- Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
- Non posso passarglielo ora ma le dico subito che se si tratta di un incidente, la macchina la possiamo prendere in consegna solo nel mese prossimo.
- Mi ha cercato lui.
- Perché non ha detto subito che vi conoscete? Che cosa ha la macchina che non va?
- Non si tratta di un incidente. Sono appena tornato a casa e ho trovato un biglietto con il nome di Mihály Szlávik e un numero di telefono.
- La prego di richiamare fra venti minuti, adesso tutta l'officina è in intervallo per il pranzo.*
- Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
- Glielo passo subito.
- Pronto, sono Mihály Szlávik.
- Mi ha lasciato lei il suo numero?
- Sì, mi sono permesso di farlo per domandarle una cosa.
- Prego.
- Ha tradotto lei il romanzo di Truman Capote, vero?
- Sì, sono io il traduttore di Altre voci, altre stanze. L'ha letto?
- L'ho letto e mi è piaciuto molto, ma ho notato qualcosa. Vorrei sapere perché i neri nel libro parlano diversamente rispetto agli altri?
- Parlano diversamente?
- Parlano come se fossero stranieri. Vorrei solo capire meglio, per questo glielo sto chiedendo.
- Mi sembra di ricordare qualcosa. Vede, la traduzione risale a tre anni fa, l'ho dimenticata un po' ma mi ricordo di una cameriera con una cicatrice sul collo. Si sta riferendo a lei?
- Anche a lei.
- Allora si tranquillizzi pure. Mi ricordo molto bene che questa ragazza anche nel testo originale parla in un inglese stentato.
- Cosa significa stentato?
- Stentato è stentato. O no?
- Non del tutto. Parliamo in modo stentato una lingua che non conosciamo bene. Può parlare male anche la propria lingua madre chi non ha studiato, chi è ignorante o è limitato. Ma sono due cose ben distinte.
- Come parla allora quella nera?
- Parla come una straniera che non conosce bene l'inglese. Questo mi ha colpito e mi sono permesso di chiamarla. I neri vivono negli Stati Uniti, in un ambiente anglofono, sono dunque di lingua madre inglese.
- Ho incontrato degli zingari che vivono qui, in Ungheria, eppure parlano un ungherese stentato come se fossero stranieri.
- Questo ragionamento sembra corretto ma non dimostra nulla. Gli zingari hanno infatti una loro lingua, ma non i neri.
- Capisco. Non so cosa dire. Vorrei che mi credesse che sono un traduttore molto preciso, persino maniacale. Può ben credermi che la ragazza anche nel testo originale parla male l'inglese. In più, i revisori controllano la traduzione parola per parola...
- I revisori possono commettere errori. La prego di dare un'occhiata a Hook Finn. Se non erro, l'ha tradotto Karinthy. In ogni caso, in Hucklebbery Finn il nero parla come un analfabeta, un uomo primitivo e non come uno straniero. Oppure quest'aspetto è irrilevante per un traduttore?
- No, ma non ho tradotto io Huckleberry Finn. Che tra l'altro un romanzo di cent'anni fa.
- Mi deve perdonare, ma questo conferma solo che ho ragione io. A cent'anni di distanza i neri hanno imparato a parlare l'inglese solo meglio, e non peggio.
- Credo che lei abbia ragione anche su questo.
- Spero di non averla offesa.
- Affatto. Ha detto cose su cui riflettere.
- Purtroppo non parlo l'inglese, non ho potuto controllare il testo originale ma quei dialoghi mi hanno colpito. Volevo parlare con lei perché per me la chiarezza viene prima di tutto.
- Ha fatto bene a chiamarmi.
- Devo lasciarla perché il capoofficina mi sta bussando sul vetro. Per il resto la traduzione è ottima.
- Arrivederci.
- Le faccio tanti auguri.(Da "Novelle da un minuto", trad. di Andrea Rényi)
lunedì 7 maggio 2012
István Örkény, Un lettore scrupoloso
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