domenica 15 gennaio 2012

Róbert Hász, Passeggiata settembrina

Foto di Angela Cossiri

Titolo originale: Szeptemberi séta
Tratto dal volume “Sok vizeknek zùgása”, Kortárs kiadó, Budapest, 2008

   Le giornate estive si accorciano, l’autunno arriva in strada furtivo, zoppo e  rasente il muro come un vecchio scaltro, e come sempre, in questo periodo dell’anno mi sento addosso lo sguardo del tempo. Quando il mondo rallenta per un po’, le particelle sentono freddo e si restringono, i fuochi si smorzano fino a diventare brace e bruciano appena, i fluidi circolano più lentamente nei propri canali e il Potere, questa Entità Superiore a volte cinica, ma tutto sommato indifferente, si toglie un attimo la maschera – come una vedova che per un istante alza il velo per tergere le lacrime con il fazzoletto.
   Quanto detesto questo suo gioco con i mortali!
   Di solito faccio la mia passeggiata la sera, quando il sole è ormai una palla di fuoco sfilacciata rosso sangue dietro i muri delle case e gli uomini affrettano il passo verso casa. La quiete della casa, la sicurezza della caverna: una sensazione antica, piacevole. Il calore del fuoco, il tremolio delle fiaccole davanti all’ingresso della caverna…che il male non può raggiungere.
   All’angolo, davanti al negozio di alimentari, un bambino gioca accanto al mucchio di ghiaia e sabbia rimasta dopo i lavori stradali. Lo vedo tutti i giorni. Scorgo in lui la morte. Si muove nelle sue vene, nel suo sangue. A volte vedo la sua testa bionda, a volte il suo cranio con l’infossatura degli occhi e gli alberi che cresceranno sopra. Vedo il bambino nel tempo, non soltanto nel presente; lo vedo ovunque e sempre.
   Passo accanto al bambino che salta in piedi e corre da suo padre sull’altro marciapiede, davanti al tabaccaio dove sta parlando con il negoziante.
   «Papà, quel tizio mi guarda sempre!»
   La voce era più irritata che lamentosa. Il padre, un uomo con i capelli rossi e il ventre tipico dei bevitori di birra, con l’anima in pena dalla mattina alla sera per il desiderio insoddisfatto di paesaggi lontani, detesta la quotidianità e le notti banali, ha un’ulcera e un principio di emorroidi, possiede un esiguo conto in banca, accarezza la testa del bambino.
   «Di chi stai parlando, figliolo?» domanda distratto e guarda in giro.
   Non lontano, ai bordi del parco, sotto il vecchio castagno alto, sulla panchina mezza marcia siede il vecchio vagabondo. Mi riconosce sempre. Lui è in pace con me. Alza la testa e sorride, con la pelle tanto tesa che sembra spaccarsi. Mi siedo sulla panca, vicino a lui. Ha ancora lo sguardo rivolto in alto, sembra mirare il caduco tramonto autunnale. Strizza e batte le palpebre guardando fuori dal profondo della sua anima. Respira rapidamente, ansimante. Il viso è coperto da una barba crespa di diversi giorni. Il corpo è incurvato, sporgono le spalle da sotto il cappotto liso come se le articolazioni fossero troppo stanche per tenere le ossa al loro posto. Vedo che la stoffa è consumata. Il vecchio inclina la testa, fissa prima le sue scarpe sformate, poi la cicca fumante fra le sue dita. Sento i suoi pensieri dolorosi. Le sue ossa temono il gelo. Se potessi, lo consolerei. Gli sfioro invece solo la fronte. Si tranquillizza, come se lo sentisse. Per lui è facile ormai, se ne andrà come era venuto: puro.
   Quando il semaforo sul marciapiede opposto diventa verde dozzine di gambe attraversano le strisce pedonali. Un paio fra loro precedono le altre. Salta svelto sul marciapiede opposto e mi passa accanto velocemente. Un ometto con i capelli radi, con occhiali tondi sulla punta del naso. Fa ciondolare la borsa nella mano destra come se anche questo servisse ad acquistare velocità. Deve avere fretta. Gira intorno la gente, giro intorno a lui anch’io. Dopo un po’ lo raggiungo e ormai camminiamo uno al fianco dell’altro. Guarda fisso davanti a sé, si concentra sulla strada sotto i piedi. Qualche goccia di sudore esalta la sua fretta. Lancia un’occhiata di sfuggita all’orologio ma non vede il quadrante; non è un’azione consapevole, ma solo il movimento istintivo del polso. Ansima piano. Questa corsa non fa per lui. Lo sa ed è arrabbiato con se stesso, sente di nascosto la manica della camicia e ora ce l’ha con sé anche per l’odore del sudore. Eppure non rallenta. Svolta l’angolo, tanto all’improvviso da fare quasi cadere la signora corpulenta che gli si para di fronte. La signora protesta ad alta voce e gesticola con la borsa carica di patate. L’ometto prosegue, mormora solo qualcosa fra sé mentre aggiusta gli occhiali sul naso. Il marciapiede pende un po’ e lo costringe ad allungare il passo, con la cravatta che sembra volare dietro di lui.
   Si ferma finalmente dopo un secondo angolo, davanti a un portone. Rimane immobile per qualche istante, solo il suo petto sale e scende mentre ritmicamente riprende fiato. Poi fa un ultimo profondo respiro e suona uno dei campanelli.
   Quando il portone si apre con un rombo io sono già all’interno. Lo osservo entrare dalla tromba delle scale. Sale le scale lanciando delle occhiate in alto. Al secondo piano si accosta alla porta di fronte e bussa piano. La porta si apre subito, ma solo una fessura sufficiente per far entrare l’ometto.
   La donna che ha aperto la porta ora si poggia alla parete del corridoio con una mano sul seno e ansima imbarazzata. È frastornata, i capelli sono in disordine come i suoi pensieri. Esita se dire qualcosa, attende con occhi spalancati.
   L’uomo guarda di nuovo l’orologio, ora però osserva attentamente la posizione delle lancette.
   «Trenta…» vorrebbe dire, ma appena sente la propria voce sottile e sfiatata si raschia la gola e ricomincia: «Abbiamo quaranta minuti».
   «Quaranta…» ripete la donna senza sapere perché lo sta dicendo. Ansima e guarda l’uomo.
   In quell’istante l’uomo fa cadere la borsa per terra e abbraccia improvvisamente la donna. Quando la sua bocca tocca la bocca di lei, o meglio quando i loro denti si urtano, gli occhi aperti della donna continuano a fissare il punto dove prima c’era la testa dell’uomo. Per qualche istante rimane paralizzata nel tempo, mentre l’uomo ansima e spinge la lingua nella sua bocca. Tutti i suoi pensieri, tutta la sua volontà si condensano in una sola parola: No! che si agita nel suo cervello come un grido imprigionato che gira in tondo e non riesce a erompere, poi l’eco si smorza,  viene coperta dalla volontà, dalla vicinanza fisica dell’uomo che le crolla addosso. Diventa un leggero sospiro di resa, come se con l’aria esalata dissolvesse la sua resistenza. Ormai è lei ad aiutare l’uomo, lo tira per la camicia, dentro, sempre più dentro la casa, ma non raggiungono le camere, crollano davanti alla porta della cucina, cadono uno dentro l’altra come le stelle infuocate.
   Vado via.
   Fuori, nella via, c’è una folla. All’incrocio macchine abbandonate, alcune con le ruote ferite, di traverso, come fossero animali morti. La gente indica con le dita, spiega con voce sommessa, serietà commossa, comprensiva, come ai funerali: dalla via vicina sta arrivando il suono della sirena di un’ambulanza. Accanto al marciapiede giace una persona con le membra allargate. Mi avvicino, mi piego. Respira piano; la vita che si sta mescolando all’aria colma di odore di nafta, lo sta abbandonando. Non ho tempo per riflettere. Lo tocco per aiutarlo, ma guardandolo vedo quello che è stato e quello che sarà, che lascio che venga. Lo porto in alto, sempre più in alto, lascio la città e il cielo settembrino sotto di noi.

Traduzione di Andrea Rényi

1 commento:

Anonimo ha detto...

Mi sembra di una puntualità estrema: il ragioniere dei numeri e non di altro. Per me, un'angoscia profonda.