mercoledì 1 luglio 2015

Agi Berta, La mia testimonianza

Dalla rivista Articolo 9 

Migrando - L'umanità in cammino 


La mia testimonianza

Sono ungherese e vivo in Italia da 40 anni. Vivo a Napoli. E’ meglio
precisarlo perché esistono tante Italie.

Quando ero arrivata nel lontano 1974, esistevano ancora la cortina di ferro e
le frontiere tra gli stati europei, perciò le impronte nazionali avevano un
peso diverso rispetto all’oggi della globalizzazione. Un’emigrata poco più che
ventenne, che approda in un altro paese perché innamorata di un ragazzo
italiano, ha davanti a sé due opposte spinte: vuole diventare più italiana
degli italiani anche per poter condividere fino in fondo la propria vita con il
futuro marito e, nello stesso tempo, vuole conservare la propria identità, i
propri ricordi, che lentamente finiscono per assumere una valenza quasi
mitica.
Queste due opposte direzioni inevitabilmente mi portavano a situazioni in
qualche modo schizofreniche, a tratti drammatiche, a tratti grottesche, che
solo con il tempo si sono amalgamate nella mia nuova personalità serenamente
sdoppiata. Come non ricordare il mio primo autostop italiano? A 22 anni avevo
girato l’intera Ungheria e la Polonia con questo mezzo economico e, in quei
tempi, del tutto sicuro. Perciò non ebbi dubbi quella volta in cui, andata a
Roma per questioni di documenti, vi rimasi bloccata a causa di uno sciopero dei
treni: sarei tornata a Napoli  con l’autostop. Con pullman raggiunsi la
deviazione del Raccordo Anulare per Napoli.
Non ero serena. Mi venivano in mente gli ammonimenti  di mia suocera circa i
pericoli che correvano le autostoppiste nel Belpaese; non parlavo ancora l’
italiano, comunque speravo di arrangiarmi con l’inglese.  La vista di tante
altre ragazze in fila che cercavano un passaggio mi aveva però tranquillizzato.
Guardavo con un pizzico di invidia queste donne, ben truccate, con vestiti che
mi sembravano bellissimi, un tantino appariscenti per i miei gusti, ma ero
appena arrivata in Italia, tutto mi sembrava eccessivo, ricco, opulento.  Tra
me e me facevo delle riflessioni, forse un po’ moraliste:  di sicuro i miei
jeans logori mi sembravano più adatti all’autostop che non gli abiti succinti,
gli hot pants con gli stivali delle signorine in fila. Non dovetti attendere a
lungo,  che da un spider decappottabile un tizio leggermente calvo, sulla
quarantina  mi chiese:  - Quanto? Porca miseria! Niente di meno qui si paga per
l’autostop! Certo il capitalismo con le sue regole di mercato inquina tutto, se
perfino uno così, visibilmente ricco, vuole un contributo da una ragazza senza
arte né parte come me. Balbettai confusa: - Non capire. Non è gratis…? Devo
dire che mi andò bene. Il mio anonimo automobilista, un napoletano in cerca di
signorine dai facili costumi, di fronte alla mia palese ingenuità, che, con il
senno di poi, definirei totale incoscienza, si comportò da perfetto gentiluomo.
Anzi da padre. Mi portò fino a Napoli e lungo tutta la strada mi fece una
predica in inglese sui pericoli dell’autostop… specie nelle zone “riservate
alle prostitute”.

Poi passarono anni, imparai la lingua, feci un discreto giro di amicizie, mi
laureai e ebbi il mio primo incarico presso un istituto privato della provincia
come esaminatore per l’esame di maturità d’inglese.  Non sapevo che si trattava
di un diplomificio, veramente non avevo nemmeno l’idea che esistessero scuole
del genere e bocciai 11 studenti su 11 perché niente sapevano d’inglese.  Un
fatto mai accaduto in quel istituto. Le minacce del direttore non ebbero
seguito solo perché fu arrestato poco dopo. Beh, sì, l’inizio è stato duro.

Poi vinsi il concorso per inglese ed ebbi la mia prima assegnazione in una
scuola pubblica.  Ormai ero preparata ad affrontare la diversità, però ricordo
ancora lo sgomento che provai alla vista dell’edificio scolastico, che aveva
una struttura sufficientemente grande, ma con le mura screpolate, una
biblioteca piuttosto ampia e ricca, ma tra i volumi, vecchissimi, alcuni
portavano ancora il timbro scuola di avviamento professionale.  A causa della
penuria di banchi e le sedie, dovevamo fare i doppi turni. Ecco, questo mi
sembrava inaccettabile. Nell’Ungheria che avevo lasciato, la scuola era molto
più bella e più ricca che non le case degli studenti che la frequentavano.
Spesso nelle case di campagna mancava l’acqua corrente, ma mai nelle scuole. La
stessa cosa valeva anche per gli apparecchi tv, che negli anni ’60 c’erano solo
in poche case private, mentre tutte le scuole erano dotate di almeno un
televisore.  L’unico canale della tv di Stato, infatti, la mattina trasmetteva
programmi didattici. La struttura scolastica, e in genere la scarsa
disponibilità di denaro degli istituti scolastici italiani, mi lasciavano
interdetta e rafforzavano la mia presa posizione già piuttosto unilaterale e
acritica a favore del socialismo reale; tuttavia furono comunque la scuola, i
colleghi e gli alunni, a farmi avviare davvero il cammino verso il processo di
integrazione. A quell’epoca, si diventava insegnanti con una certa facilità:
dopo la laurea l’offerta di incarichi era abbastanza ampia perché la
popolazione scolastica era ancora in espansione.  Quando vinsi il concorso a
cattedra non avevo nessuna competenza didattica. Per la verità, non ero sola:
ciascuno di noi cercava dentro di sé i modelli di riferimento nel ricordo dei
propri insegnanti migliori. Mi rendevo però conto che, almeno per me, questa
via non poteva funzionare. Io venivo da una società programmaticamente
egualitaria e da un sistema didattico tendenzialmente prussiano, che a
Secondigliano,  uno dei quartieri più degradati di Napoli, non poteva
funzionare. Allora iniziai a seguire i colleghi che più mi ispiravano fiducia,
assistendo alle loro lezioni  dall’ultimo banco come una scolaretta ripetente.
E imparai tanto da loro. Non solo la didattica, ma l’umanità, l’elasticità nei
confronti delle diverse situazioni, la capacità di relazionarsi con i problemi
concreti. Lessi allora Lettera a una professoressa di Don Milani, con decenni
di ritardo rispetto alla pubblicazione del libro. Il suo “non c'è nulla che sia
più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali” divenne un imperativo del
mio approccio con l’insegnamento, tanto da voler cambiare mestiere: feci un
corso per diventare insegnante di sostegno, il lavoro che svolgo ancor oggi.

E imparai anche la lingua. Purtroppo non avevo mai seguito nessun corso,
perciò certi errori grammaticali o di pronuncia li porterò ormai con me fino
alla fine, perché avevo imparato l’italiano cosi… spontaneamente, parlando,
leggendo, studiando. I miei tardivi tentativi di acquisire una più solida
conoscenza grammaticale sono falliti, perché paradossalmente il “mio” italiano,
benché non sempre mi soddisfi,  è diventato una sorta di madrelingua ed è assai
duro agire su categorie grammaticali ormai sedimentate nell’inconscio.

In questo marasma linguistico ci voleva una buona dose di incoscienza per
accettare la proposta editoriale di Uroboros, una piccola casa editrice di
Milano che, avendo apprezzato alcuni miei racconti pubblicati su varie riviste,
avrebbe voluto da me un romanzo. Cosi, nel 2012 è nato Confini incerti, un
romanzo di famiglia che abbraccia quasi 100 anni di storia ungherese.  L’avevo
scritto in italiano per lettori italiani. E ora attendo con ansia e curiosità
la sua traduzione in ungherese. Non sono io a tradurlo, non sarei capace di
farlo. In ungherese ho uno stile piuttosto articolato, lievemente
baroccheggiante, mentre in italiano cerco di mantenermi asciutta, essenziale.
Avevo tradotto parecchie cose: romanzi, poesie, racconti, ma non potrei mai
farlo con un mio scritto, non mi ci riconoscerei.

Vivo e lavoro in Italia da 40 anni, non viaggio più in autostop, sono passata
sul sedile del guidatore. Continuo però a dare passaggi, memore di tutti quelli
che ho ricevuto. Tra gli ultimi, ricordo con emozione il passaggio dato ad un
vecchio rom che per ripagarmi, ad un certo punto aveva tirato fuori il suo
violino suonandomi il Czardas di Monti, la fantastica melodia di stile
ungherese composta da un autore napoletano. Mi è parso allora che gli elementi
della mia anima scissa trovassero composizione.

Agi Berta

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