sabato 8 settembre 2012

Péter Nádas, Katlan

Pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera il 2 settembre  2012
Péter Nádas

Katlan



La parola che ho scelto, katlan, in ungherese ha più significati. É il focolare scavato nella terra o costruito con le pietre, sul quale poggiare un paiolo. Significa il cratere del vulcano e anche un'altra formazione geologica, lo spazio ristretto delimitato da colline, monti e pareti rocciose, la conca, dove inesorabilmente ristagna la calura estiva. Dove vengono sospinte le truppe dell'esercito nemico per annientarle fino all'ultimo uomo. Katlan è senza pietà. Scocca la scintilla, non può essere spenta, arde il lavoro, bolle il paiolo. Manda a fuoco qualsiasi cosa. Può essere alimentato a legna, con la ramaglia, lo sterco seccato, la paglia, la pannocchia, il gambo di mais. Produce calore forte con rapidità e veemenza. D'autunno, fuori all'aperto, la marmellata di prugne viene cotta nel paiolo. La cottura impiega giorni, la sera la tolgono dal fuoco e ve la rimettono la mattina dopo, finché la frutta non perde completamente il liquido e la sua polpa viola si trasforma in una massa zuccherosa, compatta, quasi nera.
Vecchie popolane sorvegliano i paioli bollenti, ogni tanto mescolano la marmellata con lunghi cucchiai di legno, vigilano affinché la massa non si attacchi al fondo. Per cuocere la marmellata, il corpo del paiolo è lambito dal fuoco basso. Non è così nelle albe fredde e buie dell'inverno, prima dell'uccisione del maiale, quando il fuoco sotto il paiolo viene mantenuto vivo, perché l'acqua deve bollire quando il maiale stride sotto l'accoratoio. Oppure in occasione di nozze di cui si sente parlare in lungo e largo, con cento ospiti, quando per cuocere il brodo nel paiolo vengono messe venti galline intere.
All'epoca della mia nascita, ben settant'anni fa, nel paiolo si faceva bollire l'acqua per il bucato, e i vestiti bianchi venivano messi a bollire nella liscivia. Nella puszta i pastori cuocevano il gulyás in piccoli paioli d'argilla. Non esistono neppure loro, ormai.
In realtà, l'Ungheria intera era ed è rimasta katlan, una conca nel significato geografico e climatico del termine. É circondata da montagne alte, le Alpi all'occidente, i monti Tatra al nord, i Carpazi all'est, e i monti innevati della Transilvania fin giù al sud. D'estate nel bacino dei Carpazi il calore del sole avvolge tutto, il corpo e l'anima si riscaldano velocemente e le città diventano focolari ardenti. Ne risente anche la struttura mentale. Vigile, focosa, distruttiva, si scalda oltre al punto d'ebollizione, ma diventa cenere altrettanto rapidamente. Come se nulla fosse successo. Arrivano i venti freddi dell'inverno, impregnano il paiolo e il midollo. In un simile paesaggio le cose stesse sono smemorate.

(Il Vocabolo Europeo ungherese, nell'ambito della serie "Vocabolario Europeo" di Festivaletteratura, programma a cura di Giuseppe Antonelli. Trad. di Andrea Rényi)


1 commento:

Cristina ha detto...

interessante e affascinante al tempo stesso
(e non conoscevo questa parola).