![]() |
| Foto di Zsolt Hlinka |
Scaccio la disperazione per poter
scrivere.
Scrivo per scacciare la
disperazione.
Non dovrei consegnarmi completamente
alla disperazione per poter scrivere?
Non dovrei abbandonare del tutto la
scrittura per scacciare la disperazione?
György
Somlyó, Favola sulla
scrittura
Queste
righe di un grande intellettuale e di un grande testimone
dell'Ungheria del 20° secolo potrebbero essere l'ars poetica della
letteratura ungherese, scritta in una lingua agglutinante,
madrelingua di circa 14 milioni di persone dentro e fuori i confini
nazionali, con una tradizione millenaria e ricca di preziose
creazioni narrative e poetiche.
Il primo nome che viene
in mente è quello di Imre Kertész (n. 1929), insignito del premio
Nobel per la letteratura esattamente dieci anni fa. E' il primo, e
per il momento l'unico scrittore ungherese che abbia ricevuto il
prestigioso premio, assegnato "per
la sua opera che oppone la fragile esperienza dell'individuo alla
barbara arbitrarietà della storia". Essere
senza destino ripercorre
l'esperienza dell'autore nei campi di sterminio di Auschwitz e
Buchenwald; la sua forza narrativa nasce dal presentare l'uomo nella
sua più cruda e drammatica essenza, con la partecipazione che può
avere solo il racconto di uno scampato, e con la saggezza di chi
nutre un profondo amore per la vita. Kertész impiegò dieci anni a
scrivere questo romanzo e incontrò difficoltà infinite per trovare
un editore. Pubblicato infine nel 1975, la critica letteraria e il
pubblico ignorarono opera e autore, fino alla caduta del Muro, quando
ebbe il debito riconoscimento in patria e all'estero. Senza
dimenticare gli orrori, Kertész volle ricordare del lager i brevi
momenti di felicità e in seguito, cercò una nuova vita degna di
essere vissuta, seppure prigioniero del socialismo reale. Dopo la
prigionia nazista e comunista, nel 1989 Kertész credette fosse
arrivata l'ora della libertà, quella di una società libera e
democratica in Ungheria. Non fu così, le distorsioni e il risveglio
dell'antisemitismo lo indussero a trasferirsi in Germania, dove
tutt'ora vive e lavora. In Ungheria qualcuno lo definisce ormai
“scrittore di origini ungheresi”, mentre lui dichiara di non
riuscire più a provare nessun senso d'appartenenza all'Ungheria, di
non sentirsi più ungherese, e di essere legato al Paese natale solo
grazie alla lingua. Kertész è da sempre privo di destino, ora anche
di una identità nazionale.
Un
altro grande scrittore ungherese è in odore di Nobel da anni: Péter
Nádas
(n. 1942), ma un Paese piccolo come l'Ungheria – 93mila chilometri
quadrati e appena 10 milioni di abitanti -, difficilmente potrà
festeggiare due Nobel nell'arco della vita di una generazione. Figlio
di comunisti che avevano partecipato alla Resistenza antifascista,
anche Nádas
può considerarsi vittima a pieno diritto del socialismo reale.
Boicottato per anni dal regime, visse di stenti in autoesilio, pur di
non scendere a compromessi. Sostenuto da una forza d'animo non
comune, riesce a dar vita a un'ampia produzione come romanziere,
commediografo, saggista, giornalista e fotografo. Il suo romanzo
d'esordio, Fine di un romanzo familiare,
è il flusso di coscienza di un bambino nel vortice dello stalinismo.
Il suo Libro di memorie,
una monumentale storia che ruota attorno a tre elaborati fili
narrativi, è stato scritto in undici anni, ed è considerato il suo
capolavoro, particolarmente apprezzato da Susan Sontag, e paragonato
ai grandi romanzi di Thomas Mann, Proust e Joyce. Nádas
non è alienato come Kertész ma anche lui si mostra scontento del
governo e dell'opposizione; figura isolata anche fisicamente (vive
ritirato in un piccolo villaggio), autonoma, non partecipa
attivamente all'intensa vita politica degli scrittori magiari, e
individua la radice del problema nell'anomalo sviluppo della società
ungherese: l'assenza del ceto borghese.
Si
può rilevare che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi,
l'ideologia dominante ha permeato nel profondo la produzione
letteraria ungherese. Negli anni del socialismo reale, che ha
emarginato o escluso le voci del dissenso e del non allineamento;
negli anni successivi alla caduta del Muro, quando gradualmente
l'affermazione di una politica populista, revanchista e antisemita ha
ridato forza e attualità ad un passato che sembrava definitivamente
sconfitto dalla Storia. Gli elettori di Jobbik, la formazione di
estrema destra, e molti filogovernativi considerano l'Ungheria
un'isola per lingua e per storia, che nulla dovrebbe avere a che fare
con l'Unione Europea di cui è Stato membro; ambiscono all'autonomia
economico-politica del Paese e in certi contesti rimpiangono la
Grande Ungheria, la cui fine era stata sancita dal Trattato di
Trianon del 1920, che ridusse il territorio di due terzi, la
popolazione da 19 a 7 milioni, e fece perdere all'Ungheria l'accesso
al mare che la nazione aveva avuto per oltre 800 anni. Al rimpianto
della grandeur si
aggiunge la paura della globalizzazione: “La destra politica
nell'Europa centrale spaventa la popolazione con i pericoli della
globalizzazione, li evoca per rifiutare anche l'Europa. Conosciamo
bene i pericoli della chiusura nel nazionalismo. Allo stesso tempo è
evidente che la paura dell'Europa che sta diventando globalizzata,
non è irrazionale. Penso che l'unica possibilità per non far valere
i pensieri reconditi della destra è prendere in considerazione i
pericoli della globalizzazione sapendo però che non vi è un'altra
strada al di fuori della globalizzazione.” Sono le sagge parole,
pronunciate ancora nel 2004 e rimaste purtroppo inascoltate, da uno
degli intellettuali più in vista in Ungheria, László
F.
Földényi.
La
medicina dei rimpianti e delle paure è
il ripiego sul passato che porta conseguentemente all'esaltazione
della stirpe magiara e alla ricerca della sua più pura peculiarità,
nonché alla riscoperta di autori e di opere spesso di discreta o di
buona qualità letteraria ma messi all'indice per decenni per il loro
messaggio eccessivamente nazionalista, irredentista, sciovinista.
Sono tornati nelle librerie romanzi per decenni ritenuti non
pubblicabili per i loro contenuti politici e per le biografie
alquanto dubbie dei loro autori. Ne è un esempio Cécile Tormay
(1875 - 1937), irredentista, antisemita, ispiratrice di gruppi
nazionalisti, a suo tempo apprezzata da D'Annunzio il quale aveva
persino tradotto alcune pagine di un suo romanzo. József
Nyirö
(1889 – 1953), importante esponente della letteratura della
minoranza etnica ungherese della Transilvania, la perdita della quale
è una ferita mai rimarginata nel cuore dei nazionalisti, filonazista
fino all'ultimo e noto ammiratore di Goebbels. Negli ambienti
nazionalisti godono una certa popolarità anche i romanzi del conte
transilvano Albert Wass (1908 – 1998), giornalista, autore di
romanzi e di novelle, che risolve in bonarie caratterizzazioni dei
suoi personaggi le vicende e le esperienze dell'irredentismo che sono
sullo sfondo del suo mondo transilvano.
Sulla
scia di questa nuova visione di meriti letterari, vengono
ribattezzate strade che portavano nomi di scrittori ora ritenuti non
più politically correct
come Jenö
Józsi
Tersánszky,
cui unica colpa è l'essere stato inviso durante l'era
dell'ammiraglio Horthy fra le due guerre mondiali, o lo scrittore
ebreo proletario Endre Andor Gelléri, morto di tifo nel 1945 dopo la
deportazione in campi di concentramento a soli 39 anni. Non trova
pace neppure la statua di uno dei più grandi poeti nazionali, il
socialista Attila József,
che nella sua breve vita diede voce al proletariato.
In
questa contrapposizione di natura politica sull'altra sponda troviamo
alcuni grandi nomi della letteratura ungherese contemporanea come lo
scrittore, giornalista e sociologo György
Konrád
(n. 1933), già dissidente durante il regime di Kádár, acclamato e
molto tradotto all'estero; lo scrittore e sociologo Pál Závada,
autore di romanzi di grande successo; il poeta, novelliere,
traduttore e romanziere Lajos Parti Nagy (n. 1953), virtuoso della
lingua ungherese; György Spiró (n. 1946), drammaturgo , autore di
saggi e di romanzi molto amati dal pubblico, solo per citarne alcuni.
In
generale, si può affermare che le trame dei romanzi degli autori
contemporanei si svolgono nel passato e a mio avviso questa è la
caratteristica principale e il limite della letteratura; è quasi
impossibile trovare un'opera che parli del presente. La memoria
avvolge tutto, a volte sotto forma di ottime biografie romanzate dei
propri genitori, ma la fuga nel passato sembra essere l'unico
approccio possibile per occupare il presente.
Il
panorama letterario ungherese comprende molte altre figure di
notevole spessore, alcune delle quali godono ormai di meritata fama
internazionale, come il postmoderno, esistenzialista László
Krasznahorkai, il giovane György Dragomán o Attila Bartis, che con
i loro romanzi hanno ottenuto il consenso della critica in numerosi
paesi; oppure come il fecondo László Darvasi dalle trame bizzarre e
molto originali, o come Róbert Hász, il cui stile delicato ha
conquistato la casa editrice francese Viviane Hamy, che ha pubblicato
tutti i suoi romanzi.
Un
capitolo a parte meriterebbero la poesia e l'editoria per ragazzi,
due campi molto e molto ben coltivati e con una lunga tradizione in
Ungheria. Vorrei chiudere questa breve rassegna degli scrittori
ungheresi contemporanei con uno dei versi preferiti di una poetessa
molto amata in Ungheria, Krisztina Tóth:
Corsa
evanescente
Non
ho mai visto i tuoi oggetti.
La
tua camicia sulla sedia la mattina.
Non
ho mai visto i contorni
dei
tuoi mobili nell'oscurità.
Non
avvicinarmi verso di te,
non
appoggiarmi su di te,
corrimano
senza scale.
Testo e traduzioni a cura di Andrea Rényi
(Articolo pubblicato nel primo numero della rivista letteraria ORLANDO)

11 commenti:
Grazie Andrea, un articolo interessantissimo. Ho amato molto "Essere senza destino".
Più leggo, più mi accorgo di quanto poco so di questo Paese. Grazie per gli infiniti spunti.
Grazie a te per averli letti. Ci tengo a dire che sono riflessioni molto soggettive, qualcuno potrebbe scriverne in maniera completamente diversa.
Io pure e anche l'autore, amico, negli anni '60, dei miei.
Ciao Andrea, grazie per averci fornito il tuo punto di vista.
Avrei alcune domande da farti, così per avere una mappatura un po' più completa della letteratura Ungherese contemporanea. Scusa, faccio un po' il rompiscatole, ma con un po' di pazienza sono sicuro che riuscirai a soddisfare la mia curiosità.
1) Quando la letteratura Ungherese entra nella fase "contemporanea" secondo te?
2) Possono esservi inclusi autori come Sándor Marái, István Örkény, Géza Csáth, Desző Kosztolányi, Gyula Krúdy, Magda Szabó?
3) Che idea ti sei fatta delle opere di Péter Estherházy?
Infine una mia personale opinione.
Durante il periodo nel quale mi è capitato di frequentare l'Ungheria ho notato che l'ambiente letterario è piuttosto vivo, specialmente nelle università. Sono tante le riviste letterarie, le conferenze promosse sugli argomenti letterari. Tuttavia la vostra lingua è poco diffusa e spesso ho avuto l'impressione che attorno agli ambienti letterari ci sia un po' di ermetismo. Come se questo mondo vastissimo fosse un microcosmo da preservare in seno alla nazione o, al massimo, ai popoli ugrofinnici. In questo ermetismo non ci vedo paura, piuttosto uno scatto d'orgoglio e un po' di risentimento misto a rassegnazione. Ho avuto l'impressione che in generale gli ungheresi si sentano molto lusingati nel ricevere attenzioni dall'estero (quando ci riescono), ma che intimamente siano convinti che nessuno sia in grado di capire la loro cultura nel profondo. Un italiano, per esempio, non comprenderà mai cosa ha significato il Trianon. Io credo invece che sia solo colpa di mancanza di cultura, cioè noi non conosciamo queste storie perché l'Ungheria è ancora dall'altra parte della Cortina di Ferro nell'immaginario collettivo e non c'è un piano europeo che si occupi di cultura europea e quindi di porsi il problema di mettere in evidenza tutte quelle cose che sono di diritto patrimonio europeo. Come un poeta come Ady, un autore come Krùdy e un musicista come Kodàly dovrebbero essere. Avrei tanto da scrivere, ma mi fermo qui.
1) + 2) Ho voluto restringere il campo per non scrivere decine di cartelle, ma la letteratura ungherese è sempre stata al passo con quella europea: Màrai, Kosztolànyi e gli altri sono contemporanei, se per contemporaneo intendiamo una letteratura assimilabile alle altre della stessa epoca.
Nel mio testo vi è più di un errore, il più grossolano è l'assenza di Esterhàzy che Freud saprebbe spiegare benissimo: ne riconosco la grandezza ma sentimentalmente è distante da me anni luce.
3) Credo che il timore dell'incomprensione accompagni tutti i popoli piccoli che parlano lingue non veicolari. Poi c'è il fattore culturale: mediamente si conosce solo, e spesso neppure bene, la storia dei Paesi protagonisti, nessun ungherese pretende da uno straniero la conoscenza degli accordi di Trianon, ma quest'ignoranza (sostantivo del verbo "ignorare") rende ancora più difficile l'approccio alla cultura in generale, e alla letteratura in particolare. La letteratura per di più non è solo narrazione ma contesto socio-politico-storico, e malgrado decenni trascorsi in Italia anch'io, a volte, mi trovo ancora in difficoltà.
No, un piano europeo manca decisamente, ora con la crisi è anche impensabile. Purtroppo.
E' un vero piacere confrontarsi con te :)
Grazie. Puoi anche fare altre domande, se ne hai...
e di Lajos Zihaly e Sándor Török?
Zilahy è una figura inquadrabile nella cosiddetta letteratura d'intrattenimento di buon livello. Ho letto con piacere quasi tutti i suoi romanzi, alcuni dei quali sono anche stati tradotti in italiano, se la memoria non m'inganna. Di Sándor Török ho letto solo un paio di libri per ragazzi ma non me li ricordo, perché sono passati alcuni decenni.
ho comprato un libro di Zilahy e uno di Török sulle bancarelle dell'usato... in certi posti puoi trovare qualunque cosa. C'era una casa editrice, dall'Oglio editore, di Milano che pubblicava opere simili verso la fine degli anni '40. Chissà che fine hanno fatto e se sono ancora vivi quelli che ci lavoravano.
Posta un commento