sabato 21 febbraio 2015

C'è un Flaubert anche in Ungheria: racconta il cuore semplice di Anna

Róbert Berény (budapest, 1887 - 1953), Donna che dorme e vaso nero (1927-28, olio su tela)

                                           di Giorgio Pressburger

La casa editrice milanese Anfora ripropone Dezső Kosztolányi, grande mitteleuropeo

Le grandi letterature delle lingue egemoni, nei nostri anni sono come convitati di pietra: hanno bussato alle nostre porte per invitarci a una cena che preannunciava la nostra dannazione. Noi li abbiamo ascoltati sgomenti, non abbiamo detto nulla. Stiamo lì ad aspettare la fine di Don Giovanni, lo spalancarsi dell'inferno. Altra grande letteratura non viene ancora a visitarci, con annunci più favorevoli. Ma dalle lingue non egemoni arrivano nuovi messaggeri.

In Europa fiorisce una letteratura che chiede di essere ascoltata e non come rarità, come parola esotica, folclore: ma come inizio di un nuovo mondo. Tra queste nuove presenze c'è sicuramente la parte orientale del nostro continente: l'Est, o quella che una volta si chiamava così. Tra gli scrittori più significativi di oggi almeno cinque sei vengono da quelle parti. Gli editori italiani se ne sono accorti, e tentano di prenderne atto. Oltre agli scrittori oggi viventi, un narratore ungherese della prima metà del Novecento è tra gli autori che in questi anni vengono proposti e riproposti: si chiama Dezső Kosztolányi (1885-1936).

In questi mesi una piccola casa editrice milanese, Anfora, ha pubblicato un suo libro dal titolo Anna Édes (traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, pp. 220, euro 15). Quel libro parla di un mondo che è tramontato da quasi cent'anni: di quello della fine della Prima guerra mondiale. Anche noi, in Italia, di quel mondo abbiamo parlato per un anno intero, quello appena trascorso, giacché il 2014 aveva segnato il centenario dello scoppio dell'orribile Prima guerra. L'Europa, la nostra tormentata Europa, quella che noi viviamo oggi, geograficamente si è conformata proprio allora, le spartizioni, gli smembramenti, le divisioni le unioni sono cominciate in quegli anni. E' proprio con l'apocalittico volo di Béla Kun, in fuga da Budapest verso l'Unione Sovietica si apre il romanzo di cui stiamo per parlare. Siamo nella Budapest del 1919, ancora dilaniata dalla lotta tra governo comunista e l'improvviso installarsi del regime dell'ammiraglio Horthy che diventerà Reggente.

La protagonista del libro è Anna Édes, una contadina di vent'anni che trova lavoro come domestica presso una famiglia borghese di Budapest. La storia di questa ragazza dolce (édes vuol dire dolce), umile, mite, diventerà simbolo dell'Ungheria di allora, ancora mezza rurale, mezza borghese, mezza feudale. Il libro di Kosztolányi è davvero enigmatico, riguardo a questo simbolo. Ma qui sta anche la sua modernità, e diciamo subito che questo eccentrico scrittore è davvero una delle grandi figure intellettuali di quegli anni: figura di portata europea, e anche mondiale. Alla stregua di Flaubert e del suo Un cuore semplice, racconto tra i più esemplari di tutta la letteratura del nostro continente, lo scrittore ungherese dà una descrizione dell'interiorità di questo "cuore semplice" della sua nazione, elevandone la portata e il significato a vero grande simbolo. C'è una notevole differenza, però, rispetto a Flaubert: la dolce Anna, verso la fine del romanzo, diventa assassina feroce dei suoi padroni. Senza nessun precedente, senza alcuna preparazione narrativa (sì, viene sedotta dal nipote degli "illustrissimi" e ne è anche secondo gli schemi, abbandonata), ma non pare essere questa la causa del suo delitto. Si tratta di sentimenti secolari, primordiali, che improvvisamente si scatenano. Qualcosa come quelli che sono descritti da Tolstoj nel dramma La potenza delle tenebre, Ma c'è ancora una nuova sorpresa: al processo la ragazza viene difesa da uno dei testimoni, un dottore diabetico, che si regge appena in piedi. E' questo dottore a perorare la causa di Anna. Ed è davvero un colpo narrativo eccezionale quando l'autore stesso incita il suo personaggio a parlare. "Cosa fai disgraziato, taci? Su, parla, sforzati!". C'è una lunga scena tra l'autore e il dottore. Così, dopo un tormentoso dibattimento, Anna non viene condannata alla forca, ma a quindici anni di carcere.

Nell'ultimo capitolo del libro due personaggi laterali, non protagonisti, passeggiando, vedono un signore allampanato su una veranda: è lo scrittore stesso, Kosztolányi. I due ne dicono di tutti i colori, lo tacciono di essere un voltagabbana, chi lo reputa comunista, chi un fautore della dittatura di destra, chi un cristiano di facciata, chi ebreo. Ma lui è semplicemente un uomo che rivendica la sua libertà mentale, niente altro. In un'Europa che prepara la Seconda guerra mondiale, come del resto nella nostra, di oggi, non è da poco.

Lo so che un articolo non basta per lanciare un libro che non sia un puro oggetto di intrattenimento. Ma io mi permetto di perorare la causa di romanzi come questo, di autori come questo. Di letterature come quella ungherese che tutt'oggi sono capaci di produrre opere esemplari e non restano solo convitati di pietra.

Corriere della Sera, sabato, 21 febbraio 2015, p. 45

sabato 14 febbraio 2015

Il "romanzo autobiografico" di György Konrád

György Konrád, "Partenza e ritorno", Keller editore, 2015, traduzione di Andrea Rényi (foto tratta dalla bacheca Facebook di Keller editore)
Articolo di Francesca Sforza

TuttoLibri, 14 febbraio 2015

György Konrád (nato nel '33), scrittore, giudice e sociologo, è stato uno dei punti di riferimento del dissenso ungherese ai tempi del socialismo; fu tra i fondatori del Movimento dei liberi democratici, secondo partito alle prime elezioni libere del '90. Tra i suoi romanzi, in italiano, "Il visitatore", "Il perdente", "Il collaboratore". 

"Gli ebrei erano portati per l'ingenuità, coltivavano di continuo fantasie di sopravvivenza… I nostri vicini potevano essere deportati, ma nel nostro paesino no, non poteva succedere, e poi i tedeschi erano troppo civilizzati per farci questo". Ragiona così, parlando in un tedesco roco e placato György Konrád, ebreo ungherese nato nel 1933 a Berettyóújfalu, circa trecento chilometri a sud est di Budapest, quasi al confine con la Romania. Il suo libro Partenza e ritorno sta per uscire in questi giorni in Italia per Keller editore. Il sottotitolo recita "romanzo autobiografico". "Ma non c'è nulla che non sia davvero accaduto così come l'ho descritto", ci precisa dal suo studio di Budapest, dove adesso vive con la moglie Judith.

György aveva undici anni quando lasciò il soggiorno blu della sua casa. I suoi genitori erano stati deportati, lui e sua sorella erano rimasti soli. Potevano aspettare che qualcuno decidesse per loro, ma invece no, e con incoscienza tutta infantile attraversarono il paese con la stella gialla cucita sui cappotti verso la stazione. Sarebbero andati da alcuni parenti in campagna, e poi forse i loro genitori sarebbero tornati. "Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz: mia sorella aveva quattordici anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas", scrive.

Nella decisione di lasciare tutto e partire c'è non solo il segreto della salvezza personale di György, ma anche - in un'estensione più ampia - la mossa che sancisce per sempre la fine della borghesia ebraica del XIX secolo. "Gli ebrei di allora non erano contadini né proprietari di terre ma erano bravi nel commercio, nell'industria, e i più istruiti avevano successo negli studi. La convivenza con i gentili era umana, e se non potevamo dirci assimilati, integrati sì, lo eravamo. Ricordo ad esempio - ci racconta Konrád - che il magazzino di mio padre era sempre pieno di gente, ma non tutti erano clienti venuti per comprare. Molti si scaldavano le mani al fuoco quando faceva freddo, altri commentavano notizie sul giornale, ci si scambiava sempre piccoli favori e tante cortesie: le comunicazioni non erano mai affrettate, nessuno si aspettava tempi rapidi di reazione". Perché da un giorno all'altro, si sarebbe dovuto abbandonare tutto e fuggire?

L'abitudine a una vita tranquilla, la pigrizia dulcamara della vita di provincia, tendine ricamate appese alle finestre della cucina e ghette lucide prima di uscire: come era possibile che tutto questo venisse sostituito in così breve tempo da fosse comuni, filo spinato e Zyklon B? "Una volta, nei primi anni Quaranta - dice ancora Konrád - arrivò negli uffici della comunità ebraica di Budapest un gruppetto di uomini che dicevano di essere fuggiti da Auschwitz. Non erano ungheresi, ma cecoslovacchi, parlavano di docce che non erano docce ma camere a gas, di forni crematori, di schiere di parrucchieri incaricati di tagliare tutti i capelli alle donne prima che fossero uccise… Il rabbino li stette ad ascoltare in silenzio, e alla fine li ringraziò per avergli raccontato tutte quelle cose. Ma appena furono andati via si voltò verso la sua segretaria e le disse: 'Se dovessero tornare non li faccia più entrare, sono completamente pazzi'". Un episodio che sembrerebbe confermare la leggerezza di alcuni ebrei di potere: non capirono, scelsero di negoziare, trattarono con un nemico di cui non avevano capito la ferocia. "Certo, Hannah Arendt poteva permettersi di essere intelligente e arguta a New York dopo la guerra - osserva Konrád pensando alle tesi sostenute nella Banalità del male - ma a Budapest durante l'occupazione tedesca nel 1944 era difficile essere così sottili. Molti hanno tentato di fare qualcosa, e se è vero che in tanti hanno sbagliato, l'arroganza con cui la Arendt ha trattato la cosa non mi è mai piaciuta".

Forse non serviva arrivare al 1941 per capire che qualcosa si era spezzato nel contratto non scritto tra ebrei e gentili nell'Ungheria di quel tempo. "I primi germi della dissoluzione si rintracciano con la prima guerra mondiale", ricorda Konrád. "Prima di allora nel Paese convivevano diversi stati nazionali: la maggioranza era ungherese ma c'erano anche serbi, croati, romeni. La nascita del nazionalismo ungherese, la progressiva magiarizzazione della società, fu l'inizio della fine. Anche per noi ebrei la vita cominciò a farsi più difficile: dovevamo studiare obbligatoriamente l'ungherese, dovevamo partecipare alle parate, dovevamo mostrare entusiasmo. Il nazionalismo ti offre sempre solo due possibilità: "sei come me e allora vieni con me", oppure "non sei come me, vattene via". Gli ebrei si configurarono subito come i non-ungheresi, e per loro la vita cominciò a esser difficile da allora".

E' stato un miracolo che György si sia salvato - "Non so se sia stato un caso, il destino, o forse una statistica: qualcuno sarebbe pur dovuto sopravvivere…" - e anche che i genitori alla fine non siano finiti ad Auschwitz, ma abbiano potuto fare ritorno nel soggiorno blu. Ad aspettarli, però, c'erano i sovietici. Un'altra violenza, ma di natura diversa: "I sovietici conservavano ancora un tratto di bolscevismo, e i bolscevichi al fondo coltivavano un'idea internazionalista - dice Konrád - che del resto aveva contribuito ad abbattere lo varismo, con tutte le sue storture".

Negli anni a venire Konrád parlò anche con Tatiana Tolstoj - cosa differenziava la follia comunista da quella nazionalsocialista? "Lei mi disse che nella radice russa c'era l'imperialismo, una sorta di ossessione che li spingeva a radunare popoli ed etnie diverse sotto il loro dominio, anche con la violenza e il sopruso". I tedeschi no, non pensavano a un'inclusione del diverso, ma al suo annientamento. "Il nazismo era il livello più alto del nazionalismo discriminatorio, e l'Olocausto il livello più alto del nazionalsocialismo. I russi - dice ancora Konrád - hanno fatto cose orrende, Stalin aveva persino un piano di distruzione degli ebrei, condivideva con Hitler dei tratti paranoici - tipico dei tiranni o di chi assurge a ruoli di grandissimo potere - quindi i russi ne hanno uccisi tantissimi di ebrei, forse pochi di meno dei nazisti…" Ma' "Ma non posso dimenticare il mio ritorno a Berettyóújfalu nel febbraio del 1945, quando incrociai gli occhi di un soldato sovietico sulla strada di casa: mi sorrise, e mi accarezzò la testa con dolcezza. No, non ce l'avevano con gli ebrei".

L'antisemitismo oggi? "Sono sincero, non mi fa paura. Non perché sottovaluti quanto sta accadendo in Medio Oriente e nella stessa Europa, ma perché non ci sono mai stati lunghi periodi nella storia in cui gli ebrei non siano stati in pericolo di vita".

domenica 8 febbraio 2015

L'assedio di Budapest

Il 13 febbraio 1945, settant'anni fa, a Budapest l'Armata Rossa ebbe finalmente la meglio sull'esercito tedesco e su quello che era rimasto delle forze militari filonaziste ungheresi. La capitale ungherese fu liberata, poté iniziare la ricostruzione, e il 4 aprile 1945 ebbe termine la Seconda Guerra Mondiale anche sull'intero territorio magiaro.

La battaglia per il controllo di Budapest può essere definita la seconda Stalingrado sia per durata che per le perdite umane e il grado di distruzione della città. Dopo mesi di tentativi di fermare il fronte e di fare arrendere le armate tedesche e ungheresi senza dover entrare nella capitale, il 28 ottobre 1944 Stalin si vide costretto a dare l'ordine al maresciallo Malinovskij di occuparla. Ne seguirono 108 giorni di accerchiamento e di assedio, 51 dei quali di battaglia corpo a corpo per le strade della città. I sovietici impiegarono circa 150mila uomini, i difensori 70mila. Durante l'assedio 105mila ungheresi persero la vita. La città era irriconoscibile, come dimostrano queste foto.

In questi giorni, per l'esattezza il 7 febbraio, ricorre anche un secondo anniversario strettamente legato al primo: quello della morte nel 1990, all'età di ottant'anni, dell'attrice e cantante Katalin Karády. Durante l'assedio, per convincere gli ungheresi ad arrendersi,  i sovietici trasmettevano con megafoni a tutto volume una delle sue celebri canzoni: Hiába menekülsz (Non puoi fuggire). La mia preferita rimane però  Mindig az a perc (Sempre quel momento).

mercoledì 4 febbraio 2015

"Partenza e ritorno" di György Konrád, ovvero breve storia dell’Ungheria più o meno contemporanea



Non è semplice dare un’idea dell’Ungheria attuale, meno che mai della sua storia, la cui complessità è inversamente proporzionale alla sua estensione geografica. Per facilitare il compito conviene ricorrere a qualche esempio concreto, a vite di persone realmente esistite, e forse il racconto diventa più comprensibile. Fra queste, la lunga e contorta storia di György Konrád, intellettuale di fama internazionale ma ancora poco conosciuto in Italia, è sicuramente ben rappresentativa. 

György Konrád nasce il 2 aprile 1933 a Berettyóújfalu, un paese che si trova in Bihar, la regione orientale dell’Ungheria spezzata in due in seguito al trattato di Trianon del 1920, in base al quale parte della Transilvania diviene parte della Romania. Da quel momento in poi la regione si chiamerà infatti Bihar Monco fino al 1940, quando tutti i territori saranno restituiti all’Ungheria come contropartita dello schieramento della stessa Ungheria al fianco della Germania nazista, per tornare di nuovo alla Romania nel 1945 con la sconfitta del Nazismo e dei Paesi a esso alleati. 

A Berettyóújfalu la famiglia Konrád, con un passato nel commercio, possiede una ferramenta che assicura un buon tenore di vita, nonché una posizione rispettabile non solo nella comunità israelitica ma anche a livello cittadino. György Konrád e sua sorella Eva, tre anni più grande di lui, frequentano la locale scuola ebraica fino alla primavera del 1944, quando l’Ungheria viene invasa dai tedeschi e le scuole ebraiche vengono chiuse. A causa delle leggi razziali i genitori vengono arrestati e deportati in Austria; il 5 giugno i due ragazzi riescono a partire con i cugini István e Pál Zádor per Budapest, dove sono attesi da parenti. Il giorno dopo viene deportata l’intera comunità ebraica di Berettyóújfalu nel ghetto di Nagyvárad (oggi Oradea, città in Romania), e da lì ad Auschwitz. 

Sopravvivono alle persecuzioni, alla guerra e all’assedio di Budapest, grazie alle abili cure di una zia che riesce a trovare rifugio per tutti loro in una casa sotto protettorato svizzero a Budapest. 
L’Armata Rossa invade l’Ungheria, il 13 febbraio 1945 libera Budapest, e il 4 aprile tutta la nazione. 

I fratelli Konrád ripercorrono la strada di casa e alla fine di febbraio sono di nuovo a Berettyóújfalu, dove trovano la dimora vuota. A giugno tornano i genitori e, dei quasi mille che prima della guerra formavano la comunità ebraica del paese, la loro è l’unica famiglia sopravvissuta intatta. Di questa tormentata storia parla il romanzo autobiografico di György Konrád, Partenza e ritorno (Keller editore, 2015, mia traduzione)

Il padre riapre la ferramenta, prende con sé i fratelli Zádor rimasti orfani e una nipote, orfana pure lei mantenendo i cinque ragazzi agli studi in città diverse finché, nel 1950, viene colpito dall’ondata di nazionalizzazione del regime dittatoriale di Mátyás Rákosi, lo Stalin unghereseAlla famiglia vengono requisiti sia la ferramenta che la casa e i membri dichiarati nemici di classe, con tutte le conseguenze del caso. Per fare un esempio, György Konrád può proseguire gli studi solo all’Istituto Russo dell’università ma due anni dopo, nel 1953, lo espellono anche da lì, quando l’istituto assume il nome di Lenin e viene obbligato ad accogliere solo studenti di origine irreprensibile, ovvero di famiglia operaia o contadina. Nell’autunno dello stesso anno riesce ad intraprendere gli studi alla facoltà di Lettere dell’ELTE di Budapest che conclude nel 1956. Nel corso di quei tre anni ben due volte rischia l’espulsione per le sue idee politiche, ma il filosofo György Lukács e lo storico della letteratura István Sötér, suoi professori, riescono a fargli evitare il peggio. Scrive la tesi di laurea su Károly Pap, scrittore ebreo ungherese morto nel campo di Bergen-Belsen nel ’45, autore di numerosi racconti, saggi, opere teatrali e tre romanzi, uno dei quali, Azarel (pubblicato in Italia da Fazi nel 2009 nella mia traduzione) è considerato uno dei capolavori della letteratura ebraica mitteleuropea. 

Inizia a pubblicare e nell’autunno del 1956 entra a far parte della redazione di un giornale critico nei confronti del regime. Partecipa come guardia armata della squadra organizzata dagli universitari alla rivoluzione del ‘56, ma solo come osservatore, senza sparare un colpo. Dopo la sconfitta della rivoluzione perde il lavoro; la sorella, gli amici, i cugini scelgono l’emigrazione, ma lui rimane in Ungheria. Vive di lavori saltuari, in parte intellettuali, in certi periodi lavora persino come operaio non qualificato. Solo nel 1959 riesce finalmente a trovare un’occupazione stabile come ispettore del Tribunale dei minori. Nei sette anni trascorsi all’Ispettorato matura il suo primo romanzo di tematica sociale, Il visitatore (Bompiani, 1975), per il quale fatica a trovare un editore ungherese, che invece sarà prontamente tradotto e pubblicato all’estero. Per le sue idee non ortodosse nel 1973 viene ammonito dalla Procura di Stato ed allontanato dal suo posto di lavoro. Nell’ottobre del ’74 subisce anche un breve arresto per un manoscritto sociografico e il regime esprime parere favorevole al suo espatrio, con la facoltà di portare con sé anche la famiglia: è opportuno liberarsi del personaggio scomodo che riesce comunque a diffondere in patria idee liberali e anticomuniste, seppure antirazziste e antifasciste, sotto forma di scritti samizdat. Dal ’74 e fino alla caduta del Muro, tutte le sue pubblicazioni vengono contrassegnate con la lettera Z, che significa materiale non accessibile e messe all’indice. Non può comparire neppure in trasmissioni radiofoniche o televisive. Nel 1976 gli viene comunque concesso il passaporto e accetta l’invito del Deutscher Akademischer Austausch Dienst che gli offre una borsa di lavoro di un anno. Al termine dell’anno berlinese approfitta di una seconda borsa per trascorrere un anno anche negli Stati Uniti. Torna a Budapest per ripartire poco dopo e negli anni a venire passerà lunghi periodi in Europa e ancora negli Stati Uniti dove insegnerà anche all’università. Il tutto con il beneplacito e il sollievo malcelato delle autorità magiare. Nel 1989, alla cessazione del divieto, ben cinque suoi libri vedono la luce in Ungheria. Nell’anno seguente viene insignito del premio più prestigioso ungherese ed eletto presidente del PEN Club Internazionale, incarico che ricopre fino al 1993. Negli anni dell’auspicata stabilizzazione della democrazia, pubblica numerosi libri e riceve una lunga serie di prestigiosi riconoscimenti sia in Ungheria che nel mondo. Oggi è di nuovo all’opposizione: le sue forti e ragionate critiche al governo Orbán, che secondo lui rappresenta un pericolo non solo per la democrazia della sua patria ma anche a livello europeo, compaiono sulle pagine dei quotidiani e settimanali di maggiore diffusione. La parabola della vita e delle opere di György Konrád è lo specchio fedele della storia recente e contemporanea di una nazione che stenta a trovare stabilità ed equilibrio. E non sempre per proprio demerito, ma questa è un’altra storia. 

mercoledì 28 gennaio 2015

Proverbio sull'onestà

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero.
Proverbio arabo

Antal Szerb

"C'è chi legge per diletto, chi perché con le letture vuole arricchire la propria cultura, ma per me il vero lettore è colui che legge perché per lui la lettura è funzione vitale, uno stimolo irresistibile." Antal Szerb (1 maggio 1901-27 gennaio 1945)

lunedì 19 gennaio 2015

Verità e Falsità


Verità e Falsità vanno a fare il bagno insieme. Falsità esce prima dall'acqua, ruba l'abito di Verità, se lo indossa e lascia il suo sulla battigia. Quando Verità si accorge della scomparsa del suo abito diventa molto triste e dice fra sé: preferisco girare nuda per il resto della mia vita, ma non indosserò mai la veste di Falsità. Da allora la verità è nuda e la falsità si aggira negli abiti della verità fra la gente.

Favola inglese del secolo XVI

(Traduzione dall'ungherese di A.R. Testo tratto dal sito di Art'húr Irodalmi Kávéház)

giovedì 8 gennaio 2015

Anna Édes, recensione di Diego Zandel

Anna Ėdes


Dezsö Kosztolànyi Anna Ėdes - NOIR - Edizioni Anfora - traduttore: Andrea Rènyi e Mònika Szilàgyi - pagine 196 -prezzo 15,00 euro - giudizio: ****
C’è qualcosa di Simenon nella storia, che assume forti tratti noir, raccontata dallo scrittore Dezsö Kosztolànyi in “Anna Ėdes”, pubblicata dalla casa editrice Anfora di Milano, specializzata in letteratura ungherese, e tradotta da Andrea Rènyi e Mònika Szilàgyi.
Dezsö Kosztolànyi, uno dei più grandi autori del 900 ungherese, morto a Budapest nel 1936, non è sconosciuto in Italia: suoi libri sono stati pubblicati da Sellerio, Edizioni e/o, Rubettino, Castelvecchi e Mimesis, ma questo romanzo in particolare, considerato il suo capolavoro, vede adesso la prima edizione integrale, dopo che la vecchia Baldini&Castoldi ne pubblicò una versione censurata nel lontano 1937.
Sono diversi i temi scottanti che affronta: il sesso, i rapporti di classe, l’epoca in cui il romanzo è ambientato, intanto, all’inizio degli anni Venti dopo la caduta della Repubblica dei Consigli ungherese di stampo comunista, guidata da Béla Kun, in una casa borghese e controrivoluzionaria. I protagonisti all’inizio sono due coniugi, lui Kornèl Vizy, alto funzionario dello stato che farà in tempo a diventare sottosegretario, e sua moglie, una signora che è sempre scontenta e sospettosa delle cameriere che vengono a lavorare da lei, sempre in tensione nei loro confronti e sempre licenziate, tutte. Finché il portiere dello stabile, Ficsor, non le propone l’assunzione di una sua nipote, Anna Ėdes, appunto, una giovane del suo paese di campagna, presentata come seria e lavoratrice.
E, in effetti, così si dimostrerà.
A parte una iniziale difficoltà di ambientazione e di armonizzazione con la pretensiosa signora Angela Vizy che la controlla in ogni momento della giornata, la rottura da parte della neoassunta di un ricordo della sua bambina morta a sei anni, Anna Ėdes un po’ alla volta non solo conquisterà la fiducia della padrona, ma avrà in lei una estimatrice da farsi vanto presso gli amici di averla in casa. Tanto che molte visite erano dettate dalla curiosità di conoscere questa giovane che si alzava all’alba per pulire casa, rifiutava i giorni di libertà per continuare a lavorare, mangiava poco ed era sempre riservata.
Ma le sorprese non mancano. Ci sarà un momento infatti in cui arriverà a casa dei Vizy un nipote giovane e bello, Jancsi, tombeur de femmes, nulla facente, un po’ scavezzacollo, accolto con gioia dagli zii ma anche criticato per la sua condotta di vita troppo spensierata. Tanto che lo zio, grazie alle sue buone conoscenze, si preoccuperà di trovargli un lavoro in banca. Non è difficile immaginare che cosa succederà tra il giovane e Anna, dopo che lui, per un certo tempo trascurata, le metterà gli occhi addosso. E l’occasione perché se ne approfitti arriva quando i coniugi Vizy se ne vanno per qualche giorno in vacanza. La sorpresa sta nella facilità e sensualità animale con la quale Anna gli si concede per una notte intera. Poco dopo, quando Jancsi, al ritorno degli zii e ormai impiegato in banca, se ne andrà ad abitare da solo in una casa in affitto, la ragazza si ritroverà incinta. Jancsi naturalmente non ne vuol sapere, tanto più che lei altro non è una cameriera, mezza contadinotta. Si preoccuperà invece perché abortisca. E Anna, innamorata del signorino, subirà tutto con estrema riservatezza, bevendo le porzioni velenose che Jancsi le procurerà mandandola quasi al creatore. Ma lei, per la sua forte fibra, resisterà.
Per il resto, la vita, soprattutto il lavoro in casa, tornerà ad essere la solita. Qualcosa cambierà quando lo spazzacamino di casa, vedovo e padre di una bambina, le farà la corte nel tentativo di sposarla. In quel caso sarà la signora Vizy ad ammalarsi: chiaramente una forma di ricatto nei confronti di Anna perché non lasci la casa. Messa alle strette Anna, sul letto da malata della padrona, l’accontenta. E lo spazzacamino dovrà cercare moglie altrove.
Quando tutto rientrerà nella normalità quotidiana e il signor Vizy avrà finalmente la tanto attesa promozione a Sottosegretario di Stato, la vita non avrebbe potuto che volgere al meglio. Invece la notte stessa in cui si festeggia con ospiti di riguardo e brindisi ufficiali la nomina, accade l’irreparabile: la buona e servizievole Anna li uccide entrambi a coltellate, prima la donna poi il marito corso in sua difesa, lasciandoli in un lago di sangue.
Perché?

Intorno a questa domanda, alla cui risposta concorrono molti fattori, da quelli di classe a quelli politici (la si fa passare per comunista), dal carattere chiuso della ragazza al mistero del suo comportamento così contradditorio, prenderà corpo la parte finale del romanzo che vedrà l’imputata in cella e alla sbarra mantenere, intatta, la sua estrema riservatezza, da spingere lo stesso lettore a chiedersi: perché?

mercoledì 31 dicembre 2014

Dieci piccoli consigli per il ‘15 di Alessandro Gilioli


Poi ognuno ne faccia quel che crede, ovviamente.
1. Se qualcuno vi dice “la soluzione è semplice”, diffidatene e – se è un politico – cercate di non votarlo. La soluzione oggi non è mai semplice perché abbiamo costruito una società complessa. Certo, una soluzione complessa implica più fatica non solo a essere elaborata ma anche a essere comunicata, eppure ha di certo qualche probabilità in più di funzionare rispetto a quella semplice.
2. Se un politico vi fa innamorare, o comunque provate verso di lui/lei una forte empatia emotiva, siete probabilmente sulla strada del carisma e della delega in bianco, quindi della sospensione della critica. Insomma, della dittatura. Poi, se vi piace azzerbinarvi, fate pure: ma almeno siatene consapevoli.
3. Ogni volta che criticate un politico avversario per qualcosa, chiedetevi se sareste altrettanto severi verso un politico della vostra parte. Se la risposta è no, la soluzione non è smettere di criticare il politico avversario, ma farlo anche con quello che vi piace. Ah, si chiama onestà intellettuale.
4. Un lasso di tempo superiore alle due ore trascorso a difendere il vostro partito o leader su Facebook o altrove non è sano, chiunque sia il vostro interlocutore e qualunque sia il vostro partito o leader. Oltre le tre ore, siete da considerare clinicamente morti e quindi buoni per l’espianto.
5. Se vi piace seguire per più di quindici minuti una conferenza/show di Renzi, Grillo, Berlusconi o Salvini e non siete obbligati a farlo per motivi professionali, parlatene con qualcuno che vi vuole bene. Se non ce l’avete, questa potrebbe essere la causa del fatto che vi piace seguire una conferenza show di Renzi, Grillo, Berlusconi o Salvini. Nel caso, parlatene con un professionista.
6. Ricordate, in particolare, che per essere politicamente attratti da Salvini non è necessario essere stupidi, razzisti, livorosi e un po’ fascisti: tuttavia ciò aiuta.
7. Chiunque oggi azzecchi qualche congiuntivo, in Italia, viene accusato di essere radical chic. Se siete normali cittadini, fregatevene e parlate come vi hanno correttamente insegnato alle medie. Se siete politici che dovete conseguire consenso a “La Gabbia”, allenatevi a sbagliarli.
8. L’anno scorso Francesco Piccolo è diventato lo scrittore di regime per antonomasia spiegando che la mediazione al ribasso è cosa giusta e di sinistra. Se condividete questa visione della sinistra, per portarvi avanti l’anno venturo teorizzate il compromesso anche con la prostituzione intellettuale, lo spaccio di stupefacenti e i cori razzisti allo stadio: in questa logica, infatti, l’importante è essere come tutti, non un po’ meglio del peggio. Se non la condividete, no: e provate per contro a migliorare voi stessi e chi vi circonda.
9. Se avete meno di trent’anni e nessun vincolo familiare, sarete tentati senz’altro di cambiare Paese. Qui più che un consiglio, la mia è una preghiera: vi capisco, ma non lasciateci soli a lungo. Se una speranza questo Paese ce l’ha, passa soprattutto attraverso chi ha tenuto un po’ il naso fuori.
10. Per il resto, le solite cose: amate, che è divertente e spesso porta a essere amati, che pure è divertente. Ridete, molto. Ricordate chi vi ha fatto del bene o avrebbe voluto farvene. In generale, cercate di non fare male a nessuno: ma tenete anche conto che un segno molto piccolo lasciato su un’auto molto grossa da molte ore in seconda fila vi verrà facilmente perdonato dal Signore, dagli dei o dal Karma.