domenica 23 aprile 2017

György Dragomán, Fiamme - recensione di Andrea Bajani

Oggi su il Manifesto è uscita la recensione di Andrea Bajani. Impeccabile, tranne che per il nome di battesimo dell'autore che è György, e non Györgi, e per l'imprecisa collocazione geografica dell'autore: Dragomán era nato in Romania, membro della minoranza ungherese, ma si trasferisce ancora adolescente, con la famiglia, in Ungheria, dove vive tuttora.

Györgi Dragomán, le catene del passato

Narrativa. Attraverso una iniziazione all’età adulta, lo scrittore romeno di lingua ungherese racconta l’Europa in rovina, alludendo alla necessità di sfilarsi dal ricatto dei ricordi: 
«Fiamme»

Quando, a cinquant’anni compiuti, Agota Kristof pubblicò Il grande quaderno, provammo tutti la sensazione lancinante che i nonni evocati rappresentassero l’armadio in cui sta chiuso a chiave il passato. L’Ungheria di cui si parlava, sebbene mai apertamente citata, era costretta in una cornice di violenze: Kristof era nata nel 1935, il secondo conflitto mondiale l’aveva dunque travolta a pochi anni, lasciandola spiaggiata in tempo di cosiddetta pace con una sporta di violenza e domande ingoiate a forza. La Storia scoppia in faccia ai bambini, dicevano i due gemelli della Trilogia della città di K, e lascia morti per terra. Ai bambini non resta che ratificare l’orrore, aggiungere al mondo precedente altre ipotesi, altre domande: «Una volta, lontano nella foresta, sull’orlo di un grosso buco fatto da una bomba, troviamo un soldato morto. È tutto intero, gli mancano solo gli occhi per via dei corvi».
A tenersi stretti il passato, con certezze e segreti, sono i vecchi. «Ecco vostra Nonna – dice la Madre ai gemelli. Resterete con lei per un po’, fino alla fine della guerra». I genitori stanno a cavallo della Storia, troppo impegnati a non farsi disarcionare per occuparsi anche dei figli. Ai figli resta la loro assenza da ricapitolare ogni giorno e una Nonna cui imputare la propria condizione di orfani, e insieme la colpa di essere stati messi in salvo, ma tenuti fuori dalla Storia. E resta la missione del ricordo, sebbene l’oggetto della loro memoria sia qualcosa di mai vissuto in prima persona.
Emma, la protagonista di Fiamme, del quarantaquattrenne romeno di lingua ungherese Györgi Dragomán (Einaudi, traduzione di Andrea Rényi, pp. 364, euro  22,00), è parente prossima dei gemelli della Trilogia. E il romanzo è un evidente – seppur non esplicito – corpo a corpo con il capolavoro di Agosta Kristof, aggiornato al 1989: il crollo di un paradigma, quello comunista, su cui si reggeva un mondo, la condanna a morte dei tiranni, gli spari per le strade, i traditori a piede libero. Dopo aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale, Emma vede arrivare in orfanotrofio una donna che sostiene di essere sua nonna: «La direttrice dice che la vecchietta è qui per me. La vecchietta dice che è mia nonna e che è venuta a prendermi. Le dico che non ho nonne. Né nonni. Non ho nessuno».
Lo stile rimanda direttamente alla prosa di Agota Kristof, riprende la secchezza di un’infanzia brutalizzata anche nel linguaggio, i sentimenti volutamente cauterizzati: «Continuiamo così – dicevano i gemelli nel Grande quaderno – finché le parole non entrano più nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle orecchie. Ci esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno. (…) A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua». È l’unica difesa dei bambini di fronte alla bocca spalancata della Storia.
Già nel Re bianco, Györgi Dragomán aveva raccontato le violenze del regime di Ceaucescu, l’infanzia al tempo del sospetto, l’insidioso gioco paranoico delle colpe. Lì, c’era un padre dissoltosi nel nulla, finito dentro il buco nero della polizia segreta. I riferimenti letterari costituivano l’impasto fenomenale tra un passo narrativo tutto dickensiano e un immaginario smaccatamente postsovietico. Ironia, empatia e Securitate.
In Fiamme, Dragomán sceglie come suoi custodi Agota Kristof e Herta Müller, una ungherese (sebbene scrivesse in francese), e una romena di lingua tedesca
Sceglie due esuli, dunque, per tornare a casa. Ed è in fondo una casa quella che cerca la protagonista del suo romanzo, Emma.
Il rovello dei nipoti nella Trilogia era come trovare una casa dentro il tempo, come individuare la propria posizione lungo l’asse del tempo. Emma vive un momento storico e personale in cui tutto salta in aria: la rivoluzione, il dominio sul suo corpo. Varcata quella linea sarà impossibile tornare indietro, adolescenza e capitalismo insieme. «Parla di marmellate, carta igienica, scatolette di pesce, crema al cioccolato, c’è tutto e ci sarà tutto, ormai ci sarà sempre tutto, lo dice con un tono di preghiera, come se non ci credesse». A tredici anni, Emma ha un piede in un’infanzia sovietica data per fallita, e un altro in un mondo che dovrebbe essere migliore, ma fa più paura ancora, un mondo che brandisce il vessillo dell’abiura.
Il presente di Emma è un faccia a faccia con i morti, ha i piedi conficcati nel passato. Si evoca di continuo il foro del proiettile sulla fronte di Ceausescu, giustiziato nel fango insieme alla moglie. E poi i morti accanto all’andirivieni dei sopravvissuti, sbucati indenni dentro il mondo nuovo: «Péter va sul ghiaccio, dice che è per i morti. Dicono che dopo le raffiche li hanno tenuti qui, sul ghiaccio, per qualche giorno, prima di nasconderli da un’alta parte. (…) Il ghiaccio è grigio, non è una pista di ghiaccio, pattiniamo su un lago ghiacciato con le crepe, (…) vedo i morti che fluttuano nel ghiaccio».
Quella che Dragomán in fondo racconta è quanta zavorra di passato i nipoti sono costretti a portarsi sulle spalle. Racconta un’Europa di rovine ereditate. Solo le macerie contano, solo i morti, i segreti messi un una bara. Commemorare senza capire fino in fondo, è questa la scure dell’eredità. Emma non a caso riceve in dono dalla nonna un orologio, che fu a suo tempo di sua madre. Ciò che conta, sembra dire Dragomán, è la quantità di giri che hanno fatto le lancette per arrivare sin qui. «Il dolore aiuta a ricordare – le dice la nonna –, non solo il dolore ma tutto, perché esiste solo quello che ricordiamo, quello che dimentichiamo non c’è più scompare dal passato, scompare dal mondo”; “l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti».
Emma diventa grande così, con un passato da portare alla catena, impossibile da far passare veramente, ammucchiato lì tutto insieme, tutto già fallito, il più antico e il più recente: «Il signor Pali ha trovato i morti (…). Stavano nella vallata dietro la fabbrica di mattoni abbandonata. Dicevano che era sicuramente una fossa comune della Prima guerra mondiale, o il luogo di sepoltura dei morti del ghetto».
È sempre tempo di ricordare, ci induce a pensare Györgi Dragomán in questo romanzo importante, ma è anche venuta l’ora di sfilarsi dal ricatto iscritto in ogni eredità, storica e privata.


sabato 4 febbraio 2017

Nadia Terranova: Il diario di Eva

Di seguito riporto l'articolo della scrittrice Nadia Terranova su "Io voglio vivere" di Éva Heyman, Giuntina, 2017 (traduzione mia), pubblicato su Il Foglio il 3 febbraio 2017.


IL DIARIO DI EVA


Anna Frank d'Ungheria aveva le trecce lunghe, i genitori separati e l'ambizione di divorare il mondo

Mio piccolo Diario, avevo solo quattro anni quando hanno divorziato, ma ricordo la loro tristezza. Non litigavano, o perlomeno io non li avevo mai sentiti litigare. Una volta Ági mi ha anche detto che non litigavano perché erano indifferenti l'uno verso l'altra, e di solito litigano quelli che si vogliono bene. Io non so proprio che bisogno ci sia di litigare. Non bisticcerò mai con nessuno, anche se a volte non mi dispiacerebbe rimproverare Pista Vadas, perché non vuole mai parlare con me.
Éva Heyman vive in Ungheria, legge tantissimo, il giorno del suo tredicesimo compleanno ha ricevuto quattordici libri, e poi arance, cioccolata, un cuore di marzapane, il suo primo paio di scarpe col tacco, tre pigiamo, dodici fazzoletti colorati, una collanina d'oro. E' il tredici febbraio 1944 e Éva quel giorno inizia a scrivere. Non può saperlo, ma due anni prima, il dodici giugno 1942, in un altro luogo d'Europa un'altra ragazzina compiva tredici anni, riceveva in dono un diario e lo inaugurava: si chiamava Anna Frank. Nel 1944, mentre Éva ancora attraversa le strade della sua città nonostante le leggi razziste e la paura dell'incombente deportazione, Anna vive già da tempo nascosta in un alloggio segreto. Come Anna, Éva vede l'orrore quotidiano degli eventi, ne sente il fiato addosso, e anziché negarlo o subirlo si affida all'impresa impossibile di non rimanerne schiacciata, attraversa la Storia porgendole senza difese le armi in suo possesso: amore, speranza, intelligenza e talento.
Discute, litiga, gioisce, soffre come soffrono le adolescenti in sconfinato conflitto e doloroso amore con uan madre affascinante e giovane, che è legata alla figlia ma l'ha lasciata con i nonni per seguire il nuovo marito, Bèla Zsolt. Ági, cioè Ágnes, è una giornalista e Bèla uno scrittore, ma, come i lettori scopriranno solo dopo la guerra, quando nel 1947 verrò pubblicato il diario, il vero genio della famiglia era la bambina. Nelle pagine fitte appuntate nei tre mesi che precedono la deportazione rivela un'abilità di analisi e un'ironia che l'avrebbero fatta brillare più forte e più a lungo dei genitori, se solo le fosse stato permesso. Oggi, a distanza di settant'anni, di Éva e Anna pensiamo: sarebbero state grandi scrittrici. Non sapremo mai se invece avrebbero scelto di diventare altro, ballerine, impiegate, insegnanti, scienziate, preferendo lasciarsi alle spalle gli anni in cui la guerra e l'odio le avevano costrette a un contatto con la scrittura ancora più intenso e famelico di quello già insito nell'adolescenza. Qualcuno ha tolto a loro la possibilità di scegliere se coltivare o sprecare il proprio talento, e anoi quella di amarne o criticarne le opere. Nel caso di Éva , quel qualcuno ha un nome: Josef Mengele. "Ma guarda, hai pure la rogna, brutto rospo. Sali subito sul camion!", dice il dottore spingendo la bambina con le gambe ricoperte di croste, perché nel Lager C di Auschwitz dove si trova dal sei giugno ha preso la scabbia. E' il diciassette ottobre 1944, e nessuno dei testimoni può salvarla dalla selezione per il crematorio; in quello stesso momento Anna Frank si trova a Bergen-Belsen, dove morirà qualche mese dopo. Finisce la guerra, e quelle figlie non ci sono più. Nel 1947, Otto Frank in Olanda e Ágnes Zsolt in Ungheria ne pubblicano i diari.

"Ma io piaccio di più ai ragazzi"
Béla Zsolt, il patrigno scrittore, nel libro autobiografico "Le nove valigie" così descrive Éva: "La ragazzina con quel meraviglioso visino da mela, con la sua avida curiosità, l'ambizione, la vanità, gli occhi luminosi che sprizzavano energia". E' la stessa ragazza che il dottore nazista ha chiamato rospo, la stessa che il 14 marzo, quando ancora andava a scuola, scriveva con orgoglio, rispetto alla sua migliore amica: "Ma io piaccio di più ai ragazzi". Il sei febbraio 1949 Béla Zsolt muore; due anni dopo Ágnes si suicida. Otto FRank vive fino al 1980, data dopo la quale il diario di Anna viene ripubblicato nella versione integrale che lui non voleva fosse divulgata. La vicenda di Anna viene tradotta in tutto il mondo, quella di Éva arriva in questi giorni in Italia ("Io voglio vivere. Il diario di Éva Heyman", edizioni Giuntina) nella traduzione di Andrea Rényi, autrice anche di una bellissima postfazione in cui, oltre alla storia personale della ragazza, affronta il tema del rimosso, nella percezione ungherese, dei quasi cinquecentomila ebrei morti durante il nazismo. Un terzo delle vittime di Auschwitz veniva dall'Ungheria. Tra loro una ragazza di tredici anni con le trecce lunghe e il sorriso aperto, che ha camminato da sola al centro della Storia.

giovedì 2 febbraio 2017

Dieci anni di traduzioni - copertine

Compongono un simpatico mosaico le copertine dei libri che ho tradotto in questi dieci anni di "carriera" di traduttrice dall'ungherese all'italiano. Non includo gli e-book, perché non fanno colore; per me la carta stampata rimane ancora insuperabile.

Con Mónika Szilágyi


Tre novelle

Traduzione dell'intervista a Mihály Vigh

Traduzione di due capitoli







Con Francesca Ciccariello










lunedì 16 gennaio 2017

Éva Heyman, Io voglio vivere, Giuntina, 2017


Éva Heyman ha tredici anni nel 1944 quando per tre mesi – da febbraio a maggio - conduce un diario in cui descrive le condizioni di vita sempre più difficili degli ebrei di Nagyvárad (oggi Oradea in Romania), fino all'internamento nel ghetto, alla deportazione e all'annientamento ad Auschwitz. La ragazza sarà inviata al forno crematorio personalmente da Mengele il 17 ottobre dello stesso anno. Prima della deportazione la ragazza affida il diario a una domestica, che al termine della seconda guerra mondiale lo restituisce alla madre, la giornalista Ágnes Zsolt, che lo pubblica nel 1947 sotto il proprio nome, probabilmente dopo averlo ritoccato. Éva Heyman oggi è una figura simbolica, a Oradea un parco e la statua di Flore Kent portano il suo nome per ricordare i bambini e gli adolescenti periti nell'Olocausto. Dopo la pubblicazione del diario di sua figlia e la morte del secondo marito, il giornalista e scrittore Béla Zsolt, autore di “Nove valigie” (Guanda, 2004, trad. di B. Ventavoli), Ágnes Zsolt cade in depressione e si uccide il 3 agosto 1951, a soli 39 anni.
Senza alcun dubbio Éva Heyman può essere definita l'Anna Frank ungherese. I punti in comune fra i due destini, quindi tra i due diari sono molteplici: entrambe le ragazze lo iniziano il giorno del loro tredicesimo compleanno e lo finiscono nell'estate del 1944, poco prima della loro deportazione. Il diario di Anna Frank è più completo, perché la ragazza olandese ha più tempo a disposizione, ed è più maturo, perché Anna muore a quindici anni. Anche se Éva Heyman ha poco tempo a disposizione, l'intensità del suo diario ne compensa ampiamente la brevità: ogni parola conta, e le non molte annotazioni sono sufficienti, esaustive, per raccontare con ricchezza di dettagli le veloci e ineluttabili trasformazioni nella propria vita e in quella della sua comunità.
Nel febbraio 1944 Éva Heyman vive a Nagyvárad, nella Transilvania riannessa all'Ungheria, con i nonni benestanti. I genitori sono divorziati, la madre si è risposata e vive a Budapest, il padre è rimasto in città ma non può tenerla con sé. Ma lei è una ragazza positiva, conduce un'esistenza equilibrata, è molto brava a scuola, e fa progetti ambiziosi per il suo futuro. Ha soltanto un pensiero negativo ricorrente: il ricordo della sua amica Márta portata via di punto in bianco nel 1941, che non è mai tornata. E la paura di finire come Márta.
Con l'avvento delle leggi razziali il nonno in poche settimane perde la sua farmacia ben avviata, la ragazza deve smettere di frequentare la scuola e la nonna, di carattere difficile anche in condizioni di normalità, impazzisce letteralmente. La ragazza riceve poco aiuto anche dalla mamma, perché Ágnes Zsolt dev'essere sottoposta a un intervento chirurgico a Budapest ed è perennemente impegnata in attività di salvataggio del secondo marito, mandato ai lavori forzati in Ucraina, poi costretto a nascondersi. Le giornate trascorrono cercando di fare fronte alle limitazioni sempre più opprimenti, che impongono anche perdite via via più pesanti. Rimane comunque il tempo e lo spazio per il primo amore e per provare ancora affetti e sensazioni che fanno parte del processo di maturazione di un'adolescente. Poi subentra la paura, ma mai la rassegnazione: “... mio caro Diario, non voglio morire, voglio vivere anche se di tutto il distretto lasciassero solo me qui. Potrei aspettare la fine della guerra in una cantina, in una soffitta, e mi farei baciare anche dal gendarme dall'occhio storto che ci ha portato via la farina, pur di non essere uccisa, di essere lasciata in vita!”
Éva Heyman impersonifica l'Anna Frank ungherese, il suo diario fornisce una preziosa testimonianza da una regione poco conosciuta ma dalla storia molto interessante qual è la Transilvania; sul destino degli ebrei ungheresi transilvani, su come una comunità perfettamente integrata con un ruolo fondamentale nello sviluppo socio-economico potesse diventare, praticamente da un giorno all'altro, una massa umana da cancellare ferocemente.
Autore:
A cura di:
Postfazione:
Andrea Rényi
Anno di edizione:
2017
Traduzione:
Andrea Rényi
Pagine:
156
Illustrato:
no
Legatura:
Brossura
ISBN:
9788880576648
Disponibile:
si
Prezzo:
15 €
Prezzo EBOOK:
6,99 €
 LIBRO
 EBOOK

venerdì 7 ottobre 2016

Un'intervista sul blog Gli Scrittori della Porta Accanto

[People] Andrea Rényi, traduttrice ungherese, da oltre 40 anni in Italia, nell'intervista di Paola Casadei


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Ungherese di nascita, la traduttrice Andrea Rényi è cresciuta in una famiglia multietnica e risiede in Italia da oltre 40 anni: «penso e sogno in italiano e credo che in questa lingua pronuncerò anche le mie ultime parole».

Andrea Rényi, benvenuta nel nostro sito culturale. Ci vuoi svelare chi sei? Ti vuoi presentare brevemente a nostri lettori?
Sono nata in Ungheria in una famiglia multietnica che per necessità di comunicazione ha sempre coltivato lo studio delle lingue, per passione quello della musica e della letteratura, ma poi ognuno imparava un mestiere per vivere, perché nessuno ha mai pensato che le lingue, la musica o la letteratura da sole potessero bastare. Ai tempi dell'esame di maturità conoscevo già tre lingue – tedesco, russo e inglese - e coltivavo un amore profondo per la letteratura, ma scelsi la facoltà di Legge, che abbandonai a metà corso per sposare un ragazzo italiano. Vivo ormai da quarantatré anni a Roma, da più o meno quaranta penso e sogno in italiano, e credo che in questa lingua pronuncerò anche le mie ultime parole.

Come ti sei avvicinata al mestiere di traduttore editoriale?
Al mio arrivo a Roma trovai lavoro come insegnante di lingue in istituti privati, e per essere all'altezza del compito mi laureai in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Dopo sedici anni di insegnamento in scuole di lingue e di recupero, di numerose traduzioni, di interpretariato ungherese-inglese-italiano per gli ungheresi richiedenti lo status di rifugiato, e nei corsi che le organizzazioni intergovernative offrivano ai profughi per inserirli nella vita quotidiana negli Stati Uniti, per tredici anni ho lavorato in un'azienda italo-americana. Anche in quel caso con le lingue: facevo l'interprete, come mediatore linguistico mi occupavo dei rapporti con l'estero.
Nel 2004 avevo bisogno di gratificarmi, e invece di comprarmi un vestito nuovo o di prenotare un soggiorno in una beauty farm mi iscrissi a uno dei primi corsi serali per l'editoria. Grazie ai risultati ottenuti al corso una nota casa editrice romana mi offrì delle collaborazioni esterne e dopo qualche mese l'editore mi domandò se volevo provare anche a tradurre qualcosa. Nel frattempo lavoravo già in un'agenzia letteraria, che pure è stata un'esperienza molto utile.
Lavoro come traduttrice editoriale da undici anni, ormai solo dall'ungherese, e ho tradotto una ventina di volumi fra narrativa e saggistica.

Hai tradotto grandi nomi della letteratura ungherese, da Károly Pap a Magda Szabó, che cosa è per te una traduzione?

Per ridurre all'osso una risposta che altrimenti richiederebbe pagine e pagine, veri e propri trattati, uso il titolo dell'ottimo saggio di Daniele Petruccioli: per me le traduzioni editoriali sono Falsi d'autore.
Ricordo il preciso istante in cui presi coscienza della complessità di questo mestiere, del fulmine che scoccò: leggendo le prime pagine di Sabato di Ian McEwan tradotte da Susanna Basso fui colpita da un desiderio irrefrenabile di mettermi alla prova, di sfidare me stessa, senza la pretesa e la presunzione di avvicinarmi, neppure alla lontana, alla perfezione di quell'incipit.

Quali sono per te i pregi e i difetti del mestiere?
Per me il pregio più grande è l'intimità con il testo e con il suo autore, vederci in silenzio a quattr'occhi. Mi pesa invece molto stare dietro ai pagamenti.

Qual è stata l'esperienza professionale che ti ha arricchita di più e perché?
Ho fatto esperienze belle, bellissime e anche brutte, ho commesso alcuni errori che purtroppo sono stati stampati, e ho anche sbagliato per inesperienza. Ma non li riconduco all'annoso tema di non essere di madrelingua italiana. Dopo quarantatré anni in Italia, trascorsi tutti in ambiente esclusivamente italiano e in qualche modo sempre attinente al mondo della traduzione, credo di conoscere la lingua in misura adeguata. D'altronde non sono l'unica ungherese che traduce dall'ungherese: Giorgio Pressburger, arrivato in Italia all'età di diciannove anni, non solo è un affermato scrittore italiano, ma anche uno dei migliori traduttori di letteratura ungherese. Il traduttore tedesco di Sándor Márai, Ernő Zeltner, approdò in Germania all'età di ventun anni, e grosso modo aveva la stessa età il traduttore francese di Márai, Georges Kassai, quando si trasferì in Francia, ma potrei citare anche altri esempi. Qualche mese fa mi è capitato fra le mani un testo scritto in italiano, su una certa letteratura ungherese, da una persona molto stimata nell'ambiente, e di madrelingua italiana: poche pagine ma molti errori, alcuni grossolani, dovuti anche a interpretazioni errate; tanto più gravi perché la persona in questione poteva scegliere cosa scrivere e tradurre, mentre il traduttore non può farlo.
Tornando alla domanda: non riesco a individuare una sola esperienza che mi abbia arricchita, sono servite tutte, anche le negative. Per carattere sono un misirizzi, dopo l'iniziale inevitabile dispiacere cerco di trarre insegnamento anche dalle esperienze negative. Le più belle riguardano quei libri che ho tradotto anche per legami sentimentali.

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Mio padre amava molto la filosofia, Hegel e Dostoevskij, e pensando a lui ho tradotto Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere di László F. Földényi per Il Nuovo Melangolo. Azarel di Károly Pap era il romanzo preferito di mia madre da ragazza, l'ho tradotto per Fazi, e Ballo in maschera di Magda Szabó (Salani) era il mio preferito alle medie, spero che lo leggeranno le mie nipotine italiane (sono nonna), quando avranno l'età giusta.
Alcune belle esperienze sono legate ai revisori, ne ho incontrati di eccellenti, anche dal punto di vista umano: fra i molti incontri fortunati Nadia Terranova e Laura Senserini da Fazi occupano i primi posti, conservo ancora l'affettuoso ricordo della loro professionalità, gentilezza e delicatezza, ma mi hanno insegnato molto anche Giuliano Geri, Eleonora Grassi, Paolo Valoppi, la redazione di Voland e di Nottetempo.

Ci sono pagine che ti è stato difficile tradurre?

Le pagine più difficili da tradurre sono quelle di una prosa brutta, insincera, o volutamente cruda. Poi quelle scontate, ad effetto, e studiate a tavolino. Di solito sono anche pagine stridenti, prive di musicalità. La poesia è un mio limite, non la so tradurre, ma so apprezzare quando la traduzione è buona. La poesia ungherese ha prodotto molte opere meravigliose, ma purtroppo sono poche le poesie ungheresi ben tradotte.

Quale autore ti piacerebbe tradurre?
Se potessi scegliere riprenderei a tradurre anche dei saggi, in particolare di Földényi che sono riuscita a far conoscere in italiano, anche grazie a Goffredo Fofi che l'ha ospitato sulle pagine de Lo Straniero.

E quali autori hai invece già tradotto?
Attila Bartis, Péter Gárdos, Károly Pap, Péter Nádas, Miklós Vajda, András Nyerges, Kálmán Mikszáth, László F. Földényi, Márton Gerlóczy, Róbert Hász, András Nagy, Dezső Kosztolányi, Magda Szabó, György Konrád, Frigyes Karinthy, ed altri.

Andrea, a nome mio e dei lettori vorrei ringraziarti per aver risposto alle mie domande. È molto interessante quello che ci hai detto. Leggerò al più presto un paio di libri tra quelli che hai citato: mi affascinano i titoli.
Grazie a te Paola per l’opportunità dello spazio che mi hai dedicato.



Paola Casadei
In origine farmacista e direttore tecnico di laboratorio omeopatico, ha lasciato Forlì per trasferirsi prima a Roma, poi a Montpellier, quindi per dodici meravigliosi anni in Africa (otto in Sudafrica e quattro in Mozambico), dove ha insegnato musica e italiano. Ora risiede a Montpellier con la famiglia.
L'elefante è già in valigia, Lettere Animate Editore.
Malgré-nous. Contro la nostra volontà, traduzione, Ensemble Edizioni.
Dal buio alla luce. Il bisso marino e Chiara Vigo, traduzione, Cartabianca Editore.


L'originale dell'intervista qui

mercoledì 14 settembre 2016

Tibor Déry, Filemone e Bauci


Rembrandt, Filemone e Bauci visitati da Giove e Mercurio



Sulla stretta panchina del giardino, dove il sole autunnale ridisegnava i rami spogli del noce e il topazio delle poche foglie oscillanti, sedevano due vecchi, muti e al riparo. Regnava il silenzio nel piccolo giardino del sobborgo. E in quel silenzio, per un attimo, rimbombò il fragore lontano di un treno veloce. Poi, un'altra foglia giallastra venne giù. La vecchia stava lavorando ai ferri una calza grigia e accanto a lei il vecchio si sarebbe assopito se, a tratti, lo scintillio dei ferri non lo avesse ridestato.
È morto il vecchio Tímár” disse assonnato. Avrebbe voluto dirglielo già al mattino, ma se n'era dimenticato.
Che hai detto?” domandò la vecchia, un po' dura d'orecchio.
“ È morto il vecchio Tímár” ripeté il vecchio a voce più alta.
Di che cosa è morto?” chiese la vecchia.
Si è ucciso.” La donna continuò a sferruzzare.
Era abbastanza vecchio” commentò.
Aveva soltanto due anni più di me” rispose il vecchio.
Cosa?” domandò la donna.
Non era poi tanto vecchio.” disse l'uomo con garbo.
Era abbastanza vecchio.” fece la donna.
Il sole era forte. Il vecchio meditò.
Beveva!” borbottò fra sé.
Cosa?” domandò la donna. “Perché parli così piano?”
Voglio dire che ogni mese si beveva tutta la pensione” gridò il vecchio con la bocca rivolta all'orecchio dell’altra. “Si beveva tutta la pensione.”
Dall'albero cadde di nuovo una foglia, color pelle di vitello. Per un po', mentre volteggiava piano, il vecchio la seguì con lo sguardo.
Che bel caldo oggi al sole!”
Vado a fare due passi” disse il vecchio alzandosi in piedi. “Tu non prendere freddo. Vuoi che ti porti uno scialle?”
Grazie, caro, non serve” rispose la donna. “Fai un giro lungo?”
Il vecchio allungò il dorso della mano per misurare il calore.
Preferisco portartelo…” disse, “il sole d'ottobre inganna: un attimo e ci si raffredda. Dà un'occhiata alla cagna, più tardi.”
Il vecchio tornò dai suoi giri solo nel tardo pomeriggio, col cielo già coperto e, sotto il soprabito, il regalo che avrebbe dato alla moglie a cena per il compleanno: un apparecchio acustico, nascosto in un mazzo di aster. Per poterlo comprare aveva rinunciato a un anno di sigarette. Ora, però, entrando nella stanza in punta di piedi, alla chetichella, gli vennero il dubbio e una stretta al cuore: sua moglie non l'avrebbe avvertito come un'umiliazione? Perché lei non si considerava ancora sorda. Anche se il giorno prima, al rombo di un cannone, neppure molto distante, aveva guardato verso la porta e detto: "Avanti!".
Il vecchio aprì la porta della cucina.
Sono tornato” annunciò. “Quando ceniamo?”
Ci hai messo un bel po'” replicò la donna.
Una bella passeggiata” disse il vecchio.
Non avrai mica in testa qualche altra bricconata?” domandò la donna. “Fettine saltate in padella, per cena.”
Il vecchio schioccò la lingua in bocca.
È da tanto che non mangiamo carne.”
Non mi fare arrabbiare di nuovo con qualche sorpresa per il compleanno” lo esortò la donna. “Non ho più soldi e la pensione arriva solo fra una settimana.”
Ce la faremo” disse il vecchio.
Cosa hai detto?” domandò la donna. “Che cosa stai borbottando? Apparecchia… nel frattempo cuocio la carne.”
Fuori cominciò a piovere: la pioggia sbatteva sul vetro della finestra, con colpi acuti e frequenti. Il vecchio apparecchiò in camera, perché quella era una cena di compleanno. Mentre prendeva le stoviglie la pioggia non smise di battere sul vetro. Oltre al tintinnare, però, si udiva anche scoppiettare in lontananza, che a tratti smetteva, per poi riprende con maggior volume. Il vecchio si accostò alla finestra e tese le orecchie. Il vento fischiava così forte da far udire lo sbatacchiare dei rami del noce. Di colpo dalla casa di fronte scomparvero i due rettangoli gialli al suolo: avevano spento la luce. Il vecchio fece calare rapidamente le tapparelle, poi andò all'ingresso e chiuse a chiave la porta. Fino ad allora i combattimenti avevano risparmiato il sobborgo, ma ora che le raffiche delle mitragliatrici oltrepassavano le tapparelle abbassate, sembravano proprio giunti fin lì. Il vecchio entrò nella cucina, impregnata dell'odore del grasso e dell'aglio della carne, e là dentro, per fortuna, il crepitio e lo schiocco della cottura non facevano filtrare il rombo di fuori. Pensò che non averle dato ancora l'apparecchio acustico era stato un bene.
Che stai facendo?” domandò la donna. “Perché chiudi la porta?”
Piove a dirotto” rispose il vecchio.
E allora?” ribatté la donna.
Il vento porta la pioggia dentro” fu la risposta del vecchio.
Perché chiudi la porta a chiave?” domandò la donna. “La cucina è piena di vapore. Perché non rispondi? Ti sto chiedendo perché hai chiuso a chiave.”
Tira un vento forte,” rispose il vecchio. “e la porta si apre facilmente. Il vento potrebbe strapparla e la pioggia ci sbatterebbe dentro tutta l'acqua che poi dobbiamo asciugare noi.
Lavori di nuovo di immaginazione” disse la donna. “Io non sento nessun vento.”
Il crepitio delle armi, già a ridosso, si stava avvicinando ancora. Colpi di fucile e soprattutto raffiche sempre più fitte si inseguivano, accavallandosi, incessantemente. Il vecchio tornò all'ingresso che dava sulla strada, perché da lì si capiva meglio dove stavano combattendo. Passando per la camera, con un gesto rapido raccolse dalla tavola apparecchiata, il mazzo di aster con dentro l'apparecchio acustico che aveva sistemato accanto al piatto della donna e lo nascose sotto il cuscino del sofà. Si stava già sparando nella via e i combattenti si stavano avvicinando. Per fortuna la porta e la finestra della cucina davano sul retro, su un piccolo giardino. Tornato nella stanza, il vecchio sparecchiò e su un vassoio portò in cucina tovaglia e stoviglie.
Ma che stai facendo?” domandò la donna. “Adesso apparecchi? E come mai qui, in cucina?”
E dove se no?” replicò il vecchio.
La donna gli si parò di fronte, fissandolo negli occhi.
Hai dimenticato, caro?”
Che cosa?”
Che oggi è il mio compleanno” replicò la donna sorridendo ma con la fronte leggermente arrossata, “e che al mio compleanno mangiamo in camera?”
Anche il vecchio arrossì e tutte le sue rughe divennero rosse.
L'ho dimenticato” disse e posò il vassoio sul tavolo della cucina perché gli tremavano le mani. “Non capisco come abbia potuto.”
Non importa, caro. Così almeno non ci sarà odore di cucinato nella stanza. Da’ un'occhiata all'ingresso, mi sembra di aver sentito bussare.”
A quest'ora?”
Cosa hai detto?” domandò la donna.
Nessuno viene a trovarci così tardi!” gridò il vecchio.
Eppure io sento dei rumori.”
László Gálffi nel film tratto dalla novella
Regia di Károly Makk, Ungheria, 1979

Il vecchio andò all'ingresso. Premette l'orecchio sulla porta, gli sembrò che il colpo appena udito lì, nella via, fosse stato sparato proprio di fronte al cancello del giardino. Si accovacciò, pensando che una pallottola vagante avrebbe potuto bucare la porta.  
Come in una trasmissione radiofonica disturbata, lo stridio del vento e lo strepito violento dei rami del noce coprivano i rumori della strada. Pur tuttavia al vecchio sembrò di sentire lo scalpiccio della corsa/del correre di piedi avvolti in pesanti scarponi, che avvicinandosi s’abbattevano sul uniformemente il selciato buio. Un'altra raffica!
Vieni a mangiare, caro” chiamò la donna dalla cucina.
Arrivo subito!” fu la risposta del vecchio.
È venuto qualcuno?” domandò la vecchia.
No, nessuno!” gridò il vecchio.
Non ho sentito”.
Non è venuto nessuno” gridò il vecchio. Il suo corpo, magro e asciutto, non sudava da anni, ora però aveva il palmo bagnato e la fronte grondante di sudore.
Allora vieni, altrimenti la cena si raffredda” lo chiamò la donna dalla cucina.
Arrivo” gridò il vecchio, “do solo un'occhiata alla cagna per vedere se le sono venute le doglie.”
Nella sua cesta, la cagna giaceva tranquilla nella nicchia buia dell'ingresso. Non ansimava. Il vecchio le accarezzò rapidamente la testa, prima di ritornare sui suoi passi. Nei momenti, più o meno lunghi, in cui si placava il vento, si udivano ancora raffiche di mitra, tuttavia sempre più attutite, smorzate dai rumori della natura. La sparatoria si era allontanata dalla loro casa.
Perché non vieni? La cena si fredda” lo esortò la vecchia.
Sto arrivando” fu la sua risposta. “Puoi mettere in tavola.”
Il vecchio tornò alla nicchia dove teneva nascosta la bottiglia di vino rosso per la cena di compleanno, poi dall'armadio in camera da letto tirò fuori la giacca scura che indossò, dopo aver buttato l'altra in fretta e furia sul sofà.
Perché ti stai facendo aspettare? Non starai mica male?” domandò la donna in cucina.
Macché! Sto benissimo!” gridò il vecchio.
Tornò ancora una volta all'ingresso e premette l'orecchio sulla porta. Per l'agitazione girò automaticamente l'interruttore della luce, perciò dovette voltarsi per spegnerlo. Spense la luce anche nella camera. Aprendo la porta della cucina, nel locale amato, pulito e fortemente molto illuminato, vide la vecchia che, seduta a tavola, nel suo abito da lutto liso e pulito, i capelli argentei, in mano/tra le dita gli scintillanti ferri e la calza poggiata in grembo, sorrideva pacifica. Una visione da cartolina, e sebbene lei non avesse sentito la porta aprirsi, per il nervoso lui inciampò nella soglia di ottone lucidato, nello stesso istante in cui si sentì bussare forte all’ingresso, (questa volta) senza ombra di dubbio.
Finalmente sei qui” disse la donna. “Entra, perché ti sei fermato?”
La porta di casa venne di nuovo battuta e con forza; nella nicchia la cagna abbaiò ma senza uscire dalla cesta.
Che cosa nascondi dietro la schiena?” domandò la donna. “Un'altra delle tue birichinate?”
Stanno bussando” disse il vecchio.
Ma no, non sento nulla” disse la donna.
Io dico invece che stanno bussando!” gridò il vecchio. La donna abbozzò un sorriso. Un brivido freddo corse lungo la schiena del vecchio, avvertì ribrezzo per quel sorriso sicuro di sé, per la cucina linda, per l'impeccabile tavola apparecchiata. Si sentì battere sulla porta dell’ingresso.
Nemmeno ora lo senti?” le domandò piano. Girò sui tacchi e attraversò la stanza, stavolta con la porta aperta, per raggiungere l’ingresso. La serratura era chiusa a doppia mandata. Entrò uno sconosciuto che si premeva la mano sul bassoventre. Anche il viso era insanguinato.
Chiuda la porta e spenga la luce!” intimò al vecchio.
Chi sta cercando, figliolo?” domandò la donna alle spalle del vecchio, dalla soglia della camera aperta.
Mi hanno colpito a un testicolo, credo.” disse il giovane.
Cosa dice? Non capisco” domandò la donna. “Non capisco.”
È ferito” gridò il vecchio nell'orecchio della donna.
Non urli!” disse il giovane. “Potrebbero essere ancora qui vicino.”
Che dice? Cosa state bisbigliando?” domandò la donna.
Dice che un colpo gli ha trafitto la coscia.”
Che cosa?”
La coscia” rispose il vecchio.
La donna sorrise allo sconosciuto.
Si metta lì seduto, figliolo” e gli indicò la sedia più vicina. “Un attimo solo.”
Che cosa ne vuoi fare?” domandò al vecchio dopo che entrambi si erano ritirati nella camera e lei aveva chiuso la porta. “Vuoi che rimanga?”
Il vecchio la guardò stupito.
Non può restare qui” disse la donna. “Ha gli abiti completamente insanguinati. Dove mai si potrebbe sdraiare? Sporcherebbe di sangue anche il sofà.”
Imbratterebbe tutto di sangue” disse il vecchio.
Accompagnalo dai Molnár, loro hanno tre stanze.”
Nemmeno loro hanno un letto libero” commentò il vecchio.
Perché non posi quella bottiglia di vino? Accompagnalo dal vecchio Tímár, da lui c'è un letto libero.”
Non l'hanno ancora sepolto” disse il vecchio. “Non l'hanno ancora portato via.”
La donna lo guardò da sotto l’argentea corona dei capelli ma questa volta senza sorridere.
Qui non può rimanere. A che altezza della coscia gli hanno sparato?”
Non lo so” rispose il vecchio.
Sì che imbratterebbe tutto il sofà. Non posso permettergli di restare.”
Figliolo, qui non può restare” disse al giovane allungato sulla sedia dell’ingresso. “Sappia che ho perso tre figli in guerra, due sul fronte, il terzo, l'ultimo, lo hanno ucciso le croci frecciate. Non ne posso più, ci devono lasciare in pace. Non ce l'ho con lei, figliolo, ma se ne deve andare. In questa casa ormai c'è posto per due morti solo.
Il giovane rimase seduto.
Non ha sentito quello che le ho detto? Qui non c'è posto. Mio marito l’accompagna dai vicini.”
Dopo un quarto d'ora, tornato il vecchio, la donna, seduta in cucina, davanti alla tavola apparecchiata, sferruzzava ancora. La cena aspettava in due pentole poste a fuoco basso. Il vecchio tornò all’ingresso, appese il soprabito all'attaccapanni, prese la bottiglia lasciata lì e una volta in cucina la pose al centro della tavola.
Avvicinati un po'” disse la donna. “Anche tu sei sporco di sangue, mi pare.”
Dove?” domandò il vecchio scrutandosi l'abito.
Avvicinati un po'” disse la donna. “C'è del sangue sul colletto. Forse anche sulla camicia...”
Infatti, ma non erano sporchi di sangue solo colletto e camicia, anche i baffi del vecchio, grigi e tagliati corti, e poi l'angolo della bocca.
Caro, stai perdendo sangue dal naso. Ti accompagno a letto.”
Non serve” disse il vecchio. “Mi metto seduto su una sedia e chino la testa all'indietro.”
Ma entrando in camera all’improvviso lei barcollò. La donna si rese conto che non ce l'avrebbe fatta a sostenere fino al letto quel corpo alto, dalle ossa pesanti: lo fece adagiare sull'ampio sofà del colore dell'erba, accanto alla porta della cucina, poi gli sfilò il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni, anch'esso sporco di sangue, e con questo gli strinse il naso, e per farlo stare supino, gli sfilò il pesante cuscino decorativo da sotto la testa. Il mazzo di aster con dentro l'apparecchio acustico cadde a terra. La donna lo sollevò per posarlo sul tavolo accanto al sofà. Fortunatamente aveva, per arginare l'emorragia, un pacchetto di ovatta nell'armadio della biancheria. Applicò un impacco d'acqua fredda sulla nuca del vecchio, gli slacciò e tolse le scarpe, gli coprì i piedi con una vecchia coperta a quadri. Ma il vecchio continuò a perdere sangue, così tanto da impregnare in pochi minuti i tamponi nasali. Si sporcò di sangue anche il sofà verde come l'erba, ma per fortuna il vecchio non se ne accorse. La donna tirò su la tapparella e aprì la finestra. Il vecchio udì il crepitio delle mitragliatrici.
Spegni la luce” disse alla donna e lei la spense.
Va meglio con l'aria fresca?”
Sì” rispose il vecchio. “L'hai visto?”
Sì.”
L'hai anche guardato/aperto?”
Non ancora” replicò la donna. “Però, ora è meglio se non ti sforzi a parlare.”
Non ti arrabbiare, Rozi, vedrai che ti sarà utile/credo che ti sarà utile” disse il vecchio.
Sento abbastanza bene anche senza. Un peccato, tutti quei soldi spesi.”
Hai sentito che stanno sparando?”
Sì. Ora però non sforzarti.”
Al buio tu senti meglio, vero?” domandò il vecchio.
È vero, caro. Stai perdendo ancora sangue?”
Non lo so” rispose il vecchio. “Forse non più.”
In casa non c'era più ovatta e l'impacco freddo non aveva dato risultati. Il sangue dal naso del vecchio continuava a colare abbondante. La donna non prese il cappotto dall'armadio per evitare che suo marito si accorgesse che stava andando a chiamare il medico.
Dove vai, Rozi?” domandò il vecchio, non appena sul pavimento della porta della cucina si distese il rettangolo allungato della luce elettrica.
Torno subito” disse la donna. “Da qualche parte nella dispensa ci dev’essere ancora un pacco di ovatta.”
Per un attimo si fermò sulla porta aperta della cucina, con l'orecchio teso. L'amore per il marito le restituì l'udito. I colpi scoppiavano vicino, a intervalli capricciosi, riempiti solo dal brusio morbidamente sommesso della pioggia. Aggiustandosi il fazzoletto sulla testa, la donna corse verso il giardino sul retro; poi, attraversato il cortile dei Molnár giunse sulla strada. Per via delle lampade colpite, tutto era avvolto nel buio. Pozzanghere, sotto i piedi, la schizzavano da tutte le parti, sporcando il suo vestito nero, pulito. Ovunque tapparelle abbassate o luci spente. Solo gli spari, ora esplosi sporadicamente, ora inanellati a catene, rivelavano la presenza di uomini. La vecchia continuò a correre nel buio, ma con la bocca tremante per la paura. Il buio spaventava più degli spari perché anticipava quello che sarebbe successo in seguito. Correndo, la donna alzava, a tratti, lo sguardo al cielo, uniformemente scuro questa volta, senza neppure l'albore scarlatto che di solito si stagliava sopra il cielo di Pest. La vecchia non pregava, aveva solo paura. Anche la via a seguire era avvolta nell'oscurità. I suoi occhi si erano abituati al buio ma solo per distinguere tra oggetti concreti, che nella loro materia informe la spaventavano più, e il vuoto. Si mise a correre sulla carreggiata, dove c'erano meno oggetti. Non era ancora caduta. Se dietro l'oscurità non ci fossero stati degli esseri umani, sarebbe morta felice. Solo di questi aveva paura. Per raggiungere l'abitazione del medico dovette percorrere una via stretta, che dall’altra parte sfociava in piazza Marx. Anche questa era buia, solo in fondo ardeva ancora una lampada rimasta miracolosamente intatta. Dietro, tra i fili lievemente brillanti della pioggia, una sagoma d'uomo, china in avanti, attraversò di corsa quella luce opaca, proprio quando la vecchia stava entrando nella strada a lei più vicina. Da quel che si poteva scorgere dalla via, anche la piazza in fondo era completamente al buio e percorsa dall’eco degli spari. Il medico abitava dietro il Municipio sott'assedio, e da una delle finestre del palazzo il fuoco eruttato dalla gola di un mitra tratteggiava semicerchi puntiformi di luce. Colpita da due proiettili, la vecchia si accasciò a pochi passi dal portone del medico, con la faccia rivolta al cielo. Non chiuse gli occhi. Non sentì dolore e per alcuni momenti fu quasi felice: di nulla doveva più rendere conto. Più tardi, perdendo copiosamente sangue, cominciò ad avere paura, ma non più degli uomini.

Anche il vecchio sul sofà aveva perso molto sangue. Per la debolezza s’era assopito brevemente. Svegliandosi, e sentendo freddo, s’era tirato su la coperta a quadri. Desiderò che si chiudesse la finestra, perché il freddo vento dell’autunno sferzava direttamente il sofà. Aveva chiamato invano la donna, ma lei non aveva risposto. Attraverso la porta aperta della cucina aveva sentito il gorgoglio delle pentole.
Rozi!” gridò.
E per fortuna che glielo avevo comprato, pensò dopo un po', osservando l'apparecchio acustico nero, lasciato sul tavolo. Avrebbe voluto che chiudesse la finestra, ma dalla donna nessuna risposta. Non ebbe il coraggio di alzarsi per paura di perdere altro sangue. Il vento sbatteva la pioggia dentro, attraverso la finestra aperta. Il vecchio era contento per aver comprato l'apparecchio. Si alzò, comunque, quando nella nicchia la cagna cominciò a guaire. Ma per il tempo che impiegò a sedersi sul poggiapiedi accanto alla cesta dell'animale, il primo cucciolo, quello con la coda così sproporzionatamente lunga da ricordare un lombrico, e con le palme rosa sotto le zampe, già si dimenava accanto alla madre. Notò che una piega della coperta, stesa sotto la cagna, era piena del liquido amniotico. La nicchia era illuminata solo dalla luce che filtrava dall'ingresso. Nell'appartamento regnava il silenzio, anche la cagna lavorava muta, chiamando a raccolta tutte le sue forze. Si sentiva solo il ruvido strofinare della sua lingua sulla pelle ancora viscida e nera del piccolo. Dopo ogni una nuova doglia, che per un istante la bloccava, si rivolgeva di nuovo al suo primogenito, riprendendo a lavarlo, tutta concentrata, con la sua lingua rossa. Ogni tanto si udiva lo stridio delle imposte che, lasciate aperte, sbattevano nella camera.
Il vecchio sospirò, con lo stomaco che gli tremava per l'agitazione. Anche il secondo cucciolo, nero, traspariva sotto la placenta che brillava come vetro. La casa era avvolta nel silenzio, solo in cucina le pentole gorgogliavano. Anche nella strada le sparatorie erano cessate. Il vecchio non riusciva a decidersi: allontanarsi dalla cesta o richiamare la donna dalla dispensa? In fondo, neppure aveva più bisogno di altra ovatta. Con il palmo della mano sostenne la cagna che, con il peso sulla zampa anteriore destra, con il collo proteso all’indietro, a mo’ di arco, tremava con tutti i muscoli del suo corpo ancora sodo. Mentre espelleva il terzo cucciolo, il primo aveva già trovato il suo capezzolo e aveva cominciato a succhiarlo. Il secondo cucciolo strideva come una porta non oliata. La madre li leccò uno dopo l'altro. Dal cordone ombelicale del terzo, strappato con i denti, si sparse del sangue, assorbito dalla coperta.
Tornato in camera, il vecchio chiuse la finestra, per evitare che i cuccioli si raffreddassero a causa della corrente. Gli facevano pena ma anche li detestava un po’, allo stesso tempo. Quando si sedette di nuovo sul poggiapiedi, con la testa canuta china sopra le mani per un istante la cagna si mise su un fianco, aprì la bocca e lo guardò con la lingua di fuori. I grandi occhi neri raggianti di felicità. Il vecchio la accarezzò. Pur non sapendo da quanto tempo, nell'appartamento silenzioso, era stato lì seduto ad ascoltare, il ruvido e instancabile sfregare della lingua della cagna, non si sentì stanco e in cuor suo s’era insinuata una piccola e strana felicità. Assorto nei suoi pensieri nemmeno notò che dalla dispensa la donna non era ancora tornata.
Colta da una nuova doglia, la cagna irrigidì la coda.

* * *


Traduzione di Andrea Rényi, revisione di Renato Bruno