Non sono andata a Firenze con l'intento di vedere case di scrittori ma le case hanno trovato me, mi ci sono imbattuta in loro. Palazzi anonimi in punti bellissimi e strategici della città che con targhe discrete ricordano la nascita o i soggiorni di grandi classici della letteratura mondiale.
Immaginare Dostoevskij aggirarsi nei pressi di Palazzo Pitti negli anni de L'idiota commuove anche il più insensibile dei suoi lettori. L'omaggio è doveroso, l'incipit è travolgente:
"Verso le nove del mattino di una giornata di fine novembre, in tempo di disgelo, il treno della linea ferroviaria Pietroburgo-Varsavia marciava a tutto vapore verso Pietroburgo. Il tempo era così umido e nebbioso che il giorno faticava a mostrarsi; già a una decina di passi di distanza dalla strada ferrata, sia a destra che a sinistra, era difficile scorgere qualcosa dai finestrini del vagone. Tra i passeggeri ve n'erano alcuni che tornavano in patria dall'estero, ma i piú pieni di tutti erano gli scompartimenti di terza classe, affollati di gente abbastanza misera che viaggiava per le proprie faccende e non veniva da molto lontano. Tutti, com'è naturale, erano stanchi, infreddoliti, con gli occhi cerchiati per la notte passata in bianco, e i loro volti apparivano giallastri in quella luce filtrata dalla nebbia.
In uno dei vagoni di terza classe fin dall'alba si erano ritrovati seduti, l'uno di fronte all'altro, accanto al finestrino, due passeggeri entrambi giovani, entrambi quasi senza bagaglio, vestiti senza eleganza, con delle fisionomie piuttosto notevoli ed entrambi, infine, desiderosi di attaccar discorso. Se ognuno dei due avesse saputo che cosa proprio in quel momento li rendeva reciprocamente interessanti, certo si sarebbero entrambi meravigliati dello strano caso che li aveva fatti incontrare, seduti l'uno di fronte all'altro, in un vagone del treno Varsavia-Pietroburgo."
In uno dei vagoni di terza classe fin dall'alba si erano ritrovati seduti, l'uno di fronte all'altro, accanto al finestrino, due passeggeri entrambi giovani, entrambi quasi senza bagaglio, vestiti senza eleganza, con delle fisionomie piuttosto notevoli ed entrambi, infine, desiderosi di attaccar discorso. Se ognuno dei due avesse saputo che cosa proprio in quel momento li rendeva reciprocamente interessanti, certo si sarebbero entrambi meravigliati dello strano caso che li aveva fatti incontrare, seduti l'uno di fronte all'altro, in un vagone del treno Varsavia-Pietroburgo."
[Fëdor Dostoevskij, L'idiota, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, 1998.]
Avevo letto quasi tutti i romanzi di Vasco Pratolini da giovane, ancora in Ungheria, e ovviamente in ungherese, e la mia Firenze, la città viva e non fatta solo di meravigliosi monumenti, è rimasta principalmente quella descritta nei suoi romanzi.
"Il rione di Sanfrediano è "di là d'Arno", è quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo; dall'alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l'Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la cura dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine. Quanto v'è di perfetto, in una civiltà diventata essa stessa natura, l'immobilità terribile e affascinante del sorriso di Dio, avvolge Sanfrediano, e lo esalta. Ma non tutto è oro quel che riluce. Sanfrediano, per contrasto, è il quartiere più malsano della città; nel cuore delle sue strade, popolate come formicai, si trovano il Deposito Centrale delle Immondizie, Il Dormitorio Pubblico, le Caserme. Gran parte dei suoi fondaci ospitano i raccoglitori di stracci, e coloro che cuociono le interiora dei bovini per farne commercio, assieme al brodo che ne ricavano. E che è gustoso, tuttavia, i sanfredianini lo disprezzano ma se ne nutrano, lo acquitano a fiaschi." Le ragazze di Sanfrediano
A pochi passi dal punto dove sorgeva la dimora fiorentina di Dostoevskij, in un palazzetto abbastanza insignificante che guarda però su Palazzo Pitti, Carlo Levi scrisse Cristo si è fermato a Eboli, opera fondamentale della narrativa italiana del Novecento. Levi era anche pittore, e per non angustiare il lettore con la vista di altre mura, preferisco inserire qui uno dei suoi autoritratti, quello datato 1945, anno di composizione del libro in questione.
Avevo letto quasi tutti i romanzi di Vasco Pratolini da giovane, ancora in Ungheria, e ovviamente in ungherese, e la mia Firenze, la città viva e non fatta solo di meravigliosi monumenti, è rimasta principalmente quella descritta nei suoi romanzi.
"Il rione di Sanfrediano è "di là d'Arno", è quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo; dall'alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l'Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la cura dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine. Quanto v'è di perfetto, in una civiltà diventata essa stessa natura, l'immobilità terribile e affascinante del sorriso di Dio, avvolge Sanfrediano, e lo esalta. Ma non tutto è oro quel che riluce. Sanfrediano, per contrasto, è il quartiere più malsano della città; nel cuore delle sue strade, popolate come formicai, si trovano il Deposito Centrale delle Immondizie, Il Dormitorio Pubblico, le Caserme. Gran parte dei suoi fondaci ospitano i raccoglitori di stracci, e coloro che cuociono le interiora dei bovini per farne commercio, assieme al brodo che ne ricavano. E che è gustoso, tuttavia, i sanfredianini lo disprezzano ma se ne nutrano, lo acquitano a fiaschi." Le ragazze di Sanfrediano
A pochi passi dal punto dove sorgeva la dimora fiorentina di Dostoevskij, in un palazzetto abbastanza insignificante che guarda però su Palazzo Pitti, Carlo Levi scrisse Cristo si è fermato a Eboli, opera fondamentale della narrativa italiana del Novecento. Levi era anche pittore, e per non angustiare il lettore con la vista di altre mura, preferisco inserire qui uno dei suoi autoritratti, quello datato 1945, anno di composizione del libro in questione.

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