giovedì 9 aprile 2015

István Örkény

Spesso ci comprendiamo su cose particolarmente complesse, ma capita di non trovare un accordo su qualcosa di veramente semplice

"Buongiorno(1). Si affittano qui i materassini di gomma gonfiabili?"
"Cosa dice?"

"Forse ho sbagliato posto? Mi hanno detto che in questa baracca verde avrei trovato il deposito del Ministero del Commercio Interno."

"Questo è il deposito del Ministero del Commercio Interno. Ma noi diamo in affitto solo sedie sdraio, sci d'acqua e materassini di gomma gonfiabili."

"Benissimo. Avremmo bisogno di due materassini di gomma."

"Non capisco una sola parola. Sprechen Sei Deutsch?"

"Nicht deutsch."

"Parlo un po' di francese. Vu sprechen fransè?"

"Nicht fransè."

"Allora che lingua parla?"

"Purtroppo solo l'ungherese."

"Che tipo! Allora perché non parla in ungherese?"

"Secondo lei in che lingua dovrei parlare? Sono ungherese, sono nato in Ungheria, parlo esclusivamente l'ungherese. Quanto cosa il noleggio di un materassino di gomma?"

"Senta, non tenti di fuorviarmi. Frequento il terzo anno di Storia e di Filosofia, sono venuta qui in vacanza e per guadagnare qualche soldo."

"Ha fatto bene a venire."

"Lavoro mezza giornata, l'altra mezza sono in spiaggia. Se vuol sapere il mio ragazzo sta prendendo il sole là ed è anche membro della squadra nazionale di pentatlon."

"Perché lo dice con questo tono ironico?"

"Perché do in affitto solo sedie sdraio, sci d'acqua e materassini di gomma gonfiabili. Se ha dei retropensieri ha sbagliato indirizzo."

"Non ho retropensieri, mi creda, vorrei soltanto prendere a nolo due materassini di gomma gonfiabili."

"Bei uns ist vollkommene Glaubensfreiheit."

"Cosa ha detto?"

"Che da noi c'è libertà di religione. Gli stranieri domandano sempre se c'è la possibilità di andare a messa la domenica."

"Senta, lei ha studiato logica. Proviamo a fare una conversazione logica."

"Che strana lingua parla. Anche noi, in ungherese, usiamo la parola logica."

"Già che parliamo di libertà di religione: posso chiederle se crede in Dio?"

"Solo come Kierkegaard, nel compiuto. Capisce cosa intendo?"

"Più o meno. Che qualcuno oscillando sopra un abisso di 70 mila braccia possa essere felice… Conosce anche Teilhard de Chardin?"

"Non era obbligatorio ma ho letto due suoi libri in tedesco."

"E che ne pensa?"

"Dapprima ne ero entusiasta. Ecco un genio dell'epoca moderna… ma poi nella questione cruciale, quando comincia a far incrociare religione e scienza, prende un grosso granchio."

"Interessante. Più o meno la penso anch'io in questo modo. Ma se ci intendiamo tanto bene, come mai non riusciamo a venire a capo dei materassini di gomma?"

"Vulè vu noleggiare chelcscios?"

"Ci risiamo. Eppure siamo capaci di ragionare entrambi. Propongo di restringere il cerchio: che ne direbbe se chiedessi due sedie sdraio?"

"Come preferisce. Ne abbiamo con e senza parasole."

"Perfetto. E che sci d'acqua avete?

"Abbiamo tre misure. Quale desidera?"

"Nessuna, a me servono due materassini di gomma."

"Due che cosa?"

"Strano. Evidentemente questa unica parola non riusciamo a comprenderla."

"Si tratta di una parola composta. Materassino più gomma. Conosce la gomma? La gomma da cancellare? Quella dell'auto?"

"Ma certo."

"Sa che cosa è un materasso?"

"Non mi crederà mica un cretino?"

"Allora mettiamo insieme le due parole e mi dia due materassini di gomma."

"Qui ci dev'essere un malinteso. Da me si possono prendere a nolo solo sedie sdraio, sci d'acqua e materassini di gomma."

"Chiedo scusa, signorina."

"Non si preoccupi."

"Arrivederci."

"Auguri."
Spesso ci comprendiamo su cose particolarmente complesse, ma capita di non trovare un accordo su qualcosa di veramente semplice.

Da "Novelle da un minuto", 1968

(1) Nel testo originale "bacio la mano", il tradizionale saluto dei bambini ungheresi agli adulti e degli uomini alle donne.






domenica 1 marzo 2015

L'infanzia di Konrád in fuga dai nazisti e rifiutato dai russi







Il romanzo. Scampato ai lager, ma per i socialisti era un nemico di classe

In "Partenza e ritorno" lo scrittore ungherese ricorda i suoi primi incredibili anni






di Susanna Nirenstein



La lingua di György Konrád è secca e lucente come un cristallo. Mai un aggettivo in più, mai una tentazione seduttiva tenera e melensa. E' così che descrive la sua fanciullezza, prima agli agi e la felicità di un bambino benestante nato nel 1933 in un paesino agricolo ungherese, Berettyóújfalu, poi l'anno che gli cambiò la vita, il '44, con l'arrivo dei tedeschi, la cattura dei genitori, la fuga, l'incredibile periodo a Budapest, sotto le bombe, la salvezza. Konrád, scrittore anticonformista e antipolitico, sociologo, intellettuale dissidente a tutto tondo, ebreo perseguitato dai nazisti a 11 anni, "un umanista col fucile in mano" nel 1956, davanti ai carri armati russi, passato per la galera, soffocato dal totalitarismo, ricorda. Ricordare serve a dare valore alle cose, ai fatti, a non accettare versioni accomodanti del passato. Un po' come scriveva Kundera, "la lotta contro il potere è la lotta della memoria contro il dimenticare".



Non immaginatevi però un noioso elucubrare su certi momenti. Con lui il racconto balla sostenuto da una musica continua, a volte serena, a volte spaventosa. Come abbiamo detto, in Partenza e ritorno si parla di infanzia, sono altri libri quelli dedicati alla nebbia attraversata sotto il comunismo.



Aveva 5 anni quando venne a sapere che se Hitler avesse vinto lo avrebbero ucciso, "6 quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, 11 quando una combinazione di fortuna e buon senso mi risparmiò la vita, 12 quando sopravvissi anche al socialismo". Il periodo al paese è dorato, lo circondavano la cortesia e l'allegria dei genitori, la tata che gli preparava il bagno caldo, i bei vestiti, una sorella più piccola, Eva /in verità è sorella maggiore, NdT/, e il cugino István, una specie di gemello da cui non si separava mai, la sinagoga. Fuori ogni tanto passava un banditore con la sua canzone "Ebreo, ascolta, lurido ebreo", ma il padre chiudeva la porta del bel negozio di attrezzi agricoli, e tutto riprendeva come prima, anche se man mano ci fu sempre più esclusione. "Ora", scrive Konrád, "la mia famiglia… sono quasi tutti morti". Cinque cugini a Auschwitz e Mauthausen, e anche cinque zie, mentre uno zio fu ammazzato per strada dalle Croci frecciate. Lui però per un caso si salvò. Dopo che portarono via suo padre e sua madre in un campo di lavoro perché ascoltavano "Radio Londra", per pochi giorni ci fu una specie di repubblica indipendente dei ragazzi rimasti a casa, capaci di intuire però che era meglio andarsene e buttarsi in un luogo più caotico, dove fosse possibile confondersi tra gli altri. Tutti i soldi di casa furono consegnati a un tipo che procurò i visti per Budapest. Il giorno dopo nel villaggio rastrellarono tutti gli ebrei. In seguito furono loro gli unici bambini sopravvissuti di Berettyóújfalu.



Il racconto della vita nella capitale è vivissimo. Il cambio continuo di nascondiglio, i parenti che a volte non li aiutavano abbastanza, una zia fantastica che li porta con sé in pochi metri di un caseggiato protetto dagli svizzeri (ricordate la storia di Perlasca?), sempre con una sigaretta fra le labbra, coraggiosa fino all'incoscienza, come quando andava insieme ai bambini a vedere i bombardamenti dal tetto quasi fossero fuochi d'artificio, il freddo gelato, la fame gli ebrei legati insieme e colpiti sul bordo del fiume così che uno trascinasse l'altro a fondo, la cuginetta Klara che invece si salva sul Danubio perché un soldato tedesco ha finito le munizioni e le dice di andar via.



Il mondo era capovolto. E continuava a capovolgersi. I liberatori tanto attesi, i russi, stuprarono molte donne, qualcuno regala cibo, qualcuno ruba. "Indifferenti". E poi a casa, un paradiso perduto che si era sbriciolato. Il tempio adibito a stalla per cavalli. Il ritorno miracoloso dei genitori. La nazionalizzazione, e loro indicati come membri dell'alta borghesia, nemici di classe. György torna a Budapest, dove vive ancora oggi, colmo delle sue memorie, come un outsider solitario e itinerante. L'hanno invitato tante università straniere, lui se ne va per un po' e torna "perché casa è in mezzo del ponte Elizabeth, dove, quando torno dai miei viaggi, guardo e mormoro, come è bello".


La Repubblica, domenica 1 marzo 2015, p. 49
Link all'articolo: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/01/linfanzia-di-konrad-in-fuga-dai-nazisti-e-rifiutato-dai-russi48.html

mercoledì 25 febbraio 2015

Anna Édes su Amazon

Fotogramma tratto dal film ungherese Anna Édes di Zoltán Fábri
Non so chi sia FM, di lei o lui so solo che un lettore forte, perché su Amazon si è collocato nella classifica "Top 500 recensioni". E so anche che a Anna Édes di Dezső Kosztolányi ha dato cinque stelle su cinque esprimendo il seguente giudizio: La storia è ambientata subito dopo la fine della prima guerra mondiale, in un periodo politicamente turbolento dell'Ungheria, paese la cui storia è pressoché sconosciuta in Italia.
Con grandissima finezza psicologica e grande maestria nella scrittura, l'autore crea un ritratto affascinante e disturbante delle crudeltà di cui siamo capaci, in particolare quelle travestite ipocritamente da diritti e da giustizie, attraverso la storia di una povera ragazza catapultata dalla campagna nella capitale a servire come domestica in famiglie borghesi, che nell'ultimo posto accumula passivamente una serie di subdoli torti fino ad esplodere tragicamente e follemente nell'omicidio.
Spietato il contestuale ritratto della politica ungherese dell'epoca che mette in luce le gravi colpe di ogni parte politica.
Sorprendente l'espediente nel capitolo di epilogo, con cui la comparsa della figura dell'autore mostra la distanza incolmabile tra i veri colpevoli della vicenda e l'umanità.

sabato 21 febbraio 2015

C'è un Flaubert anche in Ungheria: racconta il cuore semplice di Anna

Róbert Berény (budapest, 1887 - 1953), Donna che dorme e vaso nero (1927-28, olio su tela)

                                           di Giorgio Pressburger

La casa editrice milanese Anfora ripropone Dezső Kosztolányi, grande mitteleuropeo

Le grandi letterature delle lingue egemoni, nei nostri anni sono come convitati di pietra: hanno bussato alle nostre porte per invitarci a una cena che preannunciava la nostra dannazione. Noi li abbiamo ascoltati sgomenti, non abbiamo detto nulla. Stiamo lì ad aspettare la fine di Don Giovanni, lo spalancarsi dell'inferno. Altra grande letteratura non viene ancora a visitarci, con annunci più favorevoli. Ma dalle lingue non egemoni arrivano nuovi messaggeri.

In Europa fiorisce una letteratura che chiede di essere ascoltata e non come rarità, come parola esotica, folclore: ma come inizio di un nuovo mondo. Tra queste nuove presenze c'è sicuramente la parte orientale del nostro continente: l'Est, o quella che una volta si chiamava così. Tra gli scrittori più significativi di oggi almeno cinque sei vengono da quelle parti. Gli editori italiani se ne sono accorti, e tentano di prenderne atto. Oltre agli scrittori oggi viventi, un narratore ungherese della prima metà del Novecento è tra gli autori che in questi anni vengono proposti e riproposti: si chiama Dezső Kosztolányi (1885-1936).

In questi mesi una piccola casa editrice milanese, Anfora, ha pubblicato un suo libro dal titolo Anna Édes (traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, pp. 220, euro 15). Quel libro parla di un mondo che è tramontato da quasi cent'anni: di quello della fine della Prima guerra mondiale. Anche noi, in Italia, di quel mondo abbiamo parlato per un anno intero, quello appena trascorso, giacché il 2014 aveva segnato il centenario dello scoppio dell'orribile Prima guerra. L'Europa, la nostra tormentata Europa, quella che noi viviamo oggi, geograficamente si è conformata proprio allora, le spartizioni, gli smembramenti, le divisioni le unioni sono cominciate in quegli anni. E' proprio con l'apocalittico volo di Béla Kun, in fuga da Budapest verso l'Unione Sovietica si apre il romanzo di cui stiamo per parlare. Siamo nella Budapest del 1919, ancora dilaniata dalla lotta tra governo comunista e l'improvviso installarsi del regime dell'ammiraglio Horthy che diventerà Reggente.

La protagonista del libro è Anna Édes, una contadina di vent'anni che trova lavoro come domestica presso una famiglia borghese di Budapest. La storia di questa ragazza dolce (édes vuol dire dolce), umile, mite, diventerà simbolo dell'Ungheria di allora, ancora mezza rurale, mezza borghese, mezza feudale. Il libro di Kosztolányi è davvero enigmatico, riguardo a questo simbolo. Ma qui sta anche la sua modernità, e diciamo subito che questo eccentrico scrittore è davvero una delle grandi figure intellettuali di quegli anni: figura di portata europea, e anche mondiale. Alla stregua di Flaubert e del suo Un cuore semplice, racconto tra i più esemplari di tutta la letteratura del nostro continente, lo scrittore ungherese dà una descrizione dell'interiorità di questo "cuore semplice" della sua nazione, elevandone la portata e il significato a vero grande simbolo. C'è una notevole differenza, però, rispetto a Flaubert: la dolce Anna, verso la fine del romanzo, diventa assassina feroce dei suoi padroni. Senza nessun precedente, senza alcuna preparazione narrativa (sì, viene sedotta dal nipote degli "illustrissimi" e ne è anche secondo gli schemi, abbandonata), ma non pare essere questa la causa del suo delitto. Si tratta di sentimenti secolari, primordiali, che improvvisamente si scatenano. Qualcosa come quelli che sono descritti da Tolstoj nel dramma La potenza delle tenebre, Ma c'è ancora una nuova sorpresa: al processo la ragazza viene difesa da uno dei testimoni, un dottore diabetico, che si regge appena in piedi. E' questo dottore a perorare la causa di Anna. Ed è davvero un colpo narrativo eccezionale quando l'autore stesso incita il suo personaggio a parlare. "Cosa fai disgraziato, taci? Su, parla, sforzati!". C'è una lunga scena tra l'autore e il dottore. Così, dopo un tormentoso dibattimento, Anna non viene condannata alla forca, ma a quindici anni di carcere.

Nell'ultimo capitolo del libro due personaggi laterali, non protagonisti, passeggiando, vedono un signore allampanato su una veranda: è lo scrittore stesso, Kosztolányi. I due ne dicono di tutti i colori, lo tacciono di essere un voltagabbana, chi lo reputa comunista, chi un fautore della dittatura di destra, chi un cristiano di facciata, chi ebreo. Ma lui è semplicemente un uomo che rivendica la sua libertà mentale, niente altro. In un'Europa che prepara la Seconda guerra mondiale, come del resto nella nostra, di oggi, non è da poco.

Lo so che un articolo non basta per lanciare un libro che non sia un puro oggetto di intrattenimento. Ma io mi permetto di perorare la causa di romanzi come questo, di autori come questo. Di letterature come quella ungherese che tutt'oggi sono capaci di produrre opere esemplari e non restano solo convitati di pietra.

Corriere della Sera, sabato, 21 febbraio 2015, p. 45

sabato 14 febbraio 2015

Il "romanzo autobiografico" di György Konrád

György Konrád, "Partenza e ritorno", Keller editore, 2015, traduzione di Andrea Rényi (foto tratta dalla bacheca Facebook di Keller editore)
Articolo di Francesca Sforza

TuttoLibri, 14 febbraio 2015

György Konrád (nato nel '33), scrittore, giudice e sociologo, è stato uno dei punti di riferimento del dissenso ungherese ai tempi del socialismo; fu tra i fondatori del Movimento dei liberi democratici, secondo partito alle prime elezioni libere del '90. Tra i suoi romanzi, in italiano, "Il visitatore", "Il perdente", "Il collaboratore". 

"Gli ebrei erano portati per l'ingenuità, coltivavano di continuo fantasie di sopravvivenza… I nostri vicini potevano essere deportati, ma nel nostro paesino no, non poteva succedere, e poi i tedeschi erano troppo civilizzati per farci questo". Ragiona così, parlando in un tedesco roco e placato György Konrád, ebreo ungherese nato nel 1933 a Berettyóújfalu, circa trecento chilometri a sud est di Budapest, quasi al confine con la Romania. Il suo libro Partenza e ritorno sta per uscire in questi giorni in Italia per Keller editore. Il sottotitolo recita "romanzo autobiografico". "Ma non c'è nulla che non sia davvero accaduto così come l'ho descritto", ci precisa dal suo studio di Budapest, dove adesso vive con la moglie Judith.

György aveva undici anni quando lasciò il soggiorno blu della sua casa. I suoi genitori erano stati deportati, lui e sua sorella erano rimasti soli. Potevano aspettare che qualcuno decidesse per loro, ma invece no, e con incoscienza tutta infantile attraversarono il paese con la stella gialla cucita sui cappotti verso la stazione. Sarebbero andati da alcuni parenti in campagna, e poi forse i loro genitori sarebbero tornati. "Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz: mia sorella aveva quattordici anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas", scrive.

Nella decisione di lasciare tutto e partire c'è non solo il segreto della salvezza personale di György, ma anche - in un'estensione più ampia - la mossa che sancisce per sempre la fine della borghesia ebraica del XIX secolo. "Gli ebrei di allora non erano contadini né proprietari di terre ma erano bravi nel commercio, nell'industria, e i più istruiti avevano successo negli studi. La convivenza con i gentili era umana, e se non potevamo dirci assimilati, integrati sì, lo eravamo. Ricordo ad esempio - ci racconta Konrád - che il magazzino di mio padre era sempre pieno di gente, ma non tutti erano clienti venuti per comprare. Molti si scaldavano le mani al fuoco quando faceva freddo, altri commentavano notizie sul giornale, ci si scambiava sempre piccoli favori e tante cortesie: le comunicazioni non erano mai affrettate, nessuno si aspettava tempi rapidi di reazione". Perché da un giorno all'altro, si sarebbe dovuto abbandonare tutto e fuggire?

L'abitudine a una vita tranquilla, la pigrizia dulcamara della vita di provincia, tendine ricamate appese alle finestre della cucina e ghette lucide prima di uscire: come era possibile che tutto questo venisse sostituito in così breve tempo da fosse comuni, filo spinato e Zyklon B? "Una volta, nei primi anni Quaranta - dice ancora Konrád - arrivò negli uffici della comunità ebraica di Budapest un gruppetto di uomini che dicevano di essere fuggiti da Auschwitz. Non erano ungheresi, ma cecoslovacchi, parlavano di docce che non erano docce ma camere a gas, di forni crematori, di schiere di parrucchieri incaricati di tagliare tutti i capelli alle donne prima che fossero uccise… Il rabbino li stette ad ascoltare in silenzio, e alla fine li ringraziò per avergli raccontato tutte quelle cose. Ma appena furono andati via si voltò verso la sua segretaria e le disse: 'Se dovessero tornare non li faccia più entrare, sono completamente pazzi'". Un episodio che sembrerebbe confermare la leggerezza di alcuni ebrei di potere: non capirono, scelsero di negoziare, trattarono con un nemico di cui non avevano capito la ferocia. "Certo, Hannah Arendt poteva permettersi di essere intelligente e arguta a New York dopo la guerra - osserva Konrád pensando alle tesi sostenute nella Banalità del male - ma a Budapest durante l'occupazione tedesca nel 1944 era difficile essere così sottili. Molti hanno tentato di fare qualcosa, e se è vero che in tanti hanno sbagliato, l'arroganza con cui la Arendt ha trattato la cosa non mi è mai piaciuta".

Forse non serviva arrivare al 1941 per capire che qualcosa si era spezzato nel contratto non scritto tra ebrei e gentili nell'Ungheria di quel tempo. "I primi germi della dissoluzione si rintracciano con la prima guerra mondiale", ricorda Konrád. "Prima di allora nel Paese convivevano diversi stati nazionali: la maggioranza era ungherese ma c'erano anche serbi, croati, romeni. La nascita del nazionalismo ungherese, la progressiva magiarizzazione della società, fu l'inizio della fine. Anche per noi ebrei la vita cominciò a farsi più difficile: dovevamo studiare obbligatoriamente l'ungherese, dovevamo partecipare alle parate, dovevamo mostrare entusiasmo. Il nazionalismo ti offre sempre solo due possibilità: "sei come me e allora vieni con me", oppure "non sei come me, vattene via". Gli ebrei si configurarono subito come i non-ungheresi, e per loro la vita cominciò a esser difficile da allora".

E' stato un miracolo che György si sia salvato - "Non so se sia stato un caso, il destino, o forse una statistica: qualcuno sarebbe pur dovuto sopravvivere…" - e anche che i genitori alla fine non siano finiti ad Auschwitz, ma abbiano potuto fare ritorno nel soggiorno blu. Ad aspettarli, però, c'erano i sovietici. Un'altra violenza, ma di natura diversa: "I sovietici conservavano ancora un tratto di bolscevismo, e i bolscevichi al fondo coltivavano un'idea internazionalista - dice Konrád - che del resto aveva contribuito ad abbattere lo varismo, con tutte le sue storture".

Negli anni a venire Konrád parlò anche con Tatiana Tolstoj - cosa differenziava la follia comunista da quella nazionalsocialista? "Lei mi disse che nella radice russa c'era l'imperialismo, una sorta di ossessione che li spingeva a radunare popoli ed etnie diverse sotto il loro dominio, anche con la violenza e il sopruso". I tedeschi no, non pensavano a un'inclusione del diverso, ma al suo annientamento. "Il nazismo era il livello più alto del nazionalismo discriminatorio, e l'Olocausto il livello più alto del nazionalsocialismo. I russi - dice ancora Konrád - hanno fatto cose orrende, Stalin aveva persino un piano di distruzione degli ebrei, condivideva con Hitler dei tratti paranoici - tipico dei tiranni o di chi assurge a ruoli di grandissimo potere - quindi i russi ne hanno uccisi tantissimi di ebrei, forse pochi di meno dei nazisti…" Ma' "Ma non posso dimenticare il mio ritorno a Berettyóújfalu nel febbraio del 1945, quando incrociai gli occhi di un soldato sovietico sulla strada di casa: mi sorrise, e mi accarezzò la testa con dolcezza. No, non ce l'avevano con gli ebrei".

L'antisemitismo oggi? "Sono sincero, non mi fa paura. Non perché sottovaluti quanto sta accadendo in Medio Oriente e nella stessa Europa, ma perché non ci sono mai stati lunghi periodi nella storia in cui gli ebrei non siano stati in pericolo di vita".

domenica 8 febbraio 2015

L'assedio di Budapest

Il 13 febbraio 1945, settant'anni fa, a Budapest l'Armata Rossa ebbe finalmente la meglio sull'esercito tedesco e su quello che era rimasto delle forze militari filonaziste ungheresi. La capitale ungherese fu liberata, poté iniziare la ricostruzione, e il 4 aprile 1945 ebbe termine la Seconda Guerra Mondiale anche sull'intero territorio magiaro.

La battaglia per il controllo di Budapest può essere definita la seconda Stalingrado sia per durata che per le perdite umane e il grado di distruzione della città. Dopo mesi di tentativi di fermare il fronte e di fare arrendere le armate tedesche e ungheresi senza dover entrare nella capitale, il 28 ottobre 1944 Stalin si vide costretto a dare l'ordine al maresciallo Malinovskij di occuparla. Ne seguirono 108 giorni di accerchiamento e di assedio, 51 dei quali di battaglia corpo a corpo per le strade della città. I sovietici impiegarono circa 150mila uomini, i difensori 70mila. Durante l'assedio 105mila ungheresi persero la vita. La città era irriconoscibile, come dimostrano queste foto.

In questi giorni, per l'esattezza il 7 febbraio, ricorre anche un secondo anniversario strettamente legato al primo: quello della morte nel 1990, all'età di ottant'anni, dell'attrice e cantante Katalin Karády. Durante l'assedio, per convincere gli ungheresi ad arrendersi,  i sovietici trasmettevano con megafoni a tutto volume una delle sue celebri canzoni: Hiába menekülsz (Non puoi fuggire). La mia preferita rimane però  Mindig az a perc (Sempre quel momento).

mercoledì 4 febbraio 2015

"Partenza e ritorno" di György Konrád, ovvero breve storia dell’Ungheria più o meno contemporanea



Non è semplice dare un’idea dell’Ungheria attuale, meno che mai della sua storia, la cui complessità è inversamente proporzionale alla sua estensione geografica. Per facilitare il compito conviene ricorrere a qualche esempio concreto, a vite di persone realmente esistite, e forse il racconto diventa più comprensibile. Fra queste, la lunga e contorta storia di György Konrád, intellettuale di fama internazionale ma ancora poco conosciuto in Italia, è sicuramente ben rappresentativa. 

György Konrád nasce il 2 aprile 1933 a Berettyóújfalu, un paese che si trova in Bihar, la regione orientale dell’Ungheria spezzata in due in seguito al trattato di Trianon del 1920, in base al quale parte della Transilvania diviene parte della Romania. Da quel momento in poi la regione si chiamerà infatti Bihar Monco fino al 1940, quando tutti i territori saranno restituiti all’Ungheria come contropartita dello schieramento della stessa Ungheria al fianco della Germania nazista, per tornare di nuovo alla Romania nel 1945 con la sconfitta del Nazismo e dei Paesi a esso alleati. 

A Berettyóújfalu la famiglia Konrád, con un passato nel commercio, possiede una ferramenta che assicura un buon tenore di vita, nonché una posizione rispettabile non solo nella comunità israelitica ma anche a livello cittadino. György Konrád e sua sorella Eva, tre anni più grande di lui, frequentano la locale scuola ebraica fino alla primavera del 1944, quando l’Ungheria viene invasa dai tedeschi e le scuole ebraiche vengono chiuse. A causa delle leggi razziali i genitori vengono arrestati e deportati in Austria; il 5 giugno i due ragazzi riescono a partire con i cugini István e Pál Zádor per Budapest, dove sono attesi da parenti. Il giorno dopo viene deportata l’intera comunità ebraica di Berettyóújfalu nel ghetto di Nagyvárad (oggi Oradea, città in Romania), e da lì ad Auschwitz. 

Sopravvivono alle persecuzioni, alla guerra e all’assedio di Budapest, grazie alle abili cure di una zia che riesce a trovare rifugio per tutti loro in una casa sotto protettorato svizzero a Budapest. 
L’Armata Rossa invade l’Ungheria, il 13 febbraio 1945 libera Budapest, e il 4 aprile tutta la nazione. 

I fratelli Konrád ripercorrono la strada di casa e alla fine di febbraio sono di nuovo a Berettyóújfalu, dove trovano la dimora vuota. A giugno tornano i genitori e, dei quasi mille che prima della guerra formavano la comunità ebraica del paese, la loro è l’unica famiglia sopravvissuta intatta. Di questa tormentata storia parla il romanzo autobiografico di György Konrád, Partenza e ritorno (Keller editore, 2015, mia traduzione)

Il padre riapre la ferramenta, prende con sé i fratelli Zádor rimasti orfani e una nipote, orfana pure lei mantenendo i cinque ragazzi agli studi in città diverse finché, nel 1950, viene colpito dall’ondata di nazionalizzazione del regime dittatoriale di Mátyás Rákosi, lo Stalin unghereseAlla famiglia vengono requisiti sia la ferramenta che la casa e i membri dichiarati nemici di classe, con tutte le conseguenze del caso. Per fare un esempio, György Konrád può proseguire gli studi solo all’Istituto Russo dell’università ma due anni dopo, nel 1953, lo espellono anche da lì, quando l’istituto assume il nome di Lenin e viene obbligato ad accogliere solo studenti di origine irreprensibile, ovvero di famiglia operaia o contadina. Nell’autunno dello stesso anno riesce ad intraprendere gli studi alla facoltà di Lettere dell’ELTE di Budapest che conclude nel 1956. Nel corso di quei tre anni ben due volte rischia l’espulsione per le sue idee politiche, ma il filosofo György Lukács e lo storico della letteratura István Sötér, suoi professori, riescono a fargli evitare il peggio. Scrive la tesi di laurea su Károly Pap, scrittore ebreo ungherese morto nel campo di Bergen-Belsen nel ’45, autore di numerosi racconti, saggi, opere teatrali e tre romanzi, uno dei quali, Azarel (pubblicato in Italia da Fazi nel 2009 nella mia traduzione) è considerato uno dei capolavori della letteratura ebraica mitteleuropea. 

Inizia a pubblicare e nell’autunno del 1956 entra a far parte della redazione di un giornale critico nei confronti del regime. Partecipa come guardia armata della squadra organizzata dagli universitari alla rivoluzione del ‘56, ma solo come osservatore, senza sparare un colpo. Dopo la sconfitta della rivoluzione perde il lavoro; la sorella, gli amici, i cugini scelgono l’emigrazione, ma lui rimane in Ungheria. Vive di lavori saltuari, in parte intellettuali, in certi periodi lavora persino come operaio non qualificato. Solo nel 1959 riesce finalmente a trovare un’occupazione stabile come ispettore del Tribunale dei minori. Nei sette anni trascorsi all’Ispettorato matura il suo primo romanzo di tematica sociale, Il visitatore (Bompiani, 1975), per il quale fatica a trovare un editore ungherese, che invece sarà prontamente tradotto e pubblicato all’estero. Per le sue idee non ortodosse nel 1973 viene ammonito dalla Procura di Stato ed allontanato dal suo posto di lavoro. Nell’ottobre del ’74 subisce anche un breve arresto per un manoscritto sociografico e il regime esprime parere favorevole al suo espatrio, con la facoltà di portare con sé anche la famiglia: è opportuno liberarsi del personaggio scomodo che riesce comunque a diffondere in patria idee liberali e anticomuniste, seppure antirazziste e antifasciste, sotto forma di scritti samizdat. Dal ’74 e fino alla caduta del Muro, tutte le sue pubblicazioni vengono contrassegnate con la lettera Z, che significa materiale non accessibile e messe all’indice. Non può comparire neppure in trasmissioni radiofoniche o televisive. Nel 1976 gli viene comunque concesso il passaporto e accetta l’invito del Deutscher Akademischer Austausch Dienst che gli offre una borsa di lavoro di un anno. Al termine dell’anno berlinese approfitta di una seconda borsa per trascorrere un anno anche negli Stati Uniti. Torna a Budapest per ripartire poco dopo e negli anni a venire passerà lunghi periodi in Europa e ancora negli Stati Uniti dove insegnerà anche all’università. Il tutto con il beneplacito e il sollievo malcelato delle autorità magiare. Nel 1989, alla cessazione del divieto, ben cinque suoi libri vedono la luce in Ungheria. Nell’anno seguente viene insignito del premio più prestigioso ungherese ed eletto presidente del PEN Club Internazionale, incarico che ricopre fino al 1993. Negli anni dell’auspicata stabilizzazione della democrazia, pubblica numerosi libri e riceve una lunga serie di prestigiosi riconoscimenti sia in Ungheria che nel mondo. Oggi è di nuovo all’opposizione: le sue forti e ragionate critiche al governo Orbán, che secondo lui rappresenta un pericolo non solo per la democrazia della sua patria ma anche a livello europeo, compaiono sulle pagine dei quotidiani e settimanali di maggiore diffusione. La parabola della vita e delle opere di György Konrád è lo specchio fedele della storia recente e contemporanea di una nazione che stenta a trovare stabilità ed equilibrio. E non sempre per proprio demerito, ma questa è un’altra storia. 

mercoledì 28 gennaio 2015

Proverbio sull'onestà

Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero.
Proverbio arabo

Antal Szerb

"C'è chi legge per diletto, chi perché con le letture vuole arricchire la propria cultura, ma per me il vero lettore è colui che legge perché per lui la lettura è funzione vitale, uno stimolo irresistibile." Antal Szerb (1 maggio 1901-27 gennaio 1945)