martedì 9 aprile 2013

Federico Sollazzo, Ungheria, Europa, 2013


federico sollazzo
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ornab, primo ministro ungherese
[10] In Ungheria, Paese in cui vivo da tre anni insegnando presso l’Università di Szeged, proprio in questi giorni il Parlamento, guidato per due terzi dall’attuale partito di Governo Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, ha approvato una riforma costituzionale che segna, di fatto, un golpe bianco.
Si palesano così tutti i limiti di una democrazia ridotta a mero meccanismo, che nel rispetto formale di tale meccanismo procedurale può svuotare dall’interno i valori che si condensarono in quello stesso meccanismo contingente, e che però, contrariamente a quanto spesso si professa, non devono essere fatti coincidere con quel meccanismo.
Paradossalmente, questa situazione illiberale è causata proprio da chi, Viktor Orbán, ha basato tutta la sua ascesa politica sulla critica all’illiberalità dell’ex regime e sull’apertura alle libertà occidentali (dopo che in gioventù, ai tempi del regime, fu dirigente di KISZ, l’associazione dei giovani comunisti, assieme ad alcuni suoi attuali collaboratori di Governo, lasciandola poco prima del cambio di regime) proprio quelle che ora sta cancellando. In questa sede non voglio soffermarmi sulle modiche in sé, dato che sono state già dettagliatamente riportate da molti media italiani e internazionali, ma cercare di fornire un piccolo affresco dell’atmosfera che si respira al momento in Ungheria e fare alcune considerazioni sul ruolo politico che potrebbe avere la UE e sul valore del cosmopolitismo. Tuttavia, per avviare il discorso, è certamente opportuno partire da alcune delle principali “riforme” appena approvate.
Viene, di fatto, ripristinata la censura. La libertà d’espressione potrà infatti essere limitata per tutelare “la dignità della Nazione, dello Stato e della persona” e per evitare i “discorsi di odio”. Ma prima che questa formulazione finisse nella Carta fondamentale, non si poteva certo calunniare, diffamare, incitare all’odio e alla violenza, questi comportamenti erano sanzionati come in tutti i moderni stati di diritto, quindi perché introdurre questa formulazione, estremamente vaga, nella Costituzione, se non per censurare chiunque avanzi delle critiche politiche, con la scusa che offenderebbero la dignità di chi le riceve? Il ricordo corre a quel Berlusconi che diceva che criticare la (sua) politica equivaleva a fare un danno all’Italia e alle troppe morti oscure di giornalisti russi che si sono permessi di criticare Putin.
La Corte costituzionale viene privata di qualsiasi potere sostanziale. Essa non potrà più sollevare obiezioni di sostanza ma solo di forma su emendamenti alla Costituzione. Inoltre, decadono le decisioni prese dalla Corte precedentemente al Gennaio 2012, guarda caso, rientrano in quel periodo le ricusazioni che la Corte fece su leggi liberticide volute da Orbán su stampa, giustizia, istruzione.
Non tutte le religioni saranno considerate a pari dignità. E’ stata stilata una sorta di lista delle religioni degne di essere riconosciute dallo Stato e quindi praticate con tutta una serie di agevolazioni, fra cui spicca, come in tutti i neofascismi che si rispettino, quella cattolica; che qui si fonde al permanere di tradizioni pagane dando vita ad un qualcosa di assolutamente comico. Stendiamo poi un velo pietoso sulla sorte della laicità.
Non tutte le persone saranno considerate a pari dignità. Lo Stato definisce come famiglia soltanto l’unione ufficializzata in matrimonio di un uomo e una donna con l’intenzione di avere prole. Nessun altro tipo di unione, i single poi neanche a parlarne, avrà la stessa dignità della famiglia definita come sopra. Personalmente, ancora non mi è chiaro cosa succede se gli sposi uniti in nozze ufficiali dichiarando di avere l’intenzione di avere figli, poi, per qualsiasi motivo, non ne hanno: decade lo status di famiglia? C’è una deadline entro la quale la sposa deve consegnare un figlio allo Stato?
Criminalizzazioni politiche. Il vecchio partito comunista, attualmente affiliato al partito socialista europeo, è ora definito come “associazione criminale”, sono quindi di fatto possibili processi politici.
Oltre a queste misure, che sono quelle principali, già riportate da molta stampa internazionale, c’è poi tutta una serie di sottomisure, non meno tragiche. Ad esempio, il controllo dell’attività delle scuole è passato a un ente statale di recente creazione (chiamato Centro Klebelsberg, in onore di Kuno Klebelsberg, intellettuale ungherese e Ministro dell’Istruzione a cavallo fra Otto e Novecento, anche se la nipote si è affrettata a dire che disapprova l’uso del nome per questo tipo di Centro), che si è presentato con questo biglietto da visita: ha sottratto computers e mobilia alle scuole portandoli nelle proprie sedi; ha tagliato i fondi alle scuole al punto che non è stato più possibile acquistare neanche del semplice gesso, problema al quale il Sottosegretario all’Istruzione, Rózsa Hoffmann, ha detto che devono far fronte gli insegnanti, acquistandolo di tasca propria (come purtroppo infatti sta avvenendo) poiché per loro insegnare è una missione (al che è lecito aspettarsi che il materiale da cancelleria nel suo ufficio di Sottosegretario lo porti lei stessa), mi ricorda una che disse “se non hanno pane, che mangino brioches”; ha ritardato di tre mesi il pagamento dello stipendio agli insegnanti precari. Inoltre, gli studenti universitari che beneficiano di una Borsa di studio statale, nei dieci anni successivi alla Laurea sono obbligati a lavorare in patria almeno lo stesso numero di anni per i quali beneficiarono della Borsa; oltre ad essere una limitazione della mobilità internazionale, è un’assurdità sia pratica che concettuale: praticamente, perché al momento in Ungheria di lavoro ce n’è poco, non bello e mal pagato, quindi se a un brillante neolaureato arrivasse una bella offerta dall’estero sarebbe costretto a rinunciare per restare in patria a fare chissà che, uno spreco di risorse sia per lui, che per l’Ungheria (che potrebbe almeno beneficiare del ritorno d’immagine dato dall’esportazione dei propri talenti) che per la società tutta (dato che chi potrebbe andare, ad esempio, a fare ricerca in qualche alto istituto si ritrova invece, nel migliore dei casi, a guidare il tram), per non parlare delle difficoltà di chi dopo la Laurea volesse proseguire gli Studi con un Dottorato all’estero; concettualmente, perché stare in un certo territorio dovrebbe essere un desiderio e un privilegio e non una condanna, lo Stato dovrebbe quindi lavorare per invogliare le persone a rimanere, e magari a immigrare, creando delle soddisfacenti condizioni di vita e non per ingabbiarle, per altro in una gabbia assai scarna. Ed ancora, le previsioni del tempo saranno statalizzate: solo il centro meteorologico dello Stato potrà diramare le previsioni del tempo complete, altri centri potranno diramarle solo parzialmente e solo dopo essere state approvati dal centro statale; confesso che il senso di questa misura mi sfugge: forse così potranno dire che piove quando c’è una manifestazione dell’opposizione e che c’è il sole a mezzanotte quando c’è una manifestazione del Governo. Ed è anche vietato essere un senzatetto: chi vive negli spazi pubblici deve essere multato o, poiché di norma è un nullatenente, arrestato (così almeno per qualche tempo avrà un tetto e un pasto).
L’aria che respira è pesante. In molti si trattengono dall’esprimere la propria contrarietà in pubblico: ci sono già stati casi di licenziamenti strani e poco tempo fa al preside di una scuola della Contea di Békés che era andato ad ascoltare un comizio di Együtt 2014 (Insieme 2014), il partito di Gordon Bajnai, principale avversario di Orbán per le Politiche della prossima primavera, è arrivata una telefonata proprio dal Centro Klebelsberg che lo invitava a non partecipare più a simili iniziative, e non ha poi ricevuto un premio scolastico per la sua attività di preside per il quale era il principale candidato. Le giovani generazioni, che costituiscono la principale forza sociale di opposizione, possono poco di fronte ad un Governo che controlla sempre più i gangli della società (paradossalmente, Fidesz significa unione dei giovani democratici mentre loro non sono né gli uni né gli altri, e davanti al Parlamento ci sono gli studenti che chiedono democrazia). E intanto cresce l’estrema destra (Jobbik) che in questo clima sente di avere le spalle coperte e si permette cose come quella recentemente avvenuta all’Università ELTE di Budapest dove hanno affisso la scritta “fuori gli ebrei dalla nostra università”; si riferivano, fra gli altri, ad Ágnes Heller.
Personalmente ritengo che in questo scenario risulti particolarmente assordante il silenzio di Bergoglio neoeletto papa Francesco, che sta basando la sua immagine proprio sulla prossimità a chi si trova in situazioni di maggiore difficoltà. Viene da chiedersi se fosse restato in silenzio anche nel caso in cui anziché trovarci di fronte ad un regime neofascista che, in quanto tale, esalta il cattolicesimo, ci fossimo trovati di fronte ad un regime neocomunista.
Ora, a volte (troppo spesso purtroppo) si sente dire che in realtà Orbán starebbe difendendo il suo Paese dalla speculazione globale neoliberista di cui l’Unione Europea sarebbe vettore. Niente di più sbagliato, sia nel caso specifico, che in generale.
Nel caso specifico, perché è evidente che le misure prese non vanno in direzione della tutela del Paese ma, per via neofascista, in quella della tutela degli interessi specifici dell’attuale classe al potere che vorrebbe trasformare il territorio e i suoi abitanti in un suo feudo.
In generale, perché il fatto che questa globalizzazione e le istituzioni che la presiedono lasci molto a desiderare non significa affatto che la soluzione sia da ricercarsi in una dinamica di ri-territorializzazione (da contrapporsi ad una di de-territorializzazione), di esaltazione delle e bunkerizzazione nelle piccole patrie, delle e nelle comunità/identità immaginarie, del e nel nomos della terra. «Il fenomeno al quale dobbiamo rivolgerci potrebbe essere, allora, più congruamente definito nei termini di una produzione globale di località: è il fenomeno delle comunità immaginate, che vengono a configurarsi come tante nazioni di eccentrici», G. Marramao, Passato e futuro dei Diritti Umani. Al contrario, se questo para-cosmopolitismo è insoddisfacente, vanno cercate nuove vie al cosmopolitismo, che lo rendano autentico e soddisfacente, dato che solo là dove c’è “meticciato”, c’è ricchezza, c’è vita. E una simile operazione può essere compiuta solo abbandonando i miti dell’universalismo e del particolarismo, superandoli in una prospettiva altra: «se vogliamo scongiurare lo sfruttamento meramente commerciale della diversità ed evitare lo scontro fra culture che si verifica quando la diversità alimenta paura e rifiuto, dobbiamo attribuire un valore positivo a (…) contaminazioni e a (…) incontri, che aiutano ciascuno di noi ad allargare la propria esperienza, rendendo così più creativa la nostra cultura», A. Touraine, Libertà, uguaglianza, diversità; «il cosmopolitismo, inteso realisticamente, significa (…) accettare gli altri come diversi e uguali. In questo modo viene nello stesso tempo svelata la falsità dell’alternativa tra diversità gerarchica e uguaglianza universale. Così, infatti, vengono superate due posizioni, il razzismo e l’universalismo apodittico», U. Beck, Lo sguardo cosmopolita; «la civiltà mondiale non può essere altro che coalizione, su scala mondiale, di culture ognuna delle quali preservi la propria originalità [poiché] le differenze non si identificano mai con l’essere, ma sempre lo differenziano. E soltanto perché lo differenziano producono il fenomeno del divenire, della vita», C. Lévi–Strauss, Razza e Storia e altri studi di antropologia; «solo per questa via, solo affermando questo passaggio, possiamo far esplodere il dispositivo della metafisica, che poi fa tutt’uno con il dispositivo del potere: l’idea dell’Uno come unità delle differenze», G. Marramao, Passaggio a Occidente (ho approfondito questi temi negli articoli Pluralismo delle culture e “univocità” dell’etica, in «L’accento di Socrate» e Antropologia e politica. Forme di convivenza, in «Lessico di Etica Pubblica»).
Concludendo, in questa situazione si presenta alla UE (nella quale molti cittadini ungheresi ripongono le loro speranze) l’occasione di dimostrare di essere più che una mera istituzione fiscale, di essere capace di contrastare efficacemente qualsiasi rigurgito dittatoriale. Ci sarebbe così almeno una funzione (essenziale) per la quale varrebbe la pena pagare e la UE potrebbe così rinvigorire la sua legittimità (al momento sempre più in discussione).

Il link all'articolo: http://www.criticaliberale.it/news/111593

P.S. Non ho mai pubblicato analisi politiche sul blog, ma questa volta faccio un'eccezione, perché l'articolo è particolarmente curato, approfondito e interessante. AR

giovedì 4 aprile 2013

Storia greca, un ebook

Negli anni ’50 e ’60 il mondo stese un velo pietoso su quattro anni di storia della Grecia contemporanea, quelli della Guerra Civile fra il 1946 e il 1949. I governi greci successivi ne parlarono solo in termini di orrore del comunismo, falsificando spesso anche i più elementari fatti storici. La catastrofe della Guerra Civile coinvolse anche centinaia di migliaia di civili di ambo le parti e vide l’espatrio di centoventimila fra combattenti e civili, molti dei quali erano ancora bambini, figli e nipoti di partigiani. I greci rifugiati divennero cittadini dei Paesi del blocco sovietico, pur conservando la loro lingua madre, e alcuni anche il desiderio di tornare un giorno in Grecia. L’Ungheria ospitò migliaia di esuli e ancora oggi esiste una forte comunità greca che partecipa attivamente alla vita pubblica ungherese.
Storia greca – il titolo è stato preso in prestito dalla novella tradotta dall’ungherese da Andrea Rényi in questo volume –, intende rendere omaggio a questo doloroso capitolo, presentando brevemente, nell’introduzione, la storia della loro emigrazione in Ungheria e ricostruendo, nella postfazione Brevi cenni di storia greca, la storia della Guerra Civile poco nota in Italia. Storia greca, la lunga novella dello scrittore ungherese Lajos Galambos, nel capitolo centrale del libro, narra i destini, fittizi ma verosimili, di emigrati greci in Ungheria.

Il libro può essere scaricato qui (e su tutti i portali e-book italiani amazon.it compreso) GRATUITAMENTE:http://www.ultimabooks.it/storia-greca

martedì 26 marzo 2013

Ricordi del viaggio a Budapest - marzo 2013

"Analizziamo con maggiore attenzione del più raffinato scrittore francese, profondo conoscitore dell'animo umano, le parole della persona amata e quelle del nostro medico. Stiamo attenti a tutto quello che sembra abbiano evidenziato, riflettiamo sui loro sguardi, e ci vengono in mente anche i riferimenti più distanti che potrebbero aver influenzato le loro parole." (Ferenc Molnár)


Panorama da Buda

Vàci utca

Ancora panorama da Buda

Al Castello


Residenza del Presidente della Repubblica





Ex-collegio degli studenti stranieri al Castello


Archivio di Stato
 



Al Castello

Al Castello

domenica 17 marzo 2013

Sull'amicizia



Se qualcuno ti dice "poi, una volta, dobbiamo andare a cena insieme", oppure "un giorno ci prenderemo un caffé", di solito significa il contrario. Se quel qualcuno davvero vuole cenare con te o anche solo a prendere un caffè insieme, perché non ti dà un appuntamento, perché lo rinvia? Lo stesso vale quando qualcuno ti chiama "amico". Quella persona pensa di farti le scarpe, se non l'ha già fatto, o vuole danneggiarti in qualche modo. Se poi ti dice "Amico mio, non hai motivo di preoccuparti", scappa a gambe levate.

Il segreto dell'amore è unire due per farli diventare uno, quello dell'amicizia è separare uno e farlo diventare due.

Le vere amicizie non deteriorano mai. A volte diventano solo più semplici, altre volte più complesse.
Bulcsu Bertha



lunedì 11 marzo 2013

János Pilinszky

La storia di un essere umano è in gran parte lo specchio dell'attenzione che presta agli altri. L'incrocio di due sguardi attenti spesso è un istante decisivo. E' quasi inevitabile che ne nasca un amore o un'amicizia. E' un felice incidente. (János Pilinszky)

domenica 3 marzo 2013

Frigyes Karinthy, Handicap

Frigyes Karinthy (1887 - 1938)
Credevano che non sarebbe cresciuto, che non sarebbe mai diventato adulto. Quando sua madre lo vide per la prima volta, per lo spavento nascose la testa nel cuscino di sabbia, e non volle più sapere nulla di lui. Parenti caritatevoli lo presero, crebbe con loro ai margini di un palmeto, in parte per grazia di Dio. Nessuno badava a lui, ma estranei pietosi gli lasciavano qualcosa sulle punte dei rami spogliati; la sorgente gli dava da bere, e nel campo rinsecchito poteva pascolare.
Imparò presto a nascondersi, a essere mite e silenzioso. Da cucciolo gli bolliva il sangue, proprio come agli altri: avrebbe voluto giocare, fare la lotta, scalciare al sole con gli altri; dare spinte alle femmine che correvano intorno, giocare a nascondino fra le gambe degli adulti che camminavano dignitosi e ondeggianti. Spaventare i cuccioli di giraffa. Ma appena entrato in società, dovette capire perplesso e meravigliato, che aveva qualcosa di importante che non andava. Gli altri ridacchiavano, i cuccioli lo indicavano con il naso, lo inseguivano, gli tiravano le pietre e non volevano giocare con lui.
Per la prima volta fu un adolescente barbuto a pronunciare le parole:
"Ecco lo storpio!"
Lo guardò con stupore. Sulla schiena dell'adolescente si ergevano fiere due imponenti e importanti protuberanze di grasso. Notò per la prima volta un senso quasi di rigetto, comunque di estraneità, quando una di queste protuberanze sfiorò il suo corpo. E voleva più bene a quei compagni che di queste protuberanze ne avevano una sola sulla schiena.
A mezzogiorno, quando il sole splendeva perpendicolare sopra le teste, per caso si vide nell'acqua del pozzo. E capì tutto. Si rese conto di avere la schiena dritta. Dritta e priva di protuberanze, come quella di un cervo, senza neppure l'avvallamento che lo avrebbe reso almeno simile agli altri.
Se ne vergognava.
Sperava ancora che, pur non sentendone il bisogno, le protuberanze si sarebbero sviluppate anche sulla sua schiena, e non sarebbe più stato oggetto di scherno.
Ma aspettava invano, e quando i suoi coetanei presero a fare la corte alle femmine, dovette capire che era rimasto solo. Le femmine non lo volevano. Pudico e timido, si avvicinò a due. L'una gli confessò in tutta sincerità di provare ribrezzo per lui, l'altra ammise che quella insolita mancanza non la disturbava, l'anima pura compensava la schiena dritta, ma si sarebbe vergognata con le amiche, corteggiate da splendidi esemplari, mentre lei poteva esibire solo uno con un evidente difetto fisico.
Quella primavera i bipedi attraversarono il fiume, e tutta la gioventù era su di giri nell'attesa della prossima selezione. I vecchi, i quali avevano vissuto in carovana ed erano tornati vivi dopo che una banda di briganti bengalesi o di altra etnia l'aveva distrutta, incitavano la gioventù con ricordi entusiasmanti.
Andò anche lui alla selezione indetta dai bipedi, sospinto dalla voglia d'avventura, di conoscere il mondo, e attratto dall'immagine di interminabili deserti di sabbia. Ma la cruda realtà spezzò i suoi sogni.
"Vattene, ragazzo", disse con tono benevolo il vecchio Capo -, non ti sei visto? Non sai che sei diverso? Non ti si può caricare nemmeno un collo.
Dietro di lui si sentirono delle risate e lui si eclissò vergognandosi. Per la prima volta in vita sua si sentì infelice. Arrivarono i bipedi e l'esercitò passò davanti a lui marciando attrezzato di tutto punto.  Un Dio bipede in caftano colorato sedeva in groppa a ognuno, e poco dopo scomparvero tutti nella polvere, inghiottiti dalla distanza.
Rimase solo in compagnia di vecchi agonizzanti. Gli avrebbero fatto compagnia, ma era lui a non desiderare il colloquio: si sentiva giovane, desiderava altro, qualcosa lo eccitava. Gironzolava solo soletto in riva al fiume, scrutava ansimante e assorto nei pensieri l'orizzonte.
Un giorno tirò su dalla sabbia un libro distrutto. Devono averlo perso dei missionari inglesi. Si chinò e pian piano cominciò a sillabare una pagina.
Era una parabola, parlava di un uomo ricco, il racconto terminava con la constatazione che era più facile che un cammello passasse attraverso la cruna di un ago che un ricco entrasse nel regno di Dio.
Lo colpì profondamente. "Quanto sarebbe facile per me, non ho nemmeno una gobba", pensò. Rifletté e qualcosa si sciolse in lui; concluse che era lui l'eletto e non i suoi compagni, che la sua vita deturpata, la sua sofferenza e infelicità erano sacrificio e privilegio, che lo resero diverso, migliore, degli altri.
"Che io sia pure un handicappato per voi, presuntuosi possessori di gobbe!" esclamò rivolto verso il deserto. "La mia anima ha più gobbe di quante ne abbiate voi!"
E Anastasio, il cammello senza gobba, decise di diventare un intellettuale.

(Trad. Andrea Rényi)

venerdì 1 marzo 2013

Péter Popper, Un esercizio buddista


I buddisti si avvalgono di una buona pratica: alla fine di ogni settimana segnano su un quaderno tutto quello che li ha fatti uscire dai gangheri, causato preoccupazione, rabbia e indignazione. Note brevi, il tutto riassunto in poche parole. Alla fine del mese rileggono l'elenco e si osservano per capire quali sono gli episodi, i fatti, che continuano a inquietarli o a rattristarli, quali invece hanno perso completamente importanza. Gli ultimi vengono cancellati. In questi casi uno si rende conto, con sgomento, che a volte si innervosisce, si agita solo per stupidaggini. Cose, episodi, che a distanza di qualche giorno o settimana, non contano più. Col tempo si capisce invece, quali sono i fattori di vero peso, che ci influenzano sul piano della sensibilità.

Ecco i punti più importanti:

1. Non dare retta ai numeri inutili come la pressione sanguigna, il peso, l'età; riguardano solo i medici, li paghi perché se ne occupino loro. 

2. Conserva solo gli amici allegri. Gli altri ti trascinano nel baratro.

3. Studia senza interruzione. Impara a usare il pc, a conoscere l'automobile, il giardinaggio, qualsiasi cosa. Il cervello non deve riposarsi. "Il cervello inattivo è l'officina del diavolo"; il suo nome è Alzheimer.

4. Goditi le cose semplici.

5. Ridi spesso, ad alta voce e a lungo. Ridi finché hai fiato.

6. A volte scappa qualche lacrima. Sopporta, seppellisci, e va' avanti. L'unica persona che rimane con te fino alla fine sei tu. Vivi finché avrai vita.

7. Circondati di cose che ami. Famiglia, animali, souvenir, musica, piante, hobby; va tutto bene. La tua casa è il tuo rifugio. 

8. Scendi in strada per fare una passeggiata, scopri regioni vicine o paesi stranieri.

9. Approfitta di ogni occasione per dichiarare il tuo affetto.

10. E ricordati sempre: la vita non è misurata in respiri, ma in momenti che ti lasciano senza respiro, a bocca aperta.   

Da "I rosicatori dell'anima" di Péter Popper

(Trad. Andrea Rényi)

giovedì 7 febbraio 2013

Frigyes Karinthy, Pulcino cieco

 
Ridicolo, devo pur raccontarlo a qualcuno, e anche presto, prima che mi vengano dei dubbi e il timore che sia una stupidaggine. A chi raccontarlo? Al giornalista, forse, perché possa farne un servizio? No, preferisco il capitano degli ussari seduto qui, di fronte; mi presento a lui e glielo racconto.
Prima, però, devo pensarci un attimo, capire come iniziare il racconto. Gentile capitano, sono stato tre settimane in campagna, da un parente, ma la storia riguarda solo la terza, l'ultima settimana. Non è successo a me, per carità. Ma a un pulcino, non a qualcuno chiamato pulcino, bensì a un piccolo volatile, una di quelle creaturine gialle grandi come il pugno di un uomo, con il becco piccolo e stupido e con le zampette esili, ricoperte di pelle.
Ce n'era una decina, sorvegliata da una gallina vecchia e becera, che era la mamma. Correvano per il cortile, sempre in gruppetto e sempre vicino alla mamma, come se fossero stati legati con un filo alla zampa di lei. Erano di un giallo chiaro e veramente sciocchini, quegli animaletti piccini piccini. La gallina vecchia era severa ma giusta, passava le giornate a occuparsi di loro, gli procurava dei semini, non so di che tipo perché non conosco la campagna, sono uomo di città, io. Quando si comportavano in maniera ancor più sciocca del solito, la gallina gracchiava e dava dei colpetti con il becco duro sulle testoline gialle. Di solito ciò accadeva quando la gallina si metteva seduta, cosa che ai pulcini piaceva oltremodo: correvano a zampette levate per rifugiarsi sotto le piume calde, si scontravano fra loro e non la smettevano finché non arrivava qualche colpetto arrabbiato, accompagnato da gracchii di rimprovero.  Allora pigolavano spaventati, e piagnucolanti si nascondevano di corsa sotto le ali della mamma. Riceveva lo stesso trattamento anche il pulcino che sbirciava fuori facendo capolino, invece di starsene calmo. Poi, finalmente, regnava il silenzio: i pulcini non si vedevano più, la gallina respirava pienotta e calda sopra le loro testoline, e i pulcini dormivano con gli occhi chiusi, felici come una pasqua.
    Ce n'era uno più piccolo degli altri pulcini, tutti uguali fra loro. Era più chiaro e più maldestro, la mamma lo rimproverava sempre. Si prendeva molte beccate in testa, eppure era il più affezionato alla mamma: gli piaceva stare più sotto le ali della gallina che mangiare. Trotterellava sempre intorno a lei, facendola quasi cadere. Amava molto il caldo, forse era uscito dall'uovo prima del tempo necessario. Era tenero, voleva stare sempre in prima fila, pur avendo le zampette più corte, ma accelerava il passo pigolando impaurito, quando doveva raggiungere il morbido nido, sotto le piume tiepide. Dove poi rimaneva in silenzio.
   Sì, signor capitano, arrivo subito al dunque. Una mattina il pulcino non mangiò e sembrava ancor più piccolo del solito. Tutto l'animaletto aveva qualcosa di strano: barcollava, si capovolse  e inciampò più. Mi avvicinai e lo sollevai: non cercò di liberarsi.
   Si acquietò in mano tremando appena, ritirò la testa poco più grande di una nocciola e aspettava gli eventi.
   Vidi allora che aveva entrambi gli occhi infiammati.
   Quelle buffe palpebre trasparenti che agli uccelli servono per chiudere gli occhi alzandole da basso, erano appiccicate sulle piume gonfie e rosse. Prima credevo che fosse soltanto l'effetto per averle chiuse troppo precipitosamente per lo spavento, ma poi notai che non riusciva a riaprirle. Feci vedere il pulcino allo zio Marton che lo esaminò e annuì. Mi raccontò qualcosa che in campagna sapevano tutti, ma per me era una novità: il pulcino era stato accecato dal sole. Mi consigliò, piuttosto scettico, di avvolgere la testolina dell'uccellino in una pezza bagnata di cotone, e di lasciarlo un paio di giorni in finestra.
   Così fu, il pulcino attese paziente come un bambino malato. Abbassai le serrande, chiusi anche gli scuri.
   Alle tre del pomeriggio prese a pigolare. Fuori, nel cortile polveroso sotto il sole pallido, la gallina si era appena posata per la siesta pomeridiana e si udiva il pigolio dei pulcini che litigavano per i posti migliori. All'interno della stanza, nell'aria ferma e addormentata, regnava un silenzio inquietante e inconsolabile. In quel silenzio risuonò il lamento del pulcino malato, tanto all'improvviso e in tale sincronia con quello che accadeva nel cortile da non avere dubbi: voleva colloquiare con la mamma e i fratelli. Poi li chiamò per tre ore, ininterrottamente e con voce sempre più addolorata. Alla fine perdette la voce e smise di pigolare.
   Il giorno dopo andai sui monti e tornai alle sei. Già sulla soglia di casa mi colpì la voce del pulcino malato: probabilmente aveva pigolato tutto il giorno perché era rauco come un campanellino incrinato.
   La mattina dopo mi svegliai al suo pigolio. A quel punto provai tanta pena per lui che lo presi dalla finestra e gli tolsi la benda bagnata. Tacque all'istante, come se qualcuno gli avesse tagliato la gola.
   Era molto piccolo e magro, ormai: le piume bagnate erano incollate alla sua misera pelle, con qualche penna scomposta e dritta sulla testa. Il collo era spennato, rugoso, e rosso come un peperone. Tacque quando avvertì il calore del mia mano: ascoltava. I due occhi piccoli non si aprivano più: il gonfiore era passato ma le due perle, i suoi occhi, erano vuote dietro le palpebre; il pulcino era diventato cieco. Che strano, non sapevo che i pulcini potessero perdere la vista.
   Era bagnato e scomposto, lo portai quindi in cortile, al sole, e lo posai in terra perché si asciugasse. Rimase fermo: sembrava un piccolo gomitolo giallo sostenuto da due fiammiferi. Aveva le zampe storte, e ascoltava con la testolina tirata dentro. Gli altri pulcini correvano schiamazzando e il suo becco fu colpito dall'odore dell'erba. Il pulcino cieco stava là, senza che una voce uscisse dalla sua gola. Poi provò a camminare, ma si fermò subito. Era meravigliato.
  Poi accadde che la gallina si alzò e gli si avvicinò, raggiunta anche dagli altri pulcini. La vecchia gallina fece coccodè e lo colpì con il becco: "da dove spunti e in che stato?", lo rimproverò arrabbiata. Il pulcino cieco non rispose, era tutto rannicchiato come se si sentisse in colpa; si lasciò colpire tenendo il becco abbassato, e il suo silenzio esprimeva una felicità indicibile.
  Quindi fu abbandonato, la gallina si sedette e i pulcini corsero a rifugiarsi sotto di lei. Il pulcino cieco si mosse in direzione del rumore, pian piano, e si accovacciò disponibile e gentile sotto le piume della madre. Era felice, molto felice, come se nulla fosse successo, o come se fosse stato solo un brutto incubo.
   Molte volte vidi ancora il pulcino cieco con la madre, sembrava felice solo se poteva stare con lei... non è strano?... ma a volte qualcosa allarmava la gallina, i pulcini correvano via e il cieco rimaneva da solo, in piedi, con la testa ritirata, a origliare. Nessuno sembrava badare a lui, erano abituati al suo corpicino spaventato e magro. Lo dimenticai anch'io.
   Lo rividi dopo una settimana. Era accovacciato alla parete della legnaia. Era solo, forse era stanco e voleva riposarsi. Mi chinai pian piano su di lui per non spaventarlo, ma non era necessario: non si mosse quando lo presi in mano. Non pigolava, lasciava indifferente che lo spostassi da una mano nell'altra, piegò solo la testa di lato. Dabbasso gli altri pigolavano, ma lui non rispondeva.
   Mi venne in mente una cosa: presi qualche seme in una mano, e una goccia d'acqua, e guidai la sua testolina cieca sui semi. Le prime due volte non reagì, poi allungò il becco, ma mi beccò solo la mano. La quarta volta riuscì a prendere un seme e lottò a lungo ansimante, prima di riuscire a ingoiarlo. Aprì e richiuse il becco più volte, come per accertarsi che fosse sceso il seme, poi allungò la testa e si mise alla ricerca di altri semi che prese a mangiare con voracità, con tutto il suo corpo quasi freddo, che tremava tutto; con quelle palpebre gonfie e le cavità vuote degli occhi, con la testa spiumata. E vedevo... allora vidi... le sue zampette... sì, le sue zampette... erano secche, completamente secche...
   Ma perché... perché lo racconto... solo Dio sa perché..., insomma lo posai cauto in terra, con l'intento di dargli un'occhiata la mattina dopo... ma era già morto... quando tornai a vederlo... giaceva là, morto, nello stesso punto, con le zampette per aria... non si meravigli, signor capitano, non sono pazzo... non si preoccupi... ce l'ho, un fazzo... un fazzoletto... non mi guardi... che cretino che sono... ma ho il cuore pesante... arrivederla.

(Trad. Andrea Rényi)

lunedì 4 febbraio 2013

L'incipit della "Storia greca" di Lajos Galambos



L'incipit della novella "Storia greca" di Lajos Galambos, costola dell'e-book omonimo, fra qualche settimana  in uscita con I Dragomanni. 



Lajos Galambos

Storia greca

1.

L'uomo può sentirsi a casa in qualsiasi punto della terra per quanto il mondo sia inclemente e crudele ovunque. Qualche tempo fa mi capitò fra le mani un quaderno: non so se chiamarlo lettera d'addio o diario. Non ha importanza. Lo aveva scritto una ragazza poco più che diciassettenne. Il destino l'aveva costretta ad affrontare questioni complicate anche per i saggi; per questo motivo vale forse la pena di diffonderlo, seppure con qualche modifica.

2.

Per quel che ho appreso dalle mie letture, le lettere d'addio cominciano tutte così: “Quando leggerete queste righe io non sarò più fra i vivi”. Io non posso iniziare con queste parole perché non sto scrivendo una lettera ma svolgendo un'analisi, per capire se la mia situazione, le circostanze della mia esistenza offrano possibilità diverse dalla soluzione finale.
Mi chiamo Andrea Chaitas. Un nome strano: i greci non lo usano, non possono, perché Andrea è il vocativo di Andreas. Io, però, sono nata in Ungheria, nel 1949. La mia lingua madre è il greco, ma credo di parlare meglio l'ungherese; mia madre mi diceva spesso che avevo imparato facilmente tutt'e due le lingue. Più tardi, al liceo, mi dettero anche una spiegazione scientifica: le due lingue hanno lo stesso grado di difficoltà. Se ricordo bene, i manuali di linguistica attribuiscono a entrambe cinquantaquattro punti.

(Traduzione di Andrea Rényi, revisione di Isabella Zani)

martedì 22 gennaio 2013

Letteratura ungherese e I Dragomanni

Qualche mia parola su Strade Magazine:


Grazie alla traduttrice Andrea Rényi i Dragomanni hanno potuto far conoscere un racconto di Róbert Hász e, all’interno dell’antologia Uccelli di fango, due di Endre Ady; e sono in arrivo ancora altre perle della letteratura ungherese:
“Permettetemi una banalità: spesso la vita è un bravo regista e l’incontro con i Dragomanni ne è la dimostrazione. Premetto che per la letteratura ungherese questo è un momentaccio, non ho potuto fare il conto preciso ma credo che nel 2012 il numero dei libri tradotti dall’ungherese all’italiano non sia arrivato alla dozzina. Da qualche tempo proporre testi ungheresi è diventato molto difficile persino nel caso di autori ben noti e tradotti nelle lingue principali; di conseguenza fare il giro delle case editrici con un libro senza l’appeal del nome famoso è solo una frustrante perdita di tempo. Prima della nascita dei Dragomanni stavo infatti abbandonando la speranza di vedere pubblicato il piccolo volume ibrido – la traduzione di una lunga novella e una pre- o postfazione di ricostruzione storica -, sul quale stavo e sto ancora lavorando, e che per motivi personali mi sta particolarmente a cuore. Ma la funzione ‘deus ex machina’ dei Dragomanni è ben più importante ed evidente nel caso dell’antologia Uccelli di fango, che ha visto la luce l’8 dicembre. In mancanza di fondi, promessi ma non più erogati alla Casa delle Traduzioni, i tredici racconti e la pantomima che compongono la raccolta rischiavano di non poter essere più pubblicati e rimanere nei cassetti delle sette traduttrici che li avevano tradotti nell’arco di un anno, vanificando il tentativo di far conoscere autori di buon livello ma inediti e fuori diritti, quindi con qualche speranza di trovare editori interessati."