domenica 9 febbraio 2014

Scuola materna per senzatetto a Budapest

Secondo statistiche ufficiali, in Ungheria ci sono circa mille bambini senzatetto. Per i bambini privi di domicilio una fondazione religiosa con sede a Budapest ha organizzato la scuola materna János Wesley, dove i bambini trascorrono le giornate dalle sette del mattino alle quattro del pomeriggio. La mattina vengono lavati, vestiti e subito rifocillati, perché la maggior parte non mangia dal pomeriggio precedente.

sabato 8 febbraio 2014

Good Night and Good Day, Budapest

Good Night, Budapest! - un video di appena quattro minuti sulla città in una notte d'inverno.

Qui invece il panorama della città visto dal cielo: http://www.budapest.skyviewair.com

venerdì 31 gennaio 2014

Morto Miklós Jancsó, regista di Vizi privati, pubbliche virtù

Budapest, 31 gen. (TMNews) - E' morto a 92 anni il regista ungherese Miklós Jancsó, Leone d'oro alla Carriera a Venezia nel 1990 e autore, tra i molti, del film "Vizi privati, pubbliche virtù" (ispirato al titolo dell'omonimo poemetto di Bernard de Mandeville), che fece scandalo nel 1976 al Festival di Cannes, dove era in concorso per l'Italia (soggetto e sceneggiatura erano dell'allora moglie italiana Giovanna Gagliardo) per le scene di nudo che vedono anche la partecipazione di una giovanissima Ilona Staller, in arte, ma solo più tardi, "Cicciolina".

Jancsó, che ricevette per due volte il premio Kossuth, più alto riconoscimento artistico in Ungheria, si separò dalla Gagliardo, conosciuta a Budapest nel 1968 e con cui visse e lavorò per dieci anni a Roma, nel 1980, per sposare l'anno dopo Zsuzsa Csákány. Negli anni successivi si dedicò soprattutto al teatro e alla televisione.

Il regista, nato a Vàc, in Ungheria centrale, nel 1921, firmò anche "Salmo rosso" (1972), con cui si aggiudicò il premio la miglior regia al 25esimo Festival di Cannes.

Ha vinto il Leone d'oro alla carriera a Venezia nel 1990. 

Filmografia parziale (fonte: Wikipedia):

martedì 28 gennaio 2014

Un video su Budapest

Budapest (Bogart foto)
Una registrazione realizzata e diffusa tramite un evento creato su Facebook. Nei punti più famosi della capitale ungherese, dal piazzale degli Eroi al mercato centrale passando per il Ponte delle Catene, i "passanti" ballano a tempo della canzone "Happy" di Pharrell Williams. Il video è stato realizzato da Funzine, rivista gratuita in lingua inglese distribuita a Budapest e in Ungheria ed è online da oggi. La durata è di 4 minuti, non di 24 come l'ambizioso capostipite di quello che, prevedibilmente, diventerà un fenomeno globale: la clip, del resto, si conclude con un invitante "Where are you happy"? Happy We Are from Budapest

Ancora una recensione di "Confini incerti" di Agi Berta

AGI BERTA
CONFINI INCERTI
Romanzo - Edizioni Uroboros - pagg. 203


La scrittrice ungherese Agi (è il diminutivo di Agnese) Berta ha scritto un libro che, attraverso la complessa storia della sua famiglia di origine, ci racconta la Storia dell’Europa Centrale a partire dalla fine della prima guerra mondiale fino a poco oltre la fine della seconda.
Anni che hanno modificato profondamente l’assetto dell’Europa e che continuano a produrre i loro effetti ancora oggi; anni rivissuti nell’ottica di una famiglia della piccola nobiltà ungherese di origine croata, gli Harmath. Dopo la fine della prima guerra gli Harmath sono costretti ad abbandonare la città di Cakovec, in Croazia, per divenire profughi a Budapest, abbandonando tutti i loro beni.
La famiglia è composta dal padre Nandor, dalla madre Cecilia e dai figli Eugenio, Irene, Dusi e Nandor Junior; genitori e figli cercheranno con ostinazione di superare il passato e di costruire un difficile presente. Le loro vite incontreranno delle traiettorie assai differenti: Eugenio, superando i dubbi che provengono dal suo razionale approccio all’esistenza, sceglie le idee socialiste, il fratello più piccolo Nandor abbraccia la carriera militare sulla spinta di una forte idea nazionalista e revanchista che lo porterà nel terreno del nazismo, delle due sorelle Irene punta tutto sulla bellezza e su un buon matrimonio, mentre Dusi (la nonna dell’autrice) sceglie l’indipendenza che viene dal lavoro e dal ritiro in un piccolo borgo.
Quando sembra che nuovi, fragili confini abbiano sostituito quelli vecchi non solo sul piano geografico ma anche su quello esistenziale, arriva qualche nuovo cambiamento o qualche stravolgimento che mischia le carte e sconvolge i destini.
Il lettore è catturato dal racconto della grande Storia e più ancora dalle esistenze dei protagonisti con le loro debolezze, il loro coraggio e la voglia – malgrado tutto – di andare avanti e di conquistare un piccolo spazio per sé e per i successori.
L’autrice poi guarda alla sua piccola epopea familiare con la giusta benevolenza, ma anche con occhio sereno e con un filo di ironia che aiuta a stemperare anche i momenti più drammatici; aiutata forse dai suoi, personali “confini incerti” che l’hanno accompagnata dall’Ungheria alla Polonia fino all’attuale e – sembra – stabile rapporto con la città di Napoli dove vive e insegna.

Girolamo L’Occaso



lunedì 27 gennaio 2014

Miklós Radnóti, Settima egloga



Traduzione di Edith Bruck

Vedi, imbrunisce, e l’atroce barriera di quercia
col fregio di filo spinato sta così sospesa che nel buio si dilegua.
Lo sguardo va lento oltre la cornice del campo,
la mente, la mente soltantoconosce la tensione del filo.
Vedi, cara, qui è così che si libera l’immaginazione, il sogno,
il bel liberatore, scioglie i nostri corpi sfatti,
e allora il campo si avvia alla volta di casa.
A brandelli e calvi, russando, volano i prigionieri
dell’alto della cieca Serbia verso il paesaggio di casa che si cela.
Paesaggio di casa che si cela! Ma c’è ancora una casa? Una bomba
non l’avrà colpita? E’ come quando ci arruolammo? Lo stremato
compagno di destra, quello a sinistra vedranno mai una casa?
Dimmi, laggiù c’è una casa dove ancora qualcuno intende l’esametro?

Senza strumenti, riga dopo riga, tastando,
scrivo i miei versi nella penombra così come vivo, cieco
come un bruco che striscia le sue dieci dita sulla carta,
il quaderno, la torcia, tutto mi fu tolto dagli scherani del campo
non arriva più neanche la posta, solo la nebbia scende sulle nostre baracche.

Tra notizie allarmanti e cimici, qui nelle montagne convivono
il francese e il polacco, l’italiano chiassoso, l’ebreo assorto,
il serbo scismatico, febbricitanti e con i corpi piagati-,
nonostante tutto, vivono la stessa vita in attesa di una buona nuova,
una bella parola di donna, un destino libero e umano, una fine irraggiungibile,
aspettando il miracolo.

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,
tra un’onda e l’altra di pulci quando l’orda delle mosche s’è placata.
Vedi, è sera, un giorno di prigionia
e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.
Sul paesaggio splende la luna e quella sua luce il filo
spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
le ombre delle guardie armate tra le voci della notte.

Vedi, cara, il campo dorme, i sogni frusciano,
chi si sveglia di soprassalto si rigira nel suo stretto lembo,
e di nuovo sprofonda nel sonno con il volto che si illumina. Io solo
sono sveglio, seduto assaporo la cicca in bocca invece di un tuo bacio
e il sonno tarda a portarmi conforto, perché
ormai non posso più morire né vivere senza di te.

giovedì 23 gennaio 2014

Sulla complessità della Storia, ovvero i tedeschi d'Ungheria nel 1946

Non è una foto della deportazione di ebrei ma la ripresa di un istante storico successivo in Ungheria. Siamo nel 1946, probabilmente alla fine di gennaio, ed è in corso l'esecuzione di un provvedimento preso dal governo ungherese nei confronti dei cosiddetti "svevi", i tedeschi d'Ungheria che vi dimoravano da generazioni, parlavano le due lingue e più delle volte non erano di origine sveva ma di altre regioni tedesche. Come mio nonno materno, la cui famiglia proveniva dai dintorni di Hannover e si era trasferita un secolo prima in un villaggio vicino alla capitale  in cerca di terre fertili da coltivare senza doverle pagare; c'erano vasti appezzamenti di terra abbandonati, incolti dopo il lungo dominio turco, e le comunità li mettevano a disposizione per la bonifica.

Con un decreto firmato dal ministro degli Interni Imre Nagy, in seguito martire della rivoluzione del '56,  nel gennaio del 1946 185 mila ungheresi di origine tedesca furono privati della cittadinanza ungherese perché presunti complici, solo in base alle loro origini, della Germania nazista. Espropriati i loro beni, furono stipati in vagoni con i loro bagagli essenziali, per essere deportati nei territori tedeschi controllati dai sovietici.







martedì 21 gennaio 2014

Imre Kertész, Essere senza destino - una citazione per il Giorno della Memoria

“Nincs oly képtelenség, amit ne élnénk át természetesen, s utamon, máris tudom, ott leselkedik rám, mint valami kikerülhetetlen csapda, a boldogság. Hisz még ott, a kémények mellett is volt a kínok szünetében valami, ami a boldogsághoz hasonlított. Mindenki csak a viszontagságokról, a “borzalmakról” kérdez: holott az én számomra tán ez az élmény marad a legemlékezetesebb. Igen, erről kéne, a koncentrációs táborok boldogságáról beszélnem nékik legközelebb, ha majd kérdik. Ha ugyan kérdik. S hacsak magam is el nem felejtem.”
(Sorstalanság)
"Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin da ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perchè perfino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli 'orrori': sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno." Imre Kertész, Senza destino, Feltrinelli, trad. B. Griffini

lunedì 20 gennaio 2014

Vito Teti, Maledetto Sud



Ho appena terminato la lettura di un libro piccolo, molto denso ma scorrevole, sul Sud e sugli stereotipi che lo riguardano. Prima di scriverne due righe ho pensato di fare una ricerca su internet e mi sono subito imbattuta nella recensione di Maria Franco su www.zoomsud.it, del 13 ottobre 2013. Frequento Maria Franco su Facebook da qualche anno e ho imparato a stimarla e a fidarmi delle sue opinioni. Maria non mi ha delusa neppure questa volta: la sua recensione che riporto qui integralmente, rispecchia, approfondisce e completa le mie riflessioni. 

  • vitoteti

"Ecco/Io e te, Meridione/dobbiamo parlarci una volta,/ragionare davvero con calma,/da soli, /senza raccontarci fantasie/sulle nostre contrade./ Noi dobbiamo deciderci/con questo cuore troppo cantastorie."
Questi versi di Franco Costabile, citati nel testo, rendono perfettamente l’obiettivo – centrato – da Vito Teti nel suo ultimo libro, Maledetto Sud, appena pubblicato da Einaudi: fare della sua appassionata e insieme pacata riflessione sulle distorte immagini sul Sud consolidate nel tempo fino a diventare un luogo comune ripetuto il più delle volte acriticamente, addirittura inconsapevolmente, un dialogo ininterrotto con la sua terra, trasformando in una sorta di conversazione dialettica la sua stessa esperienza di vita.
Gli stereotipi sul Meridione, quelli decisamente “anti” e quelli apparentemente “pro” sono, dice Teti, «una costruzione con molti padri, infiniti interessi, tanti sguardi opachi e distorti, è stata quella di un Meridione come luogo mitico, astorico, naturale, compatto. Il Sud Italia, in realtà, è un ossimoro, un luogo di contrasti geografici, storici, sociali, produttivi».
Come uscirne? Affrontando dall’interno la nostra realtà, senza paura di riconoscere le negatività e le ombre della nostra storia, le grandezze, gli sforzi irrisolti, le macerie: di guardare in faccia senza infingimenti ciò che siamo stati e ciò che siamo: «Per sfoltire, sfrondare, annullare, attenuare, rovesciare le immagini negative costruite contro i meridionali, è necessario “andare dentro di noi”. E’ necessario guardare nelle nostre profondità. Non possiamo sopportare gli imbrogli, le menzogne, gli inganni perpetrati in nome di un “noi” nel quale non vogliamo riconoscerci».
Compito ineludibile degli intellettuali meridionali sarebbe, perciò, quello di «rimettersi in cammino, guardare e vedere, osservare, condividere, raccontare, accogliere. Una diversa etica dell’erranza e della “restanza”. Partire, restare, tornare, non si contrappongono, ma si rinviano. Avere riguardo, avere lo sguardo fuori e dentro di sé, ascoltare ed autoascoltarsi».
maledettosudDice Teti, che è ordinario di Etnologia dell’Unical, che «bisogna dare un nuovo senso a parole antiche e costruire un dizionario dell’antirazzismo. Termini e concetti come tradizione, modernità, classicità, identità, appartenenza, bellezza, adoperati spesso per discorsi edulcorati e retorici vanno declinati in maniera convinta, riempiendoli di nuovi contenuti. Non esiste, in realtà, alcun autentico legame con la modernità se si dimentica il passato e, viceversa, il presente non può essere vissuto soltanto come degrado e decadenza. Occorre rovesciare e assumere in positivo termini come ozio, sudici, maledizione. La melanconia va recuperata nella sua accezione positiva, come melanconia attiva, critica, creativa. Anche l’incompiutezza e le rovine possono diventare risorse identitarie e di vita, se solo guardate e trattate con nuova sensibilità, con cura»
Contro ogni meridionalismo «fatto di lamentele e separatezze o di superiorità», contro i separatismi di tipo leghista, guardando dentro «le ambiguità delle identità», e liberandosi «dalla “maledizione” di un’identità angusta, chiusa, inventata (come quella che oppone Nord a Sud)», si può, dice ancora Teti, «trasformare il conflitto in benedizione, il risentimento in riconoscenza, l’autoassoluzione in consapevolezza dei propri errori, l’ostilità nei confronti degli altri in comprensione»: «bisogna ripartire da una riflessione sulla possibilità e sulla necessità di sentirsi italiano, pure sentendo l’appartenenza a un luogo e a un mondo. Può significare che il riconoscimento profondo di un luogo può essere un possibile antidoto alla fine del mondo».

venerdì 17 gennaio 2014

George Szirtes, Afterword: The Death of the Translator

AFTERWORD: THE DEATH OF THE TRANSLATOR

1.
The translator meets himself emerging from his lover’s bedroom. So much for fidelity, he thinks.

2.
Je est un autre, said the translator. Try next door.

3.
The translator was looking down his own throat. Come out, come out, wherever you are! he pleaded.
The translator’s wardrobe was full of other people’s shirts. At least they fitted him.
The translator stood in front of the window pretending to be transparent.
But if everything is potentially everything else, complained the translator, what am I doing here?
The translator was counting his chickens, none of them hatched but already squabbling.

4.
The translator wanders into Babel and books himself into a cupboard.
Two languages on the same floor of Babel. – I was here first. – I’m not talking to you. – Keep the music down. – You call that music?
But the gardens of Babel? Who talks about them? Who planted them? Who tended them? cried the translator in his cups, slurring his words.

5.
The blind translator had developed his sense of smell to an exquisite pitch. He could read books the way a dog reads lampposts.
The blind translator felt his way through the book, knocking whole sentences over. He’d have to build it all again by touch.

6.
A poet and a translator walk into a bar. Give me a beer, says the poet. I suppose you’d better give him a beer, says the translator.
The translator was admiring his dead poets. Not that I am alive myself, he remarked, but at least I keep moving.
Several lungs, several breaths, several sets of teeth, several lips: we are several, says the translator. We are several, echoes the poet.

7.
The Lamentations of the Translator, pondered the translator. Dirge? Plaint? Interpreter? Let’s just call it The Giraffe’s Birthday.
The translator was tracking the bear but kept wondering why the bear was wearing his shoes. Bears are thieves, he muttered.

8.
Two translators meet each other, examine their teeth. Whose teeth are those? they ask.
To meet a roomful of translators is like meeting a charnel house of saints, every one a St Teresa, said the doctor.
They lined up the translators and shot them. Which one was the poet? asked the soldier. Fourth one along. Maybe fifth. Not that it matters.
The translator lay dead but they buried someone else. Then they brought in someone else.
The translator’s arthritis was killing him. The dead lay round the room like a compound of his own glittering bones.

9.
We are legion, says the devil. We are the foreign legion, answers the translator.

10.
Pentecost, shmentecost, shrugged the translator. Just give me the crib.

George Szirtes, poet, born in Budapest in 1948 but living in England since 1956, started translating from Hungarian in the 1980s. His sixteen or so books of poems have won various prizes including the T S Eliot Prize for which his latest book, Bad Machine(2013) is also currently shortlisted. He has translated many books of poetry and fiction from Hungarian, most recently László Krasznahorkai’s Satantango which received the Best Translated Book Award in the US. The act of translation is, he thinks, bound to involve fidelity, ambiguity, confusion and betrayal.
This piece was selected for inclusion in the January 2014 Translation Issue by Daniel Medin, a contributing editor of The White Review. He helps direct the Center for Writers and Translators at the American University of Paris, and is Associate Series Editor of The Cahiers Series.
(Tratto da: http://www.thewhitereview.org/features/the-death-of-the-translator/)