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| Foto di Angela Cossiri |
domenica 15 gennaio 2012
Róbert Hász, Passeggiata settembrina
Titolo originale: Szeptemberi séta
Szabolcs Benedek, Viaggio di studio
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| Foto di Angela Cossiri |
«Ragazzi in gamba, contadini intelligenti, di origine sveva» pensavano gli ideatori del viaggio «vanno in visita nella patria dei loro avi, non ci saranno problemi.»
Mátyás Schulz senior nacque nel piccolo villaggio di Nagykörü, prima di partire per la Germania a malapena uscì dai confini del suo paesino, era stato qualche volta solo a Szolnok. Suo padre, Lóránt Schulz, era membro del Partito Unitario[1]e come tale incondizionatamente fedele al primo ministro Gömbös[2]. «Si può guardare solo con ammirazione alla Germania» diceva a casa, quando dopo gli impegni del giorno la famiglia si ritrovava insieme a cena. Aveva generato anche due figlie oltre a Mátyás Schulz senior, a loro però trasmetteva solo le idee di base e i consigli più importanti, mentre con il figlio entrava nei dettagli. Mátyás Schulz senior ascoltava i suggerimenti paterni, alle domande che richiedevano consenso rispondeva con “si”, ma non mostrava molto interesse verso le cose del grande mondo. Gli piacevano i motori, i pochi trattori esistenti allora a Nagykörü e nei dintorni e le automobili che viaggiavano abbastanza numerose sulla strada statale che attraversava anche Szolnok e con le quali persino il governatore[3]e la famiglia si recavano nel loro rifugio di Kenderes.
«Gyula Gömbös di nuovo ha detto il giusto» disse Lóránt Schulz quando sentì l’idea del primo ministro-capo del partito sul viaggio di studio di ragazzi di origine sveva in Germania finanziato dallo Stato. Ed era infinitamente contento che suo figlio poteva essere uno dei fortunati. A Mátyás Schulz senior balenò in mente che per la prima volta nella sua vita avrebbe varcato il confine ungherese, anzi, avrebbe potuto vedere Budapest, un’esperienza che nei suoi diciassette anni di vita non gli era mai capitata. Perché il corso intensivo di lingua si tenne proprio là.
Sebbene il primo ministro Gömbös nel suo zelo assoluto avrebbe preferito far varcare ai ragazzi svevi la frontiera direttamente a Hegyeshalom, per permettergli di entrare nel Terzo Reich dall’Austria recentemente annessa, il rapido di Berlino scelto per il viaggio giunse in terra germanica attraversando la Cecoslovacchia dallo status al momento ancora incerto. I ventiquattro giovanotti erano attesi al capolinea dall’ambasciatore del Regno d’Ungheria e da un consigliere degli Esteri tedesco. L’alloggio era in un bell’albergo di recente costruzione (l’ambasciatore lo definì ostello della gioventù) e subito il giorno dopo poterono assistere all’inaugurazione dei giochi olimpici dove si realizzò il sogno dei più: quello di vedere il Führer.
Mátyás Schulz senior non aveva mai visto così tanta gente come all’inaugurazione. Non sapeva cosa fossero le olimpiadi, il suo compagno di stanza, un ragazzo di Magyaregregy glielo spiegò: le olimpiadi sono come la guerra con la differenza che i partecipanti non usano le armi per battersi, bensì la propria forza fisica. Mátyás Schulz senior non amava la guerra, malgrado l’opinione di suo padre che la definiva fuoco purificatore. Come già detto prima, lui si interessava di motori, dei miracoli della tecnica. A Berlino ne poteva vedere un bel numero.
Ammirò il frigorifero elettrico dell’ostello, la cui esistenza conosceva solo per sentito dire. C’era anche una grande radio, molto più moderna dell’unica radio che a Nagykörü era in grado di ricevere da tutto il mondo. Nelle vie di Berlino giravano automobili persino più belle di quelle del governatore a casa. «Tutto questo è possibile» dissero i padroni di casa a una lezione di teoria il giorno dopo l’inaugurazione «perché da quando è il Führer a guidare la nazione, la Germania sta vivendo un progresso economico improvviso.»
I ventiquattro giovanotti trascorsero una settimana a Berlino dove fu mostrato loro tutto quello che era importante. In seguito furono divisi in coppie e spediti nelle varie regioni del Terzo Reich per illustrare come viveva il popolo tedesco al di fuori della capitale.
Mátyás Schulz senior fece coppia con il ragazzo di Magyaregregy e su decisione dell’ambasciatore e del consigliere degli Esteri, partirono per Lipsia. Il ragazzo di Magyaregregy era un po’ dispiaciuto, avrebbe desiderato visitare Norimberga o Monaco, ma poi si accontentò dicendo che anche Lipsia era rinomata perché lì furono sconfitti i vecchi nemici delle forze alleate tedesche: i francesi con il loro imperatore, Napoleone. Mátyás Schulz senior non conosceva la storia, quindi il ragazzo di Magyaregregy gli raccontò in viaggio per Lipsia la strenua lotta che la nazione ariana vinse contro il tiranno simbolo del cosmopolitismo europeo. Mátyás Schulz senior – come anche a casa – ascoltava attento, ma nemmeno questa volta esprimeva la sua opinione.
A Lipsia furono alloggiati presso una famiglia borghese. Il padrone di casa e sua moglie erano iscritti al NSDAP e diedero un caloroso benvenuto agli ospiti venuti dall’Ungheria. Commentarono con parole d’approvazione l’attività del leader ungherese Gyula Gömbös il quale comprendeva perfettamente l’ideologia del nazionalsocialismo e teneva saldamente in mano le redini dell’Ungheria. Il padrone di casa espresse la speranza che le voci sulla salute precaria del primo ministro ungherese fossero esagerate e che Gyula Gömbös potesse tornare presto a dirigere le sorti del popolo magiaro.
Lipsia è una grande città, più grande di Szolnok, ma molto più piccola di Berlino e il padrone di casa gliela fece girare in una sola giornata. A Mátyás Schulz senior piacque molto la chiesa di S. Tommaso dove un tempo Bach lavorò come direttore d’orchestra; di Bach sentì parlare per la prima volta dal padrone di casa, il quale gli spiegò che era un magnifico compositore, rappresentante del genio tedesco e della pura arte germanica. Il ragazzo di Magyaregregy conosceva un compositore tedesco, Beethoven, che nominò pure e il padrone di casa commentò che Beethoven divenne grande in Austria come il Führer, che gli austriaci erano il ramo sud-orientale dei tedeschi e finalmente, dopo lunga separazione, sono tornati nel grembo della nazione madre.
Mátyás Schulz senior si ricordava di aver studiato, nella scuola di Nagykörü, delle lotte degli ungheresi contro gli austriaci, quindi se anche loro sono tedeschi, allora perché… Ma non diede voce a questa sua riflessione, sia perché non voleva sembrare stupido, sia per non guastare la bella atmosfera della visita. Lipsia gli piacque per il resto, anche se all’inizio gli sembrava strano che le facciate di tutte le case fossero dipinte di marrone e tutta la città sembrava una fotografia. Anche qui c’erano molte automobili per le strade e la gente era ben vestita e sembrava soddisfatta. Mátyás Schulz senior notò che i padroni di casa possedevano il più moderno tipo di frigorifero, una radio, un ferro da stiro e perfino una lavatrice.
«Raccontate al vostro ritorno» spiegò entusiasta il padrone di casa «del favoloso benessere del popolo tedesco».
Tutte le mattine si alzavano alle sei e mezza, ognuno poteva occupare il bagno per cinque minuti, alle sette sedevano già intorno al tavolo della colazione dove il padrone di casa si faceva raccontare dai ragazzi i loro programmi del giorno. Alle sette e mezzo la tata accompagnava i bambini a scuola e al suo ritorno – svolgeva anche le funzioni di domestica ed aiuto cuoco – usciva con la padrona di casa per fare la spesa. Il padrone di casa passava la mattinata a parlare, spiegava ai due ragazzi gli ideali del nazionalsocialismo, leggeva dal Mein Kampf e dai discorsi del Führer, illustrava la struttura e le finalità del partito. Verso mezzogiorno pranzavano con la padrona di casa, poi il marito, accompagnato dai ragazzi, andava in banca dove era membro del consiglio d’amministrazione che gli procurava qualche incombenza qua e là. In genere finiva presto con il lavoro, dopodiché passeggiavano per le vie di Lipsia, a volte andavano agli eventi organizzati dal NSDAP.
Il padrone di casa notò l’indifferenza di Mátyás Schulz senior per la politica. Aveva ricevuto l’ordine di tirar fuori il massimo da entrambi gli ospiti ma discuteva tanto volentieri con il ragazzo di Magyaregregy, mentre provare a trasmettere l’ideologia nella testa dura dell’altro contadinello gli sembrava uno spreco di tempo. Di conseguenza Mátyás Schulz senior ascoltava in silenzio la conversazione degli altri due, andava con loro agli eventi del partito, leggeva le pubblicazioni e i giornali, ma continuava ad interessarsi solo di motori e di innovazione tecnologica. Il padrone di casa volle fargli una volta una gradita sorpresa mostrando la caserma di Lipsia e l’attrezzatura moderna dell’esercito tedesco, ma nemmeno con la raccomandazione fu autorizzata la visita dei due ragazzi. “L’Ungheria è nostra alleata – fu risposto al padrone di casa -, ma non è ancora un’alleata di completa fiducia. Un trattamento consequenziale va riservato anche agli ospiti.”
Mátyás Schulz junior nacque nell’anno in cui l’Ungheria, violando il patto di eterna amicizia, partecipò all’attacco della Jugoslavia al fianco dell’esercito tedesco. Il primo ministro ungherese si tolse la vita; quando il suo successore – l’altro idolo di Lóránt Schulz – dichiarò guerra all’Unione Sovietica i soldati magiari erano già in Ucraina. Mátyás Schulz junior non aveva ancora dodici anni quando morì Stalin e quella sera Mátyás Schulz senior sentì per la prima volta il desiderio di raccontare del suo viaggio di studio in Germania. Non l’aveva mai raccontato a nessuno, nemmeno a Lóránt Schulz che aveva provato a farlo parlare a suon di schiaffi e implorazioni (per il resto dopo la guerra Lóránt Schulz non fece mai ritorno dalla deportazione sovietica, per la sua attività di funzionario del partito della croce frecciata).
«Sai, figliolo» raccontò Mátyás Schulz senior «a Lipsia un pomeriggio mi venne la diarrea e non potei uscire con il padrone di casa e con il ragazzo di Magyaregregy. Rimasi solo nell’appartamento, non c’erano nemmeno la signora e la tata, feci dunque un giro di perlustrazione dei locali dove prima non ero potuto entrare. Nella camera da letto dei padroni di casa aprii il guardaroba e vidi un’attrezzatura militare completa di tutto, di uniforme, armi e cartucce. Mi resi conto dell’efficienza dei preparativi tedeschi: da noi in stato di guerra mandano la chiamata d’urgenza, entro un’ora bisogna presentarsi in caserma e poi può passare ancora un’intera giornata prima di essere pronti all’azione. I tedeschi dovevano presentarsi alla stazione ferroviaria entro due ore indossando l’attrezzatura che avevano a casa ed entro altre due ore gli uomini già pronti potevano partire per il fronte. All’epoca non sapevo ancora cosa stessero preparando, ma quando vidi le armi nel guardaroba capii all’improvviso che qualcosa avrebbero fatto. Naturalmente è facile dirlo con il senno del poi, perché oggi sappiamo cosa avevano in mente, ma ti prego di credermi: io là davanti all’armadio mi resi conto che, pur sfidando mio padre, non sarei mai potuto stare con loro. Per questo motivo non raccontai mai di quel viaggio a nessuno.»
Sulla stanza calò il silenzio. La moglie di Mátyás Schulz senior abbassò la radio che trasmetteva musica funebre. Nel suo cuore di bambino Mátyás Schulz junior sentì che avrebbe dovuto domandare qualcosa. Ma poiché non gli venne in mente nulla chiese se poteva andare fuori a giocare.
«Non puoi, figlio mio» rispose la madre «siamo in lutto.»
Szabolcs Benedek (1973) è uno dei più promettenti scrittori giovani, già con numerosi volumi al suo attivo come La Grande Degenerazione (romanzo, 1997),L’amore di Berényi (raccolta di novelle, 1999), Mathias rex (romanzo, 2000),Zsigmond Báthory (romanzo, 2002), Così visse John Lennon (raccolta di novelle, 2002), Valle di cenere (romanzo, 2005), Disturbo comunicativo (raccolta di novelle, 2006). Benedek collabora inoltre con numerose riviste sia come critico letterario che come storico.
Mátyás Dunajcsik, Interno di un tram
Quando osservava qualcuno sembrava voler comunicare: guarda, eccomi, vorrei rivolgerti la parola, conoscere la tua vita, i tuoi desideri, sapere come prepari il tuo panino la mattina. forse per questo motivo il ragazzo leggeva tanto durante il tragitto, per evitare di entrare in contatto con gli occhi degli altri. Eppure, quando poteva, gli piaceva guardare la gente senza essere visto; prendere il tram regolarmente è come seguire una serie televisiva: il tempo è ciclico, avanza, si ferma e ritorna.
Sul tram incontrava persone che viaggiavano con lui giorno dopo giorno, questi occupavano più o meno gli stessi posti e tranne qualche piccolo dettaglio erano vestiti nello stesso modo tutte le mattine; cambiavano le pieghe dell'abito o del viso, la misura del nervosismo o della sazietà. E il tempo procedeva: i vecchi diventavano sempre più vecchi, invecchiavano anche i giovani, e l'ordine dell'abbigliamento dettato dalle stagioni e dalla moda andava avanti per la sua strada, seguendo a volte vie diverse rispetto al tram inseparabile dai suoi binari reali che lanciava strani cappi nel tempo, simili ai pensieri che si inseguivano nella testa del ragazzo. Quella mattina rifletteva sull'età in cui le donne si legano definitivamente a una certa moda, sul momento della scelta definitiva che dura fino alla fine delle loro vite. Perché è noto che da un certo momento in poi le donne non comprano più abiti nuovi oppure comprano solo vestiti simili ai vecchi: il ragazzo ne sapeva qualcosa perché sua nonna paterna, che nell'aprile di quell'anno avrebbe compiuto novantotto anni, aveva trovato la moda adatta a lei all'età di trentotto, nel 1942.
La donna che quella mattina era seduta a quattro-cinque sedili di distanza dal ragazzo, doveva avere quest'età - era probabile che se nessuno l'avesse più toccata, avrebbe portato quegli abiti e quella pettinatura anche trenta, quaranta, persino cinquanta anni dopo. Forse questo la rendeva più vulnerabile allo sguardo del ragazzo: sussultava ogni volta che lui alzava lo sguardo su di lei con quegli occhi insopportabilmente spalancati e lei era visibilmente ansiosa, come se lui le stesse cercando addosso qualcosa che non aveva mai posseduto. La donna abitava in un grande palazzo Liberty al centro della città dove, nello spazio quadrato lasciato libero del cortile interno, un unico albero si stiracchiava verso il cielo. Una volta pensò che quando non sarebbe più stata in grado di salire sul tram al ritorno dal lavoro notturno per andare a fare la spesa per sé e per il suo gatto, avrebbe in qualche modo raggiunto l'albero per impiccarsi . Si immaginò i vicini sconosciuti e muti sul ballatoio - tanti buon giorno e buona sera - intenti a osservare il suo cadavere e a parlare di lei e della sua triste vita, senza averla mai conosciuta, mentre lei avrebbe continuato a penzolare tranquilla dall'albero, come se questo movimento oscillatorio contrassegnasse il momento in cui aveva cessato di seguire la moda.
Meno male che da morta non sentirà gli stupidi commenti su di lei perché, se li sentisse, la farebbero scoppiare dal ridere.
Il fatto che questa donna non sapesse che l'edificio era stato costruito nell'anno di nascita della nonna materna del ragazzo, ovvero nel 1904, potrebbe sembrare sconveniente, ma non le interessano neppure gli ornamenti maiolicati sulle volte dei corridoi interni che rappresentano foglie di alloro e piccole bacche. Per vederli, ci vogliono giovanotti entusiasti e inesperti che nel loro tempo libero chiedono di entrare in edifici simili con la scusa di voler scattare qualche foto del cortile interno, quando in realtà vogliono solo respirare l'atmosfera; se non possono vivere in quei caseggiati, vogliono almeno portare via con sé qualcosa della loro aria. Ma va bene così: i veneziani riversano l'acqua dei piatti nella laguna strappata alle gondole, le mura di fine secolo non rendono tutti degli studiosi della storia cittadina, per giunta non era questa l'intenzione originale degli architetti, perché loro volevano costruire case e non monumenti, tenendo comunque sott'occhio - e questa è la differenza - l'ammirazione di quel giovanotto entusiasta che abbiamo appena conosciuto e che da anni è uno dei fantasmi di questa grande città con la macchina fotografica in spalla e con il sorriso dei filosofi incompresi sul viso.
Quando trovò l'edificio quasi non credette ai suoi occhi: davanti a lui si ergevano solide come catene montuose centinaia di metri quadri di impegno artistico, che da novantotto anni resistevano all'assalto dello smog, delle intemperie e dell'indifferenza degli uomini. Quasi mai nasciamo laddove vorremmo vivere, pensò il ragazzo. All'origine dell'universo doveva esserci stato uno stupido incidente, forse si era rovesciato il tavolo sul quale era appoggiata la mappa del mondo con sopra i birilli che segnalavano i posti dove gli uomini dovevano nascere. Tutti avevano un posto proprio, lui forse doveva nascere in questa casa, sua nonna paterna invece in una città spagnola del Sud dove grazie ai rigorosi codici morali del posto sarebbe stata una matrona di tutto rispetto e non quella vecchiarda che era invece qui.
Non sappiamo dove sarebbe dovuta nascere la donna che abitava in questo palazzo. Il giorno che il ragazzo suonò al suo campanello, la mattina sul tram le erano scese due lacrime dagli occhi subito dopo aver vidimato il biglietto; non erano lacrime drammatiche, era solo il corpo a lacrimare in solitudine, come l'uomo quando subisce una punizione. In quel momento c'era molta gente sul tram, né lei né il ragazzo potevano sedersi e molti si aggrappavano al corrimano che reggeva la macchinetta vidimatrice; gli capitò di alzare il polso frettolosamente, sfiorò il viso della donna e colse le due gocce scintillanti come bagliori all'alba. Poi lo dimenticarono entrambi, la donna andò a casa per dormire perché aveva lavorato all'osservatorio astronomico dal tramonto del giorno prima fino al sorgere del sole ed era così stanca da sentire le sua membra come fossero rami dell'albero mezzo rinsecchito nel cortile interno.
Come se non fossi io, mormorò fra sé davanti allo specchio dell'ingresso nell'appartamento vuoto. Il suo gatto vagabondava da qualche parte sui tetti, spero che non si sia stufato di me definitivamente, pensò e fece partire nella sua testa il programma dell'arrivo a casa per spogliarsi, dare da mangiare al gatto, versarsi un bicchiere d'acqua e addormentarsi senza più pensare e soprattutto per non guardare le foto di famiglia appese dappertutto in casa. Le avrebbe dovuto togliere già da un pezzo, per poter finalmente vivere e dormire tranquilla.
Quelli che dormono di giorno fanno sogni strani. Nelle case c'è poca gente, vi restano solo i bambini piccoli e i vecchi, gli incapaci del mondo, avviluppati in un silenzio consenziente. Il tempo è fuori, nelle strade, nei posti di lavoro e nelle scuole, e nulla ha a che fare con i cortili interni dei palazzoni; il silenzio aleggia come un gabbiano sopra i tetti, eppure è giorno e il silenzio è bianco, non è scuro, insomma non è opaco come il silenzio della notte che scioglie tutto. Nel caso della donna che abita qui è evidente cosa sta spiando con le orecchie mentre dorme: la vita, i piccoli rumori di tutti i giorni e soprattutto conversazioni, con cui costruire i suoi sogni. Nell'osservatorio astronomico dove lavora, ci sono solo uomini invasati che non comunicano fra loro, proprio come le stelle che scrutano.
La donna dormiva, il mattino diventava mezzogiorno e al suono delle campane molti alzavano lo sguardo con un sospiro di sollievo: solo qualche ora e sarebbe stato già pomeriggio quando il tempo poteva rifluire anche nei cortili dei palazzi.
Rimase sorpresa quando qualcuno suonò al campanello. Da mesi, forse da anni non riceveva più visite perché non aveva più osato amare nessuno al punto da invitarlo a casa. Il ragazzo si presentò come membro del Circolo per la Conoscenza del Quartiere e chiese cortesemente al citofono di poter entrare per scattare qualche foto. La donna premette il pulsante ed attirata da una strana curiosità, uscì sul ballatoio. Dopo qualche minuto di osservazione e parecchie foto domandò al ragazzo, che le ricordava una vecchia vacanza in Grecia, se voleva vedere anche il tetto. Allora erano ancora in tre, lei, suo marito e la loro figlia che ora studiava architettura dei giardini oltreoceano, se si poteva credere alle sue lettere. Il ragazzo le fece venire in mente una statua del Museo Archeologico di Atene, tranne che per gli occhi, perché le statue guardano solo dentro e non sono interessate ai panini custoditi negli zaini dei turisti.
«Potrebbe farmi salire?» chiese il ragazzo stupito come se lei gli stesse proponendo di spalancare una tomba egizia ed era tanto eccitato da non controllare il proprio sguardo; penetrò negli occhi della donna a modo suo facendola subito riflettere sull'opportunità o meno di far salire uno sconosciuto e portarlo addirittura sul tetto. Ma era già tardi e quando terminò la riflessione erano già dentro casa per cercare la chiave delle scale appesa accanto al ripostiglio.
«Un tempo il portiere abitava qui e io ho la chiave per poter salire perché ho un gatto che ama scappare dalla finestra e non ho altro modo per riportarlo a casa» disse la donna solo per dire qualcosa. Il ragazzo notò solo allora che per puro caso - forse anche questa era la conseguenza di un incidente come quello dello scambio delle abitazioni alla creazione del mondo - gli aveva aperto la porta di quel mondo segreto e animato proprio la donna con cui viaggiava la mattina, e mentre osservava la città sotto di sé che sembrava la pelle stesa di un animale morto, gli vennero in mente le due lacrime che quella mattina aveva raccolto.
Partendo dal lato destro dell'orizzonte il ragazzo contò una ventina di torri, poi sentì toccare la spalla, la donna gli disse di non andare oltre perché c'erano molti piccioni, lui però non le diede ascolto, allungò la mano che venne subito sporcata.
Nella donna si spezzò qualcosa, sentì l'imbarazzo della situazione e da quel momento in poi furono costretti a varcare la soglia di una maggiore intimità. Se ne rendeva conto, eppure stava già invitando il ragazzo a scendere:
«Prima lo si lava più è probabile che andrà via, meglio affrettarsi e rimandare le foto.»
Pensava che l'aveva già fatto entrare in casa una volta e lo avrebbe rifatto, e sentiva già l'acqua sulle mani, non avrebbe dovuto neppure guardare, nel suo appartamentino anche da cieca avrebbe ritrovato il detersivo e il rubinetto.
«Stendo i suoi pantaloni al sole, si asciugheranno presto» la donna iniziò la frase, ma si imbatté nel ragazzo seminudo nella porta di fronte; un perfetto sconosciuto, anche se avevano qualcosa in comune come la casa e il tram.
Potremmo affermare in tutta tranquillità che per un attimo il tempo si era fermato o era diventato insopportabilmente lento per la donna, ma in questo nostro racconto abbiamo trattato talmente male il tempo da non poterlo fare ancora, per cui la donna dovette confrontarsi con la bellezza del ragazzo in tempo reale; la sua pelle rabbrividì nella luce pomeridiana come se qualcuno l'avesse sfiorata, meno male che non ho un figlio che gli somiglia, fu il pensiero che le attraversò la mente, altrimenti comincerei sicuramente a parlare di lui e sarebbe terribilmente scontato.
Risalirono sul tetto, la donna appese la camicia su una tegola dello scolo, poi attraversò la città con lo sguardo come se vedesse per la prima volta tutte quelle case con tutta quella gente dentro, e come se cercasse qualcosa all'orizzonte. Aspettava di essere chiamata da un vicino o da una voce interna ma non rispondeva nessuno, il cielo era bianco come il silenzio del dormiveglia di chi dorme di giorno. «Stamattina ha perso due lacrime» sentì la donna e avvertì il tocco di una mano soffice e nuda sulla spalla, «gliele ho riportate». Dov'è l'errore, domandò la donna spaventata fra sé, che cosa ho rovinato. Erano più di quarant'anni che badava al proprio sguardo ed ecco, aveva perso la testa davanti a un ragazzino e lo aveva guardato come lui era solito guardare gli altri, spargendo tutto il dolore e la bellezza mai vissuta della propria esistenza. Forse quando mi sono girata con la camicia bagnata in mano e lui stava lì, davanti a me; lo si può ricostruire solo con il senno di poi.
Permise alle due braccia dietro di lei di abbracciarla e di attirarla, chiuse gli occhi e fu attenta solo al respiro dell'altro: un-due, pia-no pia-no, come se il ciondolare del suo cadavere immaginario, appeso all'albero, avesse dettato il ritmo e il silenzio che avvolgeva i loro movimenti; dicevo che fra noi c'era un legame più profondo e non solo quello creato dal caso, e se accettiamo il principio di base che l'occhio è lo specchio dell'anima, si può anche affermare che l'affinità delle anime può essere più forte di quella degli occhi, a volte fino al punto da far incontrare delle persone che in un mondo perfetto, dove ognuno nasce dove vorrebbe anche vivere, forse non si incontrerebbero mai o semplicemente non si noterebbero, eppure viaggiano insieme tutte le mattine. So che è inutile pensarci sopra, perché nella vita ci sono delle leggi, ma nessuno raccoglie le lacrime degli altri sui mezzi pubblici, preferendo guardare il mondo esterno, i manifesti pubblicitari o i sedili rovinati: perché non ci si guarda sul tram, questo è ovvio.![]() |
| Foto di Angela Cossiri |
Mátyás Dunajcsik è uno scrittore e traduttore ungherese. Figura emergente della scrittura gay, nel 2008, con il suo primo volume di racconti, Repülési kézikönyv , ha rappresentato l'Ungheria all'ottava edizione dello European First Writer Festival, nell'ambito dell'annuale fiera internazionale del libro di Budapest. Collabora con varie riviste come critico letterario e ha pubblicato diversi racconti e poesie. Alla poesia si dedica intensamente anche come traduttore .
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