venerdì 7 ottobre 2016

Un'intervista sul blog Gli Scrittori della Porta Accanto

[People] Andrea Rényi, traduttrice ungherese, da oltre 40 anni in Italia, nell'intervista di Paola Casadei


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Ungherese di nascita, la traduttrice Andrea Rényi è cresciuta in una famiglia multietnica e risiede in Italia da oltre 40 anni: «penso e sogno in italiano e credo che in questa lingua pronuncerò anche le mie ultime parole».

Andrea Rényi, benvenuta nel nostro sito culturale. Ci vuoi svelare chi sei? Ti vuoi presentare brevemente a nostri lettori?
Sono nata in Ungheria in una famiglia multietnica che per necessità di comunicazione ha sempre coltivato lo studio delle lingue, per passione quello della musica e della letteratura, ma poi ognuno imparava un mestiere per vivere, perché nessuno ha mai pensato che le lingue, la musica o la letteratura da sole potessero bastare. Ai tempi dell'esame di maturità conoscevo già tre lingue – tedesco, russo e inglese - e coltivavo un amore profondo per la letteratura, ma scelsi la facoltà di Legge, che abbandonai a metà corso per sposare un ragazzo italiano. Vivo ormai da quarantatré anni a Roma, da più o meno quaranta penso e sogno in italiano, e credo che in questa lingua pronuncerò anche le mie ultime parole.

Come ti sei avvicinata al mestiere di traduttore editoriale?
Al mio arrivo a Roma trovai lavoro come insegnante di lingue in istituti privati, e per essere all'altezza del compito mi laureai in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Dopo sedici anni di insegnamento in scuole di lingue e di recupero, di numerose traduzioni, di interpretariato ungherese-inglese-italiano per gli ungheresi richiedenti lo status di rifugiato, e nei corsi che le organizzazioni intergovernative offrivano ai profughi per inserirli nella vita quotidiana negli Stati Uniti, per tredici anni ho lavorato in un'azienda italo-americana. Anche in quel caso con le lingue: facevo l'interprete, come mediatore linguistico mi occupavo dei rapporti con l'estero.
Nel 2004 avevo bisogno di gratificarmi, e invece di comprarmi un vestito nuovo o di prenotare un soggiorno in una beauty farm mi iscrissi a uno dei primi corsi serali per l'editoria. Grazie ai risultati ottenuti al corso una nota casa editrice romana mi offrì delle collaborazioni esterne e dopo qualche mese l'editore mi domandò se volevo provare anche a tradurre qualcosa. Nel frattempo lavoravo già in un'agenzia letteraria, che pure è stata un'esperienza molto utile.
Lavoro come traduttrice editoriale da undici anni, ormai solo dall'ungherese, e ho tradotto una ventina di volumi fra narrativa e saggistica.

Hai tradotto grandi nomi della letteratura ungherese, da Károly Pap a Magda Szabó, che cosa è per te una traduzione?

Per ridurre all'osso una risposta che altrimenti richiederebbe pagine e pagine, veri e propri trattati, uso il titolo dell'ottimo saggio di Daniele Petruccioli: per me le traduzioni editoriali sono Falsi d'autore.
Ricordo il preciso istante in cui presi coscienza della complessità di questo mestiere, del fulmine che scoccò: leggendo le prime pagine di Sabato di Ian McEwan tradotte da Susanna Basso fui colpita da un desiderio irrefrenabile di mettermi alla prova, di sfidare me stessa, senza la pretesa e la presunzione di avvicinarmi, neppure alla lontana, alla perfezione di quell'incipit.

Quali sono per te i pregi e i difetti del mestiere?
Per me il pregio più grande è l'intimità con il testo e con il suo autore, vederci in silenzio a quattr'occhi. Mi pesa invece molto stare dietro ai pagamenti.

Qual è stata l'esperienza professionale che ti ha arricchita di più e perché?
Ho fatto esperienze belle, bellissime e anche brutte, ho commesso alcuni errori che purtroppo sono stati stampati, e ho anche sbagliato per inesperienza. Ma non li riconduco all'annoso tema di non essere di madrelingua italiana. Dopo quarantatré anni in Italia, trascorsi tutti in ambiente esclusivamente italiano e in qualche modo sempre attinente al mondo della traduzione, credo di conoscere la lingua in misura adeguata. D'altronde non sono l'unica ungherese che traduce dall'ungherese: Giorgio Pressburger, arrivato in Italia all'età di diciannove anni, non solo è un affermato scrittore italiano, ma anche uno dei migliori traduttori di letteratura ungherese. Il traduttore tedesco di Sándor Márai, Ernő Zeltner, approdò in Germania all'età di ventun anni, e grosso modo aveva la stessa età il traduttore francese di Márai, Georges Kassai, quando si trasferì in Francia, ma potrei citare anche altri esempi. Qualche mese fa mi è capitato fra le mani un testo scritto in italiano, su una certa letteratura ungherese, da una persona molto stimata nell'ambiente, e di madrelingua italiana: poche pagine ma molti errori, alcuni grossolani, dovuti anche a interpretazioni errate; tanto più gravi perché la persona in questione poteva scegliere cosa scrivere e tradurre, mentre il traduttore non può farlo.
Tornando alla domanda: non riesco a individuare una sola esperienza che mi abbia arricchita, sono servite tutte, anche le negative. Per carattere sono un misirizzi, dopo l'iniziale inevitabile dispiacere cerco di trarre insegnamento anche dalle esperienze negative. Le più belle riguardano quei libri che ho tradotto anche per legami sentimentali.

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Mio padre amava molto la filosofia, Hegel e Dostoevskij, e pensando a lui ho tradotto Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere di László F. Földényi per Il Nuovo Melangolo. Azarel di Károly Pap era il romanzo preferito di mia madre da ragazza, l'ho tradotto per Fazi, e Ballo in maschera di Magda Szabó (Salani) era il mio preferito alle medie, spero che lo leggeranno le mie nipotine italiane (sono nonna), quando avranno l'età giusta.
Alcune belle esperienze sono legate ai revisori, ne ho incontrati di eccellenti, anche dal punto di vista umano: fra i molti incontri fortunati Nadia Terranova e Laura Senserini da Fazi occupano i primi posti, conservo ancora l'affettuoso ricordo della loro professionalità, gentilezza e delicatezza, ma mi hanno insegnato molto anche Giuliano Geri, Eleonora Grassi, Paolo Valoppi, la redazione di Voland e di Nottetempo.

Ci sono pagine che ti è stato difficile tradurre?

Le pagine più difficili da tradurre sono quelle di una prosa brutta, insincera, o volutamente cruda. Poi quelle scontate, ad effetto, e studiate a tavolino. Di solito sono anche pagine stridenti, prive di musicalità. La poesia è un mio limite, non la so tradurre, ma so apprezzare quando la traduzione è buona. La poesia ungherese ha prodotto molte opere meravigliose, ma purtroppo sono poche le poesie ungheresi ben tradotte.

Quale autore ti piacerebbe tradurre?
Se potessi scegliere riprenderei a tradurre anche dei saggi, in particolare di Földényi che sono riuscita a far conoscere in italiano, anche grazie a Goffredo Fofi che l'ha ospitato sulle pagine de Lo Straniero.

E quali autori hai invece già tradotto?
Attila Bartis, Péter Gárdos, Károly Pap, Péter Nádas, Miklós Vajda, András Nyerges, Kálmán Mikszáth, László F. Földényi, Márton Gerlóczy, Róbert Hász, András Nagy, Dezső Kosztolányi, Magda Szabó, György Konrád, Frigyes Karinthy, ed altri.

Andrea, a nome mio e dei lettori vorrei ringraziarti per aver risposto alle mie domande. È molto interessante quello che ci hai detto. Leggerò al più presto un paio di libri tra quelli che hai citato: mi affascinano i titoli.
Grazie a te Paola per l’opportunità dello spazio che mi hai dedicato.



Paola Casadei
In origine farmacista e direttore tecnico di laboratorio omeopatico, ha lasciato Forlì per trasferirsi prima a Roma, poi a Montpellier, quindi per dodici meravigliosi anni in Africa (otto in Sudafrica e quattro in Mozambico), dove ha insegnato musica e italiano. Ora risiede a Montpellier con la famiglia.
L'elefante è già in valigia, Lettere Animate Editore.
Malgré-nous. Contro la nostra volontà, traduzione, Ensemble Edizioni.
Dal buio alla luce. Il bisso marino e Chiara Vigo, traduzione, Cartabianca Editore.


L'originale dell'intervista qui

mercoledì 14 settembre 2016

Tibor Déry, Filemone e Bauci


Rembrandt, Filemone e Bauci visitati da Giove e Mercurio



Sulla stretta panchina del giardino, dove il sole autunnale ridisegnava i rami spogli del noce e il topazio delle poche foglie oscillanti, sedevano due vecchi, muti e al riparo. Regnava il silenzio nel piccolo giardino del sobborgo. E in quel silenzio, per un attimo, rimbombò il fragore lontano di un treno veloce. Poi, un'altra foglia giallastra venne giù. La vecchia stava lavorando ai ferri una calza grigia e accanto a lei il vecchio si sarebbe assopito se, a tratti, lo scintillio dei ferri non lo avesse ridestato.
È morto il vecchio Tímár” disse assonnato. Avrebbe voluto dirglielo già al mattino, ma se n'era dimenticato.
Che hai detto?” domandò la vecchia, un po' dura d'orecchio.
“ È morto il vecchio Tímár” ripeté il vecchio a voce più alta.
Di che cosa è morto?” chiese la vecchia.
Si è ucciso.” La donna continuò a sferruzzare.
Era abbastanza vecchio” commentò.
Aveva soltanto due anni più di me” rispose il vecchio.
Cosa?” domandò la donna.
Non era poi tanto vecchio.” disse l'uomo con garbo.
Era abbastanza vecchio.” fece la donna.
Il sole era forte. Il vecchio meditò.
Beveva!” borbottò fra sé.
Cosa?” domandò la donna. “Perché parli così piano?”
Voglio dire che ogni mese si beveva tutta la pensione” gridò il vecchio con la bocca rivolta all'orecchio dell’altra. “Si beveva tutta la pensione.”
Dall'albero cadde di nuovo una foglia, color pelle di vitello. Per un po', mentre volteggiava piano, il vecchio la seguì con lo sguardo.
Che bel caldo oggi al sole!”
Vado a fare due passi” disse il vecchio alzandosi in piedi. “Tu non prendere freddo. Vuoi che ti porti uno scialle?”
Grazie, caro, non serve” rispose la donna. “Fai un giro lungo?”
Il vecchio allungò il dorso della mano per misurare il calore.
Preferisco portartelo…” disse, “il sole d'ottobre inganna: un attimo e ci si raffredda. Dà un'occhiata alla cagna, più tardi.”
Il vecchio tornò dai suoi giri solo nel tardo pomeriggio, col cielo già coperto e, sotto il soprabito, il regalo che avrebbe dato alla moglie a cena per il compleanno: un apparecchio acustico, nascosto in un mazzo di aster. Per poterlo comprare aveva rinunciato a un anno di sigarette. Ora, però, entrando nella stanza in punta di piedi, alla chetichella, gli vennero il dubbio e una stretta al cuore: sua moglie non l'avrebbe avvertito come un'umiliazione? Perché lei non si considerava ancora sorda. Anche se il giorno prima, al rombo di un cannone, neppure molto distante, aveva guardato verso la porta e detto: "Avanti!".
Il vecchio aprì la porta della cucina.
Sono tornato” annunciò. “Quando ceniamo?”
Ci hai messo un bel po'” replicò la donna.
Una bella passeggiata” disse il vecchio.
Non avrai mica in testa qualche altra bricconata?” domandò la donna. “Fettine saltate in padella, per cena.”
Il vecchio schioccò la lingua in bocca.
È da tanto che non mangiamo carne.”
Non mi fare arrabbiare di nuovo con qualche sorpresa per il compleanno” lo esortò la donna. “Non ho più soldi e la pensione arriva solo fra una settimana.”
Ce la faremo” disse il vecchio.
Cosa hai detto?” domandò la donna. “Che cosa stai borbottando? Apparecchia… nel frattempo cuocio la carne.”
Fuori cominciò a piovere: la pioggia sbatteva sul vetro della finestra, con colpi acuti e frequenti. Il vecchio apparecchiò in camera, perché quella era una cena di compleanno. Mentre prendeva le stoviglie la pioggia non smise di battere sul vetro. Oltre al tintinnare, però, si udiva anche scoppiettare in lontananza, che a tratti smetteva, per poi riprende con maggior volume. Il vecchio si accostò alla finestra e tese le orecchie. Il vento fischiava così forte da far udire lo sbatacchiare dei rami del noce. Di colpo dalla casa di fronte scomparvero i due rettangoli gialli al suolo: avevano spento la luce. Il vecchio fece calare rapidamente le tapparelle, poi andò all'ingresso e chiuse a chiave la porta. Fino ad allora i combattimenti avevano risparmiato il sobborgo, ma ora che le raffiche delle mitragliatrici oltrepassavano le tapparelle abbassate, sembravano proprio giunti fin lì. Il vecchio entrò nella cucina, impregnata dell'odore del grasso e dell'aglio della carne, e là dentro, per fortuna, il crepitio e lo schiocco della cottura non facevano filtrare il rombo di fuori. Pensò che non averle dato ancora l'apparecchio acustico era stato un bene.
Che stai facendo?” domandò la donna. “Perché chiudi la porta?”
Piove a dirotto” rispose il vecchio.
E allora?” ribatté la donna.
Il vento porta la pioggia dentro” fu la risposta del vecchio.
Perché chiudi la porta a chiave?” domandò la donna. “La cucina è piena di vapore. Perché non rispondi? Ti sto chiedendo perché hai chiuso a chiave.”
Tira un vento forte,” rispose il vecchio. “e la porta si apre facilmente. Il vento potrebbe strapparla e la pioggia ci sbatterebbe dentro tutta l'acqua che poi dobbiamo asciugare noi.
Lavori di nuovo di immaginazione” disse la donna. “Io non sento nessun vento.”
Il crepitio delle armi, già a ridosso, si stava avvicinando ancora. Colpi di fucile e soprattutto raffiche sempre più fitte si inseguivano, accavallandosi, incessantemente. Il vecchio tornò all'ingresso che dava sulla strada, perché da lì si capiva meglio dove stavano combattendo. Passando per la camera, con un gesto rapido raccolse dalla tavola apparecchiata, il mazzo di aster con dentro l'apparecchio acustico che aveva sistemato accanto al piatto della donna e lo nascose sotto il cuscino del sofà. Si stava già sparando nella via e i combattenti si stavano avvicinando. Per fortuna la porta e la finestra della cucina davano sul retro, su un piccolo giardino. Tornato nella stanza, il vecchio sparecchiò e su un vassoio portò in cucina tovaglia e stoviglie.
Ma che stai facendo?” domandò la donna. “Adesso apparecchi? E come mai qui, in cucina?”
E dove se no?” replicò il vecchio.
La donna gli si parò di fronte, fissandolo negli occhi.
Hai dimenticato, caro?”
Che cosa?”
Che oggi è il mio compleanno” replicò la donna sorridendo ma con la fronte leggermente arrossata, “e che al mio compleanno mangiamo in camera?”
Anche il vecchio arrossì e tutte le sue rughe divennero rosse.
L'ho dimenticato” disse e posò il vassoio sul tavolo della cucina perché gli tremavano le mani. “Non capisco come abbia potuto.”
Non importa, caro. Così almeno non ci sarà odore di cucinato nella stanza. Da’ un'occhiata all'ingresso, mi sembra di aver sentito bussare.”
A quest'ora?”
Cosa hai detto?” domandò la donna.
Nessuno viene a trovarci così tardi!” gridò il vecchio.
Eppure io sento dei rumori.”
László Gálffi nel film tratto dalla novella
Regia di Károly Makk, Ungheria, 1979

Il vecchio andò all'ingresso. Premette l'orecchio sulla porta, gli sembrò che il colpo appena udito lì, nella via, fosse stato sparato proprio di fronte al cancello del giardino. Si accovacciò, pensando che una pallottola vagante avrebbe potuto bucare la porta.  
Come in una trasmissione radiofonica disturbata, lo stridio del vento e lo strepito violento dei rami del noce coprivano i rumori della strada. Pur tuttavia al vecchio sembrò di sentire lo scalpiccio della corsa/del correre di piedi avvolti in pesanti scarponi, che avvicinandosi s’abbattevano sul uniformemente il selciato buio. Un'altra raffica!
Vieni a mangiare, caro” chiamò la donna dalla cucina.
Arrivo subito!” fu la risposta del vecchio.
È venuto qualcuno?” domandò la vecchia.
No, nessuno!” gridò il vecchio.
Non ho sentito”.
Non è venuto nessuno” gridò il vecchio. Il suo corpo, magro e asciutto, non sudava da anni, ora però aveva il palmo bagnato e la fronte grondante di sudore.
Allora vieni, altrimenti la cena si raffredda” lo chiamò la donna dalla cucina.
Arrivo” gridò il vecchio, “do solo un'occhiata alla cagna per vedere se le sono venute le doglie.”
Nella sua cesta, la cagna giaceva tranquilla nella nicchia buia dell'ingresso. Non ansimava. Il vecchio le accarezzò rapidamente la testa, prima di ritornare sui suoi passi. Nei momenti, più o meno lunghi, in cui si placava il vento, si udivano ancora raffiche di mitra, tuttavia sempre più attutite, smorzate dai rumori della natura. La sparatoria si era allontanata dalla loro casa.
Perché non vieni? La cena si fredda” lo esortò la vecchia.
Sto arrivando” fu la sua risposta. “Puoi mettere in tavola.”
Il vecchio tornò alla nicchia dove teneva nascosta la bottiglia di vino rosso per la cena di compleanno, poi dall'armadio in camera da letto tirò fuori la giacca scura che indossò, dopo aver buttato l'altra in fretta e furia sul sofà.
Perché ti stai facendo aspettare? Non starai mica male?” domandò la donna in cucina.
Macché! Sto benissimo!” gridò il vecchio.
Tornò ancora una volta all'ingresso e premette l'orecchio sulla porta. Per l'agitazione girò automaticamente l'interruttore della luce, perciò dovette voltarsi per spegnerlo. Spense la luce anche nella camera. Aprendo la porta della cucina, nel locale amato, pulito e fortemente molto illuminato, vide la vecchia che, seduta a tavola, nel suo abito da lutto liso e pulito, i capelli argentei, in mano/tra le dita gli scintillanti ferri e la calza poggiata in grembo, sorrideva pacifica. Una visione da cartolina, e sebbene lei non avesse sentito la porta aprirsi, per il nervoso lui inciampò nella soglia di ottone lucidato, nello stesso istante in cui si sentì bussare forte all’ingresso, (questa volta) senza ombra di dubbio.
Finalmente sei qui” disse la donna. “Entra, perché ti sei fermato?”
La porta di casa venne di nuovo battuta e con forza; nella nicchia la cagna abbaiò ma senza uscire dalla cesta.
Che cosa nascondi dietro la schiena?” domandò la donna. “Un'altra delle tue birichinate?”
Stanno bussando” disse il vecchio.
Ma no, non sento nulla” disse la donna.
Io dico invece che stanno bussando!” gridò il vecchio. La donna abbozzò un sorriso. Un brivido freddo corse lungo la schiena del vecchio, avvertì ribrezzo per quel sorriso sicuro di sé, per la cucina linda, per l'impeccabile tavola apparecchiata. Si sentì battere sulla porta dell’ingresso.
Nemmeno ora lo senti?” le domandò piano. Girò sui tacchi e attraversò la stanza, stavolta con la porta aperta, per raggiungere l’ingresso. La serratura era chiusa a doppia mandata. Entrò uno sconosciuto che si premeva la mano sul bassoventre. Anche il viso era insanguinato.
Chiuda la porta e spenga la luce!” intimò al vecchio.
Chi sta cercando, figliolo?” domandò la donna alle spalle del vecchio, dalla soglia della camera aperta.
Mi hanno colpito a un testicolo, credo.” disse il giovane.
Cosa dice? Non capisco” domandò la donna. “Non capisco.”
È ferito” gridò il vecchio nell'orecchio della donna.
Non urli!” disse il giovane. “Potrebbero essere ancora qui vicino.”
Che dice? Cosa state bisbigliando?” domandò la donna.
Dice che un colpo gli ha trafitto la coscia.”
Che cosa?”
La coscia” rispose il vecchio.
La donna sorrise allo sconosciuto.
Si metta lì seduto, figliolo” e gli indicò la sedia più vicina. “Un attimo solo.”
Che cosa ne vuoi fare?” domandò al vecchio dopo che entrambi si erano ritirati nella camera e lei aveva chiuso la porta. “Vuoi che rimanga?”
Il vecchio la guardò stupito.
Non può restare qui” disse la donna. “Ha gli abiti completamente insanguinati. Dove mai si potrebbe sdraiare? Sporcherebbe di sangue anche il sofà.”
Imbratterebbe tutto di sangue” disse il vecchio.
Accompagnalo dai Molnár, loro hanno tre stanze.”
Nemmeno loro hanno un letto libero” commentò il vecchio.
Perché non posi quella bottiglia di vino? Accompagnalo dal vecchio Tímár, da lui c'è un letto libero.”
Non l'hanno ancora sepolto” disse il vecchio. “Non l'hanno ancora portato via.”
La donna lo guardò da sotto l’argentea corona dei capelli ma questa volta senza sorridere.
Qui non può rimanere. A che altezza della coscia gli hanno sparato?”
Non lo so” rispose il vecchio.
Sì che imbratterebbe tutto il sofà. Non posso permettergli di restare.”
Figliolo, qui non può restare” disse al giovane allungato sulla sedia dell’ingresso. “Sappia che ho perso tre figli in guerra, due sul fronte, il terzo, l'ultimo, lo hanno ucciso le croci frecciate. Non ne posso più, ci devono lasciare in pace. Non ce l'ho con lei, figliolo, ma se ne deve andare. In questa casa ormai c'è posto per due morti solo.
Il giovane rimase seduto.
Non ha sentito quello che le ho detto? Qui non c'è posto. Mio marito l’accompagna dai vicini.”
Dopo un quarto d'ora, tornato il vecchio, la donna, seduta in cucina, davanti alla tavola apparecchiata, sferruzzava ancora. La cena aspettava in due pentole poste a fuoco basso. Il vecchio tornò all’ingresso, appese il soprabito all'attaccapanni, prese la bottiglia lasciata lì e una volta in cucina la pose al centro della tavola.
Avvicinati un po'” disse la donna. “Anche tu sei sporco di sangue, mi pare.”
Dove?” domandò il vecchio scrutandosi l'abito.
Avvicinati un po'” disse la donna. “C'è del sangue sul colletto. Forse anche sulla camicia...”
Infatti, ma non erano sporchi di sangue solo colletto e camicia, anche i baffi del vecchio, grigi e tagliati corti, e poi l'angolo della bocca.
Caro, stai perdendo sangue dal naso. Ti accompagno a letto.”
Non serve” disse il vecchio. “Mi metto seduto su una sedia e chino la testa all'indietro.”
Ma entrando in camera all’improvviso lei barcollò. La donna si rese conto che non ce l'avrebbe fatta a sostenere fino al letto quel corpo alto, dalle ossa pesanti: lo fece adagiare sull'ampio sofà del colore dell'erba, accanto alla porta della cucina, poi gli sfilò il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni, anch'esso sporco di sangue, e con questo gli strinse il naso, e per farlo stare supino, gli sfilò il pesante cuscino decorativo da sotto la testa. Il mazzo di aster con dentro l'apparecchio acustico cadde a terra. La donna lo sollevò per posarlo sul tavolo accanto al sofà. Fortunatamente aveva, per arginare l'emorragia, un pacchetto di ovatta nell'armadio della biancheria. Applicò un impacco d'acqua fredda sulla nuca del vecchio, gli slacciò e tolse le scarpe, gli coprì i piedi con una vecchia coperta a quadri. Ma il vecchio continuò a perdere sangue, così tanto da impregnare in pochi minuti i tamponi nasali. Si sporcò di sangue anche il sofà verde come l'erba, ma per fortuna il vecchio non se ne accorse. La donna tirò su la tapparella e aprì la finestra. Il vecchio udì il crepitio delle mitragliatrici.
Spegni la luce” disse alla donna e lei la spense.
Va meglio con l'aria fresca?”
Sì” rispose il vecchio. “L'hai visto?”
Sì.”
L'hai anche guardato/aperto?”
Non ancora” replicò la donna. “Però, ora è meglio se non ti sforzi a parlare.”
Non ti arrabbiare, Rozi, vedrai che ti sarà utile/credo che ti sarà utile” disse il vecchio.
Sento abbastanza bene anche senza. Un peccato, tutti quei soldi spesi.”
Hai sentito che stanno sparando?”
Sì. Ora però non sforzarti.”
Al buio tu senti meglio, vero?” domandò il vecchio.
È vero, caro. Stai perdendo ancora sangue?”
Non lo so” rispose il vecchio. “Forse non più.”
In casa non c'era più ovatta e l'impacco freddo non aveva dato risultati. Il sangue dal naso del vecchio continuava a colare abbondante. La donna non prese il cappotto dall'armadio per evitare che suo marito si accorgesse che stava andando a chiamare il medico.
Dove vai, Rozi?” domandò il vecchio, non appena sul pavimento della porta della cucina si distese il rettangolo allungato della luce elettrica.
Torno subito” disse la donna. “Da qualche parte nella dispensa ci dev’essere ancora un pacco di ovatta.”
Per un attimo si fermò sulla porta aperta della cucina, con l'orecchio teso. L'amore per il marito le restituì l'udito. I colpi scoppiavano vicino, a intervalli capricciosi, riempiti solo dal brusio morbidamente sommesso della pioggia. Aggiustandosi il fazzoletto sulla testa, la donna corse verso il giardino sul retro; poi, attraversato il cortile dei Molnár giunse sulla strada. Per via delle lampade colpite, tutto era avvolto nel buio. Pozzanghere, sotto i piedi, la schizzavano da tutte le parti, sporcando il suo vestito nero, pulito. Ovunque tapparelle abbassate o luci spente. Solo gli spari, ora esplosi sporadicamente, ora inanellati a catene, rivelavano la presenza di uomini. La vecchia continuò a correre nel buio, ma con la bocca tremante per la paura. Il buio spaventava più degli spari perché anticipava quello che sarebbe successo in seguito. Correndo, la donna alzava, a tratti, lo sguardo al cielo, uniformemente scuro questa volta, senza neppure l'albore scarlatto che di solito si stagliava sopra il cielo di Pest. La vecchia non pregava, aveva solo paura. Anche la via a seguire era avvolta nell'oscurità. I suoi occhi si erano abituati al buio ma solo per distinguere tra oggetti concreti, che nella loro materia informe la spaventavano più, e il vuoto. Si mise a correre sulla carreggiata, dove c'erano meno oggetti. Non era ancora caduta. Se dietro l'oscurità non ci fossero stati degli esseri umani, sarebbe morta felice. Solo di questi aveva paura. Per raggiungere l'abitazione del medico dovette percorrere una via stretta, che dall’altra parte sfociava in piazza Marx. Anche questa era buia, solo in fondo ardeva ancora una lampada rimasta miracolosamente intatta. Dietro, tra i fili lievemente brillanti della pioggia, una sagoma d'uomo, china in avanti, attraversò di corsa quella luce opaca, proprio quando la vecchia stava entrando nella strada a lei più vicina. Da quel che si poteva scorgere dalla via, anche la piazza in fondo era completamente al buio e percorsa dall’eco degli spari. Il medico abitava dietro il Municipio sott'assedio, e da una delle finestre del palazzo il fuoco eruttato dalla gola di un mitra tratteggiava semicerchi puntiformi di luce. Colpita da due proiettili, la vecchia si accasciò a pochi passi dal portone del medico, con la faccia rivolta al cielo. Non chiuse gli occhi. Non sentì dolore e per alcuni momenti fu quasi felice: di nulla doveva più rendere conto. Più tardi, perdendo copiosamente sangue, cominciò ad avere paura, ma non più degli uomini.

Anche il vecchio sul sofà aveva perso molto sangue. Per la debolezza s’era assopito brevemente. Svegliandosi, e sentendo freddo, s’era tirato su la coperta a quadri. Desiderò che si chiudesse la finestra, perché il freddo vento dell’autunno sferzava direttamente il sofà. Aveva chiamato invano la donna, ma lei non aveva risposto. Attraverso la porta aperta della cucina aveva sentito il gorgoglio delle pentole.
Rozi!” gridò.
E per fortuna che glielo avevo comprato, pensò dopo un po', osservando l'apparecchio acustico nero, lasciato sul tavolo. Avrebbe voluto che chiudesse la finestra, ma dalla donna nessuna risposta. Non ebbe il coraggio di alzarsi per paura di perdere altro sangue. Il vento sbatteva la pioggia dentro, attraverso la finestra aperta. Il vecchio era contento per aver comprato l'apparecchio. Si alzò, comunque, quando nella nicchia la cagna cominciò a guaire. Ma per il tempo che impiegò a sedersi sul poggiapiedi accanto alla cesta dell'animale, il primo cucciolo, quello con la coda così sproporzionatamente lunga da ricordare un lombrico, e con le palme rosa sotto le zampe, già si dimenava accanto alla madre. Notò che una piega della coperta, stesa sotto la cagna, era piena del liquido amniotico. La nicchia era illuminata solo dalla luce che filtrava dall'ingresso. Nell'appartamento regnava il silenzio, anche la cagna lavorava muta, chiamando a raccolta tutte le sue forze. Si sentiva solo il ruvido strofinare della sua lingua sulla pelle ancora viscida e nera del piccolo. Dopo ogni una nuova doglia, che per un istante la bloccava, si rivolgeva di nuovo al suo primogenito, riprendendo a lavarlo, tutta concentrata, con la sua lingua rossa. Ogni tanto si udiva lo stridio delle imposte che, lasciate aperte, sbattevano nella camera.
Il vecchio sospirò, con lo stomaco che gli tremava per l'agitazione. Anche il secondo cucciolo, nero, traspariva sotto la placenta che brillava come vetro. La casa era avvolta nel silenzio, solo in cucina le pentole gorgogliavano. Anche nella strada le sparatorie erano cessate. Il vecchio non riusciva a decidersi: allontanarsi dalla cesta o richiamare la donna dalla dispensa? In fondo, neppure aveva più bisogno di altra ovatta. Con il palmo della mano sostenne la cagna che, con il peso sulla zampa anteriore destra, con il collo proteso all’indietro, a mo’ di arco, tremava con tutti i muscoli del suo corpo ancora sodo. Mentre espelleva il terzo cucciolo, il primo aveva già trovato il suo capezzolo e aveva cominciato a succhiarlo. Il secondo cucciolo strideva come una porta non oliata. La madre li leccò uno dopo l'altro. Dal cordone ombelicale del terzo, strappato con i denti, si sparse del sangue, assorbito dalla coperta.
Tornato in camera, il vecchio chiuse la finestra, per evitare che i cuccioli si raffreddassero a causa della corrente. Gli facevano pena ma anche li detestava un po’, allo stesso tempo. Quando si sedette di nuovo sul poggiapiedi, con la testa canuta china sopra le mani per un istante la cagna si mise su un fianco, aprì la bocca e lo guardò con la lingua di fuori. I grandi occhi neri raggianti di felicità. Il vecchio la accarezzò. Pur non sapendo da quanto tempo, nell'appartamento silenzioso, era stato lì seduto ad ascoltare, il ruvido e instancabile sfregare della lingua della cagna, non si sentì stanco e in cuor suo s’era insinuata una piccola e strana felicità. Assorto nei suoi pensieri nemmeno notò che dalla dispensa la donna non era ancora tornata.
Colta da una nuova doglia, la cagna irrigidì la coda.

* * *


Traduzione di Andrea Rényi, revisione di Renato Bruno
   


domenica 11 settembre 2016

In ricordo della rivoluzione ungherese del 1956 - una storia di vita vissuta


Chiunque io abbia sentito parlare della rivolta - penso agli ungheresi che nel 1956 avevano l'età della ragione -, erano tutti concordi, la misura era colma, una inevitabile reazione violenta a quello che stava succedendo era nell'aria da mesi, se non da anni.

Avevo soltanto quattro anni ma conservo molti ricordi, sicuramente alimentati anche da successive rielaborazioni e conferme, in particolare di mia madre, che negli anni ha dato un ordine ai brandelli di memoria nella mia testa, e ha anche aggiunto quegli elementi che hanno permesso agli episodi rammentati di diventare storia.

Qui e oggi rievoco solo un episodio, quello che mia madre e io abbiamo ricordato forse più spesso di altri, perché è il più eloquente. Diventa comprensibile però solo se ricostruisco brevemente parte della vita di mio padre (voce nell'Enciclopedia Biografica: Kázmér Rényi). Nato in Cecoslovacchia nel 1921, frequenta Medicina a Bratislava, non risponde alla chiamata alle armi e da disertore si trasferisce a Vienna, dove si laurea nel 1945. Nell'ultimo anno di università e l'anno dopo presta servizio all'Ospedale Israelitico di Vienna, dove cura i sopravvissuti all'Olocausto. Allo scoppio della guerra civile greca pensa di potersi rendere utile sul posto, vorrebbe curare i partigiani, si ferma a Budapest per raccogliere le forze e le sostanze necessarie per partire per la Grecia ma incontra mia madre e rimane in Ungheria. Si sposano, e lui può aiutare i partigiani e le vittime civili della guerra civile greca all'ospedale a loro destinato a Budapest. Nel frattempo in Austria gli viene conferita la cittadinanza austriaca, potrebbe tornare a Vienna, in Occidente, ma non lo fa. Poiché non prende la tessera del partito perché non è comunista, e perché non trova democratico il sistema monopartitico, lo arruolano medico militare primario all'ospedale di Pécs, e dopo due anni all'ospedale centrale di Budapest, dove ha mano libera come professionista, ma è tenuto sotto stretto controllo.

Nell'estate del 1956 mi ammalo di varicella in forma molto virulenta, vengo ricoverata al reparto pediatrico dell'ospedale di mio padre e a causa di complicazioni cardiologiche rimango ricoverata a lungo. Torno a casa smagrita e pallida, ma mio padre ha un'idea per farmi rimettere bene: la colonia dell'ospedale a  Gencsapáti. All'epoca ogni ente aveva anche più di una struttura dove far trascorrere le ferie dei lavoratori, e per le colonie dei figli dei dipendenti; di solito erano castelli o dimore aristocratiche requisiti ai proprietari. Mio padre vuole venire con me, la soluzione è quella da lui adottata tante volte: fare la guardia medica. Gencsapáti è una località ai piedi delle Prealpi a pochi chilometri dal confine austriaco; boschi, aria buona, l'ideale per una bambina che si deve riprendere. Partiamo noi due, il mio stato di salute migliora, ma per ottenere il risultato desiderato mio padre pensa che io abbia bisogno di altre due settimane. Chiede una proroga che gli viene concessa. Passati due-tre giorni del secondo turno alla colonia, si presentano due ufficiali con la classica macchina nera dei servizi segreti e dicono a mio padre di salire in macchina insieme a me: dobbiamo tornare di corsa a Budapest, perché mia madre sta molto male. 

Invece di portarci a Budapest, ci fanno scendere in una radura quasi al confine con l'Austria, dicono che tornano subito e ci lasciano lì. Ricordo ancora la desolazione e il freddo, è settembre, siamo abbastanza in alto. Passano le ore e non succede nulla, i due non tornano. Mio padre capisce che è una trappola, non mi permette di muovermi, sente che da qualche parte ci stanno tenendo sotto la mira. La leggenda familiare vuole che le ore trascorse fossero quattro prima che i due ceffi tornassero. Ci fanno risalire in macchina, ci lasciano sotto casa a Budapest, dove troviamo Mamma in ottima forma. Casca dalle nuvole, non è stata male, non ha chiesto il nostro ritorno.

Poche settimane dopo, durante la rivolta, il direttore dell'ospedale militare apre gli archivi e consegna le schede personali a tutti i dipendenti. Mio padre scopre che era stato denunciato da una collega, secondo la quale lui aveva chiesto la proroga a Gencsapáti per scappare in Austria, portandomi con sé. E i due ufficiali avevano l'ordine di sparare a vista non appena ci fossimo mossi in direzione del confine.

Sconfitta la rivoluzione, il direttore dell'ospedale viene condannato all'ergastolo per l'apertura dell'archivio.

giovedì 10 dicembre 2015

Jorge Semprùn


Lo scrittore spagnolo Jorge Semprùn oggi avrebbe compiuto 92 anni (10 dicembre 1923 - 7 giugno 2011).

„Alcune persone che hai conosciuto valgono più di ogni altra cosa nella tua vita. E' diverso con i libri, con la musica. Ti arricchiscono, è vero, ma sono solo strumenti per arrivare alle persone. Naturalmente solo i veri libri, la vera musica…" (Il grande viaggio) 

martedì 3 novembre 2015

Una canzone che ha fatto epoca: Gloomy Sunday



Il 3 novembre di 126 anni fa a Budapest nacque Rezső Seress, il compositore di una delle canzoni più popolari del ventesimo secolo, composta nel 1933 : Gloomy Sunday (qui nell'esecuzione di Billie Holiday).  Questa è la sua interpretazione originale: Szomorú vasárnap , le parole ungheresi sono di László Jávor. L'esecuzione più profonda, più bella è forse di Sarah Mclachlan , o per lo meno quella che io amo di più.
La canzone suscitò l'"effetto Werther", rendendola tristemente famosa, e spesso anche fraintesa, perché è soltanto una musica malinconica che parla della fine di un amore.
Ne sono note oltre cento versioni e traduzioni diverse in decine di lingue.

giovedì 22 ottobre 2015

1956: István Angyal, un idealista



István Angyal (Magyarbánhegyes, 14 ottobre 1928 - Budapest, 1 dicembre 1958), è stato una delle figure più idealiste, più pure e anche più contraddittorie della rivoluzione ungherese del 1956. Comandante del gruppo di rivoltosi tutti comunisti di via Tüzoltó, era a sua volta un comunista che si era ribellato alle distorsioni del comunismo, per poi essere condannato a morte nell'epoca post-rivoluzionaria.
Discendente di una famiglia di commercianti e artigiani ebrei, nel 1944 i nazisti lo deportano ad Auschwitz insieme a sua sorella e sua madre. Per aver tentato la fuga, sua sorella viene impiccata davanti a tutti e anche sua madre muore nel lager.
Sopravvissuto al campo di concentramento, István Angyal torna in Ungheria ormai comunista convinto, anche se non entrerà mai nel partito. Sostiene l'esame di maturità e nel 1947 viene ammesso alla facoltà di Lettere (studia letteratura ungherese e storia), ma nel 1949 si schiera a favore del filosofo György Lukács, quindi viene espulso.
Lavora come operaio con alterne fortune, non crede nella realizzazione del comunismo così com'è avvenuta, ma rimane fedele alle idee di Marx, Engels e Lenin, ed è convinto che si possa costruire una società democratica "dal basso" (anche se fino all'ultimo riterrà giusto il sistema monopartitico).
Pur mantenendosi con il lavoro fisico, partecipa attivamente alla vita dell'intellighenzia magiara. Si sposa, gli nasce un figlio, ma il matrimonio non dura.
Il 23 ottobre 1956 accorre fra i primi alle mobilitazioni iniziali alle quali partecipa attivamente (con volantinaggio, il trasporto dei feriti, la distribuzione di viveri ai gruppi di resistenza), in seguito entra nella lotta armata e diventa il comandante del gruppo di via Tüzoltó, una delle unità più eroiche della rivolta. A dimostrazione della sua fede comunista, il 7 novembre 1956, l'anniversario della rivoluzione sovietica d'ottobre del 1917, sulle facciate delle case del suo distretto oltre alla bandiera nazionale fa esporre anche la bandiera rossa.
Nel corso del processo
Si rifiuta di deporre le armi e nel processo, che lo vedrà condannato a morte, difenderà coraggiosamente le proprie idee senza scendere a compromessi.
Viene impiccato nel cortile della prigione il 1 dicembre 1958, a soli trent'anni.

venerdì 9 ottobre 2015

Szilárd Borbély: delle notizie e della memoria







"… il mondo delle notizie è costruito sulla smemoratezza, perché arriva sempre un nuovo caso con il quale per una sera o due si possono scuotere le anime. Il nocciolo sta nel cancellare la notizia precedente con quella successiva. Affinché il pubblico non abbia memoria. Perché la memoria dà forza e tenuta, serve di lezione, quindi offre un significato morale. Ricordare è lavoro. Spesso spiacevole ma necessario."

Szilárd Borbély (1 novembre 1963-19 febbraio 2014)