domenica 25 giugno 2017

Ancora su "Fiamme" di György Dragomán

L’orfana e la nonna: magie e dura realtà 

Secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese Uno stile crudo e incisivo che risulta evocativo e poetico
“Sogno di un fuoco. Non so cosa bruci. Vedo alte fiamme rosse, dalla cima, dalla cima si innalza del fumo fuligginoso, il fuoco crepita, sibila e scoppietta, le fiamme stormiscono come il vento. Fa buio, c’è solo il fuoco a illuminare, non voglio guardarlo ma non riesco a voltarmi, devo guardarlo per forza, in mezzo alle fiamme vedo assi e travi, fogli carbonizzati, nella brace si muove qualcosa di rosso, non vedo cosa sia, non so cosa sia, non lo voglio sapere”. Questo il primo sogno che fa Emma, tredici anni, nella sua nuova casa. In Fiamme, il secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese György Dragomán, cominciata con Il re bianco, tradotto con grande sensibilità da Andrea Rényi, la protagonista rimane orfana di entrambi i genitori a causa di un incidente automobilistico e viene accolta in un orfanotrofio. Sino a quando non si presenta un’anziana donna, che le dice di essere la nonna materna, che non ha mai conosciuto e di cui non conosceva neppure l’esistenza. Emma la segue nel villaggio natale della sua famiglia e scopre che la nonna è vista con timore perché capace di riti magici e di prevedere il futuro. Il nonno inoltre, scomparsa da due mesi, sembra vivere ancora nella casa.

Fiamme ci immerge da subito nei misteri che circondano la vita dell’anziana, ma la magia lascia presto il posto alla durissima realtà. Ne fa le spese subito Emma, appena entrata a scuola, emarginata perché accusata di far parte di una famiglia di traditori. La ragazzina cerca di ricostruire il passato dei genitori, al tempo stesso di non pensare troppo a loro. La memoria personale e collettiva è uno dei temi centrali del romanzo: “Nonna dice che devo sapere che dimenticare è facile. Forse credo che non dimenticherò mai nulla, che ricorderò sempre tutto, ma non sarà così. Si possono dimenticare anche le cose più importanti, le migliori e le peggiori, il dolore più grande e la gioia più grande, tutto, proprio tutto. Mi guarda negli occhi e dice che l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti, sulle mie, sulle sue, solo che sulle sue pesa di più”.

Da una parte i ricordi familiari di cui la casa della nonna è una sorta di catalogo più o meno misterioso, dall’altra la memoria storica, la persecuzione nazista, il comunismo, la violenza, le rappresaglie, le divisioni sociali. Il romanzo è come la magia che la nonna fa con la farina: “sparge della farina sulla spianatoia, la liscia, crea uno strato uniforme…disegna un volto, lo riconosco. È il viso di nonno… immerge i palmi nella farina, li solleva, sulla spianatoia restano le impronte delle sue mani, si vedono le linee dei palmi, le grinze vorticose dei polpastrelli, si mescolano alla venatura del legno della tavola. Sospira, non profondamente, causando appena un lieve turbinio della farina, dice che sa da tempo che si può dimenticare tutto, che infatti dimenticherà tutto…”.

Dalla polvere bianca pian piano si riconoscono i volti, gli oggetti, le storie, i pensieri. Si torna al passato e si vede un futuro che non riesce a scrollarsi di dosso la pesante eredità di ciò che è accaduto. Il lettore all’inizio rimane sorpreso e diffidente, come Emma, poi via via la farina si spiana e cominciamo a capire quello che è accaduto al professore, chi è in realtà Peter, cosa ha sofferto la nonna. Grazie anche allo stile duro e incisivo di Dragomán, che riesce, quasi magicamente, a risultare insieme evocativo e poetico.

Simonetta Bitasi

venerdì 16 giugno 2017

"Fiamme" su Mangialibri


FIAMME

Fiamme
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Emma siede nell’ufficio della direttrice dell’orfanotrofio in cui vive da centocinquantadue giorni, da quando i suoi genitori sono morti in un incidente. Pensava di essere rimasta sola al mondo e invece ora, di fronte a lei, c’è una vecchietta ossuta che dice di essere sua nonna. È venuta a prenderla: le chiede, la implora, di andar via con lei. Emma, turbata e titubante – non sapeva di avere una nonna eppure quella donna le ricorda così tanto la madre, ma lei non vuole ricordare, non vuole più piangere, deve essere forte – decide di seguirla. Il tempo di mettere in valigia i suoi pochi averi, qualche vestito, la vecchia divisa da pioniera col distintivo giallo fatto a treccia, una fotografia a colori un po’ sbiadita di una gita al lago con i genitori. L’ultimo saluto alle compagne d’istituto, l’ultimo sguardo al dormitorio, alle aule. Tre macchie chiare a forma di rettangolo in ogni stanza le ricordano dove una volta c’erano la foto del compagno generale e scritte rosse che parlavano di patria, popolo, partito, pace; il grande falò di capodanno, il viso sorridente del compagno generale che bruciava; la gioia incontenibile delle ragazze che cantavano a squarciagola “che non c’era più, che era tutto finito, olé olé”. È tutto finito ora ed Emma non sa cosa le riserverà la sua nuova vita in un paese che ha appena ritrovato la libertà, a fianco di quella donna dal volto severo e dai profondi occhi grigi che sembrano quasi poter piegare il suo volere e leggerle nel pensiero…
Un regime esecrabile, il suo crollo. Rancori latenti, sete di giustizia. Una neonata, fragile libertà. Il pattern storico pressoché universale delineato da György Dragomán nel suo terzo romanzo, senza etichette, colori o precise coordinate spazio-temporali, trova piena oggettivazione nella turbolenta metamorfosi di Emma, non più bambina, non ancora donna, alla ricerca di una maturità personale e insieme collettiva, necessaria per definire il labile confine tra verità e menzogna e far tesoro dei lasciti del passato. Ottime le intuizioni che guidano l’autore nel proporre, come già ne Il re bianco, un’acuta lettura di alcune delle pagine più nere della storia contemporanea, filtrata dallo sguardo innocente e sincero della fanciullezza. Tuttavia, il tumultuoso intrecciarsi di storia individuale, memoria collettiva e continua richiesta di sospensione dell’incredulità rischia, a tratti, di confondere più che stregare. La cronaca della voce narrante, asettica, non di rado disturbante e iper-realistica, tende a rallentare il ritmo e a soddisfare solo a piccoli sorsi la sete di conoscenza del lettore, sottacendo dinamiche più profonde. Ben altro mordente deriva dall’elemento magico, inaspettato, spiazzante e abilmente inserito nel “quotidiano” attraverso gesti semplici e naturali, e da intensi e drammatici flashback, dolorosi squarci sul passato. Una storia intrigante ma discontinua, che cova lentamente sotto la cenere e non riesce a divampare del tutto, malgrado le indubbie potenzialità.
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Fonte: http://www.mangialibri.com/libri/fiamme

domenica 23 aprile 2017

György Dragomán, Fiamme - recensione di Andrea Bajani

Oggi su il Manifesto è uscita la recensione di Andrea Bajani. Impeccabile, tranne che per il nome di battesimo dell'autore che è György, e non Györgi, e per l'imprecisa collocazione geografica dell'autore: Dragomán era nato in Romania, membro della minoranza ungherese, ma si trasferisce ancora adolescente, con la famiglia, in Ungheria, dove vive tuttora.

Györgi Dragomán, le catene del passato

Narrativa. Attraverso una iniziazione all’età adulta, lo scrittore romeno di lingua ungherese racconta l’Europa in rovina, alludendo alla necessità di sfilarsi dal ricatto dei ricordi: 
«Fiamme»

Quando, a cinquant’anni compiuti, Agota Kristof pubblicò Il grande quaderno, provammo tutti la sensazione lancinante che i nonni evocati rappresentassero l’armadio in cui sta chiuso a chiave il passato. L’Ungheria di cui si parlava, sebbene mai apertamente citata, era costretta in una cornice di violenze: Kristof era nata nel 1935, il secondo conflitto mondiale l’aveva dunque travolta a pochi anni, lasciandola spiaggiata in tempo di cosiddetta pace con una sporta di violenza e domande ingoiate a forza. La Storia scoppia in faccia ai bambini, dicevano i due gemelli della Trilogia della città di K, e lascia morti per terra. Ai bambini non resta che ratificare l’orrore, aggiungere al mondo precedente altre ipotesi, altre domande: «Una volta, lontano nella foresta, sull’orlo di un grosso buco fatto da una bomba, troviamo un soldato morto. È tutto intero, gli mancano solo gli occhi per via dei corvi».
A tenersi stretti il passato, con certezze e segreti, sono i vecchi. «Ecco vostra Nonna – dice la Madre ai gemelli. Resterete con lei per un po’, fino alla fine della guerra». I genitori stanno a cavallo della Storia, troppo impegnati a non farsi disarcionare per occuparsi anche dei figli. Ai figli resta la loro assenza da ricapitolare ogni giorno e una Nonna cui imputare la propria condizione di orfani, e insieme la colpa di essere stati messi in salvo, ma tenuti fuori dalla Storia. E resta la missione del ricordo, sebbene l’oggetto della loro memoria sia qualcosa di mai vissuto in prima persona.
Emma, la protagonista di Fiamme, del quarantaquattrenne romeno di lingua ungherese Györgi Dragomán (Einaudi, traduzione di Andrea Rényi, pp. 364, euro  22,00), è parente prossima dei gemelli della Trilogia. E il romanzo è un evidente – seppur non esplicito – corpo a corpo con il capolavoro di Agosta Kristof, aggiornato al 1989: il crollo di un paradigma, quello comunista, su cui si reggeva un mondo, la condanna a morte dei tiranni, gli spari per le strade, i traditori a piede libero. Dopo aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale, Emma vede arrivare in orfanotrofio una donna che sostiene di essere sua nonna: «La direttrice dice che la vecchietta è qui per me. La vecchietta dice che è mia nonna e che è venuta a prendermi. Le dico che non ho nonne. Né nonni. Non ho nessuno».
Lo stile rimanda direttamente alla prosa di Agota Kristof, riprende la secchezza di un’infanzia brutalizzata anche nel linguaggio, i sentimenti volutamente cauterizzati: «Continuiamo così – dicevano i gemelli nel Grande quaderno – finché le parole non entrano più nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle orecchie. Ci esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno. (…) A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua». È l’unica difesa dei bambini di fronte alla bocca spalancata della Storia.
Già nel Re bianco, Györgi Dragomán aveva raccontato le violenze del regime di Ceaucescu, l’infanzia al tempo del sospetto, l’insidioso gioco paranoico delle colpe. Lì, c’era un padre dissoltosi nel nulla, finito dentro il buco nero della polizia segreta. I riferimenti letterari costituivano l’impasto fenomenale tra un passo narrativo tutto dickensiano e un immaginario smaccatamente postsovietico. Ironia, empatia e Securitate.
In Fiamme, Dragomán sceglie come suoi custodi Agota Kristof e Herta Müller, una ungherese (sebbene scrivesse in francese), e una romena di lingua tedesca
Sceglie due esuli, dunque, per tornare a casa. Ed è in fondo una casa quella che cerca la protagonista del suo romanzo, Emma.
Il rovello dei nipoti nella Trilogia era come trovare una casa dentro il tempo, come individuare la propria posizione lungo l’asse del tempo. Emma vive un momento storico e personale in cui tutto salta in aria: la rivoluzione, il dominio sul suo corpo. Varcata quella linea sarà impossibile tornare indietro, adolescenza e capitalismo insieme. «Parla di marmellate, carta igienica, scatolette di pesce, crema al cioccolato, c’è tutto e ci sarà tutto, ormai ci sarà sempre tutto, lo dice con un tono di preghiera, come se non ci credesse». A tredici anni, Emma ha un piede in un’infanzia sovietica data per fallita, e un altro in un mondo che dovrebbe essere migliore, ma fa più paura ancora, un mondo che brandisce il vessillo dell’abiura.
Il presente di Emma è un faccia a faccia con i morti, ha i piedi conficcati nel passato. Si evoca di continuo il foro del proiettile sulla fronte di Ceausescu, giustiziato nel fango insieme alla moglie. E poi i morti accanto all’andirivieni dei sopravvissuti, sbucati indenni dentro il mondo nuovo: «Péter va sul ghiaccio, dice che è per i morti. Dicono che dopo le raffiche li hanno tenuti qui, sul ghiaccio, per qualche giorno, prima di nasconderli da un’alta parte. (…) Il ghiaccio è grigio, non è una pista di ghiaccio, pattiniamo su un lago ghiacciato con le crepe, (…) vedo i morti che fluttuano nel ghiaccio».
Quella che Dragomán in fondo racconta è quanta zavorra di passato i nipoti sono costretti a portarsi sulle spalle. Racconta un’Europa di rovine ereditate. Solo le macerie contano, solo i morti, i segreti messi un una bara. Commemorare senza capire fino in fondo, è questa la scure dell’eredità. Emma non a caso riceve in dono dalla nonna un orologio, che fu a suo tempo di sua madre. Ciò che conta, sembra dire Dragomán, è la quantità di giri che hanno fatto le lancette per arrivare sin qui. «Il dolore aiuta a ricordare – le dice la nonna –, non solo il dolore ma tutto, perché esiste solo quello che ricordiamo, quello che dimentichiamo non c’è più scompare dal passato, scompare dal mondo”; “l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti».
Emma diventa grande così, con un passato da portare alla catena, impossibile da far passare veramente, ammucchiato lì tutto insieme, tutto già fallito, il più antico e il più recente: «Il signor Pali ha trovato i morti (…). Stavano nella vallata dietro la fabbrica di mattoni abbandonata. Dicevano che era sicuramente una fossa comune della Prima guerra mondiale, o il luogo di sepoltura dei morti del ghetto».
È sempre tempo di ricordare, ci induce a pensare Györgi Dragomán in questo romanzo importante, ma è anche venuta l’ora di sfilarsi dal ricatto iscritto in ogni eredità, storica e privata.


sabato 4 febbraio 2017

Nadia Terranova: Il diario di Eva

Di seguito riporto l'articolo della scrittrice Nadia Terranova su "Io voglio vivere" di Éva Heyman, Giuntina, 2017 (traduzione mia), pubblicato su Il Foglio il 3 febbraio 2017.


IL DIARIO DI EVA


Anna Frank d'Ungheria aveva le trecce lunghe, i genitori separati e l'ambizione di divorare il mondo

Mio piccolo Diario, avevo solo quattro anni quando hanno divorziato, ma ricordo la loro tristezza. Non litigavano, o perlomeno io non li avevo mai sentiti litigare. Una volta Ági mi ha anche detto che non litigavano perché erano indifferenti l'uno verso l'altra, e di solito litigano quelli che si vogliono bene. Io non so proprio che bisogno ci sia di litigare. Non bisticcerò mai con nessuno, anche se a volte non mi dispiacerebbe rimproverare Pista Vadas, perché non vuole mai parlare con me.
Éva Heyman vive in Ungheria, legge tantissimo, il giorno del suo tredicesimo compleanno ha ricevuto quattordici libri, e poi arance, cioccolata, un cuore di marzapane, il suo primo paio di scarpe col tacco, tre pigiamo, dodici fazzoletti colorati, una collanina d'oro. E' il tredici febbraio 1944 e Éva quel giorno inizia a scrivere. Non può saperlo, ma due anni prima, il dodici giugno 1942, in un altro luogo d'Europa un'altra ragazzina compiva tredici anni, riceveva in dono un diario e lo inaugurava: si chiamava Anna Frank. Nel 1944, mentre Éva ancora attraversa le strade della sua città nonostante le leggi razziste e la paura dell'incombente deportazione, Anna vive già da tempo nascosta in un alloggio segreto. Come Anna, Éva vede l'orrore quotidiano degli eventi, ne sente il fiato addosso, e anziché negarlo o subirlo si affida all'impresa impossibile di non rimanerne schiacciata, attraversa la Storia porgendole senza difese le armi in suo possesso: amore, speranza, intelligenza e talento.
Discute, litiga, gioisce, soffre come soffrono le adolescenti in sconfinato conflitto e doloroso amore con uan madre affascinante e giovane, che è legata alla figlia ma l'ha lasciata con i nonni per seguire il nuovo marito, Bèla Zsolt. Ági, cioè Ágnes, è una giornalista e Bèla uno scrittore, ma, come i lettori scopriranno solo dopo la guerra, quando nel 1947 verrò pubblicato il diario, il vero genio della famiglia era la bambina. Nelle pagine fitte appuntate nei tre mesi che precedono la deportazione rivela un'abilità di analisi e un'ironia che l'avrebbero fatta brillare più forte e più a lungo dei genitori, se solo le fosse stato permesso. Oggi, a distanza di settant'anni, di Éva e Anna pensiamo: sarebbero state grandi scrittrici. Non sapremo mai se invece avrebbero scelto di diventare altro, ballerine, impiegate, insegnanti, scienziate, preferendo lasciarsi alle spalle gli anni in cui la guerra e l'odio le avevano costrette a un contatto con la scrittura ancora più intenso e famelico di quello già insito nell'adolescenza. Qualcuno ha tolto a loro la possibilità di scegliere se coltivare o sprecare il proprio talento, e anoi quella di amarne o criticarne le opere. Nel caso di Éva , quel qualcuno ha un nome: Josef Mengele. "Ma guarda, hai pure la rogna, brutto rospo. Sali subito sul camion!", dice il dottore spingendo la bambina con le gambe ricoperte di croste, perché nel Lager C di Auschwitz dove si trova dal sei giugno ha preso la scabbia. E' il diciassette ottobre 1944, e nessuno dei testimoni può salvarla dalla selezione per il crematorio; in quello stesso momento Anna Frank si trova a Bergen-Belsen, dove morirà qualche mese dopo. Finisce la guerra, e quelle figlie non ci sono più. Nel 1947, Otto Frank in Olanda e Ágnes Zsolt in Ungheria ne pubblicano i diari.

"Ma io piaccio di più ai ragazzi"
Béla Zsolt, il patrigno scrittore, nel libro autobiografico "Le nove valigie" così descrive Éva: "La ragazzina con quel meraviglioso visino da mela, con la sua avida curiosità, l'ambizione, la vanità, gli occhi luminosi che sprizzavano energia". E' la stessa ragazza che il dottore nazista ha chiamato rospo, la stessa che il 14 marzo, quando ancora andava a scuola, scriveva con orgoglio, rispetto alla sua migliore amica: "Ma io piaccio di più ai ragazzi". Il sei febbraio 1949 Béla Zsolt muore; due anni dopo Ágnes si suicida. Otto FRank vive fino al 1980, data dopo la quale il diario di Anna viene ripubblicato nella versione integrale che lui non voleva fosse divulgata. La vicenda di Anna viene tradotta in tutto il mondo, quella di Éva arriva in questi giorni in Italia ("Io voglio vivere. Il diario di Éva Heyman", edizioni Giuntina) nella traduzione di Andrea Rényi, autrice anche di una bellissima postfazione in cui, oltre alla storia personale della ragazza, affronta il tema del rimosso, nella percezione ungherese, dei quasi cinquecentomila ebrei morti durante il nazismo. Un terzo delle vittime di Auschwitz veniva dall'Ungheria. Tra loro una ragazza di tredici anni con le trecce lunghe e il sorriso aperto, che ha camminato da sola al centro della Storia.

giovedì 2 febbraio 2017

Dieci anni di traduzioni - copertine

Compongono un simpatico mosaico le copertine dei libri che ho tradotto in questi dieci anni di "carriera" di traduttrice dall'ungherese all'italiano. Non includo gli e-book, perché non fanno colore; per me la carta stampata rimane ancora insuperabile.

Con Mónika Szilágyi


Tre novelle

Traduzione dell'intervista a Mihály Vigh

Traduzione di due capitoli







Con Francesca Ciccariello










lunedì 16 gennaio 2017

Éva Heyman, Io voglio vivere, Giuntina, 2017


Éva Heyman ha tredici anni nel 1944 quando per tre mesi – da febbraio a maggio - conduce un diario in cui descrive le condizioni di vita sempre più difficili degli ebrei di Nagyvárad (oggi Oradea in Romania), fino all'internamento nel ghetto, alla deportazione e all'annientamento ad Auschwitz. La ragazza sarà inviata al forno crematorio personalmente da Mengele il 17 ottobre dello stesso anno. Prima della deportazione la ragazza affida il diario a una domestica, che al termine della seconda guerra mondiale lo restituisce alla madre, la giornalista Ágnes Zsolt, che lo pubblica nel 1947 sotto il proprio nome, probabilmente dopo averlo ritoccato. Éva Heyman oggi è una figura simbolica, a Oradea un parco e la statua di Flore Kent portano il suo nome per ricordare i bambini e gli adolescenti periti nell'Olocausto. Dopo la pubblicazione del diario di sua figlia e la morte del secondo marito, il giornalista e scrittore Béla Zsolt, autore di “Nove valigie” (Guanda, 2004, trad. di B. Ventavoli), Ágnes Zsolt cade in depressione e si uccide il 3 agosto 1951, a soli 39 anni.
Senza alcun dubbio Éva Heyman può essere definita l'Anna Frank ungherese. I punti in comune fra i due destini, quindi tra i due diari sono molteplici: entrambe le ragazze lo iniziano il giorno del loro tredicesimo compleanno e lo finiscono nell'estate del 1944, poco prima della loro deportazione. Il diario di Anna Frank è più completo, perché la ragazza olandese ha più tempo a disposizione, ed è più maturo, perché Anna muore a quindici anni. Anche se Éva Heyman ha poco tempo a disposizione, l'intensità del suo diario ne compensa ampiamente la brevità: ogni parola conta, e le non molte annotazioni sono sufficienti, esaustive, per raccontare con ricchezza di dettagli le veloci e ineluttabili trasformazioni nella propria vita e in quella della sua comunità.
Nel febbraio 1944 Éva Heyman vive a Nagyvárad, nella Transilvania riannessa all'Ungheria, con i nonni benestanti. I genitori sono divorziati, la madre si è risposata e vive a Budapest, il padre è rimasto in città ma non può tenerla con sé. Ma lei è una ragazza positiva, conduce un'esistenza equilibrata, è molto brava a scuola, e fa progetti ambiziosi per il suo futuro. Ha soltanto un pensiero negativo ricorrente: il ricordo della sua amica Márta portata via di punto in bianco nel 1941, che non è mai tornata. E la paura di finire come Márta.
Con l'avvento delle leggi razziali il nonno in poche settimane perde la sua farmacia ben avviata, la ragazza deve smettere di frequentare la scuola e la nonna, di carattere difficile anche in condizioni di normalità, impazzisce letteralmente. La ragazza riceve poco aiuto anche dalla mamma, perché Ágnes Zsolt dev'essere sottoposta a un intervento chirurgico a Budapest ed è perennemente impegnata in attività di salvataggio del secondo marito, mandato ai lavori forzati in Ucraina, poi costretto a nascondersi. Le giornate trascorrono cercando di fare fronte alle limitazioni sempre più opprimenti, che impongono anche perdite via via più pesanti. Rimane comunque il tempo e lo spazio per il primo amore e per provare ancora affetti e sensazioni che fanno parte del processo di maturazione di un'adolescente. Poi subentra la paura, ma mai la rassegnazione: “... mio caro Diario, non voglio morire, voglio vivere anche se di tutto il distretto lasciassero solo me qui. Potrei aspettare la fine della guerra in una cantina, in una soffitta, e mi farei baciare anche dal gendarme dall'occhio storto che ci ha portato via la farina, pur di non essere uccisa, di essere lasciata in vita!”
Éva Heyman impersonifica l'Anna Frank ungherese, il suo diario fornisce una preziosa testimonianza da una regione poco conosciuta ma dalla storia molto interessante qual è la Transilvania; sul destino degli ebrei ungheresi transilvani, su come una comunità perfettamente integrata con un ruolo fondamentale nello sviluppo socio-economico potesse diventare, praticamente da un giorno all'altro, una massa umana da cancellare ferocemente.
Autore:
A cura di:
Postfazione:
Andrea Rényi
Anno di edizione:
2017
Traduzione:
Andrea Rényi
Pagine:
156
Illustrato:
no
Legatura:
Brossura
ISBN:
9788880576648
Disponibile:
si
Prezzo:
15 €
Prezzo EBOOK:
6,99 €
 LIBRO
 EBOOK

venerdì 7 ottobre 2016

Un'intervista sul blog Gli Scrittori della Porta Accanto

[People] Andrea Rényi, traduttrice ungherese, da oltre 40 anni in Italia, nell'intervista di Paola Casadei


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Ungherese di nascita, la traduttrice Andrea Rényi è cresciuta in una famiglia multietnica e risiede in Italia da oltre 40 anni: «penso e sogno in italiano e credo che in questa lingua pronuncerò anche le mie ultime parole».

Andrea Rényi, benvenuta nel nostro sito culturale. Ci vuoi svelare chi sei? Ti vuoi presentare brevemente a nostri lettori?
Sono nata in Ungheria in una famiglia multietnica che per necessità di comunicazione ha sempre coltivato lo studio delle lingue, per passione quello della musica e della letteratura, ma poi ognuno imparava un mestiere per vivere, perché nessuno ha mai pensato che le lingue, la musica o la letteratura da sole potessero bastare. Ai tempi dell'esame di maturità conoscevo già tre lingue – tedesco, russo e inglese - e coltivavo un amore profondo per la letteratura, ma scelsi la facoltà di Legge, che abbandonai a metà corso per sposare un ragazzo italiano. Vivo ormai da quarantatré anni a Roma, da più o meno quaranta penso e sogno in italiano, e credo che in questa lingua pronuncerò anche le mie ultime parole.

Come ti sei avvicinata al mestiere di traduttore editoriale?
Al mio arrivo a Roma trovai lavoro come insegnante di lingue in istituti privati, e per essere all'altezza del compito mi laureai in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Dopo sedici anni di insegnamento in scuole di lingue e di recupero, di numerose traduzioni, di interpretariato ungherese-inglese-italiano per gli ungheresi richiedenti lo status di rifugiato, e nei corsi che le organizzazioni intergovernative offrivano ai profughi per inserirli nella vita quotidiana negli Stati Uniti, per tredici anni ho lavorato in un'azienda italo-americana. Anche in quel caso con le lingue: facevo l'interprete, come mediatore linguistico mi occupavo dei rapporti con l'estero.
Nel 2004 avevo bisogno di gratificarmi, e invece di comprarmi un vestito nuovo o di prenotare un soggiorno in una beauty farm mi iscrissi a uno dei primi corsi serali per l'editoria. Grazie ai risultati ottenuti al corso una nota casa editrice romana mi offrì delle collaborazioni esterne e dopo qualche mese l'editore mi domandò se volevo provare anche a tradurre qualcosa. Nel frattempo lavoravo già in un'agenzia letteraria, che pure è stata un'esperienza molto utile.
Lavoro come traduttrice editoriale da undici anni, ormai solo dall'ungherese, e ho tradotto una ventina di volumi fra narrativa e saggistica.

Hai tradotto grandi nomi della letteratura ungherese, da Károly Pap a Magda Szabó, che cosa è per te una traduzione?

Per ridurre all'osso una risposta che altrimenti richiederebbe pagine e pagine, veri e propri trattati, uso il titolo dell'ottimo saggio di Daniele Petruccioli: per me le traduzioni editoriali sono Falsi d'autore.
Ricordo il preciso istante in cui presi coscienza della complessità di questo mestiere, del fulmine che scoccò: leggendo le prime pagine di Sabato di Ian McEwan tradotte da Susanna Basso fui colpita da un desiderio irrefrenabile di mettermi alla prova, di sfidare me stessa, senza la pretesa e la presunzione di avvicinarmi, neppure alla lontana, alla perfezione di quell'incipit.

Quali sono per te i pregi e i difetti del mestiere?
Per me il pregio più grande è l'intimità con il testo e con il suo autore, vederci in silenzio a quattr'occhi. Mi pesa invece molto stare dietro ai pagamenti.

Qual è stata l'esperienza professionale che ti ha arricchita di più e perché?
Ho fatto esperienze belle, bellissime e anche brutte, ho commesso alcuni errori che purtroppo sono stati stampati, e ho anche sbagliato per inesperienza. Ma non li riconduco all'annoso tema di non essere di madrelingua italiana. Dopo quarantatré anni in Italia, trascorsi tutti in ambiente esclusivamente italiano e in qualche modo sempre attinente al mondo della traduzione, credo di conoscere la lingua in misura adeguata. D'altronde non sono l'unica ungherese che traduce dall'ungherese: Giorgio Pressburger, arrivato in Italia all'età di diciannove anni, non solo è un affermato scrittore italiano, ma anche uno dei migliori traduttori di letteratura ungherese. Il traduttore tedesco di Sándor Márai, Ernő Zeltner, approdò in Germania all'età di ventun anni, e grosso modo aveva la stessa età il traduttore francese di Márai, Georges Kassai, quando si trasferì in Francia, ma potrei citare anche altri esempi. Qualche mese fa mi è capitato fra le mani un testo scritto in italiano, su una certa letteratura ungherese, da una persona molto stimata nell'ambiente, e di madrelingua italiana: poche pagine ma molti errori, alcuni grossolani, dovuti anche a interpretazioni errate; tanto più gravi perché la persona in questione poteva scegliere cosa scrivere e tradurre, mentre il traduttore non può farlo.
Tornando alla domanda: non riesco a individuare una sola esperienza che mi abbia arricchita, sono servite tutte, anche le negative. Per carattere sono un misirizzi, dopo l'iniziale inevitabile dispiacere cerco di trarre insegnamento anche dalle esperienze negative. Le più belle riguardano quei libri che ho tradotto anche per legami sentimentali.

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Mio padre amava molto la filosofia, Hegel e Dostoevskij, e pensando a lui ho tradotto Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere di László F. Földényi per Il Nuovo Melangolo. Azarel di Károly Pap era il romanzo preferito di mia madre da ragazza, l'ho tradotto per Fazi, e Ballo in maschera di Magda Szabó (Salani) era il mio preferito alle medie, spero che lo leggeranno le mie nipotine italiane (sono nonna), quando avranno l'età giusta.
Alcune belle esperienze sono legate ai revisori, ne ho incontrati di eccellenti, anche dal punto di vista umano: fra i molti incontri fortunati Nadia Terranova e Laura Senserini da Fazi occupano i primi posti, conservo ancora l'affettuoso ricordo della loro professionalità, gentilezza e delicatezza, ma mi hanno insegnato molto anche Giuliano Geri, Eleonora Grassi, Paolo Valoppi, la redazione di Voland e di Nottetempo.

Ci sono pagine che ti è stato difficile tradurre?

Le pagine più difficili da tradurre sono quelle di una prosa brutta, insincera, o volutamente cruda. Poi quelle scontate, ad effetto, e studiate a tavolino. Di solito sono anche pagine stridenti, prive di musicalità. La poesia è un mio limite, non la so tradurre, ma so apprezzare quando la traduzione è buona. La poesia ungherese ha prodotto molte opere meravigliose, ma purtroppo sono poche le poesie ungheresi ben tradotte.

Quale autore ti piacerebbe tradurre?
Se potessi scegliere riprenderei a tradurre anche dei saggi, in particolare di Földényi che sono riuscita a far conoscere in italiano, anche grazie a Goffredo Fofi che l'ha ospitato sulle pagine de Lo Straniero.

E quali autori hai invece già tradotto?
Attila Bartis, Péter Gárdos, Károly Pap, Péter Nádas, Miklós Vajda, András Nyerges, Kálmán Mikszáth, László F. Földényi, Márton Gerlóczy, Róbert Hász, András Nagy, Dezső Kosztolányi, Magda Szabó, György Konrád, Frigyes Karinthy, ed altri.

Andrea, a nome mio e dei lettori vorrei ringraziarti per aver risposto alle mie domande. È molto interessante quello che ci hai detto. Leggerò al più presto un paio di libri tra quelli che hai citato: mi affascinano i titoli.
Grazie a te Paola per l’opportunità dello spazio che mi hai dedicato.



Paola Casadei
In origine farmacista e direttore tecnico di laboratorio omeopatico, ha lasciato Forlì per trasferirsi prima a Roma, poi a Montpellier, quindi per dodici meravigliosi anni in Africa (otto in Sudafrica e quattro in Mozambico), dove ha insegnato musica e italiano. Ora risiede a Montpellier con la famiglia.
L'elefante è già in valigia, Lettere Animate Editore.
Malgré-nous. Contro la nostra volontà, traduzione, Ensemble Edizioni.
Dal buio alla luce. Il bisso marino e Chiara Vigo, traduzione, Cartabianca Editore.


L'originale dell'intervista qui