venerdì 26 gennaio 2018

Hannah Szenes

Hannah, un'ebrea ungherese

Mio Dio, mio Dio
fa che non abbiano mai fine
la sabbia e il mare, 
il mormorio dell’acqua, 
il luccichio del cielo, 
la preghiera degli uomini, 
la sabbia e il mare, 
il mormorio dell’acqua, 
il luccichio del cielo 
la preghiera degli uomini.
Passeggiata verso Cesaria”, 1942
Sono questi versi, di Eli, Eli qui nella famosa interpretazione di Ofra Haza (musica di David Zahavi), l’eredità universalmente conosciuta anche grazie alla colonna sonora di Schindler’s List, dell’ebrea ungherese Hannah Szenes.
Anna o Anikó Szenes, in ebraico Hannah, nasce il 17 luglio 1921 a Budapest. Secondogenita dello scrittore e drammaturgo di successo Béla Szenes e di Katalin Salzberger, ebrei assimilati, fin da piccola evidenzia capacità e talenti non comuni. Béla Szenes muore quando la bambina ha soltanto sei anni, ma grazie ai diritti d’autore delle sue opere la famiglia continua a vivere nell’agio, finché le leggi razziali non cominciano a sforbiciare i proventi. Dall’età di tredici anni Hannah scrive un diario e delle poesie che saranno pubblicati dopo la sua morte in diverse lingue. Frequenta il liceo femminile protestante Baár-Madas, dove sono ammesse anche le ebree che però devono pagare una retta più alta. Malgrado il clima politico sempre più restrittivo nei confronti degli ebrei, Hannah gode della stima e del sostegno dei suoi insegnanti. Di nascosto inizia a prendere lezioni di ebraico e ad accostarsi al sionismo. Frequenta ancora il liceo quando suo fratello maggiore è costretto a emigrare perché l’università ungherese non è più accessibile agli ebrei. Dopo lunghe riflessioni e molti tentennamenti dovuti al dolore di abbandonare sua madre al suo destino nel 1939, subito dopo la maturità, Hannah sceglie l’aliyah, ovvero parte per la Palestina dove contribuisce alla nascita dello Stato ebraico lavorando in un kibbutz. Con l’approssimarsi della guerra si arruola per combattere il nazismo, e l’Esercito Britannico la addestra come paracadutista. In trentadue superano con successo l’addestramento, Hannah è una di loro, ha il grado di sottotenente e sa gestire anche le trasmissioni via radio. Il 14 marzo 1944 Hannah viene paracadutata in Jugoslavia insieme ad altri tre compagni nell’ambito delle operazioni della MI9, la nona sezione dell’intelligence britannica, con il compito di passare poi in Ungheria e collaborare con la resistenza ungherese per impedire la deportazione degli ebrei magiari.
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La ragazza è doppiamente motivata: dallo spirito di solidarietà con la propria gente e dal desiderio di portare soccorso a sua madre intrappolata a Budapest. Nel frattempo però, il 19 marzo, l’Ungheria viene militarmente occupata dai tedeschi e loro non possono più varcare la frontiera. Aspettano fino al 9 giugno, quando i partigiani di Tito trovano il modo di farli entrare in Ungheria, ma due di loro vengono sorpresi, per evitare le torture uno si spara un colpo in testa, l’altro viene arrestato, e la Gestapo trova rapidamente il nascondiglio di Hannah e del quarto membro dell’equipaggio. Hannah viene torturata ma non confessa, non rivela nemmeno il codice radio. Sua madre la crede ancora in Palestina quando il 17 luglio viene arrestata a sua volta, portata a un incontro con la figlia che deve convincere a confessare. Hannah è magrissima e senza denti ma sorride, è fiduciosa, e rimane saldamente ancorata alla fede nella sua missione. Non si perderà d’animo fino alla fine, terrà alto il morale anche delle detenute sue compagne. La signora Szenes viene liberata in settembre e segue dall’esterno passo passo il processo intentato ai danni di Hannah che la vede imputata di alto tradimento. Tuttavia per settimane non viene pronunciata la sentenza, perché ormai è chiaro che la Germania ha perso la guerra e il tribunale non vuole inimicarsi i probabili vincitori. Infine il 7 novembre Hannah viene portata via dalla sua cella senza alcuna spiegazione e fucilata nel cortile della prigione. Ha ventitré anni, rifiuta di farsi bendare, vuole guardare negli occhi i suoi assassini e nella tasca del suo abito verrà poi ritrovata l’ultima sua poesia.
Oggi Hannah Szenes è annoverata fra gli eroi dello Stato d’Israele e i suoi resti riposano sul monte Herzl a Gerusalemme.

Péter Gárdos, Febbre all'alba

Libri sull'Olocausto

Ho avuto il privilegio di tradurre diversi titoli di narrativa ungherese ebraica, quasi tutti direttamente o indirettamente attinenti all’Olocausto: il magnifico Azarel di Károly Pap (Fazi) perché l’autore morì a Bergen-Belsen nel gennaio del 1945; l’autobiografico Partenza e ritorno di György Konrád (Keller) in cui il grande intellettuale racconta la disfatta e la scomparsa fisica della sua comunità di ebrei assimilati ma anche la sua miracolosa salvezza di bambino; il tragico diario della tredicenne Éva Heyman intitolato Io voglio vivere che ricorda molto da vicino Anne Frank (Giuntina); le pagine sull’assedio di Budapest e la persecuzione degli ebrei in Non davanti ai bambini di András Nyerges (Elliot); la terribile storia della banda di nazisti di padre Kun in Ritratto di madre, in cornice americana di Miklós Vajda(Voland); ma anche un romanzo ottimista e divertente con persino un lieto fine.
Nel suo bestseller internazionale Febbre all’alba pubblicato da Bompiani, il regista cinematografico Péter Gárdos ricostruisce la storia d’amore dei suoi genitori, una storia particolarmente interessante perché negli anni il padre Miklós divenne un esponente di primo piano del giornalismo ungherese.
Miklós ha venticinque anni quando si aprono i cancelli del campo di concentramento di Bergen-Belsen, la sua futura moglie appena diciotto. Entrambi erano detenuti senza poter sperare in un futuro. Nell’aprile del 1945 i due, due larve umane, non si conoscono ma vengono trasportate entrambe in Svezia in campi sanatori nel tentativo di recuperarli alla vita. Lui però ha una grave malattia polmonare, i medici gli danno pochi mesi di vita. Che però vuole usare per innamorarsi e sposarsi e invia la stessa lettera a 117 ex-detenute ungheresi ricoverate in Svezia. Una delle risposte è quella giusta; ne nasce una corrispondenza, malgrado tutto i due riusciranno a incontrarsi, e lui anche a sconfiggere la malattia. Una storia gioiosa, commovente, romantica, e soprattutto vera.


Miklós e Ágnes Gárdos il giorno del matrimonio
Miklós e Ágnes Gárdos il giorno del matrimonio


Mario Martella, Giusto fra le Nazioni

La Rivista Intelligente - post del 26 gennaio 2017
3 h
#settimanadellamemoria
di Andrea Rényi
Nato nel 1917 a Roma, Mario Martella lavorava nella tipografia paterna e studiava all'università quando, nel 1938, furono promulgate le leggi razziali. I Martella avevano un rapporto di amicizia e di lavoro con i Sabbadini, tipografi ebrei e proprietari di una ben avviata tipografia romana, che in base alle leggi razziali i Sabbadini non potevano più gestire. La intestarono quindi a Mario Martella che la mandò avanti per loro fino alla fine della guerra in un rapporto fiduciario, riuscendo a conservarne sia il personale che i clienti, e restituendola intatta e senza gli interessi ai Sabbadini, non appena questo fu possibile. Il 16 ottobre 1943, sentita notizia del rastrellamento del ghetto, i Martella avvisarono prontamente i Sabbadini che in questo modo riuscirono a fuggire e a salvarsi, ma dovettero lasciare indietro i nonni intrappolati in casa. Mario Martella li prelevò e li portò con la sua automobile nel casolare di campagna della famiglia Martella superando vari controlli, e li tenne nascosti fino alla fine della guerra.
Nel 2007 il Cavaliere del Lavoro Mario Martella ricevette il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni da Yad Vashem, e il 24 gennaio 2008 il Presidente Giorgio Napolitano gli conferì la Medaglia d’Oro al Merito Civile, con la seguente motivazione: Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, in atto le leggi marziali, salvava l’attività di una antica famiglia di tipografi ebrei, acquistandone la proprietà e restituendola a guerra finita. Al momento dei rastrellamenti e delle fughe, con eroico coraggio ed encomiabile abnegazione, nascondeva, per alcuni mesi, due suoi anziani componenti in un casolare. Mirabile esempio di virtù civili e di rigore morale fondato sui più alti sentimenti di solidarietà e fratellanza umana. 1943-1944, Roma
Due filmati conservano il ricordo del dottor Mario Martella, morto a 97 anni nel 2014:
https://www.youtube.com/watch…
https://www.youtube.com/watch?time_continue=5&v=OJaFSm5qWY4
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(Ho lavorato alle dipendenze di Mario Martella per tredici anni, ma mai una volta ha fatto parola delle sue gesta, né ho sentito parlarne altri membri della famiglia - i suoi figli lavoravano con lui. Era uno spirito indomito, una persona non con una, ma più marce in più.)

giovedì 25 gennaio 2018

Sára Salkaházi e il suo eroismo

Sára Salkaházi nacque a Kassa l’11 maggio 1899 in una famiglia borghese. Da giovane svolse molti lavori, incluso quello di rilegatrice, di reporter e editrice di quotidiani. Si fidanzò pure, ma lasciò presto il suo fidanzato.
Nel 1930 prese i voti dell’ordine delle Suore del Servizio Sociale e nel contempo fu anche la promotrice del Movimento delle Operaie Ungheresi.
Durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale aiutò a trovare rifugio a centinaia di ebrei in un edificio appartenente alle Suore del Servizio Sociale a Budapest. Come sorella responsabile della casa, fece una promessa segreta a Dio in presenza del suo superiore: quella di essere pronta all’estremo sacrificio nel caso in cui questa sua scelta avesse danneggiato le sue Sorelle.
Fu denunciata alle autorità da una donna che lavorava nella casa delle Suore del Servizio Sociale, quindi il 27 dicembre 1944 le Croci Frecciate, ovvero i nazisti ungheresi, vi fecero irruzione; Sára Salkaházi stava tornando a casa, avrebbe potuto fuggire, decise invece di condividere la sorte degli ebrei fuggiaschi.
Vennero portati tutti nella sede delle Croci Frecciate e torturati, poi portati in riva al Danubio e uccisi. I corpi caddero nel Danubio ghiacciato. Quello di Sára Salkaházi non fu mai ritrovato.
I suoi ultimi minuti di vita coraggiosa furono raccontati da uno degli imputati nel processo intentato alle Croci Frecciate di Zugló nel 1967 e le sue gesta d’aiuto nei confronti degli ebrei ungheresi vennero riconosciute nel 1969 da Yad Vashem.
Nel 2006 Papa Benedetto XVI la proclamò beata.

lunedì 22 gennaio 2018



QUANDO LA FRANCIA ABBANDONÒ CHI CREDEVA IN LEI

Arthur Koestler, “Schiuma della terra”

di  22 gennaio 2018

A volte le personalità degli autori, l’abbondante dose di narcisismo, la voglia di autoassoluzione e resa dei conti che affiorano negli scritti autobiografici li rendono poco affidabili, ancora di più se si tratta di autobiografia incastonata in un periodo storico particolarmente tumultuoso. La trilogia storica autobiografica dall’errabondo ungherese di origine ebrea Arthur Koestler (1905-1983), divenuto scrittore di fama internazionale pubblicando in inglese, composta da Freccia nell’azzurroSchiuma della terra e La scrittura invisibile, scantona queste insidie. Forse proprio la discontinuità delle posizioni ideologiche assunte da Koestler – sionista e comunista, poi anticomunista ma sempre e ovunque inflessibile antifascista – fa di lui un testimone obiettivo nei limiti del possibile, di determinanti fasi della storia europea del secolo scorso, senza concentrare l’attenzione su di sé ma apportando piuttosto riflessioni storico-filosofiche tuttora di grande interesse.
Koestler era un intellettuale molto versatile: professionista della rivoluzione che però confrontava le sue fedi con le loro realizzazioni e sapeva correggersi; scrittore di parole vere, divulgatore scientifico e infine apostolo della parapsicologia, dotato di incredibile tenacia e voglia di vivere che lo hanno soccorso nel capitolo più drammatico della sua sempre avventurosa esistenza, quello raccontato nella Schiuma della terra. Schiuma, ovvero i rifiuti della terra sono considerati nella Francia del 1940 non ancora occupata dalla Wehrmacht e dalla Gestapo gli esuli politici, gli antifascisti, i sopravvissuti che avevano combattuto contro Franco nella Guerra civile spagnola, gli ebrei perseguitati, tutti alla ricerca di riparo nel paese dei Lumi, dietro la linea Maginot creduta invalicabile. Koestler sta lavorando nella quiete della campagna francese a Buio a mezzogiorno, il libro che lo fa antesignano di Orwell e Solženicyn, quando iniziano i rastrellamenti dei profughi di sinistra. «Gli antifascisti erano indubbiamente un gran fastidio in una guerra contro il fascismo. Non avevano bisogno di noi» scrive incredulo e amareggiato. A tappe forzate sarà internato nel campo di concentramento di Vernet dove i prigionieri sono trattati non meglio che nei campi nazisti e sarà liberato mesi dopo solo grazie all’aiuto inglese. Al campo di Vernet fa conoscenza di un certo Mario, l’alias di Leo Valiani, al quale in Schiuma della terra Koestler dedica parole di grande stima e profonda ammirazione, e Valiani sarà il primo a leggere il manoscritto in tedesco di Buio a mezzogiorno. Sono invece strazianti le pagine sui centocinquanta internati delle Brigate internazionali, detenuti in condizioni disumane a Vernet. Koestler viene liberato poco prima dell’invasione tedesca, ma altri duemila – «cinquantamila kg di carne democratica, tutta catalogata, viva, e solo appena danneggiata» – saranno consegnati a Himmler.
La seconda parte del libro è un documentario dettagliato delle condizioni drammatiche e caotiche in cui versava la Francia nell’estate e nell’autunno del 1940, ed è la storia della fuga rocambolesca dello scrittore dalla Francia in Inghilterra, costretto persino ad arruolarsi nella Legione straniera perché non riesce a procurarsi i documenti necessari per poter lasciare il paese.
Il libro è dedicato alla memoria degli amici scrittori di Koestler che si tolsero la vita quando cadde la Francia, fra i quali Walter Benjamin che all’autore regalò metà delle sue sessantadue compresse di sedativo per ogni evenienza, e ingollò le sue quando a Port Bou lo arrestò la Guardia Civil. La premessa al libro testimonia l’integrità di storico dell’autore: «Questo libro fu scritto nel gennaio-marzo del 1941, prima dell’attacco tedesco alla Russia, tuttavia l’autore non vede ragione alcuna di modificare le sue osservazioni sugli effetti psicologici del patto russo-tedesco dell’agosto 1939, o la sua opinione sull’atteggiamento del Partito Comunista in Francia. Approfittare di notizie posteriori per descrivere l’itinerario mentale degli uomini in un determinato periodo è una tentazione comune agli scrittori, alla quale si deve resistere».
Schiuma della terra è una lettura scorrevole, interessante e necessaria per chi ha la voglia e il coraggio di affrontare la Storia che produce episodi drammaticamente controversi.

Titolo originale: Scum of the Earth 
Prima edizione italiana: Firenze, Edizioni U, 1941, traduzione di Nadia Conenna.
Edizione attualmente in commercio: Bologna, Il Mulino, 2005, traduzione di Nadia Conenna.
Articolo uscito su Flanerì

giovedì 4 gennaio 2018

"Corpo e anima", regia di Ildikó Enyedi

Oggi è uscito un buon film ungherese nelle sale italiane e io ne ho scritto sul blog di Sul Romanzo .

“Corpo e anima”, quando l’amore nasce in sogno

Un nuovo film ungherese arriva nelle sale cinematografiche italiane: Corpo e anima, di Ildikó Enyedi, vincitore dell'Orso d'oro del Festival internazionale del film a Berlino 2017 e fra i nove candidati per l'Oscar per il miglior film straniero 2018.
Testről és lélekről, tradotto letteralmente in italiano Del corpo e dell'anima, è la ventesima regia dell'ungherese Ildikó Enyedi (nata a Budapest il 15 novembre 1955) nota in Europa soprattutto per due suoi filmIl mio ventesimo secolo Simone il Mago.
Corpo e anima è una storia ricca, molto intima, sulla relazione fra due persone. Un film d'amore ambientato in un luogo fra i più insoliti: il mattatoio di Budapest, dove il protagonista maschile, Endre, fa il direttore amministrativo, e Mária il controllore di qualità. Endre è un uomo di mezz'età serenamente distaccato che non spera più, la giovane Mária invece non ha mai conosciuto la felicità, quindi non ha nemmeno idea di quello che potrebbe desiderare.
I due protagonisti, senza rendersene conto, si erano già incontrati in sogno, nelle sembianze di due cervi che all'alba di un giorno avevano formato una coppia per la ricerca del cibo. Ne diventano consapevoli soltanto nel momento in cui per fare luce su un incidente accaduto al lavoro vengono sottoposti a un test psicologico.
Seppure Endre, che ha una mano paralizzata, e Mária, che ha tratti che ricordano i sintomi dell'autismo, si desiderino, nella realtà si sentono molto distanti. I loro sogni promettono però un'unione perfetta e decidono quindi di provare a realizzarla. Sono due persone chiuse, non preparate a lasciarsi avvicinare, ma la loro decisione è più forte delle loro paure. I loro approcci provocano sorrisi e lacrime, sono verosimili, non confinano mai nel kitsch perché Enyedi vuole dimostrare che la realtà sa essere molto più interessante della fantasia creativa.
In fondo potremmo definire il film una banale commedia d'amore, una favola senza fronzoli sull'incontro di due anime, ma la storia è raccontata schierando tante riflessioni e tanti momenti gioiosi da lasciare lo spettatore incantato. Il pregio maggiore rimane comunque la capacità di funzionare anche se il vistoso contrasto fra le magiche immagini oniriche e il crudele universo del mattatoio mancassero l'effetto desiderato, o se non si avesse voglia di approfondire di che cosa è fatto un amore. La grazia ironica, la grottesca empatia della commedia romantica fanno perdonare anche la lunghezza eccessiva e la non perfetta omogeneità di questo film diretto, recitato e fotografato in modo eccellente. E fanno dimenticare anche le polemiche scatenate dalla dichiarazione della regista sull'Ungheria di Viktor Orbán a Susanne Berg che l'aveva intervistata per Deutschlandrundfunk: «È una vergogna quello che succede nel nostro Paese». In seguito, per riportare i riflettori sull'opera e spegnerli sulla politica, Enyedi ha mitigato i toni fortemente critici nei confronti del governo ungherese e ha dichiarato di aver voluto girare un film leggero e adatto a tutti, di destra e di sinistra.
Come già accennato, il film è stato premiato a Berlino l'autunno scorso con l'Orso d'oro e figura anche nella lista dei nove film candidati all'Oscar per il miglior film straniero quest'anno. Che dubito possa vincere, perché nel 2017 questo premio è andato già a un'opera unghereseIl figlio di Saul. La protagonista femminile, la trentunenne attrice di teatroAlexandra Borbély, ha vinto, direi davvero meritatamente, il titolo di Migliore attrice europea degli European Film Awards 2017per il ruolo di Mária.
La sorpresa più grande per il pubblico ungherese, in particolare per gli amanti della letteratura, è il protagonista maschile, Géza Morcsányi. Permettetemi di presentare una delle figure più determinanti della pagina stampata ungherese degli ultimi decenni.
«Nato nel 1952, si laurea in Economia e Commercio e coltiva la passione per la drammaturgia. Per qualche anno lavora come redattore editoriale anche di periodici, dopodiché su proposta di Péter Esterházy gli viene affidata la casa editrice Magvető, che sotto la sua direzione editoriale viene insignita cinque volte del premio Casa editrice dell'anno dell'Associazione degli Editori e dei Distributori Ungheresi (premio istituito nel 2001). Magvető è l'editore di Ádám Bodor, Péter Esterházy, László Krasznahorkai, Imre Kertész, Lajos Parti Nagy, Pál Zavada, László F. Földényi, per menzionare alcuni dei nomi più insigni del panorama letterario ungherese, e traduce un gran numero di autori stranieri della statura di Garcia Marquez, Thomas Pynchon, o Ljudmila Ulickaja. Nel frattempo Morcsányi continua la sua attività di drammaturgo ed è anche un prolifico traduttore del teatro russo. Dal 2015 è direttore generale del gruppo editoriale Líra che comprende le case editrici Magvető, Atheneum, Corvina, Rózsavölgyi, Manó Könyvek e General Press» (Intervista a Géza Morcsányi – pubblicata nel numero 10/2015 del settimanale ungherese Magyar Narancs /Arancia Ungherese/).
Morcsányi ha commentato il suo esordio sul grande schermo, tra l'altro subito da protagonista, con una battuta che rivela la sua personalità: «Tocca dire di sì se un'artista del calibro di Ildikó Enyedi vuole vedere la mia faccia in un suo film».
Bella, evocativa e potente anche la colonna sonora, che fa venire la voglia di risentire anche a casa almeno il brano di Laura Marling,What He Wrote, qui montato nell'edizione ungherese del film.

Corpo e anima è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), con la motivazione: «Un film capace di tracciare il racconto della storia d’amore che unisce due solitudini, sospendendolo con lucidità visiva tra la materialità della vita reale e l’impalpabile spiritualità del sentimento. Ildikó Enyedi realizza un’opera che si consegna alla semplicità di una magia tutta ideale, nella quale esprime un concreto senso di fiducia nella purezza dei sentimenti».
Concludo ringraziando il distributore, Movies Inspired, per il coraggio. So di che parlo: sono pochi gli interessati alle cinematografie minori, e anche questa volta temo le sale vuote, malgrado la qualità, la bravura, l'ingegno, e anche il doppiaggio.

giovedì 21 settembre 2017

Partenza e ritorno


Ogni tanto interrogo Google sui libri che avevo tradotto anni fa, per vedere cosa ne sia rimasto, se sono scomparsi per sempre. Oggi ho avuto la gradita sorpresa di trovare una recensione scritta da Viviana Filippini su "Partenza e ritorno" di György Konrád (Keller, 2015) su CULTORA, pubblicata il giorno di Ferragosto di questo anno.

lunedì 21 agosto 2017

György Konrád, Partenza e ritorno


György Konrád | Partenza e ritorno


Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odiocontro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.
Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.
La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.
Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.
Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Un’antica cartolina di Berettyóújfalu (fonte: web)
Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.
Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.
Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.
Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.
Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.
Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere
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Questo è il link all'articolo, firmato da "Claudia" che ringrazio.

giovedì 3 agosto 2017

Ancora di "Fiamme" di György Dragomán, Einaudi

Oggi ne ha parlato Luca Scarlini qui: Il Segnalibro

E queste sono le parole di Franco Cordelli su La Lettura del 28 maggio 2017:


L’io io io non funziona (più)

Bilanci «Fiamme» di György Dragomán e «Il ritorno» di Hisham Matar mostrano i limiti di un racconto orizzontale, lineare, esplicito: intrattenimento, in pratica. Per cercare il senso della letteratura si deve tornare, per esempio, a due romanzi centrati s


Senza sembrare convincente Andrea Bajani, recensendo Fiamme del romeno di lingua ungherese György Dragomán, ne paragonava lo stile a quello di Agota Kristof. L’accostamento risultava poco convincente: possibile che a così breve distanza di tempo, e tra due scrittori che si esprimono in lingue diverse (lei in francese essendo nata in Ungheria), vi fosse un simile accostamento? Invece Bajani aveva ragione. Rispetto al precedente romanzo Il re bianco, Dragomán è come se avesse fatto un passo indietro cercando di farne uno in avanti, verso uno stile più riconoscibile, più pronunciato: vale a dire uno stile elementare, infantile — che mostrasse con chiarezza come a parlare (o a pensare) fosse un non adulto.
Pure, essendo questo ciò di cui voglio dire, lo stile, non è il punto. Il punto è che Il re bianco e Fiamme, diversi, si assomigliano tremendamente. Se ne capisce la ragione. Dragomán è ossessionato dalla vita del suo Paese, che immagina simile se non identica a quella di tutti i Paesi vissuti sotto il regime comunista: e nel- l’uno e nell’altro romanzo non fa che ripetere le stesse cose, mostrare gli stessi casi di oppressione, di invivibilità, di sopraffazione, di violenza, di tortura. In realtà, ciò che domina nei romanzi di questo scrittore è ciò che chiamiamo contenuto o forse, meglio, tema. È la ragione per cui li si legge, li si traduce, li si commenta. Qualcosa di simile si vede in un libro di Hisham Matar, uno scrittore nato a New York di origine libica: Il ritorno.
Nato nel 1970 e autore di due romanzi, Nessuno al mondo e Anatomia di una scomparsa, Matar nel nuovo Il ritorno racconta di un viaggio a Bengasi nel marzo del 2012 insieme alla madre e alla moglie Diana, fotografa. Ci si aspetta una cronaca dal vivo, o da vicino, della recente caduta di Gheddafi, e così in parte è. Pure, anche Il ritorno di fatto è un libro il cui tema è la violenza della dittatura: «Gli oppositori del regime venivano impiccati nelle piazze e negli stadi. Ai dissidenti in fuga dal Paese si dava la caccia e alcuni venivano sequestrati o assassinati. Negli anni Ottanta in Libia si manifestò anche la prima decisa resistenza armata alla dittatura. Mio padre era una delle figure di spicco dell’opposizione». Ma il padre di Matar presto esce di scena, dalla scena del romanzo ossia dalla scena della vita: clandestino, scomparso, morto. In realtà tutta la famiglia era finita in prigione, per usare un termine eufemistico: «Zio Mahmoud, zio Hmad e i miei cugini Saleh e Ali scoprirono di essere tutti rinchiusi là dentro». «Mi è venuta la nausea — ricorda Hisham — come se il mio cuore si fosse spezzato». «Come se il mio cuore si fosse spezzato» è una frase che mi ha colpito per la sua chiarezza e ovvietà — identifica (e semplifica) l’immediata e irrimediabile reazione emotiva di fronte a una notizia drammatica che coinvolge l’intera famiglia e presumibilmente il padre, la persona che non viene nominata. A questo punto il libro di Matar non ha più segreti, si può continuare a leggere o si può smettere, sarebbe la medesima cosa.
Ma non è questa la caratteristica dominante della letteratura narrativa del nuovo secolo? Che cosa cerchiamo in essa se non una notizia approfondita, diciamo vissuta, ben raccontata e a noi fino a questo momento ignota? È, non per nulla, una delle prerogative della letteratura mondiale, dell’essere ciò che continuiamo almeno in parte a chiamare romanzo, il prodotto di una cultura ovunque diffusa, da ogni dove emergente. Essa, prima di tutto, ci parla di fatti, persone, luoghi simili ai nostri, che conoscevamo e che continuiamo almeno in parte a vivere e conoscere, con in più, o di diverso, un elemento che un tempo definivamo snobisticamente esotico e che ormai esotico non può essere ma che nell’esotico ha le sue radici. Vorrei aggiungere: la letteratura narrativa contemporanea mostra di avere in comune, come sua prerogativa d’eccellenza, questo esotismo che possiamo definire racconto di un caso inedito ovvero estremo, raro, in qualche modo prelibato. Dominanti, da un punto di vista referenziale (stilistico, eccetera) sono la prima persona (la testimonianza, reale o supposta), la memoria (dell’accaduto), la ricostruzione storica (non proprio il romanzo storico ma la ricostruzione, con la sua pretesa di verità