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| Nóra Winkler e Péter Nádas ©Csiszér Goti/WMN – Goti Photography
Péter Nádas (o meglio Nádas Péter, come bisognerebbe scrivere secondo la regola che vale non solo per la lingua ungherese – ma anche per quella giapponese, per esempio – che vuole l’anteposizione del cognome al nome) nasce il 14 ottobre 1942 a Budapest, primogenito di una coppia di ebrei appartenenti alla piccola borghesia ungherese che lo fa battezzare con rito protestante. I genitori muoiono prematuramente e lui e il fratello minore di sei anni vengono affidati alle cure di parenti. Nádas interrompe gli studi superiori, che porterà a termine solo da adulto, impara l’arte della fotografia e trova impiego come fotografo presso una rivista. Nel 1962 inizia la sua relazione con la giornalista Magda Salamon, che sposerà nel 1990. Il suo primo volume, La Bibbia e altri racconti[1], una raccolta di racconti, esce nel 1967, ma il vero riconoscimento arriverà con il romanzo, terminato nel 1972 e pubblicato solo cinque anni dopo, Fine di un romanzo familiare[2]. Fra il 1974 e il 1979, lavora come redattore e revisore al periodico pedagogico “Gyermekünk” (Nostro figlio). Dal 1979, svolge la professione di giornalista e fotografo, e si dedica alla stesura del suo primo grande romanzo, Libro di memorie[3], composto prevalentemente nei suoi ritiri in campagna, prima a Kisoroszi e poi nel piccolo villaggio, abitato da poche decine di anime, di Gombosszeg. Portato a termine Libro di memorie nel 1985, comincia la stesura del suo secondo monumentale romanzo, Párhuzamos történetek (“Storie parallele”). Trova però il tempo per occuparsi anche di opere più brevi e i suoi lavori vengono regolarmente tradotti in diverse lingue. La critica ungherese e quella internazionale, sempre più attente e interessate al suo lavoro, gli assegnano premi man mano più prestigiosi. Nel 1993 viene colpito da infarto, ma riesce a rimettersi e riprende la sua attività di scrittore. Nel 1995 viene insignito del Premio di Lipsia. In Francia nel 1998 Libro di memorie è il miglior libro straniero dell’anno. Nel 1999 Rowohlt, storica casa editrice tedesca, pubblica tutte le sue opere in edizione tascabile. Contemporaneamente si afferma anche come fotografo, con diverse mostre in Europa. Nel 2005 esce, dopo diciotto anni di lavoro, Storie parallele, in tre volumi. Ormai Péter Nádas è uno scrittore universalmente acclamato dalla critica e molto amato dal pubblico. Da anni il suo nome compare regolarmente fra i potenziali candidati al Nobel per la letteratura. Nel 2017 ha pubblicato in due volumi la sua ultima fatica, un meraviglioso romanzo autobiografico di 1212 pagine intitolato Világló részletek (“Dettagli illuminanti”). In Italia, Péter Nádas ha avuto una storia editoriale avventurosa, in gran parte ancora da scrivere e in attesa di un meritato e, si auspica il meno tardivo possibile, rilancio.
Quest’anno, in un contesto di forte concorrenza, Világló részletek (“Dettagli illuminanti”), il memoir di Péter Nádas, è stato insignito del premio Aegon [nel 2017 l’ambito riconoscimento era invece andato a un altro autore monumentale della letteratura ungherese – che dopo l’assegnazione del Man Booker International Prize nel 2015 ha riscosso una rinnovata attenzione sia editoriale che di pubblico anche fuori dall’Ungheria –, László Krasznahorkai, per il romanzo (ancora inedito in Italia) Báró Wenckheim hazatér című (“Il ritorno a casa del barone Wenckheim”)].
Világló részletek dal canto suo è un’opera davvero imponente e anche il tavolo più solido appare intimorito sotto il peso delle sue quasi 1300 pagine.
Nádas mi riceve nella sua casa nel vecchio quartiere della Fortezza, nucleo originario di Buda[4], in mezzo a oggetti che per lui hanno un significato speciale, alle sue opere e a scaffali colmi di libri. Una scrivania rivolta verso la luce che proviene da due finestre occupa il centro della stanza nella quale vengo accolta. È uno spazio tranquillo, arioso e ordinato che è un po’ come ci si immagina Nádas stesso. Prima di ogni cosa, mi mette in mano il secondo volume di Világló részletek, perché ricorda che l’ultima volta che ci siamo incontrati mi aveva fatto dono, accompagnato dalla sua dedica, solo del primo libro.
Servono anni per scrivere un romanzo monumentale. Cos’è che spinge a farlo?
Nessuno desidera affrontare tanto lavoro, ma alla fine è l’opera che lo decide. Lo osserva anche Thomas Mann nei suoi diari: voleva scrivere una novella e nacque la Montagna magica, quello che sarebbe dovuto essere solo un racconto si trasformò nel Doctor Faustus. Certi materiali esigono molto spazio. Io c’entro, ma relativamente. E quei miei libri che lei vede così mastodontici sono stati sottoposti a energiche sforbiciate. Cerco di tagliare tutto il superfluo, e quello che vede è solo ciò che rimane.
All’inizio non sospetta nemmeno quanto lungo sarà il testo?
So dove sono diretto ma non ho idea dello spazio che ci vorrà. Viene fuori strada facendo, giorno dopo
giorno. In letteratura, nella Bibbia, nella scrittura, sono interessanti i dettagli. La trama in quanto tale è una novità. Basta vedere i romanzi americani di un tempo: Moby Dick è un libro corposo, i romanzi di Theodore Dreiser sono in due volumi. La brevità, il susseguirsi di dialoghi e descrizioni, è un’esigenza imposta agli autori da Hollywood. Una tendenza nuova rispetto alla scrittura. Una parte dei lettori lo gradisce molto certo, ma non è una peculiarità della narrativa, bensì della sceneggiatura.
Anche leggendo i migliori come Hemingway o Fitzgerald si ha la sensazione di vedere un film. Un’esigenza imposta agli editori a partire dagli anni Venti che a loro volta l’hanno trasferita agli scrittori ed è diventata una moda diffusa in tutto il mondo. Ma non tutti amano le semplificazioni, io per esempio decisamente no, e fra l’altro non tutti ne sono capaci.
Semplificare significa falsificare la ricchezza e la complessità che la vita rappresenta?
Non direi così, perché l’uomo vive un certo tipo di complessità e se la si ritrova in una novella, come accade in Cechov, va anche bene. Più raramente capita di trovarla anche in Hemingway.
La compattezza è poesia. La prosa è diversa, dispiega, esamina, approfondisce, guarda dietro. Osserva gli episodi, la loro concatenazione, i protagonisti, i grandi flussi narrativi e la loro interazione. Questo è il compito della prosa. Che può anche arrivare a condensare, ma mancherà sempre di qualcosa, e non rispecchierà la vita nella sua qualità di flusso epico. Mentre la narrazione, lo sforzo di raccontare sono state inventate proprio per questo.
Questa è un’affermazione ingannevole, perché quando raccontiamo una storia la revisioniamo: tagliamo gli elementi privi d’interesse, ne mettiamo in risalto altri; apportiamo delle modifiche.
Sì, e lo scrittore pur essendo dopo qualche decennio di attività un esperto, incontra ugualmente sorprese fino all’ultimo momento. Le accettiamo, ne prendiamo conoscenza, non le temiamo. Per esempio, nelle grandi favole dell’antichità come quelle di Esopo o delle Mille e una notte, ci sono notevoli divagazioni. E sono lì per tenere sveglia l’attenzione, cosa che può essere possibile soltanto se si evita la monotonia.
Le divagazioni, i mondi interessanti che si spalancano uno dopo l’altro, servono a scacciare la noia del lettore?
Al lettore servono soprattutto perché possa rendersi conto della ricchezza della vita. Sa che è così, ma non ha tempo di occuparsene finché deve mantenere i figli, deve lavorare, deve conseguire dei risultati. Quindi è compito dello scrittore trovare il tempo necessario.
E lei ce l’ha presente, ne è consapevole per tutto il tempo della scrittura? Affinché emergano questi ricchi dettagli della vita che il lettore possa sperimentare?
Assolutamente sì. Mi ci concentro su sedici ore. O meglio su centosedici.
Qual è il numero che più si avvicina alla realtà?
Diverse migliaia. Quando si scrive un testo così corposo come Világló részletek, il cervello umano diventa un computer. Redige contemporaneamente testo e immagini. Sa quando, dove e che cosa mettere, e che risposte deve ottenere dal punto di vista delle armonie. Sa dov’è diretto il ritmo e quali soluzioni troverà una volta arrivato. Significa gettare continuamente uno sguardo in avanti e uno all’indietro, tornare indietro nelle pagine e consultare le note.
Con Esterházy [Péter Esterházy (Budapest 1950-2016) tra i maggiori scrittori contemporanei ungheresi] ci divertivamo molto quando ci raccontavamo degli appunti geniali presi su pezzetti di carta gelosamente custoditi e poi mai più consultati. A lavoro finito, rispuntano fuori questi foglietti, li consultiamo e constatiamo sbigottiti che cosa di molto meglio avremmo potuto fare, capiamo cosa sarebbe potuto nascere. Mentre il libro è già stato stampato e pubblicato.
Non è un problema. Fa parte delle cose che si comprendono e accettano da vecchi: che quello che dimentico deve essere dimenticato. Merita di essere dimenticato. Sarà pure stato un buon episodio, ma ormai non si inseriva più nel sistema, e non se ne sente alcuna mancanza.
Con questo romanzo, il compito non era forse trovare proprio questi episodi? I piccoli episodi che gravitano intorno ai grandi ricordi importanti, quelli custoditi dalla radice del ricordo, che da soli non emergerebbero mai, perché secondari?
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©Péter Nádas
La memoria non funziona in questo modo. Lei parla di radici, io invece li chiamo cespugli, do un nome a quello che sta sopra, lei invece a quello che sta sotto.
Succede che per caso mi viene in mente un’idea, una frase, un’immagine, un odore – come Proust ricordava il sapore delle madeleine, un dolce semplicissimo –, che per l’effetto del cespuglio a sua volta mi fa tornare in mente tutto il resto. Da quel momento in poi è inarrestabile. Ci vengono in mente tanti ricordi di tante cose e la memoria corre in tante direzioni. Lo scrittore deve gestire la memoria, perché la letteratura non è la vita ma è la vita delle parole; e la vita del testo è una vita diversa. Tuttavia, il modello si trova nel pensiero, nella serie di associazioni di idee. Che funziona nello stesso modo per tutti. Nessuno ricorda in modo diverso.
Ha detto che il testo sarà tanto lungo quanto deve esserlo. Da dove arriva però la motivazione per comporlo? In quale parte del corpo ha origine la sensazione di doverlo scrivere?
Vi partecipano tutte le parti del corpo, compresi gli organi. Fra l’altro, limitatamente al tempo del lavoro, avvengono anche importanti trasformazioni.
Ad esempio, per trasformarsi in donna occorre una sensibilità, una percezione diversa. Nel senso biologico della parola. In quel caso avviene una vera e propria trasformazione. Non sto scherzando.
Forse soltanto mia moglie potrebbe raccontarlo, ma anche lei può notare solo i segnali esterni.
Naturalmente capita di rado. Quando lavoravo a Párhuzamos történetek (“Storie parallele”), mi trasformavo in donna per settimane, assumevo una percezione femminile su molte cose. Contribuivano le ricerche, le letture, gli interrogatori che facevo a amiche e conoscenti femminili su determinati argomenti. Interrogatori dettagliati ai quali non erano mai state sottoposte prima, ai quali si sottraevano o rispondevano volentieri. Dopodiché ero io a dovermi immedesimare, dal parto alla penetrazione. E fino a un certo punto non era impossibile. Tuttavia erano insiti anche grandi errori. Per fortuna avevo delle lettrici che mi avvertivano se con la fantasia prendevo una direzione sbagliata e quindi immancabilmente maschile.
Una volta Éva Ruttkai [celebre attrice ungherese del secolo scorso (Budapest 1927-1986)] mi dimostrò in quante parti del corpo è possibile generare una voce. Cominciò sopra la testa e poi continuò per tutto il corpo. Ovunque scaturiva una voce: dalla pianta del piede, dal centro della gamba, voci diverse da quelle emanate dal petto o dalla gola. Un attore dovrebbe sapere generare una voce con ogni parte del corpo. Fa parte del suo mestiere.
È possibile individuare l’origine del desiderio che porta a dedicarsi alla scrittura per così tanto tempo?
Non lo so. Io ho cominciato a scrivere a undici anni e non ho mai più smesso. Ecco. Punto.
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Péter Nádas @Csiszér Goti/WMN – Goti Photography
Scrive tutti i giorni?
Tutti i giorni. Anche oggi, prima del vostro arrivo, ho buttato giù degli appunti.
Tiene un diario?
No. No, non ne ho mai tenuto uno.
Sarebbe stato uno spreco di tempo?
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Péter Nádas ritratto in una foto di famiglia. ©Péter Nádas
Leggo volentieri diari, è un genere letterario molto interessante. Non mi sono però mai sentito importante al punto da prendere annotazioni su di me. Nelle annotazioni c’è sempre qualcosa che parla agli altri. Ci sono diari molto egoisti. Thomas Mann ha lasciato dieci volumi in cui racconta di tutto, anche delle questioni più intime e più astratte. Aveva una consapevolezza di sé che io non ho. Io so scrivere solo mascherato, da attore. Mi serve una sorta di trasposizione.
Ho l’impressione che l’intera esistenza di uno scrittore sia spesa al servizio di qualcosa. Anche se è un lusso poterselo permettere, altrimenti forse non avrebbe continuato a farlo dall’età di undici anni.
Una vita di lusso in quanto faccio solo quello di cui sento la necessità, il bisogno, e l’ho fatto per tutta la vita.
Anch’io intendevo questo.
Questo è il lato lussuoso. Per il resto è schiavitù.
Appunto, dicevo che è un servizio.
La religione si è appropriata del termine servizio, si tratta comunque di una sorta di consapevolezza del proprio dovere. Che è imprescindibile. Ogni giorno lavorativo ha una fase introduttiva, in cui si raggiunge una certa altura, oppure non si arriva da nessuna parte. Oppure si arriva almeno a correggere quello che si è scritto il giorno prima. Lavoro, gioia, ineluttabilità, tante cose assieme. Non ci sono giorni di festa né si parte per andare in vacanza. La sera devo fare attenzione all’alcol per non compromettere l’indomani mattina. Bisogna sapere quando è il caso di interrompere e quando invece bisogna proseguire. Quali legami si possono stringere e quali no, in base allo stato del lavoro. Si conduce una vita monacale. Si rimane fuori da molte cose che per gli altri sono del tutto normali.
Quando è stato pubblicato il Libro di memorie mi sono divertito molto perché qualcuno mi ha dato dell’erotomane. Può darsi, dicevo, stando seduti interi anni alla scrivania. Anche il marchese de Sade sedeva alla Bastiglia e scriveva quell’opera pregna di terrificante fantasia che aveva molto a che fare con la realtà, ma non certo con la sua.
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©Péter Nádas
Questa vita è fatta anche di rinuncia attiva: ne è sempre consapevole?
Rinuncia, sì. Automutilazione nell’interesse di qualcosa. Con i lavori molto estesi la cosa più difficile è mantenere lo stesso livello. C’è il ricambio delle cellule umane ogni sette anni, quindi le persone cambiano. Anche se non esistono trasformazioni radicali e si rimane quello che si era a quattro anni, continuiamo a cambiare, e le nostre vite sono suddivise in fasi. Io questo non posso permetterlo.
Allora è stato deciso: lei vivrà in eterno.
No, no, anzi, consumiamo abnormi quantità di energie. Gli scrittori di prosa di solito non vivono a lungo.
Diamo un’occhiata alle unità minori, alle parole; per esempio da dove viene la parola briftasni?
Dalla lingua di Budapest, dove nella metà dell’Ottocento si parlava ancora il tedesco, o almeno due se non cinque, ma in realtà un numero indefinito, di lingue. Quando si iniziava a costruire, alla fine dell’Ottocento, la città diventava plurilingue perché arrivavano i ruteni, gli slovacchi e portavano le loro lingue che contribuivano a questa mescola. In particolare i termini tecnici che usiamo ancora oggi – o almeno fino a ieri, perché la mia visione non arriva all’oggi –, insomma che usavamo fino a ieri erano prevalentemente di origine tedesca. Anche se li consideriamo come se fossero ungheresi oppure magiarizzati.
Possiamo trovare un paragone che rispecchi il progredire di questo libro? Abbiamo parlato di cespuglio o radici dei ricordi, ma c’è questa continua apertura a nuove strade e questo incessante ritorno indietro, quindi la comparazione con il cespuglio regge solo fino a un certo punto, l’accostamento sarebbe calzante solo se scoprissimo che sottoterra tutte le radici si congiungono. Cosa si può dire di quest’esperienza narrativa, delle sue congiunzioni, che sono come…? Ce lo dica lei.
Strutture differenti in movimento che si congiungono. Se una voluminosa opera in prosa non dispone di una struttura interna tale da permettere al lettore di procedere con cognizione di causa, finisce con il ridursi in polvere. Vale anche per l’autore, neppure lui riesce ad andare avanti. Queste strutture devono essere più pesanti, più importanti del materiale che portano. Uno scrittore deve sapere di struttura più di quanto appaia. Si dice, anche se la formulazione non è abbastanza precisa, che emerge solo la punta dell’iceberg, il resto nuota in profondità.
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Sì, neppure questa formulazione è precisa, perché qui si tratta di connessioni, di legami incrociati.
Di ordini. Ci sono molti tipi di ordini. Uno riguarda le scelte lessicali, un altro tutto quello che ho tralasciato, che non ho incluso nel testo. I lettori di Világló részletek reclamano molte assenze. Cose che non ho inserito nel testo (ride). Così, su due piedi, non saprei dire quali, ma è il risultato di riflessioni.
Con Miklós Mészöly [(Budapest 1921-2010) scrittore, drammaturgo e saggista] e Péter Esterházy era possibile discutere molto bene di questioni professionali, e con Esterházy ci siamo detti molte volte che un testo non porta in sé soltanto quello che c’è scritto, ma anche tutto quello che è stato lasciato fuori.
Dunque quello che manca è stato omesso di proposito.
Sì, e come nella musica, le omissioni hanno un certo ritmo, seguono un certo ordine. Così come le frasi hanno un ordine, ce l’hanno anche le frasi monche. Grácia Kerényi, studiosa di filologia classica, dopo un po’ di tempo ha notato che io non usavo gli articoli. “Peti” (ero molto giovane all’epoca) diceva indignata, “Peti, non si possono non mettere gli articoli!”. “Grácia, anche gli articoli possono essere omessi. Se serve, si può fare a meno anche dell’articolo”.
Anche nelle nostre relazioni sappiamo di che cosa non dobbiamo parlare. Ma quei temi sono presenti nel suo libro, eccome.
Anche l’assenza produce un ordine. Pure la questione di cui non posso parlare perché non deve essere toccata. Ci sono testi completamente privi anche del più lontano accenno all’aspetto fisico delle persone. Non sappiamo come sono fatte, tuttavia ce ne facciamo un’idea partendo dalla loro voce, dal tono.
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©Péter Nádas
István Eörsi [(Budapest 1931-2005) scrittore, traduttore, poeta ma anche politologo ungherese] ha notato una volta qualcosa che mi sfuggiva: descrivevo con cura maniacale degli oggetti piuttosto insulsi rispetto al punto di vista della vicenda, di un personaggio o di una trama. Per me invece non lo sono per niente.
Mobili, stanze, atmosfere, viste, panorami da finestre, immagini della natura. Esterházy osservava invece che mi occupavo sempre della natura, mentre lui gridava ai quattro venti che la odiava. Chi legge le sue opere se ne rende conto: non trattava mai la natura, al massimo prendeva in prestito da me le descrizioni naturali. E lo faceva con grande piacere. Ma lui non se ne occupava.
La natura è ben reale, lo scrittore invece si intrattiene per lo più nella propria testa dove crea un mondo, seduto davanti al computer e…
Io non scrivo al computer.
Allora come?
Scrivo a mano. Io devo vedere i miei personaggi. Devo vedere quello che fanno e devo vedere il paesaggio in cui si inseriscono, la stanza, i colori. Lo schermo, le font, mi disturbano.
La calligrafia invece no?
Scrivo automaticamente. Su un pezzo di carta in grembo, mentre guardo fuori dalla finestra.
Per lavoro crea mondi spirituali e anche noi sostiamo nel nostro mondo immaginario quando leggiamo. Mentre, come forma di riposo, non si dedica a qualcosa di fisico, di reale? Che ne so, come piantare dei fiori, fare la pasta, lavorare l’argilla?
Invidio terribilmente gli artisti che creano con le mani. Hanno un rapporto completamente diverso con tutto. Tuttavia anch’io lavoro con la materia. Devo capire com’è fatta.
Da giovane, provavo davanti allo specchio le espressioni facciali, i gesti che mi premevano in quel momento. Esattamente come gli studenti di pittura alle lezioni di anatomia che vogliono vedere cosa genera cosa, che cosa muove i muscoli. Ho dovuto impararlo. Ora non lo faccio più, ma in passato dovevo sperimentare casi estremi per verificare. Provare dei ruoli. Spero che non mi abbia visto nessuno dalla finestra.
Invece è accaduto?
C’era stato un tempo in cui prendevo in affitto a Kisoroszi una camera, la cosiddetta camera pulita di una casa contadina, ed è capitato che la signora Zsuzsi, la vecchia che me la affittava, faceva vedere a qualche privilegiato cosa stessi facendo. In paese non capivano come trascorressi intere giornate. Una volta mi confessò di avermi spiato insieme ad altri.
È divertente immaginare persone in punta di piedi sotto la finestra nel tentativo di sbirciare dentro.
Vedevano soltanto me al tavolo seduto a fare nulla. Al massimo scrivevo, oppure stavo in piedi a un banco e battevo a macchina. Era tutto qui. Per loro non era lavorare.
In effetti.
E soprattutto non lavoravo nessuna materia. Un tempo a Kisoroszi aveva lavorato anche uno scultore, Miklós Melocco, che martellava la pietra calcarea. Quello sì che era lavoro ben identificabile.
I romanzieri raccontano spesso che una volta centrato un personaggio, lo osservano a distanza di qualche passo, affinché il personaggio stesso possa descriversi e scrivere la propria trama, seguendo una propria verità.
Sì, quando capita un personaggio del genere va solo assecondato.
Ma se lavora con i ricordi personali, come può essere colto di sorpresa?
La sorpresa è sempre necessaria. Un giorno senza è una gran brutta giornata. È molto interessante, perché mi avvio da varie direzioni verso qualcosa e queste vie, queste direzioni si incrociano. Tuttavia non sono io a decidere gli incroci, ma solo le direzioni. L’incrociarsi di due vie sembra un fenomeno naturale. In realtà gli incroci cui assisto sono sorprendenti. Se però nel testo questa serie di sorprese non assume una qualche forma di ordine, il testo si mette a zoppicare o a oscillare.
Világló részletek è un intreccio di ricordi. Se riguardassimo a questa mattina, pensa che la ricorderemmo in modo diverso, lei e io?
Certamente. Ne sono sicuro. Abbiamo vettori diversi, per così dire. Portiamo cose diverse da fonti diverse. L’unica cosa che abbiamo davvero in comune è la lingua. Com’era la parola che chiedeva?
Briftasni.
Briftasni. A me per esempio non verrebbe mai in mente di interrogarmi sulla sua origine perché la nostra è una lingua fatta a strati, che è semplicemente la lingua di Budapest, ma so in quali quartieri usano la parola briftasni al posto di “portafogli”. Nel settimo, nell’ottavo e nel sesto. Non negli altri. Un termine usato soprattutto in provincia. Gli artigiani e i commercianti tiravano fuori il briftasni. Le classi sociali più elevate non lo tiravano fuori, perché pagavano qualcun altro affinché lo facesse per loro, oppure lo prendevano senza dire nulla, in nessun caso pronunciavano la parola briftasni, al limite parlavano di portafoglio o portamonete.
Questa parola evoca mio nonno nato a Tereske, nella regione Fejér, e vissuto nel sesto distretto di Budapest. Esattamente come l’ha descritto.
Bene. Un ricordo maschile. Le donne non avevano briftasni, ma soltanto portafogli.
Si ricorda quando anni fa registrammo un’intervista a New York? Mi incuriosisce sapere che cosa si ricorda di quell’occasione, per capire se abbiamo ricordi molto diversi fra noi.
Ricordo parecchio. I ricordi sono diversi perché ognuno di noi ha un diverso punto di vista. Mi racconti lei i suoi e io li commenterò.
Ricordo il suo albergo, la stanza dove facemmo le riprese sembrava un salone, il rivestimento color oro spento della poltrona, lei poggiato allo schienale.
Per esempio io l’albergo non me lo ricordo.
Il ricordo più vivido è il suo pullover di lana. Da allora, quando penso a lei, la vedo sempre con quel pullover addosso. Ricordo anche che ne parlammo, che il collo a V del pullover di lana è un codice. Noi vediamo un raffinato capo d’abbigliamento, borghese e ben tenuto, ma poiché avevo letto le sue opere sapevo della sorprendente densità di significato presente sotto la piacevole superficie. Per nascondere la quale lei non ricorre all’inganno, ma la rende per così dire indossabile, celando così al mondo il tumulto interiore. Mi viene in mente sempre questa sua immagine. Una vita ricca, sensibile, di buona qualità, in versione tessile.
Capisco cosa intende. Da quando ne ho memoria mi sono sempre vestito in questo modo, quindi per me è naturale. Anche oggi. Mi metto la giacca solo per le grandi occasioni.
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Nóra Winkler e Péter Nádas @Csiszér Goti/WMN – Goti Photography
Concludo con una domanda cerimoniosa, ma va bene anche una sua risposta in pullover. L’umanità, la sua incredibile capacità di accettare, che potrei definire come una vera e propria forma di affetto, che è presente in tutti i suoi libri, ovviamente non è il risultato del lavoro, deve esserle congenita. Come fa a guardarsi intorno con tanta comprensione ed empatia?
Non posso parlarne senza mettere me stesso al centro della questione, anche perché io non la sento in questo modo e non lo dico apposta. Secondo me si tratta di dovere professionale. Senza il quale la faccenda non funziona. Sento decisamente alienante la letteratura in cui lo scrittore si erge sopra i protagonisti, in pratica li disprezza in quanto stupidi, cretini, incapaci. Perché significa che non si è avvicinato abbastanza a loro, oppure che non è stato all’altezza della situazione. E per questo non è riuscito ad avvicinarli. La prossimità mi piace molto, il che comporta tutta una serie di cose, anche non permesse. Una sorta di sapere poi chiamato conoscenza a posteriori, del retroscena. Che per me è invece a priori.
[1] Péter Nádas, La Bibbia e altri racconti, traduzione di Andrea Rényi, BUR, Milano 2009.
[2] Péter Nádas, Fine di un romanzo familiare, traduzione di Laura Sgarioto, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2009.
[3] Péter Nádas, Libro di memorie, traduzione di Laura Sgarioto, Alexandra Foresto, Vera Gheno e Krisztina Sándor, Dalai, Milano 2012.
[4] Budapest nasce nel 1873 dalla fusione di tre città, Buda, Óbuda e Pest, ciascuna delle quali aveva il suo centro storico. La Fortezza era quello di Buda.
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giovedì 15 novembre 2018
L’assenza è ciò che dà ordine a un’opera, intervista a Péter Nádas
sabato 3 novembre 2018
Quando i miti si ribellano: storia di Anna Édes
L'articolo su Il Sole 24 Ore
Quando i miti si ribellano: storia di Anna Édes
- –di Serena Uccello

Ci può essere un testo in cui è chiaro sin dalla prima riga che qualcosa di terribile accadrà, eppur non avere alcuna ansia di scoprirlo, ma aver piuttosto voglia di godersi ogni riga, sillaba per sillaba? Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1937 (Baldini & Castoldi) è da qualche mese di nuovo in libreria per le Edizioni Anfora Anna Édes di Dezső Kosztolányi, nella traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, con la postfazione di Antonella Cilento ( pp. 272, 17 euro) . L’edizione del 1937 era infatti uscita in versione ridotta forse per motivi di censura.
È questo un vero gioiello della letteratura ungherese che aiuta a riscoprire il valore di un maestro assoluto. Di Kosztolányi, Magda Szabó ha detto: «Ha fatto magie. Era come un mago che connetteva mondo a mondo, un vero Merlino». E Sándor Márai: «È stato Kosztolányi a dire che un capolavoro deve essere scritto come si porta a termine un delitto. E ogni giorno lui commetteva un delitto del genere, più o meno grande».
La trama: siamo a Budapest, quartiere tranquillo, che conserva i segni di un antica ricchezza, l’eco di una pregressa nobiltà. Il tempo è quello del primo dopoguerra; tempi incerti e instabili. Tempi i cui l’appartenza è mutevole come la politica. L’identità sociale è determinata dal potere di turno e dalla capacità degli individui di plasmarsi. Come sa bene Kornél Vizy.
«Era già una persona diversa. Non si reputava martire del bolcevismo, forse piuttosto vittima del vecchio regime che, ingrato, più volte lo aveva messo da parte. Tastò la tessera del sindacato nella tasca della giacca. Fortunamente non l’aveva strappata come aveva pensato di fare nel pomeriggio».
Tra rivoluzioni e controrivoluzioni, in un contesto in cui tutto è mutevole, in cui il passaggio dalla pace alla guerra, dalla ricchezza alla povertà si può consumare nel volgere di una notte, l’angoscia principale di Vizy e della moglie sembra essere l’urgenza di trovare la cameriera perfetta. Tutto crolla, ma nell’appartamento dei Vizy gli eventi sono condizionati dai patemi della signora Vizy e dalla sua ansia di trovare la miglior serva. Nessuna è all’altezza. Nessuna è docile abbastanza. Nessuna è brava abbastanza. Fino a quando il custode del palazzo di casa Vizy non suggerisce il nome di Anna, una parente cresciuta in campagna. Del perché l’uomo insista tanto ad imporre la ragazza poco sappiamo, intuiamo forse una smania di controlla. Una tensione tutta politica . Chissà. Capiamo solo che a lui e alla famiglia poco importa di Anna, se non nel considerarla una strumento. Per spiare i Vizy?
«Li univa la parentela priva di emozioni della gente povera, per la quale significava assai poco il legame di sangue per mancanza di bei ricordi condivisi, si viveva solo l’uno accanto all’altro, presi sempre dal lavoro, chiusi in se stessi, lontani e impenetrabili l’uno per l’altro».
L’ingresso di Anna a casa Vizy segna una trasformazione. Ancora più eclatante perché non è segnata da grandi eventi ma da una quotidianità che scorre con lentezza e con crudeltà. La giovane perfetta nei suoi gesti subisce la vessazione di chi crede di poter tutto e che la ricchezza determini il possesso della vita altrui. Anna è lodata e tenuta al guinzaglio. Anna riceve regali (di riciclo) ma viene considerata come il migliore, il più bello, il più funzionale, degli oggetti di casa. In breve tutti parlano delle virtù di Anna, ma altrettanto in breve della vita di Anna non resta nulla. Arriva l’amore ed è solo fulmineo. Non che Anna non sia accorta abbastanza - e consapevole - per non sapere di non avere speranze (innamorarsi del nipote dei padroni), è che quando l’unico accudimento svanisce il gelo penetra nelle ossa. Allora la volontà di Anna prende una piega insospettabile. E accade - senza dramma - la tragedia.
«Quando la vennero a prendere per la prima volta, Anna si fece il segno della croce, raccomandò l’anima a Dio credendo che l’avrebbero subito condotta al patibolo e impiccata immediatamente. La portarono davanti a un signore magro e leggermente calvo che sulla cravatta comprata confezionata portava una spilla e sul pollice peloso una fede d’oro. Anna credeva che quel funzionario diligente e poco remunerato della giustizia fosse un signore molto importante e molto ricco. In seguito capì che non era una persona malvagia. Le si rivolgeva con delicatezza e benevolenza e lei si abituò a lui, anzi lo trovava persino noioso perché le faceva tante domande».
La bellezza di queste pagine è tanto nella capacità di mostrare quanto in quella di alludere. Ciò che non vediamo è chiaro ed incisivo al pare di quel che vediamo. L’efficacia del mistero è nella sua sostanza ma anche ed altrettanto nella capacità di Kosztolányi di costruirlo. Narrazione che procede per particolari, in cui gli oggetti sulla scena contano quanto i protagonisti che li animano.
La pubblicazione anzi la ri-pubblicazione di Anna Édes fa parte di un progetto molto affascinante e che merita spazio e cura in libreria: volgere lo sguardo ad Est e portare in Italia le voci più interessanti di quel mondo. «Idealmente ci riferiamo al concetto geografico di Centro Europa dello storico polacco Oscar Halecki. Se riportassimo quei confini sulle carte attuali, considerando i paesi che hanno subito l'influenza di questa conformazione, i paesi di nostro interesse divengono quindi: Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Slovenia, Ungheria, Romania (Transilvania), Croazia, Serbia, Ucraina, Lituania, Bosnia Erzegovina» .
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venerdì 2 novembre 2018
Sándor Márai, Volevo tacere
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«Negli ultimi tempi i morti scrivono molto e tutte cose buone» disse Márai una volta a proposito delle pubblicazioni postume dei grandi scrittori ungheresi che lo avevano preceduto: Dezső Kosztolányi e Gyula Krúdy. Potremmo dire altrettanto di lui, perché da anni escono, uno dopo l'altro, i suoi bei libri in Italia, e prima ancora in Ungheria, dove dal 1948 in poi, data della sua emigrazione, vietò sia l'esecuzione teatrale sia la pubblicazione delle sue opere.
Diario di un esule per “scelta”. “Volevo tacere” di Sándor Márai
Autore: Andrea RényiMer, 31/10/2018 - 11:30
«Negli ultimi tempi i morti scrivono molto e tutte cose buone» disse Márai una volta a proposito delle pubblicazioni postume dei grandi scrittori ungheresi che lo avevano preceduto: Dezső Kosztolányi e Gyula Krúdy. Potremmo dire altrettanto di lui, perché da anni escono, uno dopo l'altro, i suoi bei libri in Italia, e prima ancora in Ungheria, dove dal 1948 in poi, data della sua emigrazione, vietò sia l'esecuzione teatrale sia la pubblicazione delle sue opere.
Márai, che alla nascita si chiamava márai Grosschmid Sándor Károly Henrik, ovvero qualcosa come Sándor Károly Henrik Grosschmid de Mára in italiano, si tolse la vita a San Diego in California il 22 febbraio 1989, all'età di 89 anni. Uno dei più tradotti scrittori ungheresi in italiano, era testimone di tutti i grandi eventi storici del Novecento ma non visse abbastanza per poter vedere la caduta del Muro di Berlino, e la fallace speranza che ne scaturì, dell'avvento di una società democratica nell'Ungheria. Dopo il regime autoritario di Miklós Horthy, reggente revisionista e filofascista d'Ungheria dal 1920 al 1944, e la successiva breve ma crudelissima parentesi nazista ungherese, nel 1948 l'Ungheria era di nuovo sotto dittatura, questa volta sovietica. In dittatura non si può parlare né tacere. Comunemente si dice che chi tace è complice, ma parlare apertamente, condurre un dialogo normale non è possibile. Con ogni probabilità quest'impotenza, questa impossibilità di comunicare spinsero Márai a lasciare per sempre l'Ungheria, una scelta particolarmente grave per uno scrittore, perché nell'esilio viene intaccato lo strumento principale d'espressione che è la lingua, e viene a mancare da sotto i piedi la terra di casa che è anche cultura e fonte d’ispirazione. «... so che non sarò mai in grado di scrivere una sola riga di valore in una lingua straniera – non tanto per mancanza di capacità, ma per la semplice ragione che fuori dall'atmosfera della sua lingua materna uno scrittore è un essere paralitico, uno storpio balbuziente...»
Márai, che con il suo antifascismo e anticomunismo è una figura pressoché unica fra i letterati ungheresi suoi contemporanei, sceglie l'esilio volontario, l'emigrazione, che secondo lui si divide in tre categorie: chi lascia la patria per stabilirsi all'estero, chi in patria sceglie l'emigrazione interna, il rifugio nell'estraneità, e chi da emigrato emigra dall'emigrazione nella solitudine. Lui ha vissuto le tre fasi e l'ultima non poteva che sfociare nella morte.

Le memorie, i diari di Márai dal titolo Confessioni di un borghese videro la luce in due volumi nel 1934 e nel 1935 (in italiano in un unico volume a cura di Marinella D'Alessandro, Adelphi, 2014), mentre Terra, terra!..., che doveva essere il terzo volume, fu pubblicato per la prima volta a Toronto nel 1972 (in italiano nel 2005 da Adelphi nella traduzione di Katinka Juhász), senza però i primi due capitoli che i lettori ungheresi hanno potuto prendere in mano per la prima volta soltanto nel 2013 in un volume autonomo dal titolo Volevo tacere, titolo scelto dall'editore ungherese (Helikon), perché l'autore non aveva lasciato indicazioni in merito.
Il testo nasce nei primi anni dell'emigrazione, fra il 1949 e il 1950, e arriva in Ungheria nel 1997 come parte del lascito di Márai.
«Volevo tacere. Ma il tempo mi ha chiamato e ho capito che non si poteva tacere. In seguito ho anche capito che il silenzio è una risposta, tanto quanto la parola e la scrittura. A volte non è neppure la meno rischiosa. Niente istiga alla violenza quanto un tacito dissenso.»
Iniziano con queste parole i due capitoli che ora formano un libro e costituiscono il bilancio del regime di Miklós Horthy, del suo “fascismo neobarocco”. Sullo sfondo Márai riepiloga la storia dell'Ungheria degli ultimi secoli, e ripercorre anche la strada che porta all'affermazione del fascismo e del nazismo. In particolare finiscono sotto la sua lente d'ingrandimento i dieci anni a partire dall'Anschluss, anche se la disamina parte da molto più lontano e focalizza soprattutto l'esistenza e il ruolo della borghesia, il ceto che fin dalla sua nascita è considerato depositario di progresso e cultura.
«Solo nell'Alta Ungheria e in Transilvania, nel complesso risparmiate dalla conquista turca [dal 1526 al 1686, NdR] poté svilupparsi un vero ceto borghese che costituiva anche una forza sociale nel senso occidentale del termine. […] La nazione uscì demoralizzata da quei centocinquant'anni: era rimasto il territorio, un popolo ungherese esiguo e decimato, erano rimasti i discendenti degli immigrati svevi, slavi, serbi, ed era rimasto un rifugio meraviglioso, la lingua ungherese. […] Me ne stavo seduto nel mio bello studio a Buda, e scrivevo in ungherese, ma per chi?... Allora non sapevo ancora che quel giorno [l'11 marzo 1938, quando le truppe di Hitler invasero l'Austria e la Germania proclamò l'annessione dell'Austria alla Germania – NdR] era iniziata la rovina degli ultimi quadri della cultura ungherese, di coloro che dopo il dominio turco – sia pure a intermittenza – l'avevano costruita e mantenuta in vita: era la rovina della borghesia ungherese.»

Perché l'autore è convinto che le dittature di qualsiasi colore non mirino a cancellare la classe borghese quale rappresentante una certa forza economica, bensì il suo intelletto, il suo ingegno.
Il libro è una resa dei conti con la Storia impregnata di forte senso della realtà, che a sua volta è supportata da solida moralità e da una preparazione non comune. Márai delinea altresì il ritratto di tre dei politici ungheresi più influenti della sua epoca che conosceva di persona: Pál Teleki, László Bárdossy e István Bethlen. Per qualche presumibile difetto di memoria la ricostruzione di alcuni episodi storici è imprecisa, ma le conclusioni sono sostanzialmente valide a distanza di molti decenni. L'autore è restio, non vorrebbe che il suo documento accusatorio finisca in mani straniere e rovini l'immagine dell'Ungheria custodita oltreconfine; questa esitazione non è altro che amor di patria, perché un vero patriota non idolatra la sua nazione, ma la vorrebbe senza difetti.
Al di là di una convincente visione storica, Márai dispone di capacità profetiche, a volte sa essere addirittura un vero e proprio vate, come in questo passaggio:
«Esistono ancora parecchie persone, perfino in posizioni di una certa responsabilità, convinte che una qualche forma di nazismo possa costruire un argine al bolscevismo.»

Qui fustiga il nazionalismo assurdo in un paese multietnico da secoli, parlando anche dell'Ungheria odierna:
«...saltava sempre fuori qualche spirito ipocrita e ottenebrato che negava a molti di noi, me compreso, il diritto a dirci ungheresi perché i nostri avi non erano giunti nel paese mille anni fa attraverso il valico di Verecke...»
Si sentiva giustamente nel diritto di parlare della storia ungherese,
«... perché sono ungherese, anche se i miei antenati sono immigrati dalla Germania trecento anni fa, ne ho il diritto perché sono nato ungherese, l'ungherese è la mia lingua materna, e tutti i miei sentimenti e il mio destino individuale mi legano all'Ungheria.»
Si può non essere d'accordo con tutte le tesi di Márai, si possono adottare altri approcci e arrivare in parte ad altre conclusioni, ma una ricostruzione veritiera e approfondita della Storia ungherese di quell'epoca dovrà sempre tenere in buon conto Volevo tacere, questa pregevole opera resa in italiano nella bella e ben curata traduzione di Laura Sgarioto.
martedì 16 ottobre 2018
Iván Mándy, Soprabito
SOPRABITO
IVÁN MÁNDY
Traduzione dall’ungherese di
Andrea Rényi
Titolo originale Kulikabát
Tratto da Budapesti legendák, Magvetö, Budapest, 1994.
La traduzione di Andrea Rényi ha vinto il 1° premio del concorso di Traduzione Letteraria dell’Accademia d’Ungheria di Roma, edizione 2007.
* * *
Iván Mándy (Budapest, 23 dicembre 1918 – Budapest, 6 ottobre 1995), scrittore ungherese insignito della massima onorificenza, il premio Kossuth, è autore di oltre 30 volumi tra romanzi, raccolte di novelle, sceneggiatore e attore cinematografico. Da suoi lavori furono tratte le sceneggiature di cinque opere cinematografiche.
* * *
- Desidera, signorina?
Un vecchio sorridente con i baffi bianchi stava davanti a Irénke sulla porta della bottega. Accanto a lui c’erano due manichini e dentro la bottega da una barra di ferro pendeva una lunga fila di abiti femminili colorati simile a un grazioso ponte allegramente sospeso.
Irénke trovava nel vecchio una figura familiare, come se avesse già parlato con lui altre volte. Non si meravigliava affatto che, scendendo le scale, l’avesse presa per un braccio e portata dentro la bottega. Continuava a sorridere, con il viso proteso verso quello di lei.
- Non la lascerei andare altrove. Qui, dal vecchio signor Blúz può trovare tutto. Sa che somiglia a mia figlia? Forse ha la sua corporatura, ma lei è un po’ più esile. Dunque, cosa desidera?
Irénke spiegava.
- Vorrei un soprabito, rosso. Sono stata già in tanti posti, in via Népszinház, nella Grotta del Drago. Da lì sono arrivata qui, in piazza Teleki.
- Come? Nella Grotta del Drago? – il signor Blúz aggrottava le sopraciglia spesse e grigie. – Nella Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich? Quelli vendono solo stracci e si fanno pagare caro, non si può dire che abbiano molti scrupoli. La moglie di Prokesch fa la soubrette, la soubrette… ci sarebbe molto da raccontare! Insomma è scappata di casa e lavora in un locale di infimo ordine. – Allora un soprabito? Rosso, naturalmente. Proviamone uno.
Entrò una donna alta, dai capelli neri. Lanciò un sorriso a Irénke e uscì. Un uomo basso e calvo stava passeggiando davanti al negozio in camicia bianca. Guardò un attimo dentro. Come una scimmia, pensò Irénke, ora si mette a saltellare. – Oh, ma questo é…
- Giallo – disse il signor Blúz. – E’ un soprabito giallo.
Irénke non si capacitava come mai avesse già il soprabito addosso. Stava davanti allo specchio nel soprabito giallo. Accanto a lei il signor Blúz, la donna con i capelli neri e l’ometto basso e calvo. Parlavano tutti ma Irénke sentiva solo Blúz.
- … e poveretta stava andando da Prokesch e Mattanowich! Per fortuna non da Sárdi, meno male proprio! Perché quello è pure scortese. – Si giri, per favore! – Come? Chi è Sárdi? Lo sappiamo benissimo. Era un semplice agente, è stato dentro per qualche affare sporco e dicono che durante la guerra abbia fatto la spia, l’informatore, ma io l’ho solo sentito dire, poi ha sposato una donna ricca e ora vuole ammazzare sua moglie, la sta facendo impazzire. Di notte la tira giù dal letto per farle preparare una frittata. Ha certe pretese, vere manie, perché torna a casa ubriaco.
Fecero fare una giravolta a Irénke, poi le fecero fare un passo di lato come in una strana danza. Nel frattempo lei pensava al suo fidanzato e al loro appuntamento alle sei davanti al cinema.
All’improvviso le strapparono via il soprabito giallo.
- Era stretto al collo – fece cenno Blúz con la testa. – Dico sempre quando c’è un problema, io non imbroglio nessuno. Ne proviamo un altro. Abbiamo tempo, non è vero? Allora questo rosso.
Girando di lato Irénke vide una vecchia. Stava seduta su una sedia da giardino dietro, accanto ai paltò, nell’angolo buio, vestita di nero. Risaltava solo il suo viso, e le due mani gialle poggiate sul bracciolo della sedia. Stava seduta in silenzio. Dietro di lei si avvertiva un lungo corridoio stretto pieno di manichini vecchi, logori e vestiti consunti. – Ed era tanto strano sentir venire da fuori una voce piena, allegra.
- Domani andiamo in piscina!
- Mio figlio va matto per il nuoto – disse Blúz. – Ha vinto anche un campionato scolastico. Io ormai gioco solo a scacchi, a scacchi e a domino. E a poker.
Irénke guardava ancora la vecchia. Come se gli altri non la vedessero nemmeno. Chiude un occhio e d’un tratto la bottega vola via con tutti quei capotti colorati e con il signor Blúz.
- E devo ancora comprare i biglietti!
- Come cara? – Blúz si sporgeva verso Irénke infilando una mano dietro sotto il soprabito.
La ragazza arrossì. Come ha potuto svelare la cosa dei biglietti? Ora però racconta al signor Blúz.
- Il mio fidanzato se la prende tanto comoda che persino i biglietti del cinema li devo comprare io. E’ un caro ragazzo, bravo, ma poltrone. E se è così ora come sarà più in là?
- Dipende tutto dall’educazione!
Era la donna con i capelli neri a parlare. Tirò leggermente avanti la manica del soprabito.
- Credo che sia largo. Gli uomini vanno educati.
Dietro sollevarono in due l’orlo del capotto, come se volessero gonfiare la ragazza per farla volare via. La donna con i capelli neri le passò la mano sul viso e quel tocco la fece sentire assonnata. Quasi non avvertiva che le stavano tenendo il braccio facendole fare delle giravolte. Come se stesse scivolando pian piano in una vasca d’acqua calda.
Il signor Blúz le sussurrava in un orecchio.
- Se fossi più giovane solo di dieci anni!
Irénke cominciava a ridere e d’un tratto aveva addosso la giacca di un completo verde con u foulard giallo sul collo.
- Ma non intendevo questo!
- Gliela stiamo facendo provare solo per la misura.
Da fuori si udiva un rumore simile al battito di lastre di latta. Qualcuno lanciò un grido verso l’interno.
- Signor Blúz, l’aspetto stasera da Szimplicsek!
Irénke allungò la mano verso il foulard, ma improvvisamente glielo strapparono via. Il signor Blúz la spogliò anche del completo. Lei aspettava che le mettessero addosso di nuovo qualcosa. Forse una mantellina leggera o un impermeabile, una giacca a vento, un turbante, e ancora uno scialle. – Le sembrava di stare sul trenino del luna park che passa sotto le gallerie e a ogni curva compaiono e scompaiono facce sempre diverse.
Blúz parlava.
- Che uomo gagliardo ero prima del matrimonio! Cominciavo il pomeriggio al café Szimplicsek. Mi aspettavano già i ragazzi. Biliardo fino a sera, poi ci trasferivamo alla Corona di Latta, una magnifica osteria in piazza Mátyás, nessun altro serve una grappa così buona. Alla fine la mia fidanzata mi trovava in una bettola di Józsefváros. E cosa pensa, cara signorina, cosa le dicevo? – Va a casa, mughetto mio, vattene luce dei miei occhi, testolina vuota, altrimenti ti tiro appresso qualcosa! - E si, facevo la bella vita, ma poi… - Fece un cenno con la mano.
Irénke aveva addosso di nuovo il soprabito rosso. La girarono e davanti a sé aveva l’uomo basso e calvo. Non riusciva quasi più a capire perché stessero parlando del suo fidanzato.
Il basso e calvo metteva le mani sulla vita della ragazza, poi le faceva scivolare più in alto. All’improvviso aggiustò una grinza sul cappotto.
- Ecco, forse questo andrà bene.
Girarono di nuovo Irénke. Lei sembrava smarrirsi in queste giravolte. Inclinava languida la testa in avanti, le braccia pendevano rigide ai lati. – Sopra di lei sulla barra di ferro cominciavano a dondolare lentamente gli abiti femminili colorati e da loro sporgevano dei fiori. Ma no, non erano fiori, bensì visi di donna che ridevano. Le sembrava di sentirle.
- Oh cara, cara…
Irénke scoppiò in una risata. Felice, come se nulla più la preoccupasse. La donna dai capelli neri la accarezzò. Come un vitellino obbediente piegò la testa nel palmo di lei.
- Cara signora…
Alzò lo sguardo e vide Csengö e Bengö, quei due simpatici personaggi di cui ha letto tante volte sulla rivista Aller. Da dove saranno arrivati? Csengö stava davanti a lei in un lungo mantello nero, con scarpe di lacca dalla punta schiacciata e il tracagnotto Bengö aveva un cappotto verde legato con lo spago.
Csengö e Bengö afferrarono le braccia della ragazza e le sollevarono. Fecero toccare le dita delle mani sopra la sua testa. Le cadde una ciocca davanti, sul viso, poi le sue ciocche si scomposero, ma la sensazione provocata non era affatto spiacevole.
Infine Csengö e Bengö la lasciarono andare. Uscirono muti come erano entrati.
- Sta provando un vestito dietro l’altro, ma non sa scegliere. Alla fine che vuole comprare?!
La voce era severa e Irénke si spaventò. – Un rosso, un rosso…
Il vecchio Blúz scuoteva la testa beffardo.
- Un rosso, un rosso … Ma se ce l’ha addosso già da tanto, cara signorina, il soprabito! Che bisogno c’è di provarlo tanto a lungo? Far perdere tempo agli altri!
- Come se non avessimo altro da fare – disse la donna con i capelli neri.
E il bassotto calvo:
- Comanda tutto intorno, mentre racconta la storia della sua vita.
- Ma io davvero no…
- Non ha nemmeno raccontato nulla, non è vero? – Le sopraciglia spesse del vecchio Blúz si contraevano davanti a Irénke come se da un momento all’altro volessero saltarle addosso. – Non ha forse menzionato il suo fidanzato? Che è un tipo pigro, grossolano, buono a nulla, incapace e solo Dio sa cos’altro. Le fa pure comprare i biglietti del cinema, anche al teatro vanno solo una volta al mese perché ama risparmiare quel caro spilorcio! Ci ha intrattenuto con questi racconti e ci ha persino chiesto dei consigli. Forse per il soprabito dobbiamo anche educare il suo fidanzato?
- Ognuna ha il fidanzato che si merita – disse la donna.
Circondarono Irénke in tre. Lei non riuscì neppure a muoversi. Il suo viso divenne rosso come un palloncino. Fece un gesto per posare il soprabito, ma Blúz le afferrò il braccio.
- Vuole toglierselo, restituirlo? Andarsene con tutto il comodo per comprare altrove! E noi possiamo esser contenti che una signorina di mondo si è degnata di parlare con noi, poveri, miseri bottegai senza il becco di un quattrino. Si è abbassata a rivolgerci la parola.
Il calvo mise le mani in tasca.
- Anche noi potremmo avere un negozio al Centro, di sicuro! Ma noi non vogliamo imbrogliare, abbindolare i clienti. E’ anche vero che non sappiamo lusingare, ammaliare. Diciamo pane al pane, vino al vino.
- Se vi ho offeso, se per caso vi avessi offeso … - balbettava la ragazza. Gettò uno sguardo all’indietro verso la vecchia e la voce le si strozzò in gola.
La vecchia pendeva gialla, immobile tra i vecchi cappotti come una lampadina su un filo sottile. Sembrava che volesse fare un cenno ai paltò, alle giacche, ai loden che avrebbero assalito Irénke.
Il signor Blúz alzò la mano.
- Vuole forse tornare alla Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich?! Prego, si accomodi!
Come per incanto i vestiti da donna presero a fluttuare sulla barra di ferro, i cappotti allungarono le loro maniche scure, i pantaloni allargarono le gambe. – Sembrava che volessero aggredire come mostri del sottosuolo.
Irénke si afflosciò all’indietro fra le braccia di Blúz. Il vecchio la prese sotto le ascelle e il piccolo calvo la afferrò per le gambe.
Blúz e suo figlio tennero la ragazza come se la volessero immergere in un fiume scuro. La alzarono un po’, poi la abbassarono dondolandola su e giù. D’un tratto la stesero completamente, poi la piegarono fino a farle toccare la fronte con il ginocchio.
Blúz e l’altro si scambiarono un’occhiata sopra il corpo ripiegato su se stesso. Lo allungarono per piegarlo di nuovo. Alla terza volta avevano in mano ormai solo un vestito da donna, un vestito da donna vuoto e penzolante.
Blúz, il vecchio Blúz gettò il vestito sull’attaccapanni come se fosse una pelle da far seccare, gli diede qualche colpetto e lo scaraventò sulla barra di ferro fra gli altri.
La vecchia si alzò piano dalla sedia da giardino come se le sue membra si sollevassero ognuna per conto suo, e disse:
- Chiudiamo.
(bibliomanie.it)
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giorno. In letteratura, nella Bibbia, nella scrittura, sono interessanti i dettagli. La trama in quanto tale è una novità. Basta vedere i romanzi americani di un tempo: Moby Dick è un libro corposo, i romanzi di Theodore Dreiser sono in due volumi. La brevità, il susseguirsi di dialoghi e descrizioni, è un’esigenza imposta agli autori da Hollywood. Una tendenza nuova rispetto alla scrittura. Una parte dei lettori lo gradisce molto certo, ma non è una peculiarità della narrativa, bensì della sceneggiatura.
Le divagazioni, i mondi interessanti che si spalancano uno dopo l’altro, servono a scacciare la noia del lettore?
Naturalmente capita di rado. Quando lavoravo a Párhuzamos történetek (“Storie parallele”), mi trasformavo in donna per settimane, assumevo una percezione femminile su molte cose. Contribuivano le ricerche, le letture, gli interrogatori che facevo a amiche e conoscenti femminili su determinati argomenti. Interrogatori dettagliati ai quali non erano mai state sottoposte prima, ai quali si sottraevano o rispondevano volentieri. Dopodiché ero io a dovermi immedesimare, dal parto alla penetrazione. E fino a un certo punto non era impossibile. Tuttavia erano insiti anche grandi errori. Per fortuna avevo delle lettrici che mi avvertivano se con la fantasia prendevo una direzione sbagliata e quindi immancabilmente maschile.




