Sára Salkaházi e il suo eroismo
Sára Salkaházi nacque a Kassa l’11 maggio 1899 in una famiglia borghese. Da giovane svolse molti lavori, incluso quello di rilegatrice, di reporter e editrice di quotidiani. Si fidanzò pure, ma lasciò presto il suo fidanzato.
Nel 1930 prese i voti dell’ordine delle Suore del Servizio Sociale e nel contempo fu anche la promotrice del Movimento delle Operaie Ungheresi.
Durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale aiutò a trovare rifugio a centinaia di ebrei in un edificio appartenente alle Suore del Servizio Sociale a Budapest. Come sorella responsabile della casa, fece una promessa segreta a Dio in presenza del suo superiore: quella di essere pronta all’estremo sacrificio nel caso in cui questa sua scelta avesse danneggiato le sue Sorelle.
Fu denunciata alle autorità da una donna che lavorava nella casa delle Suore del Servizio Sociale, quindi il 27 dicembre 1944 le Croci Frecciate, ovvero i nazisti ungheresi, vi fecero irruzione; Sára Salkaházi stava tornando a casa, avrebbe potuto fuggire, decise invece di condividere la sorte degli ebrei fuggiaschi.
Vennero portati tutti nella sede delle Croci Frecciate e torturati, poi portati in riva al Danubio e uccisi. I corpi caddero nel Danubio ghiacciato. Quello di Sára Salkaházi non fu mai ritrovato.
I suoi ultimi minuti di vita coraggiosa furono raccontati da uno degli imputati nel processo intentato alle Croci Frecciate di Zugló nel 1967 e le sue gesta d’aiuto nei confronti degli ebrei ungheresi vennero riconosciute nel 1969 da Yad Vashem.
Nel 2006 Papa Benedetto XVI la proclamò beata.
giovedì 25 gennaio 2018
lunedì 22 gennaio 2018
QUANDO LA FRANCIA ABBANDONÒ CHI CREDEVA IN LEI
Arthur Koestler, “Schiuma della terra”
di Andrea Rényi / 22 gennaio 2018
A volte le personalità degli autori, l’abbondante dose di narcisismo, la voglia di autoassoluzione e resa dei conti che affiorano negli scritti autobiografici li rendono poco affidabili, ancora di più se si tratta di autobiografia incastonata in un periodo storico particolarmente tumultuoso. La trilogia storica autobiografica dall’errabondo ungherese di origine ebrea Arthur Koestler (1905-1983), divenuto scrittore di fama internazionale pubblicando in inglese, composta da Freccia nell’azzurro, Schiuma della terra e La scrittura invisibile, scantona queste insidie. Forse proprio la discontinuità delle posizioni ideologiche assunte da Koestler – sionista e comunista, poi anticomunista ma sempre e ovunque inflessibile antifascista – fa di lui un testimone obiettivo nei limiti del possibile, di determinanti fasi della storia europea del secolo scorso, senza concentrare l’attenzione su di sé ma apportando piuttosto riflessioni storico-filosofiche tuttora di grande interesse.
Koestler era un intellettuale molto versatile: professionista della rivoluzione che però confrontava le sue fedi con le loro realizzazioni e sapeva correggersi; scrittore di parole vere, divulgatore scientifico e infine apostolo della parapsicologia, dotato di incredibile tenacia e voglia di vivere che lo hanno soccorso nel capitolo più drammatico della sua sempre avventurosa esistenza, quello raccontato nella Schiuma della terra. Schiuma, ovvero i rifiuti della terra sono considerati nella Francia del 1940 non ancora occupata dalla Wehrmacht e dalla Gestapo gli esuli politici, gli antifascisti, i sopravvissuti che avevano combattuto contro Franco nella Guerra civile spagnola, gli ebrei perseguitati, tutti alla ricerca di riparo nel paese dei Lumi, dietro la linea Maginot creduta invalicabile. Koestler sta lavorando nella quiete della campagna francese a Buio a mezzogiorno, il libro che lo fa antesignano di Orwell e Solženicyn, quando iniziano i rastrellamenti dei profughi di sinistra. «Gli antifascisti erano indubbiamente un gran fastidio in una guerra contro il fascismo. Non avevano bisogno di noi» scrive incredulo e amareggiato. A tappe forzate sarà internato nel campo di concentramento di Vernet dove i prigionieri sono trattati non meglio che nei campi nazisti e sarà liberato mesi dopo solo grazie all’aiuto inglese. Al campo di Vernet fa conoscenza di un certo Mario, l’alias di Leo Valiani, al quale in Schiuma della terra Koestler dedica parole di grande stima e profonda ammirazione, e Valiani sarà il primo a leggere il manoscritto in tedesco di Buio a mezzogiorno. Sono invece strazianti le pagine sui centocinquanta internati delle Brigate internazionali, detenuti in condizioni disumane a Vernet. Koestler viene liberato poco prima dell’invasione tedesca, ma altri duemila – «cinquantamila kg di carne democratica, tutta catalogata, viva, e solo appena danneggiata» – saranno consegnati a Himmler.
La seconda parte del libro è un documentario dettagliato delle condizioni drammatiche e caotiche in cui versava la Francia nell’estate e nell’autunno del 1940, ed è la storia della fuga rocambolesca dello scrittore dalla Francia in Inghilterra, costretto persino ad arruolarsi nella Legione straniera perché non riesce a procurarsi i documenti necessari per poter lasciare il paese.
Il libro è dedicato alla memoria degli amici scrittori di Koestler che si tolsero la vita quando cadde la Francia, fra i quali Walter Benjamin che all’autore regalò metà delle sue sessantadue compresse di sedativo per ogni evenienza, e ingollò le sue quando a Port Bou lo arrestò la Guardia Civil. La premessa al libro testimonia l’integrità di storico dell’autore: «Questo libro fu scritto nel gennaio-marzo del 1941, prima dell’attacco tedesco alla Russia, tuttavia l’autore non vede ragione alcuna di modificare le sue osservazioni sugli effetti psicologici del patto russo-tedesco dell’agosto 1939, o la sua opinione sull’atteggiamento del Partito Comunista in Francia. Approfittare di notizie posteriori per descrivere l’itinerario mentale degli uomini in un determinato periodo è una tentazione comune agli scrittori, alla quale si deve resistere».
Schiuma della terra è una lettura scorrevole, interessante e necessaria per chi ha la voglia e il coraggio di affrontare la Storia che produce episodi drammaticamente controversi.
Titolo originale: Scum of the Earth
Prima edizione italiana: Firenze, Edizioni U, 1941, traduzione di Nadia Conenna.
Edizione attualmente in commercio: Bologna, Il Mulino, 2005, traduzione di Nadia Conenna.
giovedì 4 gennaio 2018
"Corpo e anima", regia di Ildikó Enyedi
Oggi è uscito un buon film ungherese nelle sale italiane e io ne ho scritto sul blog di Sul Romanzo .
“Corpo e anima”, quando l’amore nasce in sogno
Autore: Andrea RényiGio, 04/01/2018 - 09:30
Un nuovo film ungherese arriva nelle sale cinematografiche italiane: Corpo e anima, di Ildikó Enyedi, vincitore dell'Orso d'oro del Festival internazionale del film a Berlino 2017 e fra i nove candidati per l'Oscar per il miglior film straniero 2018.
Testről és lélekről, tradotto letteralmente in italiano Del corpo e dell'anima, è la ventesima regia dell'ungherese Ildikó Enyedi (nata a Budapest il 15 novembre 1955) nota in Europa soprattutto per due suoi film: Il mio ventesimo secolo e Simone il Mago.
Corpo e anima è una storia ricca, molto intima, sulla relazione fra due persone. Un film d'amore ambientato in un luogo fra i più insoliti: il mattatoio di Budapest, dove il protagonista maschile, Endre, fa il direttore amministrativo, e Mária il controllore di qualità. Endre è un uomo di mezz'età serenamente distaccato che non spera più, la giovane Mária invece non ha mai conosciuto la felicità, quindi non ha nemmeno idea di quello che potrebbe desiderare.
I due protagonisti, senza rendersene conto, si erano già incontrati in sogno, nelle sembianze di due cervi che all'alba di un giorno avevano formato una coppia per la ricerca del cibo. Ne diventano consapevoli soltanto nel momento in cui per fare luce su un incidente accaduto al lavoro vengono sottoposti a un test psicologico.
Seppure Endre, che ha una mano paralizzata, e Mária, che ha tratti che ricordano i sintomi dell'autismo, si desiderino, nella realtà si sentono molto distanti. I loro sogni promettono però un'unione perfetta e decidono quindi di provare a realizzarla. Sono due persone chiuse, non preparate a lasciarsi avvicinare, ma la loro decisione è più forte delle loro paure. I loro approcci provocano sorrisi e lacrime, sono verosimili, non confinano mai nel kitsch perché Enyedi vuole dimostrare che la realtà sa essere molto più interessante della fantasia creativa.
In fondo potremmo definire il film una banale commedia d'amore, una favola senza fronzoli sull'incontro di due anime, ma la storia è raccontata schierando tante riflessioni e tanti momenti gioiosi da lasciare lo spettatore incantato. Il pregio maggiore rimane comunque la capacità di funzionare anche se il vistoso contrasto fra le magiche immagini oniriche e il crudele universo del mattatoio mancassero l'effetto desiderato, o se non si avesse voglia di approfondire di che cosa è fatto un amore. La grazia ironica, la grottesca empatia della commedia romantica fanno perdonare anche la lunghezza eccessiva e la non perfetta omogeneità di questo film diretto, recitato e fotografato in modo eccellente. E fanno dimenticare anche le polemiche scatenate dalla dichiarazione della regista sull'Ungheria di Viktor Orbán a Susanne Berg che l'aveva intervistata per Deutschlandrundfunk: «È una vergogna quello che succede nel nostro Paese». In seguito, per riportare i riflettori sull'opera e spegnerli sulla politica, Enyedi ha mitigato i toni fortemente critici nei confronti del governo ungherese e ha dichiarato di aver voluto girare un film leggero e adatto a tutti, di destra e di sinistra.
Come già accennato, il film è stato premiato a Berlino l'autunno scorso con l'Orso d'oro e figura anche nella lista dei nove film candidati all'Oscar per il miglior film straniero quest'anno. Che dubito possa vincere, perché nel 2017 questo premio è andato già a un'opera ungherese, Il figlio di Saul. La protagonista femminile, la trentunenne attrice di teatroAlexandra Borbély, ha vinto, direi davvero meritatamente, il titolo di Migliore attrice europea degli European Film Awards 2017per il ruolo di Mária.
La sorpresa più grande per il pubblico ungherese, in particolare per gli amanti della letteratura, è il protagonista maschile, Géza Morcsányi. Permettetemi di presentare una delle figure più determinanti della pagina stampata ungherese degli ultimi decenni.
«Nato nel 1952, si laurea in Economia e Commercio e coltiva la passione per la drammaturgia. Per qualche anno lavora come redattore editoriale anche di periodici, dopodiché su proposta di Péter Esterházy gli viene affidata la casa editrice Magvető, che sotto la sua direzione editoriale viene insignita cinque volte del premio Casa editrice dell'anno dell'Associazione degli Editori e dei Distributori Ungheresi (premio istituito nel 2001). Magvető è l'editore di Ádám Bodor, Péter Esterházy, László Krasznahorkai, Imre Kertész, Lajos Parti Nagy, Pál Zavada, László F. Földényi, per menzionare alcuni dei nomi più insigni del panorama letterario ungherese, e traduce un gran numero di autori stranieri della statura di Garcia Marquez, Thomas Pynchon, o Ljudmila Ulickaja. Nel frattempo Morcsányi continua la sua attività di drammaturgo ed è anche un prolifico traduttore del teatro russo. Dal 2015 è direttore generale del gruppo editoriale Líra che comprende le case editrici Magvető, Atheneum, Corvina, Rózsavölgyi, Manó Könyvek e General Press» (Intervista a Géza Morcsányi – pubblicata nel numero 10/2015 del settimanale ungherese Magyar Narancs /Arancia Ungherese/).
Morcsányi ha commentato il suo esordio sul grande schermo, tra l'altro subito da protagonista, con una battuta che rivela la sua personalità: «Tocca dire di sì se un'artista del calibro di Ildikó Enyedi vuole vedere la mia faccia in un suo film».
Bella, evocativa e potente anche la colonna sonora, che fa venire la voglia di risentire anche a casa almeno il brano di Laura Marling,What He Wrote, qui montato nell'edizione ungherese del film.
Corpo e anima è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI), con la motivazione: «Un film capace di tracciare il racconto della storia d’amore che unisce due solitudini, sospendendolo con lucidità visiva tra la materialità della vita reale e l’impalpabile spiritualità del sentimento. Ildikó Enyedi realizza un’opera che si consegna alla semplicità di una magia tutta ideale, nella quale esprime un concreto senso di fiducia nella purezza dei sentimenti».
Concludo ringraziando il distributore, Movies Inspired, per il coraggio. So di che parlo: sono pochi gli interessati alle cinematografie minori, e anche questa volta temo le sale vuote, malgrado la qualità, la bravura, l'ingegno, e anche il doppiaggio.
giovedì 21 settembre 2017
Partenza e ritorno
Ogni tanto interrogo Google sui libri che avevo tradotto anni fa, per vedere cosa ne sia rimasto, se sono scomparsi per sempre. Oggi ho avuto la gradita sorpresa di trovare una recensione scritta da Viviana Filippini su "Partenza e ritorno" di György Konrád (Keller, 2015) su CULTORA, pubblicata il giorno di Ferragosto di questo anno.
lunedì 21 agosto 2017
György Konrád, Partenza e ritorno
György Konrád | Partenza e ritorno
inviato su Letteratura ungherese by Claudia
Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odiocontro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.
Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.
La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.
Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.
Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.
Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.
Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
“Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.
Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.
Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.
Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere
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Questo è il link all'articolo, firmato da "Claudia" che ringrazio.
giovedì 3 agosto 2017
Ancora di "Fiamme" di György Dragomán, Einaudi
Oggi ne ha parlato Luca Scarlini qui: Il Segnalibro
E queste sono le parole di Franco Cordelli su La Lettura del 28 maggio 2017:
Ma non è questa la caratteristica dominante della letteratura narrativa del nuovo secolo? Che cosa cerchiamo in essa se non una notizia approfondita, diciamo vissuta, ben raccontata e a noi fino a questo momento ignota? È, non per nulla, una delle prerogative della letteratura mondiale, dell’essere ciò che continuiamo almeno in parte a chiamare romanzo, il prodotto di una cultura ovunque diffusa, da ogni dove emergente. Essa, prima di tutto, ci parla di fatti, persone, luoghi simili ai nostri, che conoscevamo e che continuiamo almeno in parte a vivere e conoscere, con in più, o di diverso, un elemento che un tempo definivamo snobisticamente esotico e che ormai esotico non può essere ma che nell’esotico ha le sue radici. Vorrei aggiungere: la letteratura narrativa contemporanea mostra di avere in comune, come sua prerogativa d’eccellenza, questo esotismo che possiamo definire racconto di un caso inedito ovvero estremo, raro, in qualche modo prelibato. Dominanti, da un punto di vista referenziale (stilistico, eccetera) sono la prima persona (la testimonianza, reale o supposta), la memoria (dell’accaduto), la ricostruzione storica (non proprio il romanzo storico ma la ricostruzione, con la sua pretesa di verità
E queste sono le parole di Franco Cordelli su La Lettura del 28 maggio 2017:
L’io io io non funziona (più)
Bilanci «Fiamme» di György Dragomán e «Il ritorno» di Hisham Matar mostrano i limiti di un racconto orizzontale, lineare, esplicito: intrattenimento, in pratica. Per cercare il senso della letteratura si deve tornare, per esempio, a due romanzi centrati s
- La Lettura
- Di FRANCO CORDELLI
Senza sembrare convincente Andrea Bajani, recensendo Fiamme del romeno di lingua ungherese György Dragomán, ne paragonava lo stile a quello di Agota Kristof. L’accostamento risultava poco convincente: possibile che a così breve distanza di tempo, e tra due scrittori che si esprimono in lingue diverse (lei in francese essendo nata in Ungheria), vi fosse un simile accostamento? Invece Bajani aveva ragione. Rispetto al precedente romanzo Il re bianco, Dragomán è come se avesse fatto un passo indietro cercando di farne uno in avanti, verso uno stile più riconoscibile, più pronunciato: vale a dire uno stile elementare, infantile — che mostrasse con chiarezza come a parlare (o a pensare) fosse un non adulto.
Pure, essendo questo ciò di cui voglio dire, lo stile, non è il punto. Il punto è che Il re bianco e Fiamme, diversi, si assomigliano tremendamente. Se ne capisce la ragione. Dragomán è ossessionato dalla vita del suo Paese, che immagina simile se non identica a quella di tutti i Paesi vissuti sotto il regime comunista: e nel- l’uno e nell’altro romanzo non fa che ripetere le stesse cose, mostrare gli stessi casi di oppressione, di invivibilità, di sopraffazione, di violenza, di tortura. In realtà, ciò che domina nei romanzi di questo scrittore è ciò che chiamiamo contenuto o forse, meglio, tema. È la ragione per cui li si legge, li si traduce, li si commenta. Qualcosa di simile si vede in un libro di Hisham Matar, uno scrittore nato a New York di origine libica: Il ritorno.
Nato nel 1970 e autore di due romanzi, Nessuno al mondo e Anatomia di una scomparsa, Matar nel nuovo Il ritorno racconta di un viaggio a Bengasi nel marzo del 2012 insieme alla madre e alla moglie Diana, fotografa. Ci si aspetta una cronaca dal vivo, o da vicino, della recente caduta di Gheddafi, e così in parte è. Pure, anche Il ritorno di fatto è un libro il cui tema è la violenza della dittatura: «Gli oppositori del regime venivano impiccati nelle piazze e negli stadi. Ai dissidenti in fuga dal Paese si dava la caccia e alcuni venivano sequestrati o assassinati. Negli anni Ottanta in Libia si manifestò anche la prima decisa resistenza armata alla dittatura. Mio padre era una delle figure di spicco dell’opposizione». Ma il padre di Matar presto esce di scena, dalla scena del romanzo ossia dalla scena della vita: clandestino, scomparso, morto. In realtà tutta la famiglia era finita in prigione, per usare un termine eufemistico: «Zio Mahmoud, zio Hmad e i miei cugini Saleh e Ali scoprirono di essere tutti rinchiusi là dentro». «Mi è venuta la nausea — ricorda Hisham — come se il mio cuore si fosse spezzato». «Come se il mio cuore si fosse spezzato» è una frase che mi ha colpito per la sua chiarezza e ovvietà — identifica (e semplifica) l’immediata e irrimediabile reazione emotiva di fronte a una notizia drammatica che coinvolge l’intera famiglia e presumibilmente il padre, la persona che non viene nominata. A questo punto il libro di Matar non ha più segreti, si può continuare a leggere o si può smettere, sarebbe la medesima cosa.
domenica 25 giugno 2017
Ancora su "Fiamme" di György Dragomán
L’orfana e la nonna: magie e dura realtà
Secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese Uno stile crudo e incisivo che risulta evocativo e poetico
“Sogno di un fuoco. Non so cosa bruci. Vedo alte fiamme rosse, dalla cima, dalla cima si innalza del fumo fuligginoso, il fuoco crepita, sibila e scoppietta, le fiamme stormiscono come il vento. Fa buio, c’è solo il fuoco a illuminare, non voglio guardarlo ma non riesco a voltarmi, devo guardarlo per forza, in mezzo alle fiamme vedo assi e travi, fogli carbonizzati, nella brace si muove qualcosa di rosso, non vedo cosa sia, non so cosa sia, non lo voglio sapere”. Questo il primo sogno che fa Emma, tredici anni, nella sua nuova casa. In Fiamme, il secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese György Dragomán, cominciata con Il re bianco, tradotto con grande sensibilità da Andrea Rényi, la protagonista rimane orfana di entrambi i genitori a causa di un incidente automobilistico e viene accolta in un orfanotrofio. Sino a quando non si presenta un’anziana donna, che le dice di essere la nonna materna, che non ha mai conosciuto e di cui non conosceva neppure l’esistenza. Emma la segue nel villaggio natale della sua famiglia e scopre che la nonna è vista con timore perché capace di riti magici e di prevedere il futuro. Il nonno inoltre, scomparsa da due mesi, sembra vivere ancora nella casa.
Fiamme ci immerge da subito nei misteri che circondano la vita dell’anziana, ma la magia lascia presto il posto alla durissima realtà. Ne fa le spese subito Emma, appena entrata a scuola, emarginata perché accusata di far parte di una famiglia di traditori. La ragazzina cerca di ricostruire il passato dei genitori, al tempo stesso di non pensare troppo a loro. La memoria personale e collettiva è uno dei temi centrali del romanzo: “Nonna dice che devo sapere che dimenticare è facile. Forse credo che non dimenticherò mai nulla, che ricorderò sempre tutto, ma non sarà così. Si possono dimenticare anche le cose più importanti, le migliori e le peggiori, il dolore più grande e la gioia più grande, tutto, proprio tutto. Mi guarda negli occhi e dice che l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti, sulle mie, sulle sue, solo che sulle sue pesa di più”.
Da una parte i ricordi familiari di cui la casa della nonna è una sorta di catalogo più o meno misterioso, dall’altra la memoria storica, la persecuzione nazista, il comunismo, la violenza, le rappresaglie, le divisioni sociali. Il romanzo è come la magia che la nonna fa con la farina: “sparge della farina sulla spianatoia, la liscia, crea uno strato uniforme…disegna un volto, lo riconosco. È il viso di nonno… immerge i palmi nella farina, li solleva, sulla spianatoia restano le impronte delle sue mani, si vedono le linee dei palmi, le grinze vorticose dei polpastrelli, si mescolano alla venatura del legno della tavola. Sospira, non profondamente, causando appena un lieve turbinio della farina, dice che sa da tempo che si può dimenticare tutto, che infatti dimenticherà tutto…”.
Dalla polvere bianca pian piano si riconoscono i volti, gli oggetti, le storie, i pensieri. Si torna al passato e si vede un futuro che non riesce a scrollarsi di dosso la pesante eredità di ciò che è accaduto. Il lettore all’inizio rimane sorpreso e diffidente, come Emma, poi via via la farina si spiana e cominciamo a capire quello che è accaduto al professore, chi è in realtà Peter, cosa ha sofferto la nonna. Grazie anche allo stile duro e incisivo di Dragomán, che riesce, quasi magicamente, a risultare insieme evocativo e poetico.
Simonetta Bitasi
Fiamme ci immerge da subito nei misteri che circondano la vita dell’anziana, ma la magia lascia presto il posto alla durissima realtà. Ne fa le spese subito Emma, appena entrata a scuola, emarginata perché accusata di far parte di una famiglia di traditori. La ragazzina cerca di ricostruire il passato dei genitori, al tempo stesso di non pensare troppo a loro. La memoria personale e collettiva è uno dei temi centrali del romanzo: “Nonna dice che devo sapere che dimenticare è facile. Forse credo che non dimenticherò mai nulla, che ricorderò sempre tutto, ma non sarà così. Si possono dimenticare anche le cose più importanti, le migliori e le peggiori, il dolore più grande e la gioia più grande, tutto, proprio tutto. Mi guarda negli occhi e dice che l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti, sulle mie, sulle sue, solo che sulle sue pesa di più”.
Da una parte i ricordi familiari di cui la casa della nonna è una sorta di catalogo più o meno misterioso, dall’altra la memoria storica, la persecuzione nazista, il comunismo, la violenza, le rappresaglie, le divisioni sociali. Il romanzo è come la magia che la nonna fa con la farina: “sparge della farina sulla spianatoia, la liscia, crea uno strato uniforme…disegna un volto, lo riconosco. È il viso di nonno… immerge i palmi nella farina, li solleva, sulla spianatoia restano le impronte delle sue mani, si vedono le linee dei palmi, le grinze vorticose dei polpastrelli, si mescolano alla venatura del legno della tavola. Sospira, non profondamente, causando appena un lieve turbinio della farina, dice che sa da tempo che si può dimenticare tutto, che infatti dimenticherà tutto…”.
Dalla polvere bianca pian piano si riconoscono i volti, gli oggetti, le storie, i pensieri. Si torna al passato e si vede un futuro che non riesce a scrollarsi di dosso la pesante eredità di ciò che è accaduto. Il lettore all’inizio rimane sorpreso e diffidente, come Emma, poi via via la farina si spiana e cominciamo a capire quello che è accaduto al professore, chi è in realtà Peter, cosa ha sofferto la nonna. Grazie anche allo stile duro e incisivo di Dragomán, che riesce, quasi magicamente, a risultare insieme evocativo e poetico.
Simonetta Bitasi
venerdì 16 giugno 2017
"Fiamme" su Mangialibri
FIAMME

Emma siede nell’ufficio della direttrice dell’orfanotrofio in cui vive da centocinquantadue giorni, da quando i suoi genitori sono morti in un incidente. Pensava di essere rimasta sola al mondo e invece ora, di fronte a lei, c’è una vecchietta ossuta che dice di essere sua nonna. È venuta a prenderla: le chiede, la implora, di andar via con lei. Emma, turbata e titubante – non sapeva di avere una nonna eppure quella donna le ricorda così tanto la madre, ma lei non vuole ricordare, non vuole più piangere, deve essere forte – decide di seguirla. Il tempo di mettere in valigia i suoi pochi averi, qualche vestito, la vecchia divisa da pioniera col distintivo giallo fatto a treccia, una fotografia a colori un po’ sbiadita di una gita al lago con i genitori. L’ultimo saluto alle compagne d’istituto, l’ultimo sguardo al dormitorio, alle aule. Tre macchie chiare a forma di rettangolo in ogni stanza le ricordano dove una volta c’erano la foto del compagno generale e scritte rosse che parlavano di patria, popolo, partito, pace; il grande falò di capodanno, il viso sorridente del compagno generale che bruciava; la gioia incontenibile delle ragazze che cantavano a squarciagola “che non c’era più, che era tutto finito, olé olé”. È tutto finito ora ed Emma non sa cosa le riserverà la sua nuova vita in un paese che ha appena ritrovato la libertà, a fianco di quella donna dal volto severo e dai profondi occhi grigi che sembrano quasi poter piegare il suo volere e leggerle nel pensiero…

Un regime esecrabile, il suo crollo. Rancori latenti, sete di giustizia. Una neonata, fragile libertà. Il pattern storico pressoché universale delineato da György Dragomán nel suo terzo romanzo, senza etichette, colori o precise coordinate spazio-temporali, trova piena oggettivazione nella turbolenta metamorfosi di Emma, non più bambina, non ancora donna, alla ricerca di una maturità personale e insieme collettiva, necessaria per definire il labile confine tra verità e menzogna e far tesoro dei lasciti del passato. Ottime le intuizioni che guidano l’autore nel proporre, come già ne Il re bianco, un’acuta lettura di alcune delle pagine più nere della storia contemporanea, filtrata dallo sguardo innocente e sincero della fanciullezza. Tuttavia, il tumultuoso intrecciarsi di storia individuale, memoria collettiva e continua richiesta di sospensione dell’incredulità rischia, a tratti, di confondere più che stregare. La cronaca della voce narrante, asettica, non di rado disturbante e iper-realistica, tende a rallentare il ritmo e a soddisfare solo a piccoli sorsi la sete di conoscenza del lettore, sottacendo dinamiche più profonde. Ben altro mordente deriva dall’elemento magico, inaspettato, spiazzante e abilmente inserito nel “quotidiano” attraverso gesti semplici e naturali, e da intensi e drammatici flashback, dolorosi squarci sul passato. Una storia intrigante ma discontinua, che cova lentamente sotto la cenere e non riesce a divampare del tutto, malgrado le indubbie potenzialità.
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Fonte: http://www.mangialibri.com/libri/fiamme
domenica 23 aprile 2017
György Dragomán, Fiamme - recensione di Andrea Bajani
Oggi su il Manifesto è uscita la recensione di Andrea Bajani. Impeccabile, tranne che per il nome di battesimo dell'autore che è György, e non Györgi, e per l'imprecisa collocazione geografica dell'autore: Dragomán era nato in Romania, membro della minoranza ungherese, ma si trasferisce ancora adolescente, con la famiglia, in Ungheria, dove vive tuttora.
Györgi Dragomán, le catene del passato
Narrativa. Attraverso una iniziazione all’età adulta, lo scrittore romeno di lingua ungherese racconta l’Europa in rovina, alludendo alla necessità di sfilarsi dal ricatto dei ricordi:
«Fiamme»
Quando,
a cinquant’anni compiuti, Agota Kristof pubblicò Il grande
quaderno, provammo tutti la sensazione lancinante che i nonni evocati
rappresentassero l’armadio in cui sta chiuso a chiave il passato.
L’Ungheria di cui si parlava, sebbene mai apertamente citata, era
costretta in una cornice di violenze: Kristof era nata nel 1935, il
secondo conflitto mondiale l’aveva dunque travolta a pochi anni,
lasciandola spiaggiata in tempo di cosiddetta pace con una sporta di
violenza e domande ingoiate a forza. La Storia scoppia in faccia ai
bambini, dicevano i due gemelli della Trilogia della città di K, e
lascia morti per terra. Ai bambini non resta che ratificare l’orrore,
aggiungere al mondo precedente altre ipotesi, altre domande: «Una
volta, lontano nella foresta, sull’orlo di un grosso buco fatto da
una bomba, troviamo un soldato morto. È tutto intero, gli mancano
solo gli occhi per via dei corvi».
A
tenersi stretti il passato, con certezze e segreti, sono i vecchi.
«Ecco vostra Nonna – dice la Madre ai gemelli. Resterete con lei
per un po’, fino alla fine della guerra». I genitori stanno a
cavallo della Storia, troppo impegnati a non farsi disarcionare
per occuparsi anche dei figli. Ai figli resta la loro assenza da
ricapitolare ogni giorno e una Nonna cui imputare la propria
condizione di orfani, e insieme la colpa di essere stati messi in
salvo, ma tenuti fuori dalla Storia. E resta la missione del ricordo,
sebbene l’oggetto della loro memoria sia qualcosa di mai vissuto in
prima persona.
Emma,
la protagonista di Fiamme,
del quarantaquattrenne romeno di lingua ungherese Györgi Dragomán
(Einaudi, traduzione di Andrea Rényi, pp. 364, euro 22,00), è
parente prossima dei gemelli della Trilogia. E il romanzo è un
evidente – seppur non esplicito – corpo a corpo con il capolavoro
di Agosta Kristof, aggiornato al 1989: il crollo di un paradigma,
quello comunista, su cui si reggeva un mondo, la condanna a morte dei
tiranni, gli spari per le strade, i traditori a piede libero. Dopo
aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale, Emma vede
arrivare in orfanotrofio una donna che sostiene di essere sua nonna:
«La direttrice dice che la vecchietta è qui per me. La vecchietta
dice che è mia nonna e che è venuta a prendermi. Le dico che non ho
nonne. Né nonni. Non ho nessuno».
Lo
stile rimanda direttamente alla prosa di Agota Kristof, riprende la
secchezza di un’infanzia brutalizzata anche nel linguaggio, i
sentimenti volutamente cauterizzati: «Continuiamo così – dicevano
i gemelli nel Grande quaderno – finché le parole non entrano più
nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle orecchie. Ci
esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno. (…) A
forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro
significato e il dolore che portano si attenua». È l’unica difesa
dei bambini di fronte alla bocca spalancata della Storia.
Già
nel Re bianco, Györgi Dragomán aveva raccontato le violenze del
regime di Ceaucescu, l’infanzia al tempo del sospetto, l’insidioso
gioco paranoico delle colpe. Lì, c’era un padre dissoltosi nel
nulla, finito dentro il buco nero della polizia segreta. I
riferimenti letterari costituivano l’impasto fenomenale tra un
passo narrativo tutto dickensiano e un immaginario smaccatamente
postsovietico. Ironia, empatia e Securitate.
In Fiamme, Dragomán sceglie come suoi custodi Agota Kristof e Herta Müller, una ungherese (sebbene scrivesse in francese), e una romena di lingua tedesca
In Fiamme, Dragomán sceglie come suoi custodi Agota Kristof e Herta Müller, una ungherese (sebbene scrivesse in francese), e una romena di lingua tedesca
Sceglie
due esuli, dunque, per tornare a casa. Ed è in fondo una casa quella
che cerca la protagonista del suo romanzo, Emma.
Il
rovello dei nipoti nella Trilogia era come trovare una casa dentro il
tempo, come individuare la propria posizione lungo l’asse del
tempo. Emma vive un momento storico e personale in cui tutto salta in
aria: la rivoluzione, il dominio sul suo corpo. Varcata quella linea
sarà impossibile tornare indietro, adolescenza e capitalismo
insieme. «Parla di marmellate, carta igienica, scatolette di pesce,
crema al cioccolato, c’è tutto e ci sarà tutto, ormai ci sarà
sempre tutto, lo dice con un tono di preghiera, come se non ci
credesse». A tredici anni, Emma ha un piede in un’infanzia
sovietica data per fallita, e un altro in un mondo che dovrebbe
essere migliore, ma fa più paura ancora, un mondo che brandisce il
vessillo dell’abiura.
Il presente di Emma è un faccia a faccia con i morti, ha i piedi conficcati nel passato. Si evoca di continuo il foro del proiettile sulla fronte di Ceausescu, giustiziato nel fango insieme alla moglie. E poi i morti accanto all’andirivieni dei sopravvissuti, sbucati indenni dentro il mondo nuovo: «Péter va sul ghiaccio, dice che è per i morti. Dicono che dopo le raffiche li hanno tenuti qui, sul ghiaccio, per qualche giorno, prima di nasconderli da un’alta parte. (…) Il ghiaccio è grigio, non è una pista di ghiaccio, pattiniamo su un lago ghiacciato con le crepe, (…) vedo i morti che fluttuano nel ghiaccio».
Il presente di Emma è un faccia a faccia con i morti, ha i piedi conficcati nel passato. Si evoca di continuo il foro del proiettile sulla fronte di Ceausescu, giustiziato nel fango insieme alla moglie. E poi i morti accanto all’andirivieni dei sopravvissuti, sbucati indenni dentro il mondo nuovo: «Péter va sul ghiaccio, dice che è per i morti. Dicono che dopo le raffiche li hanno tenuti qui, sul ghiaccio, per qualche giorno, prima di nasconderli da un’alta parte. (…) Il ghiaccio è grigio, non è una pista di ghiaccio, pattiniamo su un lago ghiacciato con le crepe, (…) vedo i morti che fluttuano nel ghiaccio».
Quella
che Dragomán in fondo racconta è quanta zavorra di passato i nipoti
sono costretti a portarsi sulle spalle. Racconta un’Europa di
rovine ereditate. Solo le macerie contano, solo i morti, i segreti
messi un una bara. Commemorare senza capire fino in fondo, è questa
la scure dell’eredità. Emma non a caso riceve in dono dalla nonna
un orologio, che fu a suo tempo di sua madre. Ciò che conta, sembra
dire Dragomán, è la quantità di giri che hanno fatto le lancette
per arrivare sin qui. «Il dolore aiuta a ricordare – le dice la
nonna –, non solo il dolore ma tutto, perché esiste solo quello
che ricordiamo, quello che dimentichiamo non c’è più scompare dal
passato, scompare dal mondo”; “l’oblio è come una maledizione
che si posa sulle spalle di tutti».
Emma
diventa grande così, con un passato da portare alla catena,
impossibile da far passare veramente, ammucchiato lì tutto insieme,
tutto già fallito, il più antico e il più recente: «Il signor
Pali ha trovato i morti (…). Stavano nella vallata dietro la
fabbrica di mattoni abbandonata. Dicevano che era sicuramente una
fossa comune della Prima guerra mondiale, o il luogo di sepoltura dei
morti del ghetto».
È sempre tempo di ricordare, ci induce a pensare Györgi Dragomán in questo romanzo importante, ma è anche venuta l’ora di sfilarsi dal ricatto iscritto in ogni eredità, storica e privata.
È sempre tempo di ricordare, ci induce a pensare Györgi Dragomán in questo romanzo importante, ma è anche venuta l’ora di sfilarsi dal ricatto iscritto in ogni eredità, storica e privata.
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