lunedì 5 agosto 2013

Ungheresi a Hollywood

'It is not enough to be Hungarian - you need talent, too!' e 'Being a Hungarian does not necessarily make you a genius!' recitavano i cartelli affissi alla porta di uno studio a Hollywood e all'ingresso di MGM negli anni '20 del secolo scorso. Perché molti dei protagonisti del cinema dell'epoca erano immigrati ungheresi o figli di immigrati ungheresi nati già negli USA, ed erano sotto perenne pressione di altri ungheresi appena sbarcati negli States alla ricerca di facili carriere nel mondo del celluloide.


Chi erano? Ne menziono solo alcuni delle dozzine che hanno iscritto il loro nome nella storia universale del cinema.

William Fox, fondatore dei Fox Studios era nato in Ungheria e prima di trasferirsi in America si chiamava Vilmos Fried.

Michael Curtiz, il regista di Casablanca, era di Budapest e nella casa natale portava ancora il nome di Manó Kertész Kaminer.


Adolph Zukor, producer e fondatore di Paramount Pictures e dei Loew's Theaters, era ungherese di nascita insieme al suo omonimo George Cukor (Zukor o Cukor significa zucchero in lingua magiara), regista premiato con l'Oscar.

Non possiamo dimenticarci di Béla Lugosi, il magnifico Dracula, e dei tre fratelli Korda, il più grande dei quali, Alexander, è considerato il padre del cinema britannico nonché produttore di numerosi film di successo anche a Hollywood.

Miklós Rózsa ha vinto tre Oscar per le colonne sonore di altrettanti film epocali, mentre il nome di Tony Curtis è noto a chiunque amasse le commedie hollywoodiane, prima di tutte A qualcuno piace caldo.

Paul Newman era nato negli Stati Uniti, ma sua madre, Theresa Fetzko, era immigrata da Homonna (Ungheria) e suo padre era figlio di Simon Neumann, un ebreo di Kassa, città che all'epoca apparteneva all'Ungheria, ora alla Slovacchia, mentre sua madre era un'ebrea polacca. A Kassa, storica città ungherese che diede i natali anche a Sàndor Màrai (Kosice in slovacco), vive tuttora un ramo della sua famiglia.











lunedì 22 luglio 2013

Thomas Szasz, uno psichiatra di origine ungherese


If you talk to God, you are praying;
   If God talks to you, you have schizophrenia.

   --Thomas S. Szasz, The Second Sin, 
   Anchor/Doubleday, Garden City, NY. 1973, Page 113.

Thomas Stephen Szasz (inglesizzazione di Tamás István Szász) (Budapest15 aprile 1920 – Manlius8 settembre 2012) è stato uno psichiatra statunitense di origine ungherese.
E' stato professore emerito di psichiatria presso lo Health Science Center, della State University di New York, sede di Syracuse. È uno dei principali critici dei fondamenti morali e scientifici della psichiatria.
È noto in particolare per due libri: Il mito della malattia mentale e The Manufacture of Madness: A Comparative Study of the Inquisition and the Mental Health Movement.

sabato 20 luglio 2013

András Nyerges, Ponte

Ponte Margit (Margherita), Budapest


Il mondo è tutto ponti. Anche il cielo
è un grande splendore visto di sotto,
armatura azzurra d'acciaio, e sopra,
le nubi vanno ad altri sistemi solari.

E sotto i fiumi son ponti i pesci;
le scaglie, volontà che stringe.
Sopra il corpo, l'arco del senno
si stende come strada sui prati.

E, pilastro più duro del sasso,
con solido muro il dubbio, quale
carceriere, imprigionato da me.

Ed anche tu sei ponte che mi servi.
Io sono due rive opposte e come l'acqua
il tuo sguardo traccia intorno a me i suoi anelli.

Trad. di Paolo Santarcangeli, 1962

*   *   *
(Intervista a Nyerges: NON DAVANTI AI BAMBINI )

mercoledì 17 luglio 2013

Un articolo di Paolo Di Paolo su Attila József oggi su La Stampa


Attila József , così sognava
il figlio della lavandaia


La statua di Attila József, a Budapest, accanto al palazzo del Parlamento: il governo del populista Viktor Orbán vorrebbe rimuoverla per ripristinare l’assetto fascista della piazza

Ribelle e visionario, il poeta ungherese è oggi un simbolo
della lotta contro il regime autoritario di Orbán: a migliaia
in piazza a Budapest per difendere
la sua statua
PAOLO DI PAOLO
Se passate da Budapest, andate a cercarlo. Accanto al fastoso palazzo del Parlamento, in una piccola piazza, c’è un uomo giovane: magro, immobile, seduto su una gradinata. Ha in mano un cappello e tiene gli occhi bassi. Sembra molto stanco, ma non sconfitto. Quando il governo ungherese – guidato dal conservatore populista Viktor Orbán – ha annunciato la rimozione della statua del poeta Attila József, per ripristinare l’assetto fascista della piazza, migliaia di persone si sono date appuntamento per difenderla, in un atto di resistenza poetica e politica insieme. Perché la scommessa della giovinezza di József, morto trentenne nel 1937, è stata proprio questa: pensare la politica come rivolta e come poesia. Alimentare un grande fuoco davanti al quale gli uomini possano «scongelarsi». È il fuoco dei vetrai, impastato di sangue e di sudore, di quelli che portano la luce nelle città come poeti.  

Animato dallo spirito del ribelle e dalla lucidità del visionario, Attila resisteva al proprio tempo ingrato, provava a non cedere, come un melo selvatico - l’immagine è sua - che resiste all’uragano. E così è diventato uno dei simboli delle proteste contro il governo Orbán, contro la progressiva riduzione della libertà di espressione e dissenso, contro modifiche a una costituzione che si fa pericolosamente meno democratica.  
«Su una spalla del povero c’è il mondo»: il giovane József scrive l’epica dei senza-niente, chiede a Dio di sgombrare il mondo dal male, con una disperazione pari allo slancio di un «minuscolo cuore», che balbetta, che spera, mentre «sempre più diventa buio». Se c’è una cosa che ha imparato subito è che si impara da tutti i lavori. Da bambino faceva il guardiano ai maiali, e anche nel sudicio ha imparato qualcosa - la quiete e la voracità. Ha venduto acqua nei cinema, il film era lo stesso per giorni: così ha imparato la bellezza dei dettagli. Ha fabbricato girandole di carta, e ha imparato che cosa sono i colori. Ha recapitato pacchi, e così deve essergli venuto in mente un verso che avrebbe scritto anni dopo: «Il dolore è un postino grigio». Ha fatto lo strillone di giornali, e così ha imparato che le notizie da gridare di solito sono cattive. È stato mozzo su una nave, è stato contabile e istitutore. 

È stato quasi tutto, Attila József. Ma più di tutto avrebbe voluto essere un filosofo e un poeta. Un professore gli disse: le due aspirazioni non vanno d’accordo, meglio tentare la fortuna altrove. Ma la fortuna non si è mai presentata alla porta di Attila. Postini grigi invece sì: recapitavano per lui giorni disperati senza soldi e senza lenzuola, a Vienna. Eppure non ha mai smesso - né a Vienna, né a Parigi, a Cagnes-sur-mer, o nella sua Budapest - di scrivere versi. Ha creduto nella poesia e nella rivoluzione, questo ungherese nato all’inizio di un secolo feroce, così come ha creduto nei propri vent’anni: «I vent’anni la mia forza / i vent’anni li vendo». Non aveva eredità da spendere che non fosse la sua stessa energia. Il padre era operaio in una fabbrica di saponi; la madre una lavandaia: «Era mia madre, piccola, moriva presto: le lavandaie muoiono presto». Attila aveva da giocarsi la forza fisica e una voce per benedire e maledire il mondo, per pronunciare la rabbia e l’offesa, per dichiarare l’amore a una ragazza di nome Flora, per inneggiare alla rivoluzione. Iscritto al partito comunista, ne fu espulso come deviazionista. 

Era un «vate proletario», un francescano, o cos’altro? Inseguiva un sogno di felicità privata e collettiva: quello che, da queste parti, siamo quasi riusciti a smettere di sognare. «Oh Europa, quante piaghe porti in te», scriveva - e protestava contro l’invecchiare di tutto: perfino la rivoluzione «tossicchiando si accoccola su pietre aguzze». «Uomo ungherese - la sua bandiera è un cencio, / un piatto vuoto il suo cibo; / siamo nazione che coglie erbacce: per noi / viene una morte rappezzata, scalza!». Qualcuno ha visto in József un Villon novecentesco, e in effetti nei suoi versi c’è un dito puntato contro le ipocrisie della società, del potere, l’invito a colpirle, ad abbatterle con «l’ascia larga» per udire «lo strillo del deserto feudale». Ma c’è soprattutto lo slancio di un idealista, il batticuore di chi invita l’amico a farsi come un filo d’erba («più dell’asse terrestre sarai grande»), di chi scrive la sua «preghiera per gli stanchi», o per i cani sporchi, fradici, arruffati rimasti senza nessuno. È l’estremismo generoso e quasi impraticabile di chi riesce a custodire lo stupore anche di fronte al peggio, e prepara una staffetta per gli idealisti del futuro. 

«Non vi offendete, vecchie pietre, se vi calpesto. Sono meno immobile di voi e sono più forte» scriveva Attila József. Anche lui, a vent’anni, sognava un amore giusto: «Oh, se avessi un’innamorata l’amerei come il fiume il suo letto». A trenta, con Flora, gli sembrò di avere trovato la felicità, di avere arginato l’incubo ricorrente della depressione. Lei invece gli spezzò il cuore? Fatto è che un giorno d’inizio dicembre, anno 1937, a Szárszó, Attila si distese sui binari al passaggio di un treno. La scena, come un presagio, sta in una delle sue prime poesie: «Ha vesti stracciate, è giovane. Il cielo si è fatto grigio». 

Resta, di Attila József, la forza con cui ha difeso i sogni delle lavandaie come sua madre e delle tessitrici, i cenci unti e i pezzi di muro, ai bordi della città, incerti se cadere. La rugiada e il vento notturno, le case dei contadini, il Danubio, la pioggia e le «parole piane, primitive» con cui racconta il dolore che zampilla sui gradini, una rivoluzione possibile, l’umanità intorno a sé - stanca ma non sconfitta. Il volto di ciascuno - dice un suo verso - «è una piccola periferia». 

martedì 16 luglio 2013

Sándor Weöres, Sessantasei


66

Ho compiuto sessantasei anni. Non vado all'asilo solo perché potrei prendere la tosse.
Sono in vita perché non sono ancora morto. Non mi ucciderò, aspetterò la mia fine. 
Si avvicina il momento, in cui gli occhi mi impediranno di vedere, le orecchie di sentire, le gambe di camminare, e le mani di afferrare. Allora mi ritirerò dentro di me, passeggerò dentro me stesso, osserverò che cosa ha in serbo il mio interno. Basta non trovarlo poco accogliente.

Sándor Weöres,  poeta ungherese (Szombathely, 22 giugno 1913 - Budapest, 22 gennaio 1989), iniziò a comporre poesie giovanissimo e attirò l'attenzione dei critici con la sua tesi di laurea sulla poetica (A vers születése "La nascita del verso", 1939). Gli studî e i viaggi contribuirono alla sua formazione, definita completa. Nelle raccolte poetiche (Hideg van "Fa freddo", 1934Medúza "Medusa", 1943A fogak tornáka "La chiostra dei denti", 1947A hallgatás tornya "La torre del silenzio",1956Tűzkút "Pozzo di fuoco", 1964Összegyütött versei "Poesie raccolte", 1975;Harmincharom vers "Trentatré versi", 1978Posta messzirol "Posta da lontano",1981), W. ha conciliato, attraverso un ritmo sapiente, motivi della lirica universale con la tradizione poetica magiara. Rilevante anche la sua attività di traduttore da lingue orientali e occidentali, tra cui l'italiano (Dante, Petrarca, Metastasio, Leopardi, D'Annunzio, Palazzeschi, ecc.).

lunedì 15 luglio 2013

To Be or Not To Be

Carole Lombard con l'affascinante Robert Stack
Ho avuto la fortuna di assistere al risultato di una delle più meritevoli operazioni di recupero cinematografico degli ultimi tempi: TO BE OR NOT TO BE (Vogliamo vivere), del regista tedesco Ernst Lubitsch, girato nel 1941 a Hollywood e presentato nel 1942, poco dopo l'incidente aereo nel quale perse la vita la protagonista femminile, Carole Lombard. Una pellicola contro il nazismo in pieno nazismo, un film arguto e geniale, perfetto nei suoi tempi comici, una satira pungente e meravigliosa che si fa beffa di Hitler quando non era ancora caduto.

E' stato un grande piacere vedere il frutto della collaborazione di due grandi ungheresi di Hollywood: il produttore Alexander Korda, e lo sceneggiatore Menyhért Melchior Lengyel, il famoso ideatore di Ninotchka, che per lunghi anni risiedette anche a Roma.  

Il divertimento è assicurato, in forma pura, intelligente, come lo dimostra anche il trailer: To be or not to be .

Lo consiglio vivamente.

lunedì 1 luglio 2013

Péter Popper, Sull'accettazione

Péter Popper (1933 - 2010)
Accettare non significa rassegnarsi, né rinunciare al senso critico. Accettare vuol dire prendere nota della situazione con pacatezza, analizzarla, ossia imparare a rispettare la realtà per poterci convivere.

venerdì 28 giugno 2013

L'amore immortale per Marinka


Dall'11 dicembre 1992, data della morte di Marinka Dallos, pittrice naif e traduttrice dall'ungherese, per più di tre anni suo marito, Gianni Toti, giornalista, saggista, scrittore, "poetronico", buttò un sasso nello stagno dell'assenza pubblicando l'11 di ogni mese un necrologio-omaggio su l'Unità in memoria della donna conosciuta nel 1949 in Ungheria e che gli è stata accanto per 42 anni nell'evocativa casa-manifesto: migliaia di libri, tante luminose opere di Marinka, e disegni, cartoline, locandine, foto, biglietti, dediche, inviti che tappezzano pareti, stipiti, porte, infissi, fino a coprire il soffitto. Ne riporto uno, di toccante bellezza:

Trentatré mesi, mille giorni e quattro, senza, senza, senza, MARINKA e l'uomo che è vissuto con lei quarantadue anni d'amore e rispetto per la donna, la compagna coSmunista e l'artista non imitabile – Gianni Toti – non sa ancora come sottovivere o soprammorire, sa soltanto testimoniare così, a se stesso, a quel che resta, e a quegli amicompagni che resistono all'altra morte, che Marinka Dallos è stata, per sempre [.]
Roma, 11 settembre 1995
Alcuni quadri di Marinka Dallos
Fonte: www.lacasatotiana.it


István Örkény, Anarchici

Gli anarchici sono per lo più persone miti perché riservano furore e violenza ai ponti, alle linee ferroviarie, ai ministri e agli arsenali. 

István Örkény (1912 - 1979)

martedì 25 giugno 2013

Grace Slick

Ho rivisto di recente l'interessante documentario di D.A. Pennebaker sul Monterey Pop Festival del 1967, il primo festival hippy, rock, psichedelico, dove però c'era ancora un palco regolare e ordinate file di sedie per il pubblico. Un pubblico fatto prevalentemente di universitari all'apparenza benestanti (lo deduco dalle splendide dentature); non misto come sarebbe poi stato a Woodstock due anni dopo.
Grace Slick
C'erano tutti i grandi del momento, quelli che hanno segnato profondamente la vita della mia generazione. Molti di loro non sono più fra noi da decenni come Janis Joplin, Jimi Hendrix, la simpaticissima e dolce Mama Cass, altri invece sono stati dimenticati o quasi, come la oramai settantatreenne Grace Slick dei Jefferson Airplane.

Poco più di due righe dal sito dei Jefferson Airplane per capire il tipo: One of Grace’s oddest and most famous incidents occurred shortly before her pregnancy. In April 1970, the former Finch College student was invited to a reception hosted by President Richard Nixon’s daughter, Tricia, at the White House. The organizers of the affair apparently had little idea who Grace was, or of her opinion of Nixon. (Her song, Mexico, a scathing critique of Nixon’s anti-drug policy, had only just been released as a single.) Upon arrival, however, Grace was barred from entering when she brought a “bodyguard” — ’60s radical Abbie Hoffman! Grace later said that, had they been allowed in, they had planned to spike Nixon’s tea with LSD.

Oggi desidero ricordarla con una delle canzoni meno note, la bellissima Today, che mette in risalto la sua voce inconfondibile: Jefferson Airplane, Today

Today I feel like pleasing you more than before
Today I know what I want to do but I don't know what for
To be living for you is all I want to do
To be loving you it'll all be there when my dreams come true
Today you'll make me say that I somehow have changed
Today you'll look into my eyes, I'm just not the same
To be anymore than all I am would be a lie
I'm so full of love I could burst apart and start to cry
Today everything you want, I swear it all will come true
Today I realize how much I'm in love with you
With you standing here I could tell the world what it means to love
To go on from here I can't use words, they don't say enough
Please, please listen to me
It's taken so long to come true
And it's all for you
all for you