mercoledì 11 dicembre 2019

MARCIARE O USCIRE DALLA FILA? Per il novantesimo anniversario della nascita di Imre Kertész


MARCIARE O USCIRE DALLA FILA?

Per il novantesimo anniversario della nascita di Imre Kertész

di  11 dicembre 2019

Nato il 9 novembre 1929, Imre Kertész da più di tre anni non è più fra noi. Quando, nel 1975, è stato pubblicato il suo primo romanzo, Essere senza destino (pubblicato in Italia da Feltrinelli, ndr), pensava che «privato di qualsiasi effetto, esso sarebbe rimasto sepolto nello sprofondo ammuffito di una cantina ungherese», e si è rivolto al redattore della casa editrice con l’affermazione assurda: «Mi può salvare solo la fama mondiale». In quell’attimo – scrive nel gennaio del 1995 in un’annotazione nel suo diario – «era un’affermazione tanto assurda quanto era stata la decisione che avevo preso nel 1954 di fare lo scrittore, per giunta un tipo di scrittore qui inimmaginabile perché il suo punto di partenza non è la prammatica, non si adegua alle circostanze locali ma, per così dire, prende la misura dell’eternità».
Se ci pensiamo, la vita di Imre Kertész è una sequenza di assurdità, e le sue opere rappresentano l’analisi di queste assurdità, accompagnata da una severa introspezione. Conclude la stesura di Essere senza destino il 9 maggio 1973, e già alla fine di luglio la casa editrice Magvető ne rifiuta la pubblicazione. Kertész tira le somme e prende in considerazione l’idea di far uscire il manoscritto clandestinamente dal Paese per farlo pubblicare all’estero: la copia originale di quel testo è andata smarrita ma l’autore ne usa alcune parti nel suo secondo romanzo, Fiasco (Feltrinelli, ndr), e la ricostruzione del manoscritto è fra i suoi ultimi lavori.
Lo scrittore vi riassume le circostanze assurde della propria nascita: «quando sono venuto al mondo il Sole era nel segno della più grande crisi economica fino ad allora mai conosciuta, la gente si buttava di sotto dall’Empire State Building, dal turul (l’aquila immaginaria della tradizione ungherese) in cima al ponte Francesco Giuseppe, e da tutti i punti situati in alto dell’intero globo; si gettava nell’acqua, nei precipizi, sul lastricato, a seconda delle possibilità; un capo partito di nome Adolf Hitler mi guardava torvo dalle pagine del suo Mein Kampf, la prima legge antisemita ungherese chiamata numerus clausus si trovava sullo zenit dellamia costellazione prima che il suo posto fosse preso dalle leggi successive. Tutti i segnali terrestri (non so nulla di quelli celestiali) testimoniavano l’inutilità, o meglio l’irragionevolezza, della mia nascita. Ero un inconveniente anche per i miei genitori che stavano divorziando. Sono la manifestazione materiale di qualche incontro amoroso di due persone che non si amavano […]. Figlioletto di mio padre e di mia madre che non avevano più nulla in comune, alunno di un istituto privato dove mi avevano internato mentre loro sbrigavano le pratiche del divorzio; scolaro e piccolo cittadino dello Stato. […] Ero circondato, sovrintendevano alla mia mente: mi educavano. Mi allevavano per eliminarmi, a volte con parole affettuose, altre con rimproveri severi. Non protestavo mai, mi impegnavo a fare il mio meglio: mi lasciavo andare alla nevrosi della buona educazione con languida buona volontà. Ero un membro umilmente impegnato, seppure non sempre perfettamente allineato, della tacita congiura che attentava alla mia vita».
Deve a questa nevrosi della buona educazione se non scappa quando ne avrebbe la possibilità, e sale invece obbediente sul vagone diretto a Auschwitz. L’anno dopo, sempre beneducato, non rimane in nessuno dei Paesi occidentali che gli vengono offerti, sale invece a Buchenwald sul treno in partenza per Budapest, e remissivo, si adatta ancora. Inizia la promettente carriera di giornalista, scrive libretti per commedie musicali di successo; non si ribella e malgrado gli si presenti l’occasione non emigra né nel 1948 né nel 1956.Per decenni abita con Albina Vas, la prima moglie, in un appartamentino di 28 metri quadrati, insufficiente per due persone, che assurge a simbolo di detenzione: prigione e nascondiglio dell’esistenza intellettuale da lui scelta. All’apparenza Kertész si adegua in tutto all’ambiente esterno, alle opportunità che gli si presentano, quando un evento romanzesco (e in seguito anche romanzato) lo costringe a prendere una decisione bizzarra che determinerà il suo destino: giornalista disoccupato, nel gennaio del 1956 il quotidiano Magyar Nemzet gli affida l’incarico di scrivere un articolo sui costanti ritardi dei treni.
Kertész tornava spesso su quest’episodio, lo racconta anche nel suo discorso di Stoccolma (pronunciato nel dicembre 2002 in occasione del ritiro del premio Nobel, ndt). Ed ecco come ha narrato lo scrittore l’episodio in una intervista inedita: «Stavo in un lungo corridoio completamente vuoto e all’improvviso sentii un rumore di passi provenire dall’ala più corta di questo corridoio a L, che naturalmente non potevo vedere. E questi passi scatenarono dentro di me… Di colpo ebbi una visione sul significato di questi passi, i passi che fino a quel momento avevano caratterizzato la mia vita: marciare e marciare in una grande marcia storica cui partecipano centinaia di migliaia, milioni, e o si marcia con la massa o ci si fa da parte. E io decisi di uscire dalla folla in marcia. Vivevo l’esperienza che avrei incontrato in seguito traducendo Nietzsche, ossia enthousiasmòs dionisiaco che in realtà è un’esperienza di massa, e quest’esperienza di massa è l’essenza della dittatura. Una dittatura come quella nazista ocomunista, fatta di continue feste e autoinganno, è capace di trasformare l’odio selvaggio in manifestazioni orgiastiche, e esercita un’attrazione incredibile sulla folla impazzita. L’esperienza dionisiaca ghermisce, e l’uomo abbrancato non se ne esce più perché rinuncia a se stesso, alla sua individualità, diventa parte della massa, si abitua a essa e impara ad amare il caos. Ho capito […] che riconoscendo i pericoli dell’esperienza dionisiaca dovevo operare una scelta, perché mi rendevo conto di quanto fosse facile farne parte. Credo che sia stato un momento esistenziale, comunque in quell’istante fui fulminato dall’idea di dover fare lo scrittore.
In un certo senso era un’esperienza mistica, anche se ovviamente dentro di me qualcosa si stava preparando già da molto tempo: da mesi, persino da anni. Che venne alla luce in quell’attimo. Sentendo il rumore di quei passi dentro di me prese forma quel disegno che fece nascere anche i temi che avrei trattato da scrittore. Nacque quella distanza che sembra caratterizzare i miei lavori, e in quell’attimo ebbi la chiara percezione che il mio dovere era di stare in disparte e di osservare». (Per la cronaca: Kertész scrisse l’articolo commissionato da Magyar Nemzet che fu pubblicato nel giornale l’8 febbraio 1956).
Imre Kertész inizia la sua attività di scrittore autonomo (come figurava per molto tempo sulla sua carta d’identità) in uno spazio in cui la condizione primaria per raggiungere la meta era la rinuncia alla propria identità e corrompersi. A prima vistacontinua ad adattarsi alle circostanze ma va contro il regime: comincia a svolgere il suo lavoro apparentemente assurdo e privo di qualsiasi garanzia di successo di nascosto, praticamente in clandestinità, e devono trascorrere 19 anni prima che possa prendere in mano una copia stampata di un suo libro; inoltre ha sessant’anni quando viene insignito del primo riconoscimento, il premio letterario Attila József.
Il successo giunge tardi, non può più corroderlo né far sì che faccia concessioni, nemmeno a se stesso. Ha sempre considerato naturale l’esilio dello spirito e a esso adattava la propria vita e la sua strategia di scrittore: «Non avrei potuto sopravvivere, superare quelle condizioni di vita, se non mi fossi messo in disparte, se non avessi creato una forma di vita spirituale in cui quel vivere da outsider non fosse stato prima accettabile, e poi anche costruttivo per me. Quindi anche se risulta un paradosso, devo molto agli ultimi quarant’anni, al fatto per esempio che non mi hanno mai considerato uno scrittore, che anch’io mi sentivo un estraneo nel mondo letterario e non ho cercato di farne parte. Tutto questo mi dava una certa prospettiva…»
Citava sovente la definizione di Emerson secondo la quale eroe è colui che non si sposta dal proprio centro. Kertész la traduceva per sé pensando di dover formare prima di tutto la propria personalità, per poi trasformare la sua vita in un’opera. Come recita il risvolto di copertina (ungherese, ndt) di Fiasco: «La mia morale è vivere e scrivere lo stesso romanzo». Scrivere era ineluttabile per lui e la scrittura era anche il suo campo di battaglia dellaconquista e riconquista dell’identità. Kertész in tutte le sue opere parla, fornendone anche degli esempi, della grave responsabilità che pesa su di noi nel definire la nostra vita, su come renderla un destino individuale in ogni tempo, in particolare nelle dittature intente ad appropriarsene, e se la nostra storia può insegnare qualcosa anche ad altri.
L’intera vita e opera di Imre Kertész parla di questa lotta e del suo prezzo, e di quello che possiamo fare delle esperienze acquisite e del carico che ci viene lasciato in eredità. In virtù del destino e delle esperienze di vita, Kertész appartiene a quei pochi che possono esprimersi autorevolmente di due terribili dittature del ventesimo secolo; il valore delle sue opere sta nella testimonianza che in lui non si lega mai soltanto al passato e manda sempre un messaggio esistenziale al lettore. Rimanere un outsider ha avuto il suo prezzo ma gli ha garantito la libertà anche nei momenti storici più tragici, e i suoi libri sono stati concepiti in libertà.
Questo non glielo hanno mai perdonato e lui sarebbe stato dimenticato persino più velocemente dei consueti tempi dell’oblio, se non fosse arrivata la fama mondiale, una nuova svolta assurda, la «catastrofe-fortuna» come era solito chiamare il premio Nobel. È riuscito a completare la sua opera degnamente, malgrado l’aggravarsi della sua malattia che correva in parallelo con il crescente successo – l’ha terminata secondo i suoi parametri, come voleva vederla lui e come voleva che la vedessero gli altri.Tuttavia, e ne era ben consapevole, questa forma nella sua segregazione rimane comunque frammentaria: non solo la sua eredità rivelata (che conosciamo bene o male e con fraintendimenti) è immensa e richiede cura costante, ma la somma delle opere inedite o addirittura dimenticate è di pari volume. L’istituto che porta il suo nome è nato anche per rendere fruibile la parte sconosciuta. Far diventare accessibile quest’opera straordinaria nella sua interezza non è solo rispetto per il morto, ma anche conoscere noi stessi.
Un breve cenno all’attività dell’istituto: è stata posta una targa alla casa dello scrittore in via Török, è stato allestito, secondo la volontà della sua vedova, Magda, il suo monumento funebre, inoltre è iniziata la lavorazione delle opere inedite e la raccolta dei documenti relativi allo scrittore. È disponibile online la raccolta di materiali inerenti e una mostra itinerante è dedicata agli anni fra il 1934 e il 1955 e alla commovente storia della prima moglie di Kertész. Abbiamo appena incominciato il lavoro e abbiamo ancora molto da fare per arrivare anche solo a stimare quanto dobbiamo a quest’artista eccezionale.
***
(Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul quotidiano ungherese Magyar Nemzet il 10 novembre 2019. Articolo di Zoltán Hafner, direttore dell’Istituto Imre Kertész di Budapest. Traduzione di Andrea Rényi)

L'articolo su Flanerì

venerdì 8 novembre 2019

«Apri, ebreo». Una lettura di angosciante attualità

Fino a qualche anno fa il nome di Ulrich Alexander Boschwitz, era praticamente sconosciuto, perché lo scrittore tedesco ebreo per metà perì in un attacco navale a soli ventisette anni, nel 1942, con il suo ultimo manoscritto cucito addosso. Alla fine degli anni Trenta furono pubblicati due suoi libri rispettivamente in inglese e in svedese, ma in Germania acquisì notorietà soltanto l'anno scorso, quando Peter Graf editò il testo tedesco originale e lo pubblicò con Klett Cotta con il titolo Der Reisende (Il viaggiatore) che era già apparso sotto lo pseudonimo John Grane in inglese durante la guerra. Boschwitz lo considerava il suo romanzo migliore, e perfettibile con una buona revisione. Nella sua ultima lettera scritta a sua madre il 10 agosto 1942, prima di intraprendere la traversata in mare, parlò della revisione che stava effettuando a questo libro pubblicato nel 1939 in Inghilterra e nel 1940 in America, ma le correzioni andarono disperse e l'autore fu dimenticato, malgrado gli sforzi compiuti da Heinrich Böll per mantenere viva la sua memoria e i suoi libri sugli scaffali delle librerie. Un giorno di qualche anno fa la nipote di Boschwitz fa leggere il romanzo all'editore Peter Graf che rimane colpito al punto da assumerne personalmente la cura e da scrivere una pre- e una postfazione a quella che considera probabilmente la prima elaborazione letteraria della Notte dei Cristalli e delle sue immediate conseguenze.

Il protagonista è un ricco commerciante ebreo tedesco di nome Otto Silbermann che all'inizio della trama cerca di rassegnarsi al fatto che Becker, il suo socio e presunto amico dichiaratamente nazionalsocialista, che a causa delle leggi razziali è stato costretto a nominare titolare della sua impresa, lo sta depredando. Siamo nei giorni immediatamente dopo i pogrom che gli storici chiamano la Notte dei Cristalli per le vetrine frantumate dei negozi. Secondo i calcoli dello storico e scrittore Saul Friedländer fra il 9 e l'11 novembre 1938 i nazisti distrussero 267 sinagoghe e 7500 negozi di proprietà ebraica, uccisero novantuno persone e centinaia commisero suicidio o morirono a causa delle ferite subite durante i tumulti. Trentamila furono internati in campi concentramento.
«Apri, ebreo». Una lettura di angosciante attualità
La situazione peggiora quando qualche ora più tardi un altro conoscente, Findler, offre una cifra irrisoria per l'acquisto della casa che Silbermann intende vendere per lasciare la Germania, e la trattativa viene interrotta bruscamente dall'arrivo di un gruppo di nazisti che devastano l'appartamento. Silbermann intraprende un viaggio interminabile per la Germania, prende un treno dietro l'altro scappando di città in città, sempre più affranto, perdendo tenuta e dignità. Abituato allo stile di vita dell'alta borghesia e privo di quella flessibilità che le circostanze estreme richiedono per la sopravvivenza, cade sempre più in basso fino a perdere il senno.
«Apri, ebreo». Una lettura di angosciante attualità
Nel corso dei suoi spostamenti si imbatte nei rappresentati più vari della società tedesca, in ordinari nazisti e impiegati simpatizzanti, in persone pronte ad aiutarlo, esponenti dei più disparati ceti sociali, e in ebrei terrorizzati. Gioca a scacchi con un nazista che trova umano, flirta con una bella ariana che tenta di confortarlo, e stabilisce rapporti ambigui con altri ebrei che teme e avverte come un pericolo per sé. In questo modo Boschwitz mette in risalto l'aspetto sconfortante della poca solidarietà anche fra gli ebrei colpiti da provvedimenti tragici, in imminente pericolo di vita, e la loro speranza di potersi salvare da soli. Silbermann è perseguitato ingiustamente ma non è un eroe, è un uomo pieno di difetti, lui ne è consapevole, e se ne vergogna pure.

L'ebreo assimilato Silbermann che fino a poco tempo prima era un membro rispettabile e rispettato della società tedesca, veterano della Prima guerra mondiale e proprietario di beni considerevoli, si dibatte tra incredulità, speranza e sconforto. Non ha dato retta ai primi segnali allarmanti, ai quali ha dato seguito invece suo figlio che lui infatti sta tentando di raggiungere a Parigi. Sua moglie ariana si rifugia invece nella propria famiglia d'origine conquistata dalle idee naziste, quindi disposta ad aiutarlo. Silbermann non può più ingannarsi: la sua vita è andata a pezzi, ed è qualcosa che la sua mente avvezza a una vita stabile, sicura, e la sua psiche di persona scaltra solo negli affari ma non malleabile, non sono in grado di sopportare.

L'anno scorso la pubblicazione de Il viaggiatore in Germania, a 80 anni dalla sua nascita, si è rivelata un caso letterario, paragonato alla Novella degli scacchi di Stefan Zweig e a Essere senza destino di Imre Kertész. Il romanzo è intessuto di elementi biografici, di una profonda consapevolezza degli eventi storici e di una certa preveggenza. D'altronde Boschwitz stesso era vittima delle persecuzioni razziali e per evitare il peggio si stabilì all'estero già nel 1935. Ed è uno dei rari scritti che narrano il processo stesso, non solo gli effetti, della distruzione di un essere umano, in questo caso di un ebreo. Con il ritorno sempre meno velato dell'antisemitismo nella nostra società Il viaggiatore di Ulrich Alexander Boschwitz (pubblicato da Rizzoli nella traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli) è oggi una lettura necessaria di triste, angosciante attualità. 

---
L'articolo su SUL ROMANZO

giovedì 7 novembre 2019

ORBÁN, UN PRECURSORE DEL “BRAVE NEW WORLD” CHE POTREBBE ATTENDERCI

A proposito di “Orbán. Un despota in Europa” di Stefano Bottoni


«Come riesce un giovane ungherese di provincia a diventare il dominatore incontrastato della scena politica interna e uno degli uomini più discussi d’Europa? Perché trasforma l’Ungheria in un laboratorio illiberale? Come costruisce e rafforza il consenso interno al suo sistema? Quale partita geopolitica gioca stretto fra le alleanze continentali e le potenze globali? E non da ultimo: perché la democrazia liberale è implosa in Ungheria prima che altrove nell’Unione Europea?».
A queste ed altre domande risponde Orbán. Un despota in Europa (Salerno Editrice, 2019) un saggio accurato, analitico e allo stesso tempo sintetico, dello storico italo-ungherese Stefano Bottoni. Con un linguaggio fluido, trasparente, e scevro da ogni politichese, organizzato in nove capitoli, dotato di una ricca bibliografia e di una indispensabile e molto ben congegnata prefazione, il volume si sviluppa lungo il discorso complesso sul fallimento dell’occidentalizzazione politico-culturale della società ungherese. Ne tratta ogni singolo aspetto come per esempio il controllo sociale delle autorità locali, il ruolo di condottiero spirituale assunto da Orbán, l’interdipendenza della politica europea, la questione migratoria, quella dei rom, della massiccia emigrazione degli ungheresi, in particolare dei giovani, e del rapporto del potere con il mondo ebraico.
Assumendosi l’impopolare compito dell’Orbán-Versteher, «colui che lo critica senza sconti evitando condanne a prescindere», Bottoni ricostruisce la storia ungherese dalla caduta del Muro in poi, presenta il ritratto dell’uomo Viktor, descrive le sue trasformazioni «convinto che la sfida politica e culturale che il sistema Orbán rivolge al mainstream europeo richieda da parte dei suoi avversari uno sforzo di analisi che si sono fino ad ora risparmiati di avviare». Naturalmente il libro offre anche una panoramica degli avversari politici e le ragioni delle loro sconfitte: quadri che vengono trattati senza partigianerie e mistificazioni.
L’autore mette a fuoco la diversità di Orbán rispetto agli altri dissidenti dell’Est che agivano da testimonianza morale, mentre il leader magiaro puntava fin da subito alla conquista di un spazio egemone tramite attività razionali. Chiarisce il ruolo del sistema elettorale misto, maggioritario e proporzionale, che già ben prima dell’avvento del Nostro favoriva i partiti di maggioranza relativa. Sottolinea l’importanza del fattore tedesco e prende in esame il passaggio della politica di Orbán da filoatlantica a filorussa.
E narra la storia intrigante del suo sodalizio con Lajos Simicska, proprietario di un impero mediatico, e le conseguenze della fine della loro collaborazione gomito a gomito. Bottoni delinea tutti gli elementi e le circostanze che hanno contribuito, a partire dal 2010, a tre vittorie elettorali consecutive di Viktor Orbán. Successi e mantenimento dei voti dovuti in gran parte alla straordinaria coesione del gruppo dirigente e della base di Fidesz, il suo partito, che quindi ha permesso di porre fine all’imperfetta democrazia postcomunista e ha generato il sesto modello autoritario ungherese in appena un secolo, il cosiddetto NER, acronimo che in italiano sta per Sistema di cooperazione nazionale.
Stefano Bottoni, già autore di numerose pubblicazioni, è stato testimone diretto, oculare, del processo politico ungherese. Fino a qualche mese fa era anche membro dell’Accademia delle Scienze Ungherese, e quando il governo con un decreto mise sotto controllo l’attività, il budget e i temi di ricerca dell’Accademia, partecipò attivamente alle proteste, abbandonando l’Accademia per andare a insegnare Storia dell’Europa Orientale Firenze, quando si rese conto che le proteste non avrebbero portato frutti.
Con questo libro fornisce un contributo essenziale per la storiografia del modello Orbán, che propugna un’idea alternativa di Europa rendendosi l’avamposto della crisi della democrazia liberale. Sono questioni che ci riguardano molto da vicino, lo testimoniano queste parole pronunciate dal capo di governo ungherese pochi mesi fa: «Nel 1990 l’Europa era il nostro futuro, ora siamo noi il futuro dell’Europa».
Orbán. Un despota in Europa è l’analisi comparata del passato recente, il lucido racconto della nascita di un regime autocratico nel cuore della democrazia europea che credevamo inscalfibile; in poche parole un case study fondamentale non solo per comprendere che cosa è successo e sta succedendo in Ungheria, ma per acquisire consapevolezza dei limiti dei nostri sistemi politici, e per capire che potrebbe accadere anche altrove.
(Orbán. Un despota in Europa, Stefano Bottoni, Salerno Editrice, 2019, 304 pp., euro 19, articolo di Andrea Rényi)

----
L'articolo su Flanerì

giovedì 10 ottobre 2019

IPOTESI DI UNA BIBLIOTECA UNGHERESE Ovvero cosa si perde il lettore italiano

IPOTESI DI UNA BIBLIOTECA UNGHERESE

Ovvero cosa si perde il lettore italiano

di  10 ottobre 2019
Copertina di Peter Nádas
L’ungherese è una lingua agglutinante, del sottogruppo ugrico delle lingue ugro-finniche; lingua madre di circa tredici milioni e mezzo di persone fra Ungheria e paesi confinanti: si tratta della lingua non indoeuropea più parlata in Europa. È ricca, capace di esprimere anche le sfumature più sottili, con una produzione secolare di eccellente letteratura e poesia, sorprendentemente versatile e musicale. Possiamo parlare di letteratura ungherese già nel Duecento, e risale al 1367 la fondazione della prima università ungherese a Pécs.
La curiosa storia della fortuna della letteratura ungherese in Italia richiederebbe uno studio a parte, e poiché esistono scritti approfonditi di validi specialisti sul tema, desidero mettere in risalto solo un criterio determinante nella scelta degli editori italiani: la disponibilità del libro che si intende far tradurre in italiano in qualche lingua veicolare. In caso contrario l’editore, solitamente non in grado di leggere in ungherese e nemmeno coadiuvato da un esperto in lingua e letteratura ungherese in casa, si deve affidare completamente a chi il libro glielo ha suggerito, e al traduttore, figure che a volte coincidono. Una preziosa eccezione è rappresentata dalle Edizioni Anfora perché Mónika Szilágyi, la direttrice editoriale, è una italo-ungherese esperta di quella letteratura.
Negli altri casi una ulteriore limitazione è rappresentata anche dalla stessa lingua veicolare perché si tratta prevalentemente del tedesco, mentre le traduzioni in inglese, francese o spagnolo sono decisamente meno numerose. Questa e altre difficoltà di cui non parlo qui per non tediare il gentile lettore, fanno sì che nelle librerie italiane ci siano sempre pochi titoli ungheresi. Ed è un vero peccato, perché la narrativa, la saggistica e la poesia ungheresi si vantano di una vasta serie di opere che il lettore italiano saprebbe ben apprezzare. Questo scritto desidera presentare, senza pretesa di completezza e, al contrario, tralasciando sicuramente molti libri ugualmente se non addirittura più meritevoli, alcuni titoli che potrebbero o addirittura dovrebbero trovare posto sugli scaffali delle librerie italiane. Una scelta arbitraria, l’ipotesi di una piccola biblioteca di autori contemporanei. Non includo opere classiche per motivi di spazio, anche se ce ne sarebbero numerose belle e molto interessanti, mondi che troverebbero sicuramente una buona accoglienza.
Fortunatamente ci sono autori ungheresi contemporanei o del secondo Novecento già ampiamente tradotti in italiano, fra questi il premio Nobel Imre Kertész, Sándor Márai, Magda Szabó, Péter Esterházy, e qualcosa anche di László Krasznahorkai, molto apprezzato all’estero e insignito del Man Booker Prize. Péter Nádas, in odore di Nobel da anni, aveva avuto un breve periodo luminoso con ben cinque opere nelle librerie italiane, scomparse però per sfortunate vicende editoriali. Nádas aspetta di essere riscoperto, la sua straordinaria scrittura è un bene dell’umanità, e spero ardentemente che insieme a tante sue opere un giorno sarà disponibile anche in italiano il suo indiscusso capolavoro monumentale del 2005, Párhuzamos történetek (Storie parallele).
Altre autrici e altri autori vivi e fortunati in patria, tradotti anche in più lingue, hanno visto la luce con uno o due titoli in Italia, come per esempio Zsuzsa Rakovszky, Noémi Szécsi, Edina Szvoren, Miklós Vámos, László Darvasi, György Konrád, György Dragomán, György Spiró, Ádám Bodor, Róbert Hász, Imre Oravecz e Attila Bartis (i nomi sono rigorosamente in ordine sparso), ma altri loro titoli aspettano pazientemente la traduzione italiana. Esiste poi un nutrito gruppo di autori mai approdati in Italia, che con una opportuna promozione (che purtroppo manca spesso quando si tratta di libri ungheresi) potrebbe facilmente conquistare i lettori italiani.
Nessuno dei bei romanzi di Pál Závada ha trovato ancora la strada per l’Italia, eppure quest’autore piuttosto prolifico è una garanzia di temi impegnati, qualità letteraria e godibilità, e quindi di successo anche commerciale, in Ungheria. Il suo romanzo Hajó a ködben (Nave nella nebbia), che narra la storia in parte fedele in parte fittizia delle Industrie Manfréd Weisz, il più grande impero industriale ungherese prima della Seconda guerra mondiale, è uscito da poco, ed è già ai primi posti nelle classifiche, come d’altronde era accaduto anche con diversi suoi titoli precedenti. Un impero posseduto da una cinquantina di persone, per lo più ebrei convertiti al cattolicesimo, che nel 1944 fra accordi con gli occupanti nazisti tedeschi tentano di sopravvivere.
Copertina di La pallottola che uccide Puskin di Péterfy
Dopo Halál Budán (Morte a Buda), romanzo a forti tinte sulla storia di Michele d’Aste, il barone italiano morto durante l’assedio e la liberazione di Buda dai turchi nel 1686 all’età di trent’anni; dopo Kitömött barbár (Il barbaro impagliato), che vede protagonista Angelo Soliman, il primo Venerabile africanoGergely Péterfy è di nuovo nelle classifiche magiare con il suo A golyó, ami megölte Puskint (La pallottola che uccise Puškin), la cronaca di un amore fuori dal comune. Anche Péterfy è un romanziere di grande talento, capace di creare un amalgama affascinante fra Storia e fantasia.
Ferenc Barnás non è particolarmente prolifico, passano anni fra una sua pubblicazione e l’altra. Il suo A kilencedik (Il nono), tradotto in inglese e tedesco, presta la voce a chi non ce l’ha, a chi vive in miseria. In questo caso in pieno socialismo, nel 1968. Un ritratto indimenticabile della povertà come condizione umana.
Prima di proseguire con la presentazione di altri titoli, vorrei fare un breve cenno alla ricchissima letteratura ungherese per l’infanzia. Una miniera inesauribile, che coltiva degnamente l’eredità dei Ragazzi di via Pál di Ferenc MolnárFra i tanti autori validi faccio solo due nomi, quelli di Judit Berg e di Dániel Varró, che da molti anni coltivano il genere con ottimi risultati, anche grazie alle illustrazioni, un campo in cui l’Ungheria è alla avanguardia.
Anche le novelle occupano uno spazio molto importante nella letteratura ungherese. Fra i tanti che coltivano questo genere una dei migliori è Krisztina Tóth, poetessa e autrice anche di libri per bambini. Da tempo fra i protagonisti dello scenario letterario nazionale, le sue raccolte sono sempre molto apprezzate dalla critica e dal pubblico. Quest’anno è uscito Fehér farkas (Lupo bianco), un volume di storie catartiche, istanti rubati alla quotidianità che riflettono sul presente politico e sociale.
Fin qui si è parlato di autori di prima fila con una ricca produzione e quotati anche al di fuori dei confini nazionali perché tradotti almeno in tedesco, qualcuno persino in più lingue. Tuttavia vale la pena dare un’occhiata anche all’esordiente Dénes Krusovszky, un caso letterario con il suo Akik már nem leszünk sosem (Quelli che non saremo mai più) con una trama che attraversa generazioni e confini. Un uomo muore in un incidente stradale ad Iowa City nel 1990. Dopo una lite un giovane riparte da Budapest per la sua città natale nel 2013. In una casa di cura nel 1986 un infermiere registra le confessioni di un malato. Nel 1956 una manifestazione a favore della rivoluzione in una città di provincia si trasforma all’improvviso in un pogrom. Nell’estate del 2013 una notte di nozze subisce una svolta inaspettata. Nel 2017 queste tessere compongono un mosaico inconsueto.
A proposito di esordienti: nel 2001 una piccola casa editrice specializzata in letteratura ebraica ungherese pubblica il primo romanzo di Álmatlanság (Insonnia) di Lea Polgár, in seguito tradotto in tedesco, che è una ricostruzione plastica, quasi cinematografica dell’assimilazione degli ebrei ungheresi fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento attraverso una storia d’amore, offrendo una panoramica di quella società che pochi decenni più tardi in gran parte fece una tragica fine. Quegli ebrei assimilati formavano quasi interamente la borghesia e l’intellighenzia ungherese.
Copertina di Ripityom di Vaijda
In conclusione desidero segnalare qualche titolo sparso: non sono bestseller e gli autori non sono fra i più acclamati, ma la loro lettura non solo arricchisce e intrattiene, ma avvicina anche molto alla comprensione dell’Ungheria e della Mitteleuropa in determinanti periodi storici. Il primo è Ripityom di Pierre Vajda, la biografia molto ben raccontata di uno dei più grandi attori teatrali e cinematografici magiari, Pál Jávor, il Clarke Gable nostrano, e il sottofondo è la società e la storia dal primo Novecento fino agli anni Cinquanta. Un tipico destino magiaro, con il titolo onomatopeico che simboleggia il ballo estenuante fino allo svenimento, e anche fare qualcosa o qualcuno a pezzi. Balatoni nyaraló (Casa di villeggiatura al Balaton) di Rudolf Ungváry narra invece le vicende intorno a una casa di villeggiatura di borghesi cattolici in collina sopra il lago dall’Ottocento in poi, con figure fittizie e altre realmente esistite. Una docufiction ben riuscita, pronta anche per essere portata sugli schermi.
Csengőfrász (Shock da campanello) di Dániel Cserhalmi inquadra gli anni del terrore comunista, i primi anni Cinquanta, quando il suono del campanello di casa allarmava tutti, perché poteva essere la polizia politica, con conseguenze anche tragiche.
Amerigo Tot di Péter Nemes narra la vita avventurosa e in gran parte trascorsa in Italia, dello scultore ungherese Amerigo Tot, partigiano della Brigata Garibaldi, amico di Guttuso, Moravia, Morricone, uomo al centro della vita artistica di Roma con atelier in via Margutta, e anche attore cinematografico.
Budapesti Barokk (Barocco di Budapest) di Mihály Dés, prematuramente scomparso un paio d’anni fa, è un vertiginoso carnevale dolceamaro nella capitale magiara di fine Novecento.
Infine segnalo un libro esile nato negli anni Ottanta, ristampato di recente e tradotto in più lingue, dalla penna di un grande traduttore, redattore e lessicografo morto di recente.  A boldogtalan sorsú Rudolf trónörökös (Rodolfo, l’erede al trono dal destino infelice) di István Bart narra i fatti di Mayerling senza edulcorare nulla e nessuno, meno che mai i due tragici amanti, in modo convincente nei contenuti e nello stile.
Altri titoli e altri autori potrebbero ancora menzionati ma forse il lettore si è già convinto che la letteratura ungherese merita attenzione. Perché questa conclusione era lo scopo di questo scritto al contempo corto e lungo.

Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn

Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn

Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn«Sono un devoto, di più, un fanatico della memoria degli sconfitti e rivendico con tutte le mie forze la dignità della disfatta» è il filo conduttore lungo il quale si dipana la narrazione storica e culturale d'Israele a cavallo fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta, vista con gli occhi di un giovane ebreo polacco che in Israele da adolescente diventa adulto.
L'antisemitismo non è mai stato estirpato nell'Europa dell'Est, neppure l'immane tragedia della Shoah lo ha cancellato, lo ha solo ammutolito per una manciata di anni. In Polonia il pogrom uccide di nuovo già nel 1946, e i moti studenteschi del 1968 lo risvegliano dal letargo: alcuni leader sono di origine ebrea, in generale gli ebrei sono ritenuti sionisti e revisionisti, e la rinata campagna antisemita costringe circa quindicimila ebrei polacchi a emigrare. Fra loro lascia la terra natale la famiglia Goldkorn, comunisti sionisti che scelgono Israele, un Paese giovane che sta vivendo l'euforia delle conquiste della guerra dei sei giorni dell'anno prima. Questo è il punto di partenza del libro decontestualizzato e caleidoscopico di Wlodek Goldkorn, scrittore e giornalista multilingue, autore già di un romanzo italiano di grande successo, Il bambino nella neve, di cui L'asino del Messia (Feltrinelli) è il seguito ideale.
Approdato sedicenne nella terra promessa, per Włodzimierz, Vladimir in polacco in onore di Lenin, e aspirante Asher (Felice) divenuto subito cittadino d'Israele, inizia il confronto fra aspettative e realtà, ossia fra il deserto simbolo della speranza, dell'ideale sionista e della patria nuova per gli ebrei dell'Europa Orientale, e i boschi della madrepatria che ricordano la persecuzione degli ebrei perché lì cercavano rifugio e lì venivano catturati. Un ebreo della diaspora che porta con sé lo yiddish, che chiama “la lingua assassinata” perché in Israele considerata la lingua di una cultura legata a un passato tragico, di zombie che «minacciavano di contagiare i ragazzi che a piedi nudi calpestavano la terra su cui costruire una patria nuova e sanissima».
Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn
La famiglia Goldkorn subisce il declassamento in sorte agli emigrati che vengono da condizioni elitarie, e il tipico capovolgimento dei ruoli: i figli si inseriscono più rapidamente e più facilmente nella nuova vita e nella nuova lingua, e diventano loro il sostegno dei genitori. Dopo l'entusiasmo iniziale seguono anni di disillusione, Israele perde la verginità e l'autore racconta la storia del conflitto arabo-israeliano senza infingimenti. Tuttavia l'amore per Israele resiste, semmai la fede nel sionismo subisce qualche smacco. E rimane la passione per le due lingue dell'ebraismo con le rispettive letterature cui in questo libro Wlodek Goldkorn erige un affascinante monumento. Dozzine di pagine offrono saggi della migliore letteratura yiddish altrimenti poco accessibile, e l'autore avvicina autori israeliani già ben noti che però presenta in forma inedita. Ho trovato molto curiosa e illuminante la vicenda di Siakh lokhamim, la conversazione dei combattenti, di Amos Oz, per citarne una.
Un'opera perfettamente compiuta. “L'asino del Messia” di Wlodek Goldkorn
L'asino del Messia risulta un libro raffinatamente inafferrabile fin quasi all'ultimo. Mi spiego meglio: sono tutte limpide e perfettamente comprensibili le tante storie che lo compongono a partire della molto ben riuscita narrazione di un sogno (raccontare i sogni è una delle imprese più difficili in letteratura) al viaggio in Polonia. Ognuna ha un capo e una coda e il lettore può gustarle come aneddoti o stralci di un libro di Storia o di sociologia, con una sempre discreta presenza autobiografica. Tutto molto scorrevole, anche le tragedie pur commovendo conservano una certa nobile serenità e superiorità, e il giudizio di condanna, laddove è presente, non si trasforma mai in rabbia, eppure i motivi non mancherebbero.
Leggendolo si impara tanto, è una delle non molte letture che ampliano davvero l'orizzonte del lettore senza usare toni accademici, tuttavia fino alla scoperta del significato del titolo e all'episodio che porta Wlodek Goldkorn sulla tomba di Ben Gurion non provavo la sensazione di un solido insieme filosofico e spirituale. Dopo sì, L'asino del Messia è un'opera perfettamente compiuta. Non voglio rovinare le bellissime sorprese con uno scialbo riassunto di quello che attende il lettore, anticipo solo un dettaglio non indifferente: fra i tanti personaggi seducenti che popolano le pagine del libro c'è anche l'amico paterno dell'autore, Zygmunt Bauman, e uno dei più grandi della Resistenza ebraica, Marek Edelman. Per me anche solo per loro due il libro meriterebbe la massima considerazione, figurarsi il resto.
L'originale dell'articolo su SUL ROMANZO

mercoledì 10 luglio 2019

Che cos’è la traduzione secondo Vladimir Nabokov

«Chi desidera tradurre in un'altra lingua un capolavoro letterario, ha un unico dovere da rispettare: riprodurre con assoluta esattezza l'intero testo, e nient'altro che il testo. Il termine “traduzione letterale” è tautologico dal momento che qualsiasi altra cosa non è una vera traduzione ma un'imitazione, un adattamento o una parodia.»

L'attività di Vladimir Nabokov, autore che ritengo superfluo presentare, si dispiegava in tre ambiti: scrittura, entomologia e traduzione. Nella collana fondata da Emilio Mattioli che tanta cura e attenzione aveva dedicato alle questioni riguardanti la traduzione, curata ora da Antonio Lavieri, docente universitario traduttologo e traduttore lui stesso, Mucchi Editore ha appena pubblicato la raccolta dei testi inglesi (tradotti in italiano), in cui Vladimir Nabokov dispiega le sue teorie sulla traduzione. Il volume riunisce per la prima volta gli otto testi di Nabokov, e comprende anche l'articolo del critico letterario americano Edmund Wilson, imprescindibile per comprendere la risposta del nostro autore. Il titolo Traduzioni pericolose si riferisce probabilmente al clamore suscitato dalle idee di Nabokov, e alla fine dell'amicizia fra lui e Wilson a causa delle loro divergenze di vedute (e non solo), esplose intorno alla traduzione di Onegin. Il volume è curato dalla traduttrice e ricercatrice Chiara Montini, docente di letteratura francese e studiosa di genetica testuale, multilinguismo e traduzione. Chiara Montini è anche l'autrice della lineare e imprescindibile introduzione ai testi nabovokiani che permette al lettore di orientarsi fra gli articoli esponendone le premesse e offrendone un preciso sommario.
  
Vladimir Nabokov vaticinava di entrare nel Gotha dei letterati immortali con due opere: Lolita e la sua traduzione di Eugenio Onegin di Puškin. Con due storie di abusi quindi, la prima su una minorenne, la seconda in quanto la traduzione in sé è considerata un abuso sul testo originale. Lolita oggi è reputato uno dei capolavori della letteratura mondiale, mentre la traduzione di Eugenio Onegin (in seguito EO) seppure periodicamente ripubblicata, è ritenuta ormai solo un testo di interesse culturale e di studio.
Trilingue – inglese, russo e francese – si può dire dalla nascita, Nabokov inizia a tradurre all'età di sette anni. Traduce Colas Breugnon di Romain Rolland, Alice in Wonderland di Lewis Carroll, poeti francesi e inglesi fra i più grandi, tutto in russo, come anche i suoi primi romanzi e racconti nascono in russo sotto lo pseudonimo di Vladimir Sirin. Comincia a tradurre dal russo all'inglese nel 1940 quando, approdato in America, inizia a insegnare letteratura all'università e le traduzioni già disponibili di certi classici russi non lo soddisfano. EO sarà la sua ultima traduzione, di cui la prima edizione uscirà nel 1964, la seconda, da lui riveduta, undici anni più tardi, nel 1975. In seguito collaborerà solo alla traduzione delle proprie opere con traduttori selezionati, rigorosamente di sesso maschile, perché «sono dichiaratamente omosessuale in materia di traduttori».
Che cos’è la traduzione secondo Vladimir Nabokov
Nabokov affronta EO riesumando il principio della letteralità, della assoluta fedeltà al testo, che per la traduttologia moderna palesa il fallimento del traduttore, e per giunta richiede note in abbondanza. Ne scaturisce un'opera di un’inaudita voluminosità: quattro volumi, millecinquecento pagine che nega la “scorrevolezza”, criterio oggi fondamentale, e aborrisce la teoria diffusa, secondo la quale una buona traduzione è quella che non presenta le tracce del trapianto da una lingua all'altra. «Non ha tutti i torti Wilson quando afferma che nella sua traduzione di EO, Nabokov impedisce a se stesso “di dare libero sfogo alle sue capacità”», asserisce difatti Chiara Montini nella sua Prefazione. Dalla grande varietà di temi toccati provo a estrapolare qualche cenno andando di capitolo in capitolo. Il primo riporta L'arte della traduzione. Testi e poesie del 1941, e ne cito un passaggio che ho trovato particolarmente indicativo sulla figura del traduttore auspicata dal nostro Nabokov.
«A parte gli emeriti imbroglioni, i benevoli imbecilli e i poeti impotenti, esistono, grossomodo, tre tipi di traduttori. Questo non ha nulla a che vedere con le mie tre categorie del male – ignoranza, omissione, adattamento – anche se chiunque rientri in una delle tre tipologie può commettere errori simili. I tre tipi sono: lo studioso che desidera ardentemente che il mondo possa apprezzare quanto lui le opere di un ignoto genio; la scribacchina dalle buone intenzioni; e lo scrittore professionista che si rilassa in compagnia di un confratello straniero. Possiamo dedurre ora i requisiti che deve possedere un traduttore per poter fornire una versione ideale di un capolavoro straniero. Prima di tutto, deve avere altrettanto talento dell'autore che sceglie, o per lo meno lo stesso tipo di talento dell'autore che sceglie... Come secondo requisito, occorre una conoscenza perfetta delle due nazioni e delle due lingue e una dimestichezza perfetta dei dettagli che si riferiscono al comportamento e ai metodi del suo autore anche al contesto sociale delle parole, ai loro usi, alla storia e alle associazioni con l'epoca. E questo ci porta al terzo punto: oltre al genio e alla conoscenza il traduttore deve possedere il dono dell'imitazione ed essere capace di recitare, per così dire, la parte del vero autore impersonandone i vezzi di comportamento e di linguaggio, i modi di fare e i pensieri, con il massimo grado di verosimiglianza.»


Questo capitolo comprende anche i versi ironici, impietosi, eppure non privi di sensibilità, ai quali Nabokov dà il titolo Pietà per il grigio traduttore, scritti nel 1952.
Molto ingegnosa la sua metafora della traduzione come movimento a V: «giù per uno stelo e su per un altro. Questa è vera traduzione.» Il vero traduttore «dovrebbe ricevere somme principesche per il suo lavoro. Svarioni e cantonate dovrebbero essere puniti con multe salate; riaggiustamenti e omissioni coi ceppi.»
Il secondo capitolo si occupa dei problemi di traduzione dell'Onegin in inglese ed esordisce con la pertinente, splendida poesia tradotta da Enzo Siciliano per il volume Poesie pubblicato nel 1962 per Il Saggiatore. Anche in questo testo, scritto nel 1954 e pubblicato per la prima volta nel 1955, Nabokov esprime la sua totale disapprovazione della cosiddetta “scorrevolezza” come pregio di una traduzione. La sua idea di onestà nel tradurre EO prevede una traduzione non in rima, perché impossibile, corredata però con note esaustive e il senso assolutamente letterale del poema. Espone il minuzioso elenco dei problemi incontrati, andando a fondo in ogni anche trascurabile dettaglio.
Il terzo testo del volume è la prefazione a A Hero of Our Time.
«Il lettore inglese dovrebbe essere consapevole che lo stile della prosa di Lermontov in russo è inelegante, è secco e scialbo, è lo strumento di un giovane energico, incredibilmente dotato, veementemente onesto, ma inequivocabilmente inesperto. Il traduttore deve restituirlo fedelmente, per quanto possa essere tentato di compensare le mancanze ed eliminare le ridondanze.»

Il cammino servile. Ancora sulla traduzione di Onegin in inglese a lavoro concluso è il titolo del quarto capitolo, mentre il quinto, del 1964, si intitola Smartellando il clavicordo ed è la bocciatura della traduzione di EO da parte di Walter Arndt. Sono pagine e pagine di meticolose contestazioni di una traduzione acclamata dalla critica e vincitrice della metà del premio di traduzione Bollingen a Yale nel 1963. Nabokov la giudica invece il prodotto di ignoranza e presunzione.
Il sesto testo è Prefazione a Eugene Onegin, del 1964, il settimo è l'articolo del 1966 intitolato Risposta ai miei critici. Nabokov non ha mai reagito alle recensioni, positive o negative che fossero, dei suoi romanzi. «Se invece le critiche ostili non si rivolgono a quegli atti di fantasia, ma a un'opera di riferimento concreta come la mia traduzione annotata di EO, allora entrano in gioco altre considerazioni. Contrariamente ai miei romanzi, EO possiede un risvolto etico, elementi morali e umani. Riflette l'onestà o la disonestà, l'abilità o la negligenza di chi l'ha compilato. Se mi viene dato del cattivo poeta, sorrido; ma se invece mi viene dato dello studioso mediocre, allungo il braccio verso il mio dizionario più grosso.»

LEGGI ANCHE – I più grandi capolavori del XX secolo secondo Vladimir Nabokov


L'articolo è una riposta molto articolata e piuttosto polemica a Lo strano caso di Puškin e Nabokov di Edmund Wilson, apparso su «The New York Reviews of Books» nel 1965, che nel nostro libro è riportato in appendice. Uno dei più importanti critici letterari americani, Wilson era stato il mentore di Nabokov al suo arrivo negli Stati Uniti, e i due per un quarto di secolo avevano coltivato un'amicizia che si può definire stretta. Tuttavia, per motivi indipendenti dalla traduzione di EO, covava già della brace sotto la cenere. Lo scambio che non risparmia colpi anche bassi segna la fine dell'amicizia, come racconta Alex Beam in The Feud. Vladimir Nabokov, Edmund Wilson, and the End of a Beautiful Friendship (Pantheon Books, 2016).
L'ultimo, l'ottavo articolo, Sull'adattamento, del 1969, verte sulla traduzione letterale di una bella poesia di Mandelštam, pubblicata in una raccolta di Olga Carlisle Poets on Street Corners.


Questa pubblicazione rivolta principalmente a chi si occupa di traduttologia, aggiunge documenti fondamentali tradotti in italiano per la prima volta sui principi e sui sistemi che hanno guidato Vladimir Nabokov nelle sue traduzioni. Rappresentano un certo interesse anche per chi voglia solo integrare il quadro del Nabokov scrittore, perché in essi lui dà voce ai suoi gusti letterari spesso sorprendenti, e perché i suoi testi offrono un ricco contributo alla conoscenza della letteratura e della scrittura in generale.
L'articolo su SUL ROMANZO