giovedì 7 novembre 2019

ORBÁN, UN PRECURSORE DEL “BRAVE NEW WORLD” CHE POTREBBE ATTENDERCI

A proposito di “Orbán. Un despota in Europa” di Stefano Bottoni


«Come riesce un giovane ungherese di provincia a diventare il dominatore incontrastato della scena politica interna e uno degli uomini più discussi d’Europa? Perché trasforma l’Ungheria in un laboratorio illiberale? Come costruisce e rafforza il consenso interno al suo sistema? Quale partita geopolitica gioca stretto fra le alleanze continentali e le potenze globali? E non da ultimo: perché la democrazia liberale è implosa in Ungheria prima che altrove nell’Unione Europea?».
A queste ed altre domande risponde Orbán. Un despota in Europa (Salerno Editrice, 2019) un saggio accurato, analitico e allo stesso tempo sintetico, dello storico italo-ungherese Stefano Bottoni. Con un linguaggio fluido, trasparente, e scevro da ogni politichese, organizzato in nove capitoli, dotato di una ricca bibliografia e di una indispensabile e molto ben congegnata prefazione, il volume si sviluppa lungo il discorso complesso sul fallimento dell’occidentalizzazione politico-culturale della società ungherese. Ne tratta ogni singolo aspetto come per esempio il controllo sociale delle autorità locali, il ruolo di condottiero spirituale assunto da Orbán, l’interdipendenza della politica europea, la questione migratoria, quella dei rom, della massiccia emigrazione degli ungheresi, in particolare dei giovani, e del rapporto del potere con il mondo ebraico.
Assumendosi l’impopolare compito dell’Orbán-Versteher, «colui che lo critica senza sconti evitando condanne a prescindere», Bottoni ricostruisce la storia ungherese dalla caduta del Muro in poi, presenta il ritratto dell’uomo Viktor, descrive le sue trasformazioni «convinto che la sfida politica e culturale che il sistema Orbán rivolge al mainstream europeo richieda da parte dei suoi avversari uno sforzo di analisi che si sono fino ad ora risparmiati di avviare». Naturalmente il libro offre anche una panoramica degli avversari politici e le ragioni delle loro sconfitte: quadri che vengono trattati senza partigianerie e mistificazioni.
L’autore mette a fuoco la diversità di Orbán rispetto agli altri dissidenti dell’Est che agivano da testimonianza morale, mentre il leader magiaro puntava fin da subito alla conquista di un spazio egemone tramite attività razionali. Chiarisce il ruolo del sistema elettorale misto, maggioritario e proporzionale, che già ben prima dell’avvento del Nostro favoriva i partiti di maggioranza relativa. Sottolinea l’importanza del fattore tedesco e prende in esame il passaggio della politica di Orbán da filoatlantica a filorussa.
E narra la storia intrigante del suo sodalizio con Lajos Simicska, proprietario di un impero mediatico, e le conseguenze della fine della loro collaborazione gomito a gomito. Bottoni delinea tutti gli elementi e le circostanze che hanno contribuito, a partire dal 2010, a tre vittorie elettorali consecutive di Viktor Orbán. Successi e mantenimento dei voti dovuti in gran parte alla straordinaria coesione del gruppo dirigente e della base di Fidesz, il suo partito, che quindi ha permesso di porre fine all’imperfetta democrazia postcomunista e ha generato il sesto modello autoritario ungherese in appena un secolo, il cosiddetto NER, acronimo che in italiano sta per Sistema di cooperazione nazionale.
Stefano Bottoni, già autore di numerose pubblicazioni, è stato testimone diretto, oculare, del processo politico ungherese. Fino a qualche mese fa era anche membro dell’Accademia delle Scienze Ungherese, e quando il governo con un decreto mise sotto controllo l’attività, il budget e i temi di ricerca dell’Accademia, partecipò attivamente alle proteste, abbandonando l’Accademia per andare a insegnare Storia dell’Europa Orientale Firenze, quando si rese conto che le proteste non avrebbero portato frutti.
Con questo libro fornisce un contributo essenziale per la storiografia del modello Orbán, che propugna un’idea alternativa di Europa rendendosi l’avamposto della crisi della democrazia liberale. Sono questioni che ci riguardano molto da vicino, lo testimoniano queste parole pronunciate dal capo di governo ungherese pochi mesi fa: «Nel 1990 l’Europa era il nostro futuro, ora siamo noi il futuro dell’Europa».
Orbán. Un despota in Europa è l’analisi comparata del passato recente, il lucido racconto della nascita di un regime autocratico nel cuore della democrazia europea che credevamo inscalfibile; in poche parole un case study fondamentale non solo per comprendere che cosa è successo e sta succedendo in Ungheria, ma per acquisire consapevolezza dei limiti dei nostri sistemi politici, e per capire che potrebbe accadere anche altrove.
(Orbán. Un despota in Europa, Stefano Bottoni, Salerno Editrice, 2019, 304 pp., euro 19, articolo di Andrea Rényi)

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L'articolo su Flanerì

giovedì 10 ottobre 2019

IPOTESI DI UNA BIBLIOTECA UNGHERESE Ovvero cosa si perde il lettore italiano

IPOTESI DI UNA BIBLIOTECA UNGHERESE

Ovvero cosa si perde il lettore italiano

di  10 ottobre 2019
Copertina di Peter Nádas
L’ungherese è una lingua agglutinante, del sottogruppo ugrico delle lingue ugro-finniche; lingua madre di circa tredici milioni e mezzo di persone fra Ungheria e paesi confinanti: si tratta della lingua non indoeuropea più parlata in Europa. È ricca, capace di esprimere anche le sfumature più sottili, con una produzione secolare di eccellente letteratura e poesia, sorprendentemente versatile e musicale. Possiamo parlare di letteratura ungherese già nel Duecento, e risale al 1367 la fondazione della prima università ungherese a Pécs.
La curiosa storia della fortuna della letteratura ungherese in Italia richiederebbe uno studio a parte, e poiché esistono scritti approfonditi di validi specialisti sul tema, desidero mettere in risalto solo un criterio determinante nella scelta degli editori italiani: la disponibilità del libro che si intende far tradurre in italiano in qualche lingua veicolare. In caso contrario l’editore, solitamente non in grado di leggere in ungherese e nemmeno coadiuvato da un esperto in lingua e letteratura ungherese in casa, si deve affidare completamente a chi il libro glielo ha suggerito, e al traduttore, figure che a volte coincidono. Una preziosa eccezione è rappresentata dalle Edizioni Anfora perché Mónika Szilágyi, la direttrice editoriale, è una italo-ungherese esperta di quella letteratura.
Negli altri casi una ulteriore limitazione è rappresentata anche dalla stessa lingua veicolare perché si tratta prevalentemente del tedesco, mentre le traduzioni in inglese, francese o spagnolo sono decisamente meno numerose. Questa e altre difficoltà di cui non parlo qui per non tediare il gentile lettore, fanno sì che nelle librerie italiane ci siano sempre pochi titoli ungheresi. Ed è un vero peccato, perché la narrativa, la saggistica e la poesia ungheresi si vantano di una vasta serie di opere che il lettore italiano saprebbe ben apprezzare. Questo scritto desidera presentare, senza pretesa di completezza e, al contrario, tralasciando sicuramente molti libri ugualmente se non addirittura più meritevoli, alcuni titoli che potrebbero o addirittura dovrebbero trovare posto sugli scaffali delle librerie italiane. Una scelta arbitraria, l’ipotesi di una piccola biblioteca di autori contemporanei. Non includo opere classiche per motivi di spazio, anche se ce ne sarebbero numerose belle e molto interessanti, mondi che troverebbero sicuramente una buona accoglienza.
Fortunatamente ci sono autori ungheresi contemporanei o del secondo Novecento già ampiamente tradotti in italiano, fra questi il premio Nobel Imre Kertész, Sándor Márai, Magda Szabó, Péter Esterházy, e qualcosa anche di László Krasznahorkai, molto apprezzato all’estero e insignito del Man Booker Prize. Péter Nádas, in odore di Nobel da anni, aveva avuto un breve periodo luminoso con ben cinque opere nelle librerie italiane, scomparse però per sfortunate vicende editoriali. Nádas aspetta di essere riscoperto, la sua straordinaria scrittura è un bene dell’umanità, e spero ardentemente che insieme a tante sue opere un giorno sarà disponibile anche in italiano il suo indiscusso capolavoro monumentale del 2005, Párhuzamos történetek (Storie parallele).
Altre autrici e altri autori vivi e fortunati in patria, tradotti anche in più lingue, hanno visto la luce con uno o due titoli in Italia, come per esempio Zsuzsa Rakovszky, Noémi Szécsi, Edina Szvoren, Miklós Vámos, László Darvasi, György Konrád, György Dragomán, György Spiró, Ádám Bodor, Róbert Hász, Imre Oravecz e Attila Bartis (i nomi sono rigorosamente in ordine sparso), ma altri loro titoli aspettano pazientemente la traduzione italiana. Esiste poi un nutrito gruppo di autori mai approdati in Italia, che con una opportuna promozione (che purtroppo manca spesso quando si tratta di libri ungheresi) potrebbe facilmente conquistare i lettori italiani.
Nessuno dei bei romanzi di Pál Závada ha trovato ancora la strada per l’Italia, eppure quest’autore piuttosto prolifico è una garanzia di temi impegnati, qualità letteraria e godibilità, e quindi di successo anche commerciale, in Ungheria. Il suo romanzo Hajó a ködben (Nave nella nebbia), che narra la storia in parte fedele in parte fittizia delle Industrie Manfréd Weisz, il più grande impero industriale ungherese prima della Seconda guerra mondiale, è uscito da poco, ed è già ai primi posti nelle classifiche, come d’altronde era accaduto anche con diversi suoi titoli precedenti. Un impero posseduto da una cinquantina di persone, per lo più ebrei convertiti al cattolicesimo, che nel 1944 fra accordi con gli occupanti nazisti tedeschi tentano di sopravvivere.
Copertina di La pallottola che uccide Puskin di Péterfy
Dopo Halál Budán (Morte a Buda), romanzo a forti tinte sulla storia di Michele d’Aste, il barone italiano morto durante l’assedio e la liberazione di Buda dai turchi nel 1686 all’età di trent’anni; dopo Kitömött barbár (Il barbaro impagliato), che vede protagonista Angelo Soliman, il primo Venerabile africanoGergely Péterfy è di nuovo nelle classifiche magiare con il suo A golyó, ami megölte Puskint (La pallottola che uccise Puškin), la cronaca di un amore fuori dal comune. Anche Péterfy è un romanziere di grande talento, capace di creare un amalgama affascinante fra Storia e fantasia.
Ferenc Barnás non è particolarmente prolifico, passano anni fra una sua pubblicazione e l’altra. Il suo A kilencedik (Il nono), tradotto in inglese e tedesco, presta la voce a chi non ce l’ha, a chi vive in miseria. In questo caso in pieno socialismo, nel 1968. Un ritratto indimenticabile della povertà come condizione umana.
Prima di proseguire con la presentazione di altri titoli, vorrei fare un breve cenno alla ricchissima letteratura ungherese per l’infanzia. Una miniera inesauribile, che coltiva degnamente l’eredità dei Ragazzi di via Pál di Ferenc MolnárFra i tanti autori validi faccio solo due nomi, quelli di Judit Berg e di Dániel Varró, che da molti anni coltivano il genere con ottimi risultati, anche grazie alle illustrazioni, un campo in cui l’Ungheria è alla avanguardia.
Anche le novelle occupano uno spazio molto importante nella letteratura ungherese. Fra i tanti che coltivano questo genere una dei migliori è Krisztina Tóth, poetessa e autrice anche di libri per bambini. Da tempo fra i protagonisti dello scenario letterario nazionale, le sue raccolte sono sempre molto apprezzate dalla critica e dal pubblico. Quest’anno è uscito Fehér farkas (Lupo bianco), un volume di storie catartiche, istanti rubati alla quotidianità che riflettono sul presente politico e sociale.
Fin qui si è parlato di autori di prima fila con una ricca produzione e quotati anche al di fuori dei confini nazionali perché tradotti almeno in tedesco, qualcuno persino in più lingue. Tuttavia vale la pena dare un’occhiata anche all’esordiente Dénes Krusovszky, un caso letterario con il suo Akik már nem leszünk sosem (Quelli che non saremo mai più) con una trama che attraversa generazioni e confini. Un uomo muore in un incidente stradale ad Iowa City nel 1990. Dopo una lite un giovane riparte da Budapest per la sua città natale nel 2013. In una casa di cura nel 1986 un infermiere registra le confessioni di un malato. Nel 1956 una manifestazione a favore della rivoluzione in una città di provincia si trasforma all’improvviso in un pogrom. Nell’estate del 2013 una notte di nozze subisce una svolta inaspettata. Nel 2017 queste tessere compongono un mosaico inconsueto.
A proposito di esordienti: nel 2001 una piccola casa editrice specializzata in letteratura ebraica ungherese pubblica il primo romanzo di Álmatlanság (Insonnia) di Lea Polgár, in seguito tradotto in tedesco, che è una ricostruzione plastica, quasi cinematografica dell’assimilazione degli ebrei ungheresi fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento attraverso una storia d’amore, offrendo una panoramica di quella società che pochi decenni più tardi in gran parte fece una tragica fine. Quegli ebrei assimilati formavano quasi interamente la borghesia e l’intellighenzia ungherese.
Copertina di Ripityom di Vaijda
In conclusione desidero segnalare qualche titolo sparso: non sono bestseller e gli autori non sono fra i più acclamati, ma la loro lettura non solo arricchisce e intrattiene, ma avvicina anche molto alla comprensione dell’Ungheria e della Mitteleuropa in determinanti periodi storici. Il primo è Ripityom di Pierre Vajda, la biografia molto ben raccontata di uno dei più grandi attori teatrali e cinematografici magiari, Pál Jávor, il Clarke Gable nostrano, e il sottofondo è la società e la storia dal primo Novecento fino agli anni Cinquanta. Un tipico destino magiaro, con il titolo onomatopeico che simboleggia il ballo estenuante fino allo svenimento, e anche fare qualcosa o qualcuno a pezzi. Balatoni nyaraló (Casa di villeggiatura al Balaton) di Rudolf Ungváry narra invece le vicende intorno a una casa di villeggiatura di borghesi cattolici in collina sopra il lago dall’Ottocento in poi, con figure fittizie e altre realmente esistite. Una docufiction ben riuscita, pronta anche per essere portata sugli schermi.
Csengőfrász (Shock da campanello) di Dániel Cserhalmi inquadra gli anni del terrore comunista, i primi anni Cinquanta, quando il suono del campanello di casa allarmava tutti, perché poteva essere la polizia politica, con conseguenze anche tragiche.
Amerigo Tot di Péter Nemes narra la vita avventurosa e in gran parte trascorsa in Italia, dello scultore ungherese Amerigo Tot, partigiano della Brigata Garibaldi, amico di Guttuso, Moravia, Morricone, uomo al centro della vita artistica di Roma con atelier in via Margutta, e anche attore cinematografico.
Budapesti Barokk (Barocco di Budapest) di Mihály Dés, prematuramente scomparso un paio d’anni fa, è un vertiginoso carnevale dolceamaro nella capitale magiara di fine Novecento.
Infine segnalo un libro esile nato negli anni Ottanta, ristampato di recente e tradotto in più lingue, dalla penna di un grande traduttore, redattore e lessicografo morto di recente.  A boldogtalan sorsú Rudolf trónörökös (Rodolfo, l’erede al trono dal destino infelice) di István Bart narra i fatti di Mayerling senza edulcorare nulla e nessuno, meno che mai i due tragici amanti, in modo convincente nei contenuti e nello stile.
Altri titoli e altri autori potrebbero ancora menzionati ma forse il lettore si è già convinto che la letteratura ungherese merita attenzione. Perché questa conclusione era lo scopo di questo scritto al contempo corto e lungo.

Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn

Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn

Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn«Sono un devoto, di più, un fanatico della memoria degli sconfitti e rivendico con tutte le mie forze la dignità della disfatta» è il filo conduttore lungo il quale si dipana la narrazione storica e culturale d'Israele a cavallo fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, vista con gli occhi di un giovane ebreo polacco che in Israele da adolescente diventa adulto.
L'antisemitismo non è mai stato estirpato nell'Europa dell'Est, neppure l'immane tragedia della Shoah lo ha cancellato, lo ha solo ammutolito per una manciata di anni. In Polonia il pogrom uccide di nuovo già nel 1946, e i moti studenteschi del 1968 lo risvegliano dal letargo: alcuni leader sono di origine ebrea, in generale gli ebrei sono ritenuti sionisti e revisionisti, e la rinata campagna antisemita costringe circa quindicimila ebrei polacchi a emigrare. Fra loro lascia la terra natale la famiglia Goldkorn, comunisti sionisti che scelgono Israele, un Paese giovane che sta vivendo l'euforia delle conquiste della guerra dei sei giorni dell'anno prima. Questo è il punto di partenza del libro decontestualizzato e caleidoscopico di Wlodek Goldkorn, scrittore e giornalista multilingue, autore già di un romanzo italiano di grande successo, Il bambino nella neve, di cui L'asino del Messia (Feltrinelli) è il seguito ideale.
Approdato sedicenne nella terra promessa, per Włodzimierz, Vladimir in polacco in onore di Lenin, e aspirante Asher (Felice) divenuto subito cittadino d'Israele, inizia il confronto fra aspettative e realtà, ossia fra il deserto simbolo della speranza, dell'ideale sionista e della patria nuova per gli ebrei dell'Europa Orientale, e i boschi della madrepatria che ricordano la persecuzione degli ebrei perché lì cercavano rifugio e lì venivano catturati. Un ebreo della diaspora che porta con sé lo yiddish, che chiama “la lingua assassinata” perché in Israele considerata la lingua di una cultura legata a un passato tragico, di zombie che «minacciavano di contagiare i ragazzi che a piedi nudi calpestavano la terra su cui costruire una patria nuova e sanissima».
Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn
La famiglia Goldkorn subisce il declassamento in sorte agli emigrati che vengono da condizioni elitarie, e il tipico capovolgimento dei ruoli: i figli si inseriscono più rapidamente e più facilmente nella nuova vita e nella nuova lingua, e diventano loro il sostegno dei genitori. Dopo l'entusiasmo iniziale seguono anni di disillusione, Israele perde la verginità e l'autore racconta la storia del conflitto arabo-israeliano senza infingimenti. Tuttavia l'amore per Israele resiste, semmai la fede nel sionismo subisce qualche smacco. E rimane la passione per le due lingue dell'ebraismo con le rispettive letterature cui in questo libro Wlodek Goldkorn erige un affascinante monumento. Dozzine di pagine offrono saggi della migliore letteratura yiddish altrimenti poco accessibile, e l'autore avvicina autori israeliani già ben noti che però presenta in forma inedita. Ho trovato molto curiosa e illuminante la vicenda di Siakh lokhamim, la conversazione dei combattenti, di Amos Oz, per citarne una.
Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn
L'asino del Messia risulta un libro raffinatamente inafferrabile fin quasi all'ultimo. Mi spiego meglio: sono tutte limpide e perfettamente comprensibili le tante storie che lo compongono a partire della molto ben riuscita narrazione di un sogno (raccontare i sogni è una delle imprese più difficili in letteratura) al viaggio in Polonia. Ognuna ha un capo e una coda e il lettore può gustarle come aneddoti o stralci di un libro di Storia o di sociologia, con una sempre discreta presenza autobiografica. Tutto molto scorrevole, anche le tragedie pur commovendo conservano una certa nobile serenità e superiorità, e il giudizio di condanna, laddove è presente, non si trasforma mai in rabbia, eppure i motivi non mancherebbero.
Leggendolo si impara tanto, è una delle non molte letture che ampliano davvero l'orizzonte del lettore senza usare toni accademici, tuttavia fino alla scoperta del significato del titolo e all'episodio che porta Wlodek Goldkorn sulla tomba di Ben Gurion non provavo la sensazione di un solido insieme filosofico e spirituale. Dopo sì, L'asino del Messia è un'opera perfettamente compiuta. Non voglio rovinare le bellissime sorprese con uno scialbo riassunto di quello che attende il lettore, anticipo solo un dettaglio non indifferente: fra i tanti personaggi seducenti che popolano le pagine del libro c'è anche l'amico paterno dell'autore, Zygmunt Bauman, e uno dei più grandi della Resistenza ebraica, Marek Edelman. Per me anche solo per loro due il libro meriterebbe la massima considerazione, figurarsi il resto.
L'originale dell'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 10 luglio 2019

Che cos’è la traduzione secondo Vladimir Nabokov

«Chi desidera tradurre in un'altra lingua un capolavoro letterario, ha un unico dovere da rispettare: riprodurre con assoluta esattezza l'intero testo, e nient'altro che il testo. Il termine “traduzione letterale” è tautologico dal momento che qualsiasi altra cosa non è una vera traduzione ma un'imitazione, un adattamento o una parodia.»

L'attività di Vladimir Nabokov, autore che ritengo superfluo presentare, si dispiegava in tre ambiti: scrittura, entomologia e traduzione. Nella collana fondata da Emilio Mattioli che tanta cura e attenzione aveva dedicato alle questioni riguardanti la traduzione, curata ora da Antonio Lavieri, docente universitario traduttologo e traduttore lui stesso, Mucchi Editore ha appena pubblicato la raccolta dei testi inglesi (tradotti in italiano), in cui Vladimir Nabokov dispiega le sue teorie sulla traduzione. Il volume riunisce per la prima volta gli otto testi di Nabokov, e comprende anche l'articolo del critico letterario americano Edmund Wilson, imprescindibile per comprendere la risposta del nostro autore. Il titolo Traduzioni pericolose si riferisce probabilmente al clamore suscitato dalle idee di Nabokov, e alla fine dell'amicizia fra lui e Wilson a causa delle loro divergenze di vedute (e non solo), esplose intorno alla traduzione di Onegin. Il volume è curato dalla traduttrice e ricercatrice Chiara Montini, docente di letteratura francese e studiosa di genetica testuale, multilinguismo e traduzione. Chiara Montini è anche l'autrice della lineare e imprescindibile introduzione ai testi nabovokiani che permette al lettore di orientarsi fra gli articoli esponendone le premesse e offrendone un preciso sommario.
  
Vladimir Nabokov vaticinava di entrare nel Gotha dei letterati immortali con due opere: Lolita e la sua traduzione di Eugenio Onegin di Puškin. Con due storie di abusi quindi, la prima su una minorenne, la seconda in quanto la traduzione in sé è considerata un abuso sul testo originale. Lolita oggi è reputato uno dei capolavori della letteratura mondiale, mentre la traduzione di Eugenio Onegin (in seguito EO) seppure periodicamente ripubblicata, è ritenuta ormai solo un testo di interesse culturale e di studio.
Trilingue – inglese, russo e francese – si può dire dalla nascita, Nabokov inizia a tradurre all'età di sette anni. Traduce Colas Breugnon di Romain Rolland, Alice in Wonderland di Lewis Carroll, poeti francesi e inglesi fra i più grandi, tutto in russo, come anche i suoi primi romanzi e racconti nascono in russo sotto lo pseudonimo di Vladimir Sirin. Comincia a tradurre dal russo all'inglese nel 1940 quando, approdato in America, inizia a insegnare letteratura all'università e le traduzioni già disponibili di certi classici russi non lo soddisfano. EO sarà la sua ultima traduzione, di cui la prima edizione uscirà nel 1964, la seconda, da lui riveduta, undici anni più tardi, nel 1975. In seguito collaborerà solo alla traduzione delle proprie opere con traduttori selezionati, rigorosamente di sesso maschile, perché «sono dichiaratamente omosessuale in materia di traduttori».
Che cos’è la traduzione secondo Vladimir Nabokov
Nabokov affronta EO riesumando il principio della letteralità, della assoluta fedeltà al testo, che per la traduttologia moderna palesa il fallimento del traduttore, e per giunta richiede note in abbondanza. Ne scaturisce un'opera di un’inaudita voluminosità: quattro volumi, millecinquecento pagine che nega la “scorrevolezza”, criterio oggi fondamentale, e aborrisce la teoria diffusa, secondo la quale una buona traduzione è quella che non presenta le tracce del trapianto da una lingua all'altra. «Non ha tutti i torti Wilson quando afferma che nella sua traduzione di EO, Nabokov impedisce a se stesso “di dare libero sfogo alle sue capacità”», asserisce difatti Chiara Montini nella sua Prefazione. Dalla grande varietà di temi toccati provo a estrapolare qualche cenno andando di capitolo in capitolo. Il primo riporta L'arte della traduzione. Testi e poesie del 1941, e ne cito un passaggio che ho trovato particolarmente indicativo sulla figura del traduttore auspicata dal nostro Nabokov.
«A parte gli emeriti imbroglioni, i benevoli imbecilli e i poeti impotenti, esistono, grossomodo, tre tipi di traduttori. Questo non ha nulla a che vedere con le mie tre categorie del male – ignoranza, omissione, adattamento – anche se chiunque rientri in una delle tre tipologie può commettere errori simili. I tre tipi sono: lo studioso che desidera ardentemente che il mondo possa apprezzare quanto lui le opere di un ignoto genio; la scribacchina dalle buone intenzioni; e lo scrittore professionista che si rilassa in compagnia di un confratello straniero. Possiamo dedurre ora i requisiti che deve possedere un traduttore per poter fornire una versione ideale di un capolavoro straniero. Prima di tutto, deve avere altrettanto talento dell'autore che sceglie, o per lo meno lo stesso tipo di talento dell'autore che sceglie... Come secondo requisito, occorre una conoscenza perfetta delle due nazioni e delle due lingue e una dimestichezza perfetta dei dettagli che si riferiscono al comportamento e ai metodi del suo autore anche al contesto sociale delle parole, ai loro usi, alla storia e alle associazioni con l'epoca. E questo ci porta al terzo punto: oltre al genio e alla conoscenza il traduttore deve possedere il dono dell'imitazione ed essere capace di recitare, per così dire, la parte del vero autore impersonandone i vezzi di comportamento e di linguaggio, i modi di fare e i pensieri, con il massimo grado di verosimiglianza.»


Questo capitolo comprende anche i versi ironici, impietosi, eppure non privi di sensibilità, ai quali Nabokov dà il titolo Pietà per il grigio traduttore, scritti nel 1952.
Molto ingegnosa la sua metafora della traduzione come movimento a V: «giù per uno stelo e su per un altro. Questa è vera traduzione.» Il vero traduttore «dovrebbe ricevere somme principesche per il suo lavoro. Svarioni e cantonate dovrebbero essere puniti con multe salate; riaggiustamenti e omissioni coi ceppi.»
Il secondo capitolo si occupa dei problemi di traduzione dell'Onegin in inglese ed esordisce con la pertinente, splendida poesia tradotta da Enzo Siciliano per il volume Poesie pubblicato nel 1962 per Il Saggiatore. Anche in questo testo, scritto nel 1954 e pubblicato per la prima volta nel 1955, Nabokov esprime la sua totale disapprovazione della cosiddetta “scorrevolezza” come pregio di una traduzione. La sua idea di onestà nel tradurre EO prevede una traduzione non in rima, perché impossibile, corredata però con note esaustive e il senso assolutamente letterale del poema. Espone il minuzioso elenco dei problemi incontrati, andando a fondo in ogni anche trascurabile dettaglio.
Il terzo testo del volume è la prefazione a A Hero of Our Time.
«Il lettore inglese dovrebbe essere consapevole che lo stile della prosa di Lermontov in russo è inelegante, è secco e scialbo, è lo strumento di un giovane energico, incredibilmente dotato, veementemente onesto, ma inequivocabilmente inesperto. Il traduttore deve restituirlo fedelmente, per quanto possa essere tentato di compensare le mancanze ed eliminare le ridondanze.»

Il cammino servile. Ancora sulla traduzione di Onegin in inglese a lavoro concluso è il titolo del quarto capitolo, mentre il quinto, del 1964, si intitola Smartellando il clavicordo ed è la bocciatura della traduzione di EO da parte di Walter Arndt. Sono pagine e pagine di meticolose contestazioni di una traduzione acclamata dalla critica e vincitrice della metà del premio di traduzione Bollingen a Yale nel 1963. Nabokov la giudica invece il prodotto di ignoranza e presunzione.
Il sesto testo è Prefazione a Eugene Onegin, del 1964, il settimo è l'articolo del 1966 intitolato Risposta ai miei critici. Nabokov non ha mai reagito alle recensioni, positive o negative che fossero, dei suoi romanzi. «Se invece le critiche ostili non si rivolgono a quegli atti di fantasia, ma a un'opera di riferimento concreta come la mia traduzione annotata di EO, allora entrano in gioco altre considerazioni. Contrariamente ai miei romanzi, EO possiede un risvolto etico, elementi morali e umani. Riflette l'onestà o la disonestà, l'abilità o la negligenza di chi l'ha compilato. Se mi viene dato del cattivo poeta, sorrido; ma se invece mi viene dato dello studioso mediocre, allungo il braccio verso il mio dizionario più grosso.»

LEGGI ANCHE – I più grandi capolavori del XX secolo secondo Vladimir Nabokov


L'articolo è una riposta molto articolata e piuttosto polemica a Lo strano caso di Puškin e Nabokov di Edmund Wilson, apparso su «The New York Reviews of Books» nel 1965, che nel nostro libro è riportato in appendice. Uno dei più importanti critici letterari americani, Wilson era stato il mentore di Nabokov al suo arrivo negli Stati Uniti, e i due per un quarto di secolo avevano coltivato un'amicizia che si può definire stretta. Tuttavia, per motivi indipendenti dalla traduzione di EO, covava già della brace sotto la cenere. Lo scambio che non risparmia colpi anche bassi segna la fine dell'amicizia, come racconta Alex Beam in The Feud. Vladimir Nabokov, Edmund Wilson, and the End of a Beautiful Friendship (Pantheon Books, 2016).
L'ultimo, l'ottavo articolo, Sull'adattamento, del 1969, verte sulla traduzione letterale di una bella poesia di Mandelštam, pubblicata in una raccolta di Olga Carlisle Poets on Street Corners.


Questa pubblicazione rivolta principalmente a chi si occupa di traduttologia, aggiunge documenti fondamentali tradotti in italiano per la prima volta sui principi e sui sistemi che hanno guidato Vladimir Nabokov nelle sue traduzioni. Rappresentano un certo interesse anche per chi voglia solo integrare il quadro del Nabokov scrittore, perché in essi lui dà voce ai suoi gusti letterari spesso sorprendenti, e perché i suoi testi offrono un ricco contributo alla conoscenza della letteratura e della scrittura in generale.
L'articolo su SUL ROMANZO

lunedì 24 giugno 2019

LA SIBERIA E IL DESTINO FEMMINILE “Zuleika apre gli occhi” di Guzel’ Jachina

«Questo romanzo appartiene a un tipo di letteratura che credevamo irrimediabilmente perduto con il crollo dell’URSS. In epoca sovietica potevamo contare, infatti, su una nutrita pleiade di scrittori dalla doppia cultura, scrittori figli di una delle tante minoranze etniche dell’impero, ma che sceglievano di scrivere in russo». Inizia con queste parole la prefazione di Ljudmila Ulickaja al romanzo Zuleika apre gli occhi (Salani, 2017), opera prima della quarantaduenne scrittrice tatara Guzel’ Jachina che però mostra una maturità non certo da esordiente in questo libro voluminoso, molto composito, e impossibile da dimenticare.
Sì, in epoca sovietica la lingua russa ospitava molti autori non russi che oltre ad essere grandi scrittori padroneggiavano anche la lingua alla perfezione, come il kirghiso Ajtmatov, o i kazaki Kim e Sulejmenov. Il russo era anche la lingua veicolare che permetteva l’accesso alle opere di quegli scrittori sovietici non russi che preferivano scrivere nella loro lingua madre, come il georgiano Otar Chiladze, ma potevano raggiungere il meritato successo internazionale solo tramite la traduzione russa dei loro libri. Con il crollo dell’Unione Sovietica questo patrimonio si è disperso, grande quindi è la gioia di poter sconfinare di nuovo in un’altra cultura di quell’area, stavolta tatara, con Zuleika apre gli occhiopera pluripremiata e molto apprezzata non solo dalla Ulickaja ma anche da un altro grande contemporaneo noto anche in Italia come Evgenij Vodolazkin.
La trama tocca punti così estremi da sfiorare l’incredibile, ma sappiamo che la dittatura staliniana andava anche ben oltre. Finita nell’elenco dei kulaki, i contadini possidenti, nel 1930 Zuleika viene deportata come una delinquente qualsiasi. Dopo un viaggio durato sei mesi in un vagone bestiame arriva in Siberia dove partorisce, in condizioni inenarrabili, il figlio concepito prima della deportazione. Lo tira su nella taiga, trova se stessa, e trova persino l’amore nella persona del comandante russo che aveva assassinato suo marito. Sembra fiction, eppure la storia poggia su basi solide: è la ricostruzione della deportazione della nonna dell’autrice che elabora quindi insieme una tragedia familiare e una storica, in  uno dei capitoli più vergognosi della storia russa. Il romanzo unisce l’avventura alla quiete narrazione tipica dei grandi classici, ricca di colori, odori, suoni e sfumature sentimentali. Un’opera profonda ed estesa, un caleidoscopio di figure tipiche che rappresentano la società sovietica di un’epoca tragica; un grande romanzo in senso lato, di cui alcune parti potrebbero vivere anche vita autonoma. Il primo capitolo, Un giorno, per fare un esempio: è il quadro della vita quotidiana di una donna tatara qualsiasi, definita all’interno dei recinti costituti dal focolaio e dalla parete della stanza riservata alle donne nella società patriarcale.
Il titolo, Zuleika apre gli occhi, ricorre cinque volte nel corso del romanzo, per contrassegnare le cinque fasi principali della vita della protagonista, che si riscatta con molta sofferenza e con coraggio estremo, tirati fuori non per scelta ma per necessità. Il libro vanta una ricca selezione di allegorie, simboli, parafrasi e episodi surreali. In qualche caso proprio questi ultimi li ho trovati straripanti ed è l’unica nota critica che mi permetto di muovere al libro. Ho trovato straordinaria invece la parafrasi di Il Verbo degli uccelli del mistico e poeta sufipersiano Farid Al-Din ’Attar (morto nel 1221), uno dei capolavori della letteratura persiana, che viene inserita in vari punti della trama, principalmente sotto forma di una favola che Zuleika racconta al figlio. Un’allegoria di una bellezza travolgente, così come il sottinteso inno alla gioia per la vita, una fede nella luce che illumina l’oscurità, una forte impronta positiva che impregnano anche le pagine più tragiche, fino a riuscire a renderle addirittura luminose. Il raro dono di raccontare la tragedia senza deprimere, di insegnare la Storia senza saccenteria.
L’aspetto che colpisce di più nello stile narrativo di Guzel’ Jachina è la plasticità della tecnica cinematografica, la capacità di far vedere e non solo di far leggere. Allevia la fatica del lettore offrendogli solo piacere. È anche merito dell’eccellente lavoro di Claudia Zonghetti, pluripremiata traduttrice di molti autori russi del calibro di Tolstoj, Dostoevskij, Grossman, Bulgakov e Politkovskaja. Solo forse l’autore conosce il proprio testo meglio del suo traduttore che vive in simbiosi con esso anche per molti mesi. In più, il traduttore è anche un appassionato e profondo conoscitore della letteratura che traduce, quindi fonte preziosa di riflessioni, aneddoti, informazioni e suggerimenti. Approfitto dunque della disponibilità di Claudia Zonghetti per passarle la parola, pregandola di parlarci liberamente di Zuleika apre gli occhi e della letteratura delle etnie non russofone della Russia.
Zuleika e le altre:Zuleika apre gli occhi non è solo e soltanto un romanzo (necessario) sulla collettivizzazione forzata e la deportazione di interi popoli (argomenti di cui poco o nulla si sa e si legge, in Italia), e nemmeno è solamente la storia (straordinaria) di una donna fragile con un carico di sofferenze e prove che pochi riuscirebbero a sopportare. Zuleika apre gli occhi è un esempio misurato e straordinario di come la Storia entra nella storia, ma in una combinazione talmente intensa e insieme rarefatta, che in certi punti il confine tra realtà e fantastico è labilissimo (quando non viene proprio scavalcato del tutto), e ci si ritrova immersi in una situazione fuori del tempo, fra antichi usi e strazi moderni, fra personaggi realissimi da un lato e figure al limite della stilizzazione dall’altro (che da tanta stilizzazione, però, traggono la propria poderosa forza evocativa).
È vero, sì: Zuleika è una storia scritta come raramente capita. Precise ma asciutte, le descrizioni accompagnano chi legge in una realtà altra (nel tempo e nello spazio) senza nulla concedere all’esotismo da cartolina, e la narrazione è talmente intima da ricordare la voce calda e profonda dei “fuori campo” dei vecchi film epici. Ha scritto un critico russo che «leggendo di Zuleika che accarezza il naso di un puledro, subito si ha la percezione fisicadella sua mano ruvida e del velluto del manto dell’animale; se Zuleika ha freddo, il riflesso pavloviano del lettore è di rannicchiarsi sotto il plaid; se ha paura, viene fatto di controllare con la coda dell’occhio se c’è qualcuno, alle nostre spalle». Quella di Guzel’ Jachina, insomma, è una scrittura che il romanzo storico non aveva mai conosciuto prima: fresca nonostante l’argomento rovente, agile nonostante il piombo degli eventi narrati, visiva, cinematografica quasi (e dalla cinematografia viene infatti l’autrice), che offre con una leggerezza quasi straniante, a volte, l’orrore di ciò che accade.
Negli ultimi anni ho tradotto con grande curiosità tre romanzi di tre scrittrici profondamente radicate nella loro cultura di origine, ma che hanno guardato alle proprie storie scegliendo il filtro di una lingua “altra”, pur se altrettanto propria. Se per Guzel’ Jachina il tataro era la lingua dei nonni e che con i nonni è scomparsa o quasi, nel caso di Alisa Ganieva (La montagna in festa, la Nuova frontiera), cresciuta in Dagestan, e di Narine Abgarjan (E dal cielo caddero tre mele, Francesco Brioschi editore), armena, entrambe perfettamente bilingui, la scelta del tramite si poneva eccome.
Entrambe hanno usato il russo per dar voce ai propri personaggi, ma entrambe hanno colorato le pagine con innesti dell’altra loro lingua, imponendoci (per fortuna) di aprire gli occhi e le orecchie a lettere e suoni nuovi. Lo stesso, del resto, ha fatto Guzel’ Jachina, che per Zuleika ha attinto a piene mani agli etnoculturemi turco-tatari e al folclore locale.
E di folclore, cibo, spiriti e spiritelli, storie quasi dimenticate, abiti e arredi-madeleine sono piene le pagine di tutti e tre i romanzi, diversissimi fra loro (si spazia dal tema spinosissimo del nuovo Islam caucasico di Alisa Ganieva, alla dekulakizzazione di Guzel’ Jachina, alle catastrofi naturali e umane dell’Armenia di Narine Abgarjan), ma altrettanto uniti da una fortissima volontà di rinascita, di commistione, di mescolanza nel rispetto del diverso e, soprattutto, dal desiderio di conoscenza dell’altro da sé, che del diverso allontana la paura. E il compito della letteratura, del resto, è da sempre questo.

(Guzel’ Jachina, Zuleika apre gli occhi, trad. di Claudia Zonghetti, Salani, 2017, pp. 504, euro 19,90, articolo di Andrea Rényi)

L'articolo sul sito di Flanerì

lunedì 17 giugno 2019

Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann

Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel KehlmannQuando leggo qualcosa di veramente buono provo a immaginare cosa ne sarà fra cinquant’anni. Non lo saprò mai perché fra cinquant'anni io non ci sarò, ma molti dei lettori di Kehlmann sì, e con loro voglio fare una scommessa. Scommetto che Kehlmann sarà un autore letto e apprezzato anche nella seconda metà del nostro secolo, e soprattutto per questo libro. Credo che La misura del mondo, e forse qualcos'altro che Kehlmann scriverà dopoTyll (Feltrinelli)accompagneranno più generazioni, ma Tyll sarà anche studiato per l'ingegnosa commistione fra storia e fantasia, e sarà considerato come un caso di scuola della letteratura. Naturalmente contribuisce l'arte della scrittura di cui l'autore austro-tedesco è innegabilmente un grande maestro, ma il motivo principale è che in questo libro Kehlmann ha forzato il romanzo storico come nessun altro prima, creando una commistione molto impegnativa, eppure ben riuscita, in cui le difficoltà non scoraggiano, ma esercitano uno stimolo vitale. Mette il lettore continuamente alla prova e lo costringe a pesare pagina dopo pagina la percentuale di fiction da separare dalla storia vera e propria. Cosa che accade in tutti i romanzi che incorporano una fetta più o meno grande della Storia, dove però il lettore di solito sa che la cornice storica, ovvero la base su cui poggia il romanzo, è autentica. In Tyll questa distinzione è ardua, per non doversi impegnare troppo il lettore può optare per l'interpretazione interamente da fiction, ovvero per il tutto frutto dell'invenzione, ma vedendo comparire comunque persone realmente esistite e avvenimenti storici riportati nei libri di storia non può mai abbandonarsi al piacevolissimo flusso delle parole. Di conseguenza vive il romanzo non da percettore passivo, da lettore che si accomoda, ma con un continuo impegno mentale e anche sentimentale che interiorizza e consolida la lettura, rendendola indimenticabile.

Daniel Kehlmann, “l'enfant prodige della letteratura tedesca”, irrompe sulla scena letteraria mondiale nel 2003 con il suo quinto romanzo, Io e Kaminski (Voland, 2006), e diventa uno scrittore universalmente conosciuto appena trentenne, nel 2005, con il suo romanzo storico La misura del mondo, che solo in Germania vende 2,3 milioni di copie, e nel 2006 è il libro più venduto nel mondo. Seguono poi altri titoli che però non riescono a convincere completamente, fino a Tyll (nell'edizione italiana accompagnato da un per me incomprensibile sottotitolo, Il re, il cuoco e il buffone), che riceve un ottimo riscontro di critica quando il libro odora ancora di stampa, confermato anche dal notevolissimo successo commerciale e dalla rapidità con cui il romanzo viene diffuso in traduzione.
Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann
Till Eulenspiegel è un eroe popolare in Germania: i suoi sberleffi irriverenti veri e presunti fanno parte della tradizione, spuntano ovunque in mille forme. Dato per vissuto nel Trecento, compare per la prima volta in una raccolta del 1515 e da allora la sua storia è stata rielaborata numerose volte. Ma in fondo non possiamo nemmeno essere certi che sia mai esistito, se non è invece frutto della fantasia popolare depositata nei secoli; un personaggio che gli uomini e le donne vissuti in tempi in cui la scrittura era poco diffusa hanno creato per farsi giustizia, per esprimere il desiderio di fronteggiare, di prendere in giro chi nella vita reale non avrebbero mai potuto neppure sfiorare.
La Guerra dei trent’anni svoltasi fra il 1618 e il 1648, un altro caposaldo della trama di Tyll, è stata pure rievocata in molte opere a partire da Simplicissimus di Grimmelshausen del 1668, uno dei più grandi classici della letteratura tedesca. Parlare quindi di Eulenspiegel e della Guerra dei trent’anni possono rappresentare una novità per il lettore straniero, in nessun caso però per quello tedesco. Che fin da piccolo li ha ben saldi nella memoria e nell'immaginazione.
Romanzo della follia e della libertà. “Tyll” di Daniel Kehlmann
Kehlmann da sempre coltiva un mondo di illusioni, da bambino studiava da mago, non sorprende quindi la sua affezione all'illusionista Till Eulenspiegel, qui e altrove chiamato anche Tyll Ulenspiegel. Il protagonista vissuto nel 1300 in una storia del 1600 è comunque un avvertimento indiretto e schietto: leggere e credere coltivando il dubbio sul piano storico, ma riflettendo sui messaggi subliminali di cui il romanzo è ricchissimo. Tyll è il romanzo della follia e della libertà, in cui chi è ritenuto matto può farsi beffe di tutto. Invece di un racconto lineare l'autore tira dentro personaggi e filoni sempre nuovi che in qualche modo portano avanti anche il percorso di Tyll, fino a renderlo compiuto. Non è lineare nemmeno il piano temporale: la storia va avanti e indietro, eppure non spiazza lettore. Kehlmann ricorre a fonti, tuttavia le usa liberamente: non è fedele agli episodi descritti nel 1515 che è la sua prima fonte, utilizza in modo arbitrario Simplicissimus, e trasforma il romanzo intitolato Thyl Ulenspiegel di Charles de Coster del 1867, la sua terza fonte.
La trama è semplice e molto composita come un quadro di Bosch: Tyll è figlio di un mugnaio che per le sue curiosità e per gli interessi che tenta di coltivare senza mezzi e un'adeguata preparazione incorre nell'eresia. Il caso vuole che incontri dei gesuiti, pietre miliari nella storia culturale europea, che lo fanno condannare all'impiccagione. Tyll è costretto a scappare e porta con sé Nele, una giovane compaesana che non vuole arrendersi al destino che le riserverebbe la vita nel villaggio, e che ricorda la figura brechtiana di Madre Coraggio. Da girovaghi giocolieri percorreranno per lungo e per largo i luoghi della Guerra dei trent’anni, serviranno il Re d'Inverno, e Nele troverà marito prima di invecchiare, separandosi da Tyll. Un romanzo con dentro più romanzi e novelle, picareschi, barocchi, eppure moderni.

Regaliamo Tyll a chi sostiene che il romanzo è morto. E ringraziamo Monica Pesetti per l'eccellente traduzione.

L'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 5 giugno 2019

Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz

In principio era
il tu, era il là, era l’allora, era il cielo azzurro, era il sole, era la primavera, era il caldo, era prato, era il fiore, era l'albero, era l'erba, era l'uccellino, era la forza, era il coraggio, era la risolutezza, era la leggerezza, era la fiducia, era l'altruismo, era la ricchezza, era la gioia, era la serenità, era il riso, era il canto, era il parlare, era la preghiera, era la lode, era la stima, era l'affiatamento, era la dolcezza, era la lindura, era la bellezza, era l'affermazione, era la fede, era la speranza, era l'amore, era il futuro, poi il tu è divenuto lei, il là qua, l'allora l'adesso, il cielo azzurro fumo nero, il sole pioggia, la primavera inverno, il caldo freddo, il prato acquitrino, il fiore sterpo, l'albero cenere, l'erba fieno, l'uccellino preda, la forza fragilità, il coraggio codardia, la risolutezza indecisione, la leggerezza pesantezza, la fiducia sospetto, l'altruismo egoismo, la ricchezza povertà, la gioia dolore, la serenità inquietudine, il riso pianto, il canto strepito, il parlare balbettio, la preghiera bestemmia, la lode maledizione, la stima disprezzo l'affiatamento discordia, la dolcezza amarezza, la lindura sporcizia, la bellezza bruttezza, l'affermazione negazione, la fede dubbio, la speranza disperazione, l'amore odio, il futuro è divenuto passato e tutto ricominciava da capo.


Il ritorno nelle librerie di Settembre 1972 di Imre Oravecz è una bella notizia. Le Edizioni Anfora avevano già pubblicato questo romanzo in versi nel 2004. Dopodiché la casa editrice si è rinnovata, ha cambiato anche veste grafica, e ora sta ripubblicando le opere più interessanti del vecchio catalogo. Questo nuovo catalogo tutto ungherese di Anfora è una vera e propria consolazione in questi tempi cupi per l'Ungheria – associare il nome del Paese al suo regime politico è pressoché inevitabile –, ed è finalmente qualcosa di cui un'ungherese di nascita come me può andare orgogliosa in Italia.


Settembre 1972 è uno dei capolavori della poesia ungherese moderna, la copertina di Andrea Kiss e il progetto grafico di Csaba Heltai rendono il volume un oggetto d'arte, la prefazione dell'autore alla terza edizione ungherese lo arricchisce e ne spiega la genesi, e la traduzione di Vera Gheno è davvero lodevole. 
Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz
In patria Imre Oravecz (nato il 1943) è considerato il Ferlinghetti ungherese, un autentico innovatore della poesia contemporanea. Uno dei massimi esponenti della letteratura magiara, Oravecz è anche autore di romanzi, è stato redattore, traduttore e professore universitario. Nonostante una feconda produzione successiva, la sua opera più memorabile e più amata rimane Settembre 1972, composta nel 1988.
Si tratta di un romanzo in versi suddivisi in novantanove episodi, sui tormenti di un amore, che però racchiude in sé tante storie d'amore. La trama inizia nel settembre del 1972, da qui è il titolo del poema, quando il grande amore che in realtà unisce più esperienze, e non necessariamente solo dell'autore, è finito, la coppia si è già separata.
Oravecz getta luce sia nella sua prefazione che in un'intervista da lui rilasciata nel 2011 a László Bedecs sulle circostanze della nascita e sulla scelta curiosa del genere letterario. Citiamo da questa seconda:
«All'inizio degli anni Ottanta la crisi del mio terzo matrimonio, la causa legale per la custodia del bambino mi hanno buttato molto giù. Pensavo che in confronto la letteratura fosse solo un gioco, con finalità prive di interesse e significato. Credevo, e non era per la prima volta, che avrei smesso di scrivere. Alla fine il bambino è rimasto con me, l'ho tirato su io, a volte lottando, ma sempre con gioia. La delusione, però, non mi passava e vedevo inoltre che un bambino non può uscire bene da un divorzio. Questa crisi sentimentale e morale ha riaperto le ferite anche dei precedenti divorzi e ha messo in evidenza le umiliazioni mai elaborate. Ho cominciato a scrivere, come fosse un diario, i pezzi di Settembre 1972, inizialmente solo per me, come fosse una terapia. Volevo capire la situazione in cui mi trovavo, e quello che ci era successo. Dapprima mi interessava solo un momento, quello in cui nessuno riesce a immedesimarsi finché non ci si trova, e dopo non riesce a capacitarsi che sia potuto capitare davvero a lui. Sto parlando di una scena che mi torna in mente spesso, quella in cui l'ho trovata dove l'ho trovata, con qualcuno, e la situazione non lasciava spazio a fraintendimenti...»
Risonanza dell'amore. “Settembre 1972” di Imre Oravecz
Poi Oravecz parla della forma:
«...in questa unità mediamente di venticinque righe e consistente di una unica frase seppure più volte composta, ho trovato uno strumento, che grazie alla sua flessibilità strutturale e alla sua apertura linguistica ha aperto orizzonti infiniti. In questo tipo di testo potevano trovare posto tutti gli elementi stilistici, dai termini tecnici alle volgarità, dalle locuzioni pseudoscientifiche allo slang. Quindi ha resuscitato in me lo scrittore che stava per essere annientato dalla slavina sentimentale. Da quel momento in poi ho lavorato scientemente sul libro, che anche oggi considero un romanzo, pur sapendo che la critica ne discute volentieri il genere: se è poesia, poesia in prosa, o semplicemente prosa. Secondo me sono poesie che compongono un romanzo, così come lo è l'Iliade...»


A oltre trent'anni dalla prima edizione, in Ungheria Settembre 1972 rimane uno dei libri più letti e più apprezzati. Auguro buona fortuna alla sua edizione italiana.

Il pezzo Sul Romanzo