domenica 15 gennaio 2012

Géza Ottlik, Amore

Foto di Angela Cossiri
Felicia dava del tu a tutti noi per poterlo dare anche a Gyula Kispéter, ma cambiò idea, e quel ragazzo di bell’aspetto e dal sorriso ironico rimase l’unico al quale continuava a dare del lei. Gli dava del lei a pranzo, a cena, gli dava del lei quando prendevano il sole sulla riva, gli dava del lei anche di notte quando, rimasti nella stanza di uno di noi, avvolti nel fumo delle sigarette ne avevamo abbastanza della musica del grammofono, e suppongo che gli desse del lei anche quando rimanevano da soli. Rimanevano sempre più spesso soli. Una volta scomparvero dall’insediamento di mattina con il pretesto di andare a Fonyód a prendere delle uova, e tornarono la sera tardi chissà da dove, forse da Fonyód, portando astutamente con loro una dozzina di uova.
Gyula Kispéter era il fratello di Orsolya, magnifica pittrice e ottima donna, e fu per questo accolto fra noi, pittori, quell’estate. Era un ragazzo alto, in gamba, sui venticinque-ventisei anni, l’unico non del mestiere nella casa di villeggiatura.
Consideravamo Felicia una di noi, eppure lei si intendeva d’arte quanto Orsolya di moda. Poco. Era una di noi ugualmente.
Un anno e mezzo prima, all’età di trentotto anni, Imre Eleőd aveva sposato una ventenne sorprendentemente bella e viziata. Imre era un bravo pittore ma non aveva le fattezze di Romeo. Di solito aggrottava le sopracciglia come un clown, o meglio metà delle sopracciglia perché l’altra metà mancava quasi del tutto. Tempo addietro si era ustionato il viso e macchie appassite color fegato deturpavano la parte sinistra della sua fronte, della sua tempia e sotto gli occhi. Le sopracciglia mancavano per un lungo tratto, le orecchie a forma delicata di conchiglia erano piegate all’indietro con punte lacere, i capelli stavano diventando bianchi e la pelle screpolata era coperta da rughe.
Una mattina di febbraio dell’anno scorso suonai impaziente alla sua porta, la aprì ciabattando e facendo cenno con il capo mi condusse nella grande camera troppo riscaldata. Con un tonfo sprofondò nella poltrona senza togliere le mani dalle tasche dell’abito da camera, e si girò in direzione del letto:
«Mia moglie.»
Vi giaceva una ragazza sotto una tenda dorata di capelli, dallo sguardo meravigliato e sospettoso, che cercò di sorridere. Aveva la pelle color burro, senza trucco. Mi inchinai e pronunciai il mio nome.
«Passa una tazza» disse Eleőd senza girarsi. «Dà una tazza anche a questo ragazzo, figlia mia.»
Sette volte sette mutazioni - come tante onde sotto il sole nel mare - attraversarono il volto della ragazza, che notò il mio imbarazzo e scoppiò in una risata ardente, rivolta a se stessa.
«Si volti dall’altra parte» disse, di nuovo mite. Si alzò e apparecchiò anche per me. La vestaglia blu cobalto frusciò a ogni suo movimento, e lei si muoveva senza sosta, si dava da fare, sotto il lamé il suo corpo ondeggiava incessantemente.
Si prendevano in giro e ridevano.  Ciononostante apparivano entrambi indifferenti e troppo sicuri di sé. Il matrimonio è uno scherzo malriuscito, pensavo, un capriccio, una frivolezza. Guardavo con avversione quel cerbiatto elastico e biondo. Allontanava la pancetta, riempiva il piatto di marmellata ma non la mangiava. Si rivolse a Imre:
«Non mangiare la pancetta.»
Ma l’uomo non le badò e continuò a rivolgersi a me.
«Perché mangi la pancetta?» lo tormentò di nuovo.
«Come?» Imre si girò verso di lei. «Non devo mangiarla?»
«No.»
«Sì, invece.»
«Ti piace?» domandò la ragazza. «Allora mangiala. Tieni, mangia anche questa.»
Fissò Imre dimentica di sé, a bocca aperta, mentre diede un morso alla pancetta. Questa sciocchezza mi mise a disagio, lei mi infastidiva. Decisi di andarmene. Imre rimase seduto e la ragazza mi accompagnò alla porta. Mi diede la mano.
«Arrivederci.»
«Arrivederci» risposi con rigidità malcelata nella voce.
Chiuse la porta dietro di me ma poi la riaprì per un istante. Per mia grande sorpresa tirò fuori la lingua e sussurrò:
«Lei è un grande asino, ma torni pure!»
Questa era Felicia.
Orsolya Kispéter aveva l’atelier nello stesso edificio e quando, a marzo, l’esercito straniero occupò il paese e la polizia politica deportò Imre Eleőd, la donna prese con sé Felicia. Eleőd aveva vissuto a lungo a Monaco di Baviera, dopodiché aveva trascorso due anni a New York dove era in stretti rapporti di amicizia con artisti che avevano scelto l’esilio volontario abbandonando la patria che era dei nostri occupanti. Il suo nome figurava anche fra i firmatari di un manifesto. Non avrei scommesso un centesimo sulla sua vita prigioniero dei militari. Infatti, una settimana dopo l’arresto scomparve dalla prigione dove era stato tradotto.
Passò un anno, i conquistatori divennero vinti, ma non ci furono notizie di Imre.
Passarono mesi, giunsero notizie e smentite, e pian piano ci convincemmo che Imre Eleőd era morto senza lasciare tracce.
Incontrai Felicia per la seconda volta nella primavera del quarantacinque. Cercai di essere amichevole.
«Si ricorda ancora di me?» domandai.
«Come no» rispose calma e gentile. «La consideravo un vero amico. Anche mio, non soltanto di …»
Orsolya Kispéter intervenne all’improvviso:
«Felicia, non fare l’adulatrice.»
«Non soltanto di Imre» Felicia concluse la frase.
Ci fu una breve pausa prima di sentire la voce profonda, irritata e arrochita dal fumo di Orsolya.
«Rassegnati, Imre se n’è andato all’altro mondo.»
Calò di nuovo il silenzio, fuori qualcuno stava battendo un tappeto e io contavo i colpi. Un giovanotto si alzò in piedi nell’angolo opposto della stanza e si avvicinò a noi. Felicia si voltò verso di lui.
«Gyula, mi aspetti e si presenti come si deve.»
Ci demmo la mano e facendo scintillare i suoi trentadue denti, il ragazzo esclamò:
«Kispéter.»
Felicia impiegò del tempo per indossare il cappotto. Parlai di cinema, di pace e dei prezzi degli alimentari con Gyula Kispéter. Orsolya non disse più una parola. Sapevo che aveva voluto molto bene a Imre Eleőd. Scendemmo in tre dalla Collina delle Rose. Felicia chiacchierava di buonumore, il vento primaverile agitava il soprabito del giovanotto. Prendeva in giro tutto, ma con intelligenza. Gyula era un ragazzo capace e di bell’aspetto. Vicino a lui Felicia mise giudizio, si liberò della sua irritante antipatia, senza perdere l’aspetto grazioso. Questi due sono fatti l’uno per l’altra, pensai seguendoli con lo sguardo nel vortice polveroso, da fiera di paese, di corso Margit.
Felicia preparava torte che vendeva ai bar e con il denaro ricavato comprava altro zucchero e burro. Non doveva fare sacrifici, con le torte guadagnava bene. Chissà perché non era tornata con i genitori. Forse perché le piaceva l’indipendenza, ma pensavo che anche il giovanotto c’entrasse in qualche modo.
Eravamo già da tre settimane in villeggiatura al Balaton, ma solo Orsolya aveva menzionato Imre Eleőd, e anche lei solo di rado e con tono amaro.  Felicia giocava a pingpong con Gyula, andava in barca con Gyula, gironzolava con Gyula. Il ragazzo aveva un gesto caratteristico: afferrava il polso della ragazza con fare intimo e non lo lasciava finché non finivano di parlare. Felicia lo tollerava, a volte liberava la mano, ma visibilmente non le dispiaceva quando Gyula catturava di nuovo il suo polso sottile. Una sera lei disse:
«Ragazzi, dopo cena potremmo andare a fare un bagno, che ne dite? C’è una luna splendida. Vi va?»
«Sì, va bene.»
«Non ha senso» disse Gyula Kispéter inaspettatamente. «Io non vengo.»
«Ma sì, venga anche lei.»
«No, non vengo.»
«Se glielo chiedo io, viene?»
Con i suoi occhi magici gettò uno sguardo così mite e implorante al ragazzo che stavo per commuovermi persino io. Ma Orsolya intervenne prima.
«Andate al diavolo» disse con voce rauca. «Avete sentito? Andate al diavolo con tutte le vostre smancerie.»
Felicia scoppiò in una risata, con la testa piegata all’indietro. Poi venne a sedersi vicino a me facendo le moine, perché avvertiva la mia ostilità. Eravamo in otto a tavola, tutti fra i trenta e i quaranta, e la vista di una coppia di innamorati ci faceva sentire vecchi. Quell’amore era sotto il nostro naso, ci infastidiva ma non potevamo negare il loro fascino.  La conversazione riprese dopo la brusca interruzione provocata dal loro bisticcio. Ogni tanto Orsolya Kispéter rimproverava suo fratello:
«Gyula, non parlare così tanto! Mi hai sentito? Non parlare così tanto.»
Vennero giorni piovosi che trascorremmo giocando a carte, ma poi un po’ per volta si asciugarono le pozzanghere e tornò l’estate calda, più torrida che mai.  Ci abituammo a considerare Felicia e Gyula una coppia, non ci badavamo più, prendevamo il sole senza dire una parola.
 Un pomeriggio si sentirono delle grida provenienti dal cancello del giardino. Il sole stava tramontando e noi stavamo oziando in spiaggia come sempre a quell’ora.
Qualcuno strillò a squarciagola:
«Venite qui! Orsolya, Felicia! Su, venite!»
Ci avviammo esitanti in direzione del cancello.
Il nostro compagno grasso in costume da bagno, che prima aveva urlato, ora stava palpando e abbracciando un uomo impolverato in abito di lino. Per terra giaceva una bicicletta capovolta. Lo sconosciuto diede una pacca sulla schiena dell’uomo nudo in delirio e si liberò. Era Imre Eleőd.
Cercava qualcuno con gli occhi. Felicia, che si stava avvicinando al fianco di Gyula Kispéter, si arrestò e accennò un gesto meccanico per afferrare il braccio del giovane. Imre Eleőd fece un sorriso e disse:
«Datemi una sigaretta.»
Cominciammo a strillare e circondammo Imre.
I suoi capelli erano più lunghi e più bianchi del solito, ma null’altro era cambiato in lui. Le sue delicate orecchie lacere e la bruciatura marrone si erano coperte di polvere durante il viaggio, perché era arrivato in bicicletta. Anche Felicia si accostò ma riuscirono a comunicare solo urlando sopra le teste.
«Ti ho lasciato un pacchetto nel cassetto.»
«L’ho trovato.»
«Non sei stanco.»
«Come no!»
Quella sera facemmo fatica a coricarci, mentre Imre Eleőd dormiva già da un pezzo; non aveva neppure cenato. Trasportammo il grammofono in terrazza. Felicia era allegra come sempre. Sembrava che ballasse più delle altre volte con Gyula Kispéter.
Vidi Imre fare colazione verso le dieci del mattino dopo. Probabilmente si era svegliato poco prima. Aveva i capelli arruffati e la barba non ancora fatta. Felicia salì in terrazza con una grossa frittata, gli fece qualche domanda, lo lasciò e si mise a giocare a pingpong con Gyula Kispéter.
Verso mezzogiorno e mezzo ci avviammo nell’acqua bassa del lago con Imre che stava mangiando delle albicocche da una busta di carta. Felicia prese a remare nella nostra direzione, con Gyula sdraiato a fumare nella barca. Imre Eleőd gettò loro nella barca tre albicocche, li salutò con la mano e noi riprendemmo a camminare.
Nel pomeriggio andammo al villaggio per comperare del tabacco. Faceva caldo. Tornammo in fretta per fare il bagno. La giornata trascorse così. Dopo cena eravamo in sei-sette nella camera di Felicia. Era una grande stanza angolare, con finestre che davano a sud e a ovest. Chiacchieravamo a tavola, Felicia era seduta sul divano con Gyula Kispéter che, come d’abitudine, teneva la ragazza per il polso. Versai il vino procurato da Orsolya in una bottiglia da un litro e mezzo, con il tappo con il gancio. Imre parlava con tono calmo e noi lo ascoltavamo. All’improvviso troncò la frase  e si girò, perché era seduto dando le spalle al divano. Volgemmo lo sguardo anche noi. Felicia era in piedi, fissava Imre incantata e vidi che la bocca le tremava. Imre la raggiunse con due balzi.
«Che sta succedendo?» domandò qualcuno.
Tutto questo avvenne con una tale rapidità che Gyula Kispéter non fece in tempo neppure ad alzarsi. La ragazza circondò con le braccia il collo di Imre Eleőd, si abbandonò sulla spalla dell’uomo, la cascata d’oro dei suoi capelli ricoprì l’abito consunto dell’uomo e il suo esile corpo fu scosso da un pianto che veniva dal profondo.
Aspettammo immobili, in piedi, nella stanza. Una cicala cantava sotto le finestre. Felicia alzò il viso in lacrime e si strinse all’uomo.
«Mio unico» sussurrò.
«Sciocchina» disse Imre Eleőd.
Tutti e due scoppiarono in una risata. Smisero e ricominciarono a ridere di nuovo. Risero guardandosi negli occhi, da matti, ansimanti, a perdifiato. Ebbi la stessa sensazione spiacevole e irritante che avevo provato al nostro primo incontro. E di nuovo mi venne la voglia di fuggire. Anche gli altri si resero conto di essere inopportuni.
Eravamo già fuori quando sentii la voce dell’uomo: «Ma dove state andando?» Ma non disse altro. Seduta sul divano con Gyula Kispéter, Felicia avrà finalmente realizzato che l’uomo che stava parlando con noi era Imre Eleőd. Fu quello l’istante della consapevolezza. Aveva sempre saputo che lui sarebbe tornato sano e salvo. Un’automobile americana aveva riportato Eleőd a Budapest a metà estate. Sulla porta della loro abitazione di Buda aveva trovato un pezzo di carta fissato con una puntina da disegno.Sopra c’era scritto: “La chiave è al negozio di alimentari. Ho messo fuori il tuo abito di lino, mettitelo e vieni subito a trovarmi. Tesoro, ti ho comprato una bicicletta perché i treni funzionano ancora a singhiozzo, la trovi in bagno. F.”
(Traduzione di Andrea Rényi)

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