migliorare voi stessi e chi vi circonda.
9. Se avete meno di trent’anni e nessun vincolo familiare, sarete tentati senz’altro di cambiare Paese. Qui più che un consiglio, la mia è una preghiera: vi capisco, ma non lasciateci soli a lungo. Se una speranza questo Paese ce l’ha, passa soprattutto attraverso chi ha tenuto un po’ il naso fuori.
10. Per il resto, le solite cose: amate, che è divertente e spesso porta a essere amati, che pure è divertente. Ridete, molto. Ricordate chi vi ha fatto del bene o avrebbe voluto farvene. In generale, cercate di non fare male a nessuno: ma tenete anche conto che un segno molto piccolo lasciato su un’auto molto grossa da molte ore in seconda fila vi verrà facilmente perdonato dal Signore, dagli dei o dal Karma.
Ancora "Anna Édes"
I migliori libri 2014: un elenco stilato dal fotogiornalista e saggista Massimiliano Di Pasquale, specializzato soprattutto in politica e cultura ucraina. Molto interessante per chi si interessa di letteratura esteuropea, e in mezzo c'è anche "Anna Édes". Piccole grandi soddisfazioni di fine anno.
martedì 30 dicembre 2014
Una poesia attribuita a Saint-Exupéry
Circola in rete, questo bel testo, ed è attribuito a Saint-Exupéry, creduto un brano tratto da Il Piccolo Principe. Dopo un attento controllo però risulta estraneo al libro, eppure è talmente bello che vale la pena conservarlo.
"È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza.
Per ogni fine c’è un nuovo inizio."
"È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza.
Per ogni fine c’è un nuovo inizio."
Autore sconosciuto
Testo originale in circolazione in rete:
lunedì 29 dicembre 2014
Estratto da "Anna Édes"
Oggi la rivista Letteratitudine di Massimo Maugeri ha pubblicato un estratto da "Anna Édes". E io sono molto contenta.
venerdì 26 dicembre 2014
Madonna Esterházy
Fino all’11 gennaio del 2015 nella Sala Alessi a Palazzo Marino, la cinquecentesca sede del Comune di Milano, è ospitata la Madonna Esterházy di Raffaello Sanzio. La splendida opera dipinta dal genio del Rinascimento nel 1508 proviene dal Museo delle Belle Arti di Budapest (Szépművészeti Múzeum). Si tratta di un prestito eccezionale, ma anche del preludio alla grande mostra di Palazzo Reale nel 2016 che porterà a Milano i capolavori conservati nel museo della capitale ungherese.
La mostra è anche l’occasione per ricordare le vicende legate a questa tela, soprattutto il clamoroso furto, considerato il più clamoroso furto d'arte dai musei del XX secolo. Nel 1983, approfittando dei lavori di restauro al museo di Budapest, un gruppo di malviventi italiani trafugò sei opere d’arte tutte di scuola italiana su commissione di un magnate greco, tra cui la Madonna Esterházy, insieme ad altri quadri di Raffaello, Giorgione, Tintoretto e Tiepolo. La notizia fece il giro del mondo e le indagini scattarono immediatamente finché questa sorta di intrigo internazionale non fu sciolto con il ritrovamento di tutti i capolavori in un convento in Grecia ormai sconsacrato e i ladri tutti arrestati.
Il catalogo che Skira ha pubblicato in occasione della mostra, è la prima monografia critica completa sull'opera, e io ho avuto il piacere di contribuire con la traduzione.
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To give up all your dreams, because one did not come true.
To give up on your efforts, because one of them failed.
To condemn all your friends, because one of them betrayed.
Not to believe in love, because someone was unfaithful.
Remember that another chance may come up.
A new friend. A new love. A new life. Never give up on anything.
- Unknown -