giovedì 13 febbraio 2020

PÉTER NÁDAS: NON POSSIAMO FIDARCI DI ALTRO CHE DEL NOSTRO INTELLETTO

PÉTER NÁDAS: NON POSSIAMO FIDARCI DI ALTRO CHE DEL NOSTRO INTELLETTO

di  13 febbraio 2020
Nel 2019 la rivista letteraria ungherese online “Litera” (www.litera.hu) ha presentato una serie di interviste a scrittori ungheresi e non (fra i quali spiccano i nomi di Mircea Cărtărescu, Jonathan Franzen, Ilma Rakusa) intitolata Lo stato delle cose, sui dilemmi degli intellettuali nel ventunesimo secolo, con il seguente manifesto: «All’inizio del terzo millennio i sintomi della crisi si compattano in focolai di profondo malessere. I punti di riferimento stanno scomparendo. Sta diminuendo la fiducia nello spirito e nella cultura. In questa serie interpelliamo scrittori ungheresi e stranieri sulle strategie spirituali e del pensiero nel ventunesimo secolo». Il primo intervistato è stato lo scrittore, drammaturgo, giornalista e fotografo ungherese Péter Nádas (Budapest, 12 ottobre 1942), da anni ormai menzionato fra i probabili vincitori del premio Nobel per la letteratura. Della sua immensa produzione letteraria in italiano sono disponibili solo alcuni titoli come La Bibbia e altri racconti (BUR), Fine di un romanzo familiare (Dalai), Minotauro Amore (Zandonai)il monumentale Libro di memorie (Dalai)e da poco il primo volume del capolavoro Storie parallele (Bompiani)Ecco il testo dell’intervista tradotta da Andrea Rényi:

Secondo lei, alla luce degli ultimi trent’anni, la nostra può considerarsi un’epoca, oppure la fine di un’epoca? Quali sono le sue caratteristiche?
A mio avviso né in Ungheria né nel mondo abbiamo raggiunto la fine di un’epoca, neppure quella della distruzione, anche se i ghiacciai si stanno sciogliendo, i livelli dei mari si stanno alzando, sempre più spazzatura si deposita in acqua e sulla terraferma, e non sappiamo che farcene delle scorie radioattive. Questo, né più né meno, è quello che sapevamo o avremmo potuto sapere che sarebbe successo già trent’anni fa. Il crollo dell’Unione Sovietica è stato indubbiamente la fine di un’epoca, da allora però tutto è rimasto pressoché immutato. Con operazioni cosmetiche i governi europei hanno rimosso le reti sociali che fino ad allora avevano funzionato in maniera esemplare, e hanno permesso che la politica cedesse il primato all’economia. Governano quindi gli interessi di grandi gruppi che non sono più collegabili a nazioni, individui o sistemi elettorali, e i governi dispongono soltanto del ruolo di vigili urbani. Possiamo dire invece che grazie al cherosene bruciato nell’aria, ai diserbanti, ai fitosanitari e ai farmaci che in quest’ultimo secolo hanno reso le nostre vite di individui molto più facili e producono utili a livello globale, prosegue più rapidamente l’estinzione di specie vegetali, api, insetti e mammiferi. Di questo possiamo ringraziare l’industria chimica, in particolare la Monsanto, e la Bayer che l’ha acquisita completa di colpe. Gli alimenti e l’acqua potabile sono pieni additivi e persino il latte materno mostra ormai tracce di antibiotici.
Quest’inverno anche gli uccelli sono diminuiti, basta guardare fuori dalla finestra. In questi ultimi dieci anni il manto erboso è scomparso dal mio cortile, eppure avevo fatto tutto il possibile per conservarlo. Trovo molto importante fare ogni tanto un bilancio di quello che ci è successo e delle conseguenze delle nostre azioni, ma per la verità le nostre azioni hanno poco a che fare con quello che succede e con le esigenze su grande scala sul piano sociologico e storico-tecnologico.  Percorrono strade diverse, mentre noi non siamo i prigionieri di mutamenti globali, bensì delle opinioni di mamma e papà. La regina Vittoria è scomparsa da un pezzo, eppure i preziosi canoni morali della sua epoca resisteranno ancora per un bel pezzo nella nostra vita quotidiana, nonostante le nostre intenzioni e tendenze libertine. Che nemmeno la regina prendeva poi tanto sul serio, tant’è vero che si infilava spesso nel letto in pieno giorno con il bel principe Albert, oppure si sdraiava lestamente sul tavolo. Faceva bene. Da vedova preferiva il signor Brown, lo stalliere, da vecchia invece non riusciva a togliere gli occhi da Abdul Karim, il bellimbusto cameriere indiano. E aveva ragione. Le intenzioni individuali e le epoche non coincidono mai. Le epoche si sovrappongono. Varie tendenze si sovrappongono sempre nell’universo dello spirito e del pensiero, una sopra o sotto l’altra. Nemmeno una rivoluzione sanguinaria può porre fine alla loro moltitudine. Io per lo meno non vedo un nuovo gruppo o blocco di istinti, emozioni, idee o visioni sociopolitiche, che potrebbero sostituire saldamente quelle antiquate, sorpassate e chiaramente nocive.
Al contrario. C’è voglia di antichissimo, di consumato, di usato, malgrado alla fine di ogni campagna elettorale i ministri principali promettano ai popoli che da quel momento in poi, all’insegna del progresso, potranno stare meglio e avere di più. C’è richiesta di regressione, di ripetizione, di minestra riscaldata, di chiacchiere vuote, delle parole deleterie, a vanvera, della piccola borghesia. Nella letteratura e nell’arte c’è voglia di ciò che c’era già stato una, due, cinque volte, del riflusso, del riscaldato, dunque di nobili manierismi. Nella cultura di massa di tutto quello che in teoria la modernità aveva già lasciato dietro di sé, del mitico, del magico, del corpo tatuato, della danza rituale, tribale, cioè della rinuncia spontanea all’individuale, della scomparsa senza traccia, dello zelante fondersi con la moltitudine, dell’opportunismo completo e perfetto, quello di gruppo, dello spirito di banda, non importa se il sistema politico sia democratico o dittatoriale.

Com’è cambiato il ruolo dell’intellighenzia in queste circostanze? Servono nuove strategie di vita esterne e interne?
Che io sappia, non è mai esistita una classe intellettuale omogenea, anche se è fuori dubbio che persone con formazione scientifica avevano preso in consegna dagli ordini ecclesiastici il governo spirituale e intellettuale della società. Intellighenzia, in russo intelighencijà. Queste intelighencijà sono sempre state tanto composite quanto è stratificata la società. Sostituivano con concetti il principio di regia autoritaria del re, fossero essi decabristi, panslavisti, monarchici, democratici, anarchici, bolscevichi, comunisti, nazionalisti, fascisti, liberali, sionisti o semplicemente razzisti, secondo le idee o le fantasie di ciascuno su come trasformare completamente la società. In base alle esperienze del diciannovesimo e ventesimo secolo, e in qualità di lettore di Cechov e di Dostoevskij, ho forti dubbi riguardo ai movimentisti istruiti.

Cosa può sorreggere, in che cosa può riporre la fiducia, in che cosa può sperare il ceto intellettuale all’inizio del ventunesimo secolo?
In nulla e nessuno, con l’eccezione del proprio intelletto. Con questo però non ho detto nulla, oppure ho detto addirittura troppo. Mi dispiace, ma gli esseri umani non possono fidarsi che dell’intelletto. La forza e la furbizia hanno fallito. Anche i nostri istinti li possiamo a tenere a bada solo con la ragione.
Neppure gli anti-illuministi possono prendere decisioni con strumenti che esulino la loro ragione. Posso solo sperare che la mia mente conservi, e nel momento opportuno ripeschi per sistemare nei luoghi adatti, le mie cognizioni più volte controllate. Cosicché in certi casi io tenga la bocca chiusa, e in altri la apra senza possibilmente far male ad alcuno. O perché mi ritiri in un angolo, quando vengo colto da un attacco di rabbia. Ma che in qualche altra occasione invece io esca in strada per darle sfogo pubblicamente.

L’indomabilità della realtà sta diventando sempre più evidente e minacciosa; la crisi migratoria provoca agitazioni politiche, sospetto e chiusura, il cambio climatico mette a repentaglio l’esistenza stessa sulla Terra. In questa situazione eccezionale le arti sono in grado di captare la crisi, darle una definizione e misurarla con la lingua?
Non lo si può fare essendo allo stesso tempo totalmente conformisti e anarchici, rivoluzionari, ribelli. Non funziona neppure diventando un artista maledetto che incassa un formidabile successo di pubblico e soldi a palate. Non va bene nemmeno semplificando, cancellando tutto l’esistente dalla superficie terrestre per ricominciare da capo.
La condizione del mondo e quella della singola persona non possono essere tanto diverse da non riuscire a comprenderle. Sono state causate da uomini, quindi possono essere afferrate da altri uomini. Io però non sono portato per la comprensione. Comprendere non è distinguere la bugia dalla verità, o separare la facciata dalla sostanza, oppure disporre di un quadro strutturale o di collegamento della realtà. Per completare queste operazioni dobbiamo innanzitutto riconoscere che nessuno è in grado di svolgere questo compito da solo. La cosiddetta libertà dell’artista dipende dall’ammetterlo o meno.

Sono visibili delle tendenze nella letteratura che disegnano la trasformazione intellettuale in questi anni del terzo millennio? Se sì, come sono?
È improbabile che il mondo civilizzato possa superare il personale, l’individuale, il proprio, ovvero le caratteristiche individuali; di questo possiamo essere certi.
L’individuale però deve specchiarsi intensamente nella massificazione. Per il momento solo nello slam poetry vedo una tendenza adeguata all’epoca. Non nel pop o nel rock, fenomeni della regressione magica, e nemmeno nel rap, che rientra nella tradizione dell’agit prop e della chastushka. Lo slam rappresenta una relazione nobile fra l’individuo e la folla raccolta.

In Ungheria l’intellighenzia indipendente e di sentimento democratico sembra essere caduta in trappola. Sono numerosi i casi in cui i membri della comunità costretti dal potere a compiere qualche passo non trovano risposte univoche e valide. Il governo ha radicalmente ridimensionato l’estensione dello spazio pubblico, ha centralizzato i media, ma non ha liquidato del tutto la libera espressione.  Sia un’opposizione coerente che l’assunzione responsabile di un ruolo presentano tranelli insidiosi. A volte la libertà creativa viene limitata, eppure le opere possono essere pubblicate e i teatri continuano a operare. Se anche secondo lei i dilemmi appena descritti esistono, quali opzioni vede per scioglierli?
Da decenni per me la domanda è piuttosto un’altra: può il capitalismo quadrare con la ragione umana? Sì, può farlo in qualche caso e localmente. Riguardo la sostanza del capitalismo, nella nostra area geografica si impone invece la domanda su com’è possibile un’economia capitalista senza capitale, come può essere competitiva una regione povera di capitale, e anche l’opposto, ovvero se è possibile l’accumulo di capitale iniziale senza commettere furti, truffe e omicidi a scopo di lucro, facendolo stringendo sodalizi criminali. E se non è possibile, in quell’area geografica ci si può aspettare una vita politica equilibrata e scevra di estremismi, oppure bisogna abituarsi alla folle frenesia diffusa e alle tante bugie dettate dall’interesse del momento? Ossia se il capitalismo può funzionare senza una forte classe media pronta a investire, o se può esistere una democrazia senza democratici istruiti e forgiati nella lotta, e se nell’epoca del flusso e dell’offerta globali di capitalismo si può sperare nel funzionamento ragionevole delle istituzioni democratiche. Se il movimento del capitale esteso a tutto il globo terrestre avviene al di fuori delle leggi emanate dai parlamenti nazionali, o meglio, se i parlamenti nazionali non sanno rendere trasparenti e regolare con accordi globali i movimenti finanziari, è chiaro che gli spostamenti avvengono in maniera non trasparente e il loro funzionamento non può essere seguito razionalmente. Mentre si moltiplicano comunque le eventualità di una totale catastrofe naturale. A volte i mercati finanziari non sono diretti neppure da decisioni personali ma da algoritmi, e non solo agiscono sopra le teste delle democrazie più forti, ma con il loro funzionamento rendono direttamente possibile che le democrazie più forti accumulino debiti mai restituibili, e secondo le antiche regole del populismo i capi di governo possano fare promesse sempre più grandi ai popoli che si fingono creduloni. Il funzionamento incontrollato dei mercati finanziari ha indebolito prima di tutto le più forti democrazie rappresentative, privandole delle proprie competenze. Eppure il sistema elettorale poggia proprio su queste competenze. Non vale la pena parlarne senza prima prendere in considerazione questo tipo di collegamenti. Ma se non vogliamo trattare il tema in toto, possiamo parlare dell’area geografica in cui il crollo dell’impero sovietico ha posto la popolazione e i governi fra le più diverse tendenze politiche davanti a particolari compiti da risolvere. Che nei primi quindici anni sembravano superabili, mentre oggi i tentativi di trovare una soluzione si rivelano fallimentari. Possiamo parlare del comportamento di questa area geografica priva di autentici democratici e borghesi benestanti nell’ambiente euro-atlantico, dove da secoli è in corso l’accumulo di conoscenze e capitali operanti. Facendolo non staremo meglio, né la nostra vita diventerà più facile, eppure da tempo sono convinto che semplificare le situazioni complesse non conviene.


Qui si può leggere l’intervista in lingua originale e qui in inglese.
Nell’immagine: Péter Nádas, foto di Gábor Valuska
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L'articolo sul sito di Flanerì

venerdì 31 gennaio 2020

La storia di Janusz Korczak e dei suoi 200 bambini uccisi a Treblinka

La storia di Janusz Korczak e dei suoi 300 bambini uccisi a TreblinkaNell'agosto del 1942, nell'ambito della Kinder Aktioni quattromila residenti degli orfanotrofi ebrei di Varsavia furono deportati e uccisi nelle camere a gas di Treblinka.
Janusz Korczak, nom de plume di Henryk Goldszmit, nato nel 1878, pedagogo, medico, pubblicista, scrittore e operatore sociale di origine ebrea, avrebbe potuto evitare la deportazione, scelse invece di condividere il destino dei duecento orfani del suo Dom Sierot, la casa degli orfani che dirigeva da decenni secondo il principio pedagogico che il bambino non va capito ma amato. Anche per ricordarlo, Castelvecchi ha da poco pubblicato Il Bambino Vitruviano. L’innovazione di Janusz Korczak di Dario Arkel.
Che cosa significa Bambino Vitruviano? L'Uomo Vitruviano leonardesco pone l'uomo al centro del Cielo, ma anche il bambino, poco dopo il suo arrivo, prende posto «all'interno del quadro della Terra e al centro del cerchio del cielo.»
Il Bambino Vitruviano altro non è, quindi, che il cercatore e il creatore ispirato da un Leonardo ancestrale: «egli supera le difficoltà con fatica e impegno, e percorre il cammino oltre queste, scoprendo a mano a mano di che cosa lui è fatto, corpo, movimento, tempra, sorriso, sguardo, gioco. Apprende un suo metodo interno e si rivolge all'esterno conferendo ad esso, senza imbarazzo, la propria innovativa presenza. Poi, ed è come se lo sapesse in anticipo, imparerà a scegliere...». Il bambino figura come creato e creatore allo stesso tempo, e Leonardo oggi metterebbe lui al centro del quadrato terrestre e del cerchio spirituale.
La storia di Janusz Korczak e dei suoi 300 bambini uccisi a Treblinka

Con queste premesse inizia il viaggio che Dario Arkel (1958), docente di Pedagogia Sociale, prolifico e pluripremiato romanziere, saggista, drammaturgo e poeta, intraprende in questo suo nuovo libro che dedica ancora al pedagogo ebreo polacco Janusz Korczak di cui è uno dei maggiori esperti. Questo volume è la somma delle sue ricerche e delle sue riflessioni sul profilo umano e pedagogico di Korczak, modello di pensiero trasferito nelle azioni, il sublime punto di riferimento. Il protagonista assoluto è comunque il bambino al centro del sistema sociale e politico in termini universali, tramite tra terrestrità e spiritualità. Le riflessioni di Arkel si estendono ai principi pedagogici, ai diritti del fanciullo, alla sostanza dell'ebraismo stesso, come per esempio l'interessante inciso di Arthur Koestler sugli ebrei dell'Est, ripercorrendone lo sviluppo e il ruolo nel ventesimo secolo fino al mutato contesto dei giorni nostri.
Nel 1911 a Varsavia vede la luce la Casa degli Orfani (Dom Sierot) per bambini orfani di origine ebraica, ideata a condotta da Janusz Korczak, che la impianta sulla conoscenza, la comprensione e la condivisione. Nel vocabolario pedagogico di Korczak l'indifferenza, l'intolleranza e l'imposizione sono parole da bandire, e da sostituire con l'educazione al rispetto di ogni singolo individuo.
«Di fatto, all'interno della Casa, venivano sviluppate relazioni fondate sulla responsabilizzazione e sull'autogoverno: adulti e bambini dovevano stabilire di comune accordo le regole reggenti la vita scolastica, e vigilare insieme sulla loro effettiva applicazione.»
La storia di Janusz Korczak e dei suoi 300 bambini uccisi a Treblinka
A questa meravigliosa utopia realizzata mette fine la deportazione trentun anni dopo la fondazione, il 5 agosto 1942.
«I soldati hanno visto scendere i bambini, che si sono disposti in fila per quattro. Bellissimi. Il primo procedeva con il violino, e accanto a lui l'altro con il tamburo, e al loro fianco il ragazzo che portava la bandiera che Korczak aveva fatto rattoppare per l'occasione: da una parte il Quadrifoglio in campo d'oro, che era il simbolo del Dom Sierot, dall'altra la Stella di Davide, che è il simbolo del popolo ebraico. E così hanno marciato, in fila; Janusz Korczak, ormai consumato dall'orrore che non poteva esprimere, teneva in braccio il bambino più piccolo. E così hanno marciato alla Umschlagplatz, dove si raccoglievano tutti coloro che dovevano poi andare al binario, verso Treblinka. Avrebbero dovuto fermarsi, ma pare indicassero loro di andare direttamente al treno perché non c'era più spazio.»

Il dignitoso, quasi fiero corteo dei bambini diede forza a chi lo vide e ispirò la rivolta del ghetto di Varsavia qualche mese dopo. Perché, lo sottolinea Arkel sulla scia di uno studio fatto da Monika Pelz, per la prima volta nella Storia una guerra, la Seconda guerra mondiale, viene combattuta anche contro i bambini. Nella sola Polonia ne muoiono più di due milioni. Si rende pertanto necessario occuparsi non solo dei diritti umani, ma più specificamente anche dei diritti dei bambini, del fanciullo. Janusz Korczak ne era il primo sostenitore fin dal principio del ventesimo secolo, consapevole che il bambino fosse portatore di diritti e considerandolo il più antico proletario del mondo. Fonda, nel 1911, la Casa degli Orfani prendendo per modello la Casa dei Bambini di Johann Heinrich Pestalozzi in Svizzera e ispirandosi alla pedagogia di Maria Montessori. La fa diventare una meraviglia della pedagogia applicata dove le leggi, la giustizia, sono fatte dai bambini, in cui vengono istituiti laboratori fra i più vari, e dove si insegna lavorare nel rispetto reciproco, a turni e ruoli intercambiabili. Il metodo educativo di Korczak si basa sull'etica e la virtù morale, sull'estrema libertà del bambino che comprende anche il diritto alla morte.
La storia di Janusz Korczak e dei suoi 300 bambini uccisi a Treblinka
Il Bambino Vitruviano non è solo un’importante testimonianza dell'uomo e del pedagogo Janusz Korczak, ma è anche un libro ricco di spunti e collegamenti curiosi, inaspettati, che si rivelano indiscutibilmente arricchenti. Anche quando Dario Arkel sembra spaziare, andare fuori tema, torna sempre a riafferrare i concetti fondativi della propria Weltanschauung e visione pedagogica, avvicinandoli da qualche punto di vista di cui il lettore non sospettava l'esistenza, e accostandoli in qualche modo alla figura di Janusz Korczak. Un esempio ne è la pagina in cui l'autore ipotizza il rapporto del pedagogo ebreo polacco e dei suoi orfani sopravvissuti all'Olocausto, con Auschwitz. Se fossero rimasti in vita, secondo Arkel, dopo la guerra Korczak non avrebbe mai visitato con i bambini Auschwitz, perché è una “memoria immemorabile”.
«...chi ha vissuto il dramma più atroce non può starci, non può andarci con tutto se stesso. Qualcosa lascia là da dove viene, dove è tornato per sopravvivere. Dentro di lui c'è l'esperienza di quanto è venuto, ma ha la necessità profonda di distogliersene. Un superstite non riesce a rinchiudere quel luogo nella sua semplice memoria. È irraggiungibile.»


Concludo riportando un passo toccante della chiusa di questo bel libro:
«A tutti voi dedico la canzone dei partigiani del Ghetto di Varsavia (Mir Zeynen do), quegli ultimi disperati che, con le armi che erano riusciti a rimediare lì per lì, hanno reagito al buio del nazismo, un'imboscata dietro l'altra. Questa ribellione si può dire sia cominciata con l'esempio dei bambini di Korczak, fieri e dignitosi di fronte alla morte. Questo è quel popolo, coriaceo e resistente, dei bambini che osservano il cielo con i piedi ben piantati in terra; del bambino che, al giorno d'oggi, Leonardo da Vinci disegnerebbe al posto dell'uomo. Il Bambino Vitruviano.»

L'articolo sul sito del blog letterario SUL ROMANZO

mercoledì 8 gennaio 2020

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita VucoFrattura tra Oriente e Occidente e fra due generazioni che rifiutano di comunicare, tra Corfù e la Serbia alla viglia della guerra del Kosovo: sono questi i due fili conduttori del romanzo finalista del premio NIN, il più prestigioso premio letterario serbo, e insignito del Premio dell'Unione Europea per la letteratura del 2017, La frattura di Darko Tuševljaković (Voland). Ne parliamo con Anita Vuco, la voce italiana del giovane autore serbo. Se posso usare un'espressione fuori contesto, Anita è una traduttrice double face, o persino triple face, perché usa tre combinazioni linguistiche: da croata di nascita traduce autori serbi in italiano e autori italiani in serbo.

Cara Anita, com'è nata la scelta di tradurre questo romanzo?
La frattura (titolo originale Jaz, Arhipelag, Belgrado 2016), l'ho letto su consiglio di un amico dei cui gusti letterari mi fido, eppure non è stato amore a prima vista; è un libro molto diverso da quelli che avrei definito miei. Mi ci è voluto del tempo per riconoscere la genialità del giovane autore, traduttore editoriale dall'inglese, nonché revisore e correttore di fumetti di professione. Il fatto che il suo romanzo fosse nella rosa dei candidati per il più prestigioso premio letterario serbo NIN e che avesse vinto il Premio Europeo per la Letteratura 2017 sono quel genere di freddi dati statistici che non mi dicevano nulla della sua sensibilità e dell'abilità con cui ha costruito la storia, ed erano ancora insufficienti per farmi desiderare di tradurlo. Solo a libro ormai letto e chiuso mi sono trovata a dover riconoscere che era riuscito a smantellare quell'aspettativa creatasi persino dentro di me – io che mi sento tanto una paladina della lotta contro i pregiudizi –, riguardo a ciò che sulle pagine di un autore serbo davo per scontato di dover trovare. Lui, invece, non è caduto nella tentazione che negli ultimi decenni il documentario e l'autobiografico comportano, ha saputo evitarli e trattare gli eventi bellici degli anni Novanta come una cornice all'interno della quale si giocano le relazioni, accadono i drammi individuali: la crescita umana e personale di alcuni dei protagonisti, le vicende di coppia, la sessualità, la ricerca della felicità, il difficile rapporto padre-figlio, un crescente senso di disorientamento, di precarietà e di insicurezza sociale, l'amarezza della sconfitta dei valori umani di intere generazioni. E l'elenco non finisce qui, sono pressappoco infinite le questioni che questo relativamente breve romanzo solleva, sviluppandosi come una storia piuttosto lineare, o se preferiamo due storie principali – la prima raccontata dal punto di vista del genitore, immersa in un'atmosfera di essenzialità razionale che si addice al carattere burbero del personaggio, e la seconda, come in un gioco degli specchi, restituitaci dall'ottica del figlio dove il fantastico prende il sopravvento e in cui man mano si incastrano altre testimonianze più piccole, dove a battute apparentemente ingenue è affidato il compito di lasciar intuire quel turbinio di sentimenti che nella vita reale, fuori dalle pagine di un libro, facilmente seppellisce le persone. Da traduttrice ho davvero apprezzato quel grado di forza e di autorevolezza con cui Tuševljakovićsi è mosso, senza caduta di tono o sbavature. Per quanto io prediliga i testi realistici, mi sono dovuta ricredere sulle possibilità che il fantastico offre, innescando l'effetto di angoscia, ossia quel timore che (anche se dovuto alle esperienze di base diverse) l'uomo moderno conosce fin troppo bene, quella sensazione di sospensione tra realtà e sogno, in cui pur facendo del suo meglio non riesce a migliorare la propria posizione in maniera significativa – a meno che non ritrovi in se stesso la capacità di lasciarsi aiutare dall'esterno. Un semplice fidarsi degli altri: lasciarsi aiutare e, laddove ce ne sia bisogno, rendersi utile a sua volta. In altre parole, se leggo, e di conseguenza traduco, sempre e solo testi in cui posso facilmente identificarmi con i personaggi o magari con le situazioni che vivono, vuol dire che mi sono privata di una delle esperienze importanti che la letteratura offre: l'incontro con l'altro, con il diverso da me. Una delle mie sfide più grandi è proprio quella di far conoscere la varietà di voci che operano in quella lingua.

Ci interesserebbe sapere che cosa pensa dell'attività di traduttore editoriale.
Spesso si sente dire che occuparsi di traduzione sia un lavoro come un altro, e non posso essere d'accordo con questo. A cominciare dal fatto che trovo inappropriato il verbo “occuparsi” quando si parla di letteratura, sia che si tratti di un testo proprio o della traduzione di altri autori, visto che condivido il pensiero secondo cui siamo immersi in essa fin dalla nascita. Al costo di risultare noiosa, non mi stanco mai di citare Danilo Kiš, ossessionato dall'idea che non esiste una netta separazione traletteratura e vita, tanto che, esprimendosi a proposito del loro compenetrarsi tralascia volutamente la congiunzione, la quale altrimenti, a suo avviso, «separerebbe in maniera forzata ciò che è indivisibile». Un foglio trovato tra i suoi manoscritti su cui, in forma di frontespizio, a macchina era stato scritto: Danilo Kiš, LIFE, LITERATURE, in seguito funge da titolo a una raccolta postuma curata da Mirjana Miočinović –Život, literatura [Vita, letteratura], Sarajevo 1990 – che unisce diversi saggi, interviste e manoscritti su questo argomento nati tra il 1983 e il 1989. Parafrasando una citazione del premio Nobel Imre Kertész – «La mia morale è vivere e scrivere lo stesso romanzo» –, potrei dire: «La mia morale è vivere e tradurre lo stesso romanzo».
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco
Dalle sue parole traspare una passione sincera; è sufficiente?
Certo, per quanto l'entusiasmo rivesta un'importanza estrema per svolgere una qualsiasi professione creativa e culturale, di per sé non è sufficiente. A scanso di equivoci, il lavoro intellettuale è durissimo e non deve essere considerato un passatempo. La professionalità richiede impegno, mezzi e un continuo aggiornamento. Non è concepibile che uno si alzi la mattina, e perché conosce due o più lingue, apra un libro e lo traduca. Quale libro e per chi? Per arrivare all'editore giusto occorre avere un'ampia conoscenza di tutto quello che si produce in quell'altra lingua, in modo da poter associare il testo prescelto a chi effettivamente sarà in grado di offrirgli tra le migliaia di titoli pubblicati in Italia ogni anno una nuova vita. Parlo ovviamente dal punto di vista di chi, come me, traduce da una lingua considerata “minore”. E trovare quella formula espressiva che fa davvero la differenza e fa sì che la tua proposta di traduzione venga accolta, non è un compito facile. È un lavoro prima del lavoro stesso. Richiede determinazione, pazienza, preparazione, supporto economico. Non si realizza nulla senza il denaro, figuriamoci se si possono fare delle traduzioni di qualità. In una bella intervista dal titolo La traduzione letteraria è una questione di pratica, non di teoria, Vladimir D. Janković – vicepresidente dell'Associazione dei traduttori editoriali della Serbia, saggista, poeta e traduttore editoriale dal francese e dall'inglese, con circa duecentocinquanta titoli tradotti, di cui più di cento romanzi – sostiene che l'arte non ama la pressione, anche se talvolta è proprio quando si trova sotto pressione che produce dei capolavori. È quasi impossibile dare il massimo in un ambiente frenetico, con poco tempo a disposizione e senza soldi. «Sono i periodi di quiete a favorire e promuovere l'arte. Sarebbe una grossa illusione credere che la creatività abbia bisogno del caos. Quest'ultimo di certo la precede, ma una volta iniziata la creazione, il caos dovrebbe rimanere dietro di noi. Che esso, in quanto tale, rappresenti il terreno fertile, rappresenta solo un approccio dall'esterno. Vista dall'interno, la questione cambia radicalmente: anche il traduttore letterario, come qualsiasi altro artista, avverte un bisogno quasi fisiologico di poter contare su una sorta di pace». Aggiungo che ogni tipo di lavoro dovrebbe garantire una vita dignitosa a chi lo svolge, traduttori letterari compresi.

Tradurre dal serbo ha anche una valenza politica, oltre che culturale?
Mi chiedo se mi sarei mai avvicinata alla traduzione, o forse alla letteratura in generale, se la Jugoslavia non si fosse disgregata, o se la sua dissoluzione non avesse portato ai conflitti armati, o se proprio in quel momento non mi fossi già trovata all'estero... Una domanda ne genera un'altra. La verità è che non lo so, e che a questo punto non fa nessuna differenza. Per quanto inutile possa sembrare agli occhi del mondo, la traduzione letteraria è una mia risposta alla guerra. L'unica di cui sono stata capace. È il meglio che io possa fare; non sono uno scultore, né un musicista. Uso le parole per esprimermi e le soppeso con cura. Sulle atrocità commesse il mondo è già stato informato, per rivivere quell'incubo basterebbe riguardare i titoli dei quotidiani di allora. Urlati, insopportabili. Avrei voluto che almeno per un attimo se ne stessero zitti, tutti quanti, e mi lasciassero piangere in pace. Ma questo non è avvenuto. Anche in seguito, la mia sopportazione nel sentirmi spiegare cosa è successo, chi è il colpevole, chi ha iniziato, chi ha caldeggiato il conflitto, chi è il più nazionalista, è sempre rimasta sull'orlo di una crisi di nervi tale da farmi pensare che avrei potuto sopprimere seduta stante chiunque mi rivolgesse l'ennesima domanda idiota. L'unico sollievo è arrivato, per quanto ogni volta di breve durata, dalla e nella letteratura. Dalle pagine di Danilo Kiš in particolare, che in Simon Mago, il racconto che apre Enciclopedia dei morti (Adelphi 1988, trad. di Lionello Costantini), scrive: «Bisogna riconoscere che era lui stesso a secondare tale confusione, perché a chiunque gli chiedesse innocentemente notizie sulla sua provenienza era solito rispondere con un ampio gesto della mano che includeva tanto l'abitato più vicino quanto una buona metà del lontano orizzonte.» E più avanti ancora, nelle parole che concludono il racconto È glorioso morire per la patria, contenuto nella stessa raccolta: «I vincitori scrivono la storia. Il popolo tesse la tradizione. Gli scrittori fantasticano. Certa è solo la morte». Riassumendo così in poche righe tutto ciò che avrei voluto dire di me stessa. Non una parola di più. Danilo Kiš è uno scrittore seriamente impegnato a trovare i mezzi espressivi adatti per trattare la morte con il massimo rispetto. Nella sua poetica sente il bisogno di rivestire i corpi umiliati, e non giustifica in alcun modo il loro brutale uso per produrre un effetto scioccante nel pubblico. «La posizione della vittima» – sostiene in un'intervista del 1985, Imenovati znači stvoriti[Denominare significa creare], contenuta nel libro Gorki talog iskustva [Il residuo amaro dell'esperienza] – «è una posizione di debolezza e di umiliazione, come se dovessimo mostrare in pubblico moncherini oppure cicatrici. Non nominarli significa conferire loro la dignità. L'esibizione delle cicatrici è ugualmente penosa sia per chi le mette in vista, sia per chi le osserva». E ancora prima, in una recensione del 1960, Hirošimo ljubavi moja[Hiroshima mon amour], inclusa in Varia [Varie], in cui critica la tecnica cinematografica di Alain Resnais per l'uso dei materiali d'archivio dei nazisti e degli alleati – la motivazione profonda che lo spinge a utilizzare i ricordi nei suoi libri si potrebbe definire esattamente antitetica in quanto Kiš non vuole aprire le tombe, ma erigere i cenotafi lì dove le tombe mancano – e arriva a scrivere che «tocca ai poeti richiudere le voragini e seminare i germogli di una quiete temporanea, ma sovrumana». Gli unici che anche oggi devono essere chiamati sul banco dei testimoni per far intendere quanto, nonostante tutto, i popoli balcanici siano in grado anche di amarsi. In questo senso la traduzione letteraria mi lascia uno spiraglio di speranza che grazie a testi di indubbio valore artistico io possa presentare quanto di meglio c'è in quelle terre, e diventa perciò una chiara opposizione ai nazionalismi. Non tradurrei mai un criminale, e nemmeno qualcuno che abbia anche solo simpatizzato con i responsabili delle uccisioni. Allo stesso tempo sono la prova vivente che l'odio a cui sembriamo propensi non è l'unica reazione possibile: di fatto sono una croata che traduce autori serbi. Se tutto questo non fa della traduzione letteraria una metafora del Bene possibilee non la rende un'occasione straordinaria per cercare di essere migliori, superando i meccanismi perversi innescati da una guerra fratricida, non so allora cosa lo straordinario sia. Potrei mai non essere così emotiva nel lavoro che faccio?

So che frequenta assiduamente gli incontri riservati ai traduttori in Serbia. Può parlarcene?
UKPS (Udruženje književnih prevodilaca Srbije), l'Associazione dei traduttori editoriali della Serbia, è un'organizzazione senza scopo di lucro, intenta a promuovere la traduzione letteraria, a rappresentare i traduttori letterari e proteggere i loro diritti, fondata nel 1951 da un gruppo di illustri traduttori attivi prima della Seconda guerra mondiale. Fin da allora l'Associazione organizza gli annuali Incontri internazionali belgradesi di traduttori editoriali (BEPS), favorendo il dialogo tra gli autori e i loro potenziali traduttori verso diverse lingue. Su loro invito nel 2012 sono tornata per la prima volta a Belgrado dopo una pausa lunga trent'anni, e anche questa è stata un'emozione indescrivibile. Da allora non perdo un incontro, una fiera, un'occasione qualsiasi per visitare la capitale serba e riabbracciare i colleghi la cui mera esistenza garantisce ogni volta una sensazione di rifugio e di casa ritrovata. L'identità non è una cosa scontata, ed è solo grazie a loro che ho potuto ricomporre la mia: un mosaico in continua costruzione. Anche a distanza il loro sostegno tacito diventa una fonte di forza indispensabile per affrontare le difficoltà concrete. La pubblicazione dei libri a cui tengo in una qualsiasi delle lingue del mondo diventa una mia vittoria personale, come se l'avessi tradotti io; la gioia in tal caso non è per niente minore.
       
Quali o meglio chi sono i suoi riferimenti?
Dovrei fare almeno una cinquantina di nomi che hanno avuto un forte impatto sul mio percepire l'importanza della traduzione letteraria, forse anche di più, e rischierei di essere ingiusta dal momento che sono tutti ugualmente importanti, straordinari. Perciò se parlo ora di Alain Cappon, è solo perché lo considero una perfetta metafora di ciò che la traduzione letteraria rappresenta. È l'uomo che – pur non avendo alcun legame di sangue con la mia terra, il che visto da fuori per qualcuno potrebbero essere una spiegazione logica di tanto smisurato amore – nel 1999 verso la fine del maggio, quando la Francia, considerata la pericolosità del viaggio essendo in atto l'operazione militare della NATO denominata “Angelo misericordioso” portata avanti per oltre due mesi, negava il visto ai propri cittadini per visitare la Serbia, attraversò la frontiera serbo-ungherese a piedi all'andata e, carico di libri che mostra in una fotografia in bianco e nero, anche al ritorno, perché non voleva mancare agli Incontri di quell'anno. Ciò che mi commuove particolarmente è sapere che la maggior parte di quei testi grazie al suo impegno e alla sua dedizione sono in seguito stati pubblicati in francese. E poi, quando si parla delle difficoltà che incontrano coloro che svolgono la nostra professione, il mio pensiero non può che abbracciare Ben Andoni, un albanese di Tirana con all'attivo diverse traduzioni di letteratura serba (tra cui anche del Jaz di Tuševljaković; Humnera, Albas 2019); il suo sforzo di voler continuare a vedere la bellezza e insegnare il dialogo lì dove i politici di entrambe le parti gli griderebbero in faccia quanto questo sia ridicolo e impensabile, credo non abbia bisogno di commenti. I traduttori editoriali sono anime delicate, occorre coltivarle. Da ragazzo, all'insaputa dei suoi familiari che altrimenti glielo avrebbe impedito perché sotto la dittatura di Enver Hoxha per una disobbedienza del genere si rischiava l'arresto, nella soffitta della propria casa Ben aveva assemblato una vecchia televisione, la cui antenna improvvisata arrivava a captare a malapena i nostri due programmi jugoslavi. Nel sentirmelo raccontare, capisco che quella meraviglia di scoprire il mondo attraverso una lingua all'epoca sconosciuta – sentire per la prima volta uno dei Notturni di Chopin con temi contrastanti al suo interno, imbattersi in dipinti di Goya o altri – ora, da adulto, la rivive a ogni pagina tradotta, e trova il senso solo nel condividerla con il maggior numero possibile di persone.
L'anno scorso l'Associazione dei traduttori editoriali di Serbia, di cui fino a quel momento potevano diventare membri solo i cittadini serbi, ha cambiato il proprio statuto conferendo a Ben Andoni, Alla Tatarenko (Ucraina) e alla sottoscritta il titolo di membro onorario perché, con il nostro operato, contribuiamo alla diffusione della letteratura serba nel mondo. Per me questa non è una semplice aggiunta al curriculum ma a costo di sembrare stucchevole un pezzo del mio cuore posto sotto la lente di ingrandimento, affinché tutti possano vederlo.
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco

È recente la pubblicazione della traduzione serba a sua cura del romanzo di Nadia Terranova, Gli anni al contrario, un grande successo che ha reso la giovane scrittrice italiana una delle voci più importanti della letteratura italiana contemporanea. Può accennare alle difficoltà che ha incontrato rendendolo in serbo?
Quest'anno ho vissuto anche l'esperienza inversa, che finora non avrei creduto possibile. Ci sono innumerevoli modi per raggiungere un luogo, ed è da un po' di tempo che cominciavo ad avvertire come insufficiente il semplice prendere l'aereo e spostarmi. Per questo ho tradotto in serbo Gli anni al contrario di Nadia Terranova in serbo (Godine obrnutim redosledom, Areté 2019), costringendomi così a dover affrontare altri fantasmi ancora: quelli legati all'uso di una lingua da me mai adoperata per la scrittura. Significava riprendere in mano la grammatica di una delle mie due lingue materne, e imparare ciò che negli ultimi trent'anni mi sono persa, in primo luogo imparare a distinguere ciò che è serbo da ciò che è croato. Per quanto, probabilmente, nel mio intimo continuerò a sentire a vita il loro profondo legame, questo non può né deve diventare una scusa per non conoscere a fondo le regole che invece deve padroneggiare bene chiunque al giorno d'oggi intenda scrivere o tradurre in Croazia e in Serbia.
Letteratura serba in mano croata. Intervista alla traduttrice Anita Vuco
La ringrazio per questa apertura, per la sua sincerità, e le lascio l'ultima parola.
Ci tengo a ringraziare l'intera redazione Voland. Come scrive anche Tuševljaković alla fine del suo libro, nessuna opera è fino in fondo l'impresa di un solo uomo, senza il contributo di ognuno/a di loro la sua pubblicazione in italiano non sarebbe stata la stessa, a partire dalla stupenda veste grafica che mi fa sorridere ogni giorno. Sapendo che a cura di Daniela di Sora fra poco uscirà di stampa anche Mi različiti[Noi diversi] di Veselin Marković, non fa altro che moltiplicare questa gioia.

Per la prima foto, copyright di Zhanna Stankovych.
Per la terza e quarta foto, copyright di Ksenija Vlatković.

L'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 11 dicembre 2019

MARCIARE O USCIRE DALLA FILA? Per il novantesimo anniversario della nascita di Imre Kertész


MARCIARE O USCIRE DALLA FILA?

Per il novantesimo anniversario della nascita di Imre Kertész

di  11 dicembre 2019

Nato il 9 novembre 1929, Imre Kertész da più di tre anni non è più fra noi. Quando, nel 1975, è stato pubblicato il suo primo romanzo, Essere senza destino (pubblicato in Italia da Feltrinelli, ndr), pensava che «privato di qualsiasi effetto, esso sarebbe rimasto sepolto nello sprofondo ammuffito di una cantina ungherese», e si è rivolto al redattore della casa editrice con l’affermazione assurda: «Mi può salvare solo la fama mondiale». In quell’attimo – scrive nel gennaio del 1995 in un’annotazione nel suo diario – «era un’affermazione tanto assurda quanto era stata la decisione che avevo preso nel 1954 di fare lo scrittore, per giunta un tipo di scrittore qui inimmaginabile perché il suo punto di partenza non è la prammatica, non si adegua alle circostanze locali ma, per così dire, prende la misura dell’eternità».
Se ci pensiamo, la vita di Imre Kertész è una sequenza di assurdità, e le sue opere rappresentano l’analisi di queste assurdità, accompagnata da una severa introspezione. Conclude la stesura di Essere senza destino il 9 maggio 1973, e già alla fine di luglio la casa editrice Magvető ne rifiuta la pubblicazione. Kertész tira le somme e prende in considerazione l’idea di far uscire il manoscritto clandestinamente dal Paese per farlo pubblicare all’estero: la copia originale di quel testo è andata smarrita ma l’autore ne usa alcune parti nel suo secondo romanzo, Fiasco (Feltrinelli, ndr), e la ricostruzione del manoscritto è fra i suoi ultimi lavori.
Lo scrittore vi riassume le circostanze assurde della propria nascita: «quando sono venuto al mondo il Sole era nel segno della più grande crisi economica fino ad allora mai conosciuta, la gente si buttava di sotto dall’Empire State Building, dal turul (l’aquila immaginaria della tradizione ungherese) in cima al ponte Francesco Giuseppe, e da tutti i punti situati in alto dell’intero globo; si gettava nell’acqua, nei precipizi, sul lastricato, a seconda delle possibilità; un capo partito di nome Adolf Hitler mi guardava torvo dalle pagine del suo Mein Kampf, la prima legge antisemita ungherese chiamata numerus clausus si trovava sullo zenit dellamia costellazione prima che il suo posto fosse preso dalle leggi successive. Tutti i segnali terrestri (non so nulla di quelli celestiali) testimoniavano l’inutilità, o meglio l’irragionevolezza, della mia nascita. Ero un inconveniente anche per i miei genitori che stavano divorziando. Sono la manifestazione materiale di qualche incontro amoroso di due persone che non si amavano […]. Figlioletto di mio padre e di mia madre che non avevano più nulla in comune, alunno di un istituto privato dove mi avevano internato mentre loro sbrigavano le pratiche del divorzio; scolaro e piccolo cittadino dello Stato. […] Ero circondato, sovrintendevano alla mia mente: mi educavano. Mi allevavano per eliminarmi, a volte con parole affettuose, altre con rimproveri severi. Non protestavo mai, mi impegnavo a fare il mio meglio: mi lasciavo andare alla nevrosi della buona educazione con languida buona volontà. Ero un membro umilmente impegnato, seppure non sempre perfettamente allineato, della tacita congiura che attentava alla mia vita».
Deve a questa nevrosi della buona educazione se non scappa quando ne avrebbe la possibilità, e sale invece obbediente sul vagone diretto a Auschwitz. L’anno dopo, sempre beneducato, non rimane in nessuno dei Paesi occidentali che gli vengono offerti, sale invece a Buchenwald sul treno in partenza per Budapest, e remissivo, si adatta ancora. Inizia la promettente carriera di giornalista, scrive libretti per commedie musicali di successo; non si ribella e malgrado gli si presenti l’occasione non emigra né nel 1948 né nel 1956.Per decenni abita con Albina Vas, la prima moglie, in un appartamentino di 28 metri quadrati, insufficiente per due persone, che assurge a simbolo di detenzione: prigione e nascondiglio dell’esistenza intellettuale da lui scelta. All’apparenza Kertész si adegua in tutto all’ambiente esterno, alle opportunità che gli si presentano, quando un evento romanzesco (e in seguito anche romanzato) lo costringe a prendere una decisione bizzarra che determinerà il suo destino: giornalista disoccupato, nel gennaio del 1956 il quotidiano Magyar Nemzet gli affida l’incarico di scrivere un articolo sui costanti ritardi dei treni.
Kertész tornava spesso su quest’episodio, lo racconta anche nel suo discorso di Stoccolma (pronunciato nel dicembre 2002 in occasione del ritiro del premio Nobel, ndt). Ed ecco come ha narrato lo scrittore l’episodio in una intervista inedita: «Stavo in un lungo corridoio completamente vuoto e all’improvviso sentii un rumore di passi provenire dall’ala più corta di questo corridoio a L, che naturalmente non potevo vedere. E questi passi scatenarono dentro di me… Di colpo ebbi una visione sul significato di questi passi, i passi che fino a quel momento avevano caratterizzato la mia vita: marciare e marciare in una grande marcia storica cui partecipano centinaia di migliaia, milioni, e o si marcia con la massa o ci si fa da parte. E io decisi di uscire dalla folla in marcia. Vivevo l’esperienza che avrei incontrato in seguito traducendo Nietzsche, ossia enthousiasmòs dionisiaco che in realtà è un’esperienza di massa, e quest’esperienza di massa è l’essenza della dittatura. Una dittatura come quella nazista ocomunista, fatta di continue feste e autoinganno, è capace di trasformare l’odio selvaggio in manifestazioni orgiastiche, e esercita un’attrazione incredibile sulla folla impazzita. L’esperienza dionisiaca ghermisce, e l’uomo abbrancato non se ne esce più perché rinuncia a se stesso, alla sua individualità, diventa parte della massa, si abitua a essa e impara ad amare il caos. Ho capito […] che riconoscendo i pericoli dell’esperienza dionisiaca dovevo operare una scelta, perché mi rendevo conto di quanto fosse facile farne parte. Credo che sia stato un momento esistenziale, comunque in quell’istante fui fulminato dall’idea di dover fare lo scrittore.
In un certo senso era un’esperienza mistica, anche se ovviamente dentro di me qualcosa si stava preparando già da molto tempo: da mesi, persino da anni. Che venne alla luce in quell’attimo. Sentendo il rumore di quei passi dentro di me prese forma quel disegno che fece nascere anche i temi che avrei trattato da scrittore. Nacque quella distanza che sembra caratterizzare i miei lavori, e in quell’attimo ebbi la chiara percezione che il mio dovere era di stare in disparte e di osservare». (Per la cronaca: Kertész scrisse l’articolo commissionato da Magyar Nemzet che fu pubblicato nel giornale l’8 febbraio 1956).
Imre Kertész inizia la sua attività di scrittore autonomo (come figurava per molto tempo sulla sua carta d’identità) in uno spazio in cui la condizione primaria per raggiungere la meta era la rinuncia alla propria identità e corrompersi. A prima vistacontinua ad adattarsi alle circostanze ma va contro il regime: comincia a svolgere il suo lavoro apparentemente assurdo e privo di qualsiasi garanzia di successo di nascosto, praticamente in clandestinità, e devono trascorrere 19 anni prima che possa prendere in mano una copia stampata di un suo libro; inoltre ha sessant’anni quando viene insignito del primo riconoscimento, il premio letterario Attila József.
Il successo giunge tardi, non può più corroderlo né far sì che faccia concessioni, nemmeno a se stesso. Ha sempre considerato naturale l’esilio dello spirito e a esso adattava la propria vita e la sua strategia di scrittore: «Non avrei potuto sopravvivere, superare quelle condizioni di vita, se non mi fossi messo in disparte, se non avessi creato una forma di vita spirituale in cui quel vivere da outsider non fosse stato prima accettabile, e poi anche costruttivo per me. Quindi anche se risulta un paradosso, devo molto agli ultimi quarant’anni, al fatto per esempio che non mi hanno mai considerato uno scrittore, che anch’io mi sentivo un estraneo nel mondo letterario e non ho cercato di farne parte. Tutto questo mi dava una certa prospettiva…»
Citava sovente la definizione di Emerson secondo la quale eroe è colui che non si sposta dal proprio centro. Kertész la traduceva per sé pensando di dover formare prima di tutto la propria personalità, per poi trasformare la sua vita in un’opera. Come recita il risvolto di copertina (ungherese, ndt) di Fiasco: «La mia morale è vivere e scrivere lo stesso romanzo». Scrivere era ineluttabile per lui e la scrittura era anche il suo campo di battaglia dellaconquista e riconquista dell’identità. Kertész in tutte le sue opere parla, fornendone anche degli esempi, della grave responsabilità che pesa su di noi nel definire la nostra vita, su come renderla un destino individuale in ogni tempo, in particolare nelle dittature intente ad appropriarsene, e se la nostra storia può insegnare qualcosa anche ad altri.
L’intera vita e opera di Imre Kertész parla di questa lotta e del suo prezzo, e di quello che possiamo fare delle esperienze acquisite e del carico che ci viene lasciato in eredità. In virtù del destino e delle esperienze di vita, Kertész appartiene a quei pochi che possono esprimersi autorevolmente di due terribili dittature del ventesimo secolo; il valore delle sue opere sta nella testimonianza che in lui non si lega mai soltanto al passato e manda sempre un messaggio esistenziale al lettore. Rimanere un outsider ha avuto il suo prezzo ma gli ha garantito la libertà anche nei momenti storici più tragici, e i suoi libri sono stati concepiti in libertà.
Questo non glielo hanno mai perdonato e lui sarebbe stato dimenticato persino più velocemente dei consueti tempi dell’oblio, se non fosse arrivata la fama mondiale, una nuova svolta assurda, la «catastrofe-fortuna» come era solito chiamare il premio Nobel. È riuscito a completare la sua opera degnamente, malgrado l’aggravarsi della sua malattia che correva in parallelo con il crescente successo – l’ha terminata secondo i suoi parametri, come voleva vederla lui e come voleva che la vedessero gli altri.Tuttavia, e ne era ben consapevole, questa forma nella sua segregazione rimane comunque frammentaria: non solo la sua eredità rivelata (che conosciamo bene o male e con fraintendimenti) è immensa e richiede cura costante, ma la somma delle opere inedite o addirittura dimenticate è di pari volume. L’istituto che porta il suo nome è nato anche per rendere fruibile la parte sconosciuta. Far diventare accessibile quest’opera straordinaria nella sua interezza non è solo rispetto per il morto, ma anche conoscere noi stessi.
Un breve cenno all’attività dell’istituto: è stata posta una targa alla casa dello scrittore in via Török, è stato allestito, secondo la volontà della sua vedova, Magda, il suo monumento funebre, inoltre è iniziata la lavorazione delle opere inedite e la raccolta dei documenti relativi allo scrittore. È disponibile online la raccolta di materiali inerenti e una mostra itinerante è dedicata agli anni fra il 1934 e il 1955 e alla commovente storia della prima moglie di Kertész. Abbiamo appena incominciato il lavoro e abbiamo ancora molto da fare per arrivare anche solo a stimare quanto dobbiamo a quest’artista eccezionale.
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(Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul quotidiano ungherese Magyar Nemzet il 10 novembre 2019. Articolo di Zoltán Hafner, direttore dell’Istituto Imre Kertész di Budapest. Traduzione di Andrea Rényi)

L'articolo su Flanerì

venerdì 8 novembre 2019

«Apri, ebreo». Una lettura di angosciante attualità

Fino a qualche anno fa il nome di Ulrich Alexander Boschwitz, era praticamente sconosciuto, perché lo scrittore tedesco ebreo per metà perì in un attacco navale a soli ventisette anni, nel 1942, con il suo ultimo manoscritto cucito addosso. Alla fine degli anni Trenta furono pubblicati due suoi libri rispettivamente in inglese e in svedese, ma in Germania acquisì notorietà soltanto l'anno scorso, quando Peter Graf editò il testo tedesco originale e lo pubblicò con Klett Cotta con il titolo Der Reisende (Il viaggiatore) che era già apparso sotto lo pseudonimo John Grane in inglese durante la guerra. Boschwitz lo considerava il suo romanzo migliore, e perfettibile con una buona revisione. Nella sua ultima lettera scritta a sua madre il 10 agosto 1942, prima di intraprendere la traversata in mare, parlò della revisione che stava effettuando a questo libro pubblicato nel 1939 in Inghilterra e nel 1940 in America, ma le correzioni andarono disperse e l'autore fu dimenticato, malgrado gli sforzi compiuti da Heinrich Böll per mantenere viva la sua memoria e i suoi libri sugli scaffali delle librerie. Un giorno di qualche anno fa la nipote di Boschwitz fa leggere il romanzo all'editore Peter Graf che rimane colpito al punto da assumerne personalmente la cura e da scrivere una pre- e una postfazione a quella che considera probabilmente la prima elaborazione letteraria della Notte dei Cristalli e delle sue immediate conseguenze.

Il protagonista è un ricco commerciante ebreo tedesco di nome Otto Silbermann che all'inizio della trama cerca di rassegnarsi al fatto che Becker, il suo socio e presunto amico dichiaratamente nazionalsocialista, che a causa delle leggi razziali è stato costretto a nominare titolare della sua impresa, lo sta depredando. Siamo nei giorni immediatamente dopo i pogrom che gli storici chiamano la Notte dei Cristalli per le vetrine frantumate dei negozi. Secondo i calcoli dello storico e scrittore Saul Friedländer fra il 9 e l'11 novembre 1938 i nazisti distrussero 267 sinagoghe e 7500 negozi di proprietà ebraica, uccisero novantuno persone e centinaia commisero suicidio o morirono a causa delle ferite subite durante i tumulti. Trentamila furono internati in campi concentramento.
«Apri, ebreo». Una lettura di angosciante attualità
La situazione peggiora quando qualche ora più tardi un altro conoscente, Findler, offre una cifra irrisoria per l'acquisto della casa che Silbermann intende vendere per lasciare la Germania, e la trattativa viene interrotta bruscamente dall'arrivo di un gruppo di nazisti che devastano l'appartamento. Silbermann intraprende un viaggio interminabile per la Germania, prende un treno dietro l'altro scappando di città in città, sempre più affranto, perdendo tenuta e dignità. Abituato allo stile di vita dell'alta borghesia e privo di quella flessibilità che le circostanze estreme richiedono per la sopravvivenza, cade sempre più in basso fino a perdere il senno.
«Apri, ebreo». Una lettura di angosciante attualità
Nel corso dei suoi spostamenti si imbatte nei rappresentati più vari della società tedesca, in ordinari nazisti e impiegati simpatizzanti, in persone pronte ad aiutarlo, esponenti dei più disparati ceti sociali, e in ebrei terrorizzati. Gioca a scacchi con un nazista che trova umano, flirta con una bella ariana che tenta di confortarlo, e stabilisce rapporti ambigui con altri ebrei che teme e avverte come un pericolo per sé. In questo modo Boschwitz mette in risalto l'aspetto sconfortante della poca solidarietà anche fra gli ebrei colpiti da provvedimenti tragici, in imminente pericolo di vita, e la loro speranza di potersi salvare da soli. Silbermann è perseguitato ingiustamente ma non è un eroe, è un uomo pieno di difetti, lui ne è consapevole, e se ne vergogna pure.

L'ebreo assimilato Silbermann che fino a poco tempo prima era un membro rispettabile e rispettato della società tedesca, veterano della Prima guerra mondiale e proprietario di beni considerevoli, si dibatte tra incredulità, speranza e sconforto. Non ha dato retta ai primi segnali allarmanti, ai quali ha dato seguito invece suo figlio che lui infatti sta tentando di raggiungere a Parigi. Sua moglie ariana si rifugia invece nella propria famiglia d'origine conquistata dalle idee naziste, quindi disposta ad aiutarlo. Silbermann non può più ingannarsi: la sua vita è andata a pezzi, ed è qualcosa che la sua mente avvezza a una vita stabile, sicura, e la sua psiche di persona scaltra solo negli affari ma non malleabile, non sono in grado di sopportare.

L'anno scorso la pubblicazione de Il viaggiatore in Germania, a 80 anni dalla sua nascita, si è rivelata un caso letterario, paragonato alla Novella degli scacchi di Stefan Zweig e a Essere senza destino di Imre Kertész. Il romanzo è intessuto di elementi biografici, di una profonda consapevolezza degli eventi storici e di una certa preveggenza. D'altronde Boschwitz stesso era vittima delle persecuzioni razziali e per evitare il peggio si stabilì all'estero già nel 1935. Ed è uno dei rari scritti che narrano il processo stesso, non solo gli effetti, della distruzione di un essere umano, in questo caso di un ebreo. Con il ritorno sempre meno velato dell'antisemitismo nella nostra società Il viaggiatore di Ulrich Alexander Boschwitz (pubblicato da Rizzoli nella traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli) è oggi una lettura necessaria di triste, angosciante attualità. 

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L'articolo su SUL ROMANZO

giovedì 7 novembre 2019

ORBÁN, UN PRECURSORE DEL “BRAVE NEW WORLD” CHE POTREBBE ATTENDERCI

A proposito di “Orbán. Un despota in Europa” di Stefano Bottoni


«Come riesce un giovane ungherese di provincia a diventare il dominatore incontrastato della scena politica interna e uno degli uomini più discussi d’Europa? Perché trasforma l’Ungheria in un laboratorio illiberale? Come costruisce e rafforza il consenso interno al suo sistema? Quale partita geopolitica gioca stretto fra le alleanze continentali e le potenze globali? E non da ultimo: perché la democrazia liberale è implosa in Ungheria prima che altrove nell’Unione Europea?».
A queste ed altre domande risponde Orbán. Un despota in Europa (Salerno Editrice, 2019) un saggio accurato, analitico e allo stesso tempo sintetico, dello storico italo-ungherese Stefano Bottoni. Con un linguaggio fluido, trasparente, e scevro da ogni politichese, organizzato in nove capitoli, dotato di una ricca bibliografia e di una indispensabile e molto ben congegnata prefazione, il volume si sviluppa lungo il discorso complesso sul fallimento dell’occidentalizzazione politico-culturale della società ungherese. Ne tratta ogni singolo aspetto come per esempio il controllo sociale delle autorità locali, il ruolo di condottiero spirituale assunto da Orbán, l’interdipendenza della politica europea, la questione migratoria, quella dei rom, della massiccia emigrazione degli ungheresi, in particolare dei giovani, e del rapporto del potere con il mondo ebraico.
Assumendosi l’impopolare compito dell’Orbán-Versteher, «colui che lo critica senza sconti evitando condanne a prescindere», Bottoni ricostruisce la storia ungherese dalla caduta del Muro in poi, presenta il ritratto dell’uomo Viktor, descrive le sue trasformazioni «convinto che la sfida politica e culturale che il sistema Orbán rivolge al mainstream europeo richieda da parte dei suoi avversari uno sforzo di analisi che si sono fino ad ora risparmiati di avviare». Naturalmente il libro offre anche una panoramica degli avversari politici e le ragioni delle loro sconfitte: quadri che vengono trattati senza partigianerie e mistificazioni.
L’autore mette a fuoco la diversità di Orbán rispetto agli altri dissidenti dell’Est che agivano da testimonianza morale, mentre il leader magiaro puntava fin da subito alla conquista di un spazio egemone tramite attività razionali. Chiarisce il ruolo del sistema elettorale misto, maggioritario e proporzionale, che già ben prima dell’avvento del Nostro favoriva i partiti di maggioranza relativa. Sottolinea l’importanza del fattore tedesco e prende in esame il passaggio della politica di Orbán da filoatlantica a filorussa.
E narra la storia intrigante del suo sodalizio con Lajos Simicska, proprietario di un impero mediatico, e le conseguenze della fine della loro collaborazione gomito a gomito. Bottoni delinea tutti gli elementi e le circostanze che hanno contribuito, a partire dal 2010, a tre vittorie elettorali consecutive di Viktor Orbán. Successi e mantenimento dei voti dovuti in gran parte alla straordinaria coesione del gruppo dirigente e della base di Fidesz, il suo partito, che quindi ha permesso di porre fine all’imperfetta democrazia postcomunista e ha generato il sesto modello autoritario ungherese in appena un secolo, il cosiddetto NER, acronimo che in italiano sta per Sistema di cooperazione nazionale.
Stefano Bottoni, già autore di numerose pubblicazioni, è stato testimone diretto, oculare, del processo politico ungherese. Fino a qualche mese fa era anche membro dell’Accademia delle Scienze Ungherese, e quando il governo con un decreto mise sotto controllo l’attività, il budget e i temi di ricerca dell’Accademia, partecipò attivamente alle proteste, abbandonando l’Accademia per andare a insegnare Storia dell’Europa Orientale Firenze, quando si rese conto che le proteste non avrebbero portato frutti.
Con questo libro fornisce un contributo essenziale per la storiografia del modello Orbán, che propugna un’idea alternativa di Europa rendendosi l’avamposto della crisi della democrazia liberale. Sono questioni che ci riguardano molto da vicino, lo testimoniano queste parole pronunciate dal capo di governo ungherese pochi mesi fa: «Nel 1990 l’Europa era il nostro futuro, ora siamo noi il futuro dell’Europa».
Orbán. Un despota in Europa è l’analisi comparata del passato recente, il lucido racconto della nascita di un regime autocratico nel cuore della democrazia europea che credevamo inscalfibile; in poche parole un case study fondamentale non solo per comprendere che cosa è successo e sta succedendo in Ungheria, ma per acquisire consapevolezza dei limiti dei nostri sistemi politici, e per capire che potrebbe accadere anche altrove.
(Orbán. Un despota in Europa, Stefano Bottoni, Salerno Editrice, 2019, 304 pp., euro 19, articolo di Andrea Rényi)

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