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| Rembrandt, Filemone e Bauci visitati da Giove e Mercurio |
Sulla
stretta panchina del giardino, dove il sole autunnale ridisegnava i
rami spogli del noce e il topazio delle poche foglie oscillanti,
sedevano
due vecchi, muti e al riparo.
Regnava il silenzio nel piccolo giardino del sobborgo. E in quel
silenzio, per un attimo, rimbombò il fragore lontano di un treno
veloce. Poi,
un'altra
foglia giallastra venne giù. La vecchia stava lavorando ai ferri una
calza grigia e accanto a lei il vecchio si sarebbe assopito se, a
tratti, lo scintillio dei ferri non lo avesse ridestato.
“È morto
il vecchio Tímár”
disse assonnato. Avrebbe voluto dirglielo
già al mattino,
ma se n'era dimenticato.
“Che
hai detto?” domandò la vecchia, un po' dura d'orecchio.
“ È morto
il vecchio Tímár”
ripeté il vecchio a voce più alta.
“Di
che cosa è morto?” chiese la vecchia.
“Si
è ucciso.” La donna continuò a sferruzzare.
“Era
abbastanza vecchio” commentò.
“Aveva
soltanto due anni più di me” rispose il vecchio.
“Cosa?”
domandò la donna.
“Non
era poi tanto vecchio.” disse l'uomo con garbo.
“Era
abbastanza vecchio.” fece la donna.
Il
sole era forte. Il vecchio meditò.
“Beveva!”
borbottò fra sé.
“Cosa?”
domandò la donna. “Perché parli
così piano?”
“Voglio
dire
che ogni mese si beveva tutta la pensione” gridò il vecchio con la
bocca rivolta all'orecchio dell’altra.
“Si beveva tutta la pensione.”
Dall'albero
cadde di nuovo una foglia, color pelle di vitello. Per un po', mentre
volteggiava piano, il vecchio la seguì con lo sguardo.
“Che
bel caldo oggi al sole!”
“Vado
a fare due passi” disse il vecchio
alzandosi in piedi. “Tu non prendere
freddo. Vuoi che ti porti uno scialle?”
“Grazie,
caro, non serve” rispose la donna. “Fai
un giro lungo?”
Il
vecchio allungò il dorso della mano per misurare il calore.
“Preferisco
portartelo…” disse, “il sole d'ottobre inganna: un attimo e ci
si raffredda. Dà un'occhiata alla cagna, più tardi.”
Il
vecchio tornò dai suoi giri solo nel tardo pomeriggio, col cielo già
coperto e, sotto il soprabito, il regalo che avrebbe dato alla moglie
a cena per il compleanno: un apparecchio acustico, nascosto in un
mazzo di aster. Per poterlo comprare aveva rinunciato a un anno di
sigarette. Ora, però, entrando nella stanza in punta di piedi, alla
chetichella, gli vennero il dubbio e una stretta al cuore: sua moglie
non l'avrebbe avvertito come un'umiliazione? Perché lei non si
considerava ancora sorda. Anche se il giorno prima, al rombo di un
cannone, neppure molto distante, aveva guardato verso la porta e
detto: "Avanti!".
Il
vecchio aprì la porta della cucina.
“Sono
tornato” annunciò. “Quando ceniamo?”
“Ci
hai messo un bel po'” replicò la donna.
“Una
bella passeggiata” disse il vecchio.
“Non
avrai mica in testa qualche altra bricconata?” domandò la donna.
“Fettine saltate in padella, per cena.”
Il
vecchio schioccò la lingua in bocca.
“È
da tanto
che non mangiamo carne.”
“Non
mi fare arrabbiare di nuovo con qualche sorpresa per il compleanno”
lo esortò la donna. “Non ho più soldi e la pensione arriva solo
fra una settimana.”
“Ce
la faremo” disse il vecchio.
“Cosa
hai detto?” domandò la donna. “Che cosa stai borbottando?
Apparecchia… nel frattempo cuocio la carne.”
Fuori
cominciò a piovere: la pioggia sbatteva sul vetro della finestra,
con colpi acuti e frequenti. Il vecchio apparecchiò in camera,
perché quella era una cena di compleanno. Mentre prendeva le
stoviglie la pioggia non smise di battere sul vetro. Oltre al
tintinnare,
però, si
udiva anche scoppiettare in lontananza, che a tratti smetteva, per
poi riprende con maggior volume. Il vecchio si accostò alla finestra
e tese le orecchie. Il vento fischiava così forte da far udire lo
sbatacchiare dei rami del noce. Di colpo dalla casa di fronte
scomparvero i due rettangoli gialli al suolo: avevano spento la luce.
Il vecchio fece calare rapidamente le tapparelle, poi andò
all'ingresso e chiuse a chiave la porta. Fino ad allora i
combattimenti avevano risparmiato il sobborgo, ma ora che le raffiche
delle mitragliatrici oltrepassavano le tapparelle abbassate,
sembravano proprio giunti fin lì. Il vecchio entrò nella cucina,
impregnata dell'odore del grasso e dell'aglio della carne, e là
dentro, per fortuna, il crepitio
e lo schiocco della cottura non
facevano filtrare
il
rombo
di
fuori. Pensò che non averle dato ancora l'apparecchio
acustico era
stato un bene.
“Che
stai facendo?”
domandò la donna. “Perché chiudi la porta?”
“Piove
a dirotto” rispose il vecchio.
“E
allora?” ribatté la donna.
“Il
vento porta la pioggia dentro” fu la risposta del vecchio.
“Perché
chiudi la porta a chiave?” domandò la donna. “La cucina è piena
di vapore. Perché non rispondi? Ti sto chiedendo perché hai
chiuso
a chiave.”
“Tira
un vento forte,”
rispose il vecchio. “e la porta si apre facilmente. Il vento
potrebbe strapparla e la pioggia ci sbatterebbe dentro tutta l'acqua
che poi dobbiamo asciugare noi.”
“Lavori
di nuovo di immaginazione” disse la donna. “Io non sento nessun
vento.”
Il
crepitio delle armi, già a ridosso, si stava avvicinando ancora.
Colpi di fucile e soprattutto raffiche sempre più fitte si
inseguivano, accavallandosi, incessantemente. Il vecchio tornò
all'ingresso che dava sulla strada, perché da lì si capiva meglio
dove stavano combattendo. Passando per la camera, con
un gesto rapido raccolse dalla tavola apparecchiata, il
mazzo di aster con dentro l'apparecchio acustico che aveva sistemato
accanto al piatto della donna e lo nascose sotto il cuscino del sofà.
Si stava già sparando nella via e i combattenti si
stavano avvicinando. Per fortuna la porta e la finestra della cucina davano sul retro, su un
piccolo giardino. Tornato nella stanza, il vecchio sparecchiò e su
un vassoio portò in cucina tovaglia e stoviglie.
“Ma
che stai facendo?” domandò la donna. “Adesso apparecchi? E come
mai qui, in cucina?”
“E
dove se no?” replicò il vecchio.
La
donna gli si parò di fronte, fissandolo negli occhi.
“Hai
dimenticato, caro?”
“Che
cosa?”
“Che
oggi è il mio compleanno” replicò la donna sorridendo ma con la fronte leggermente arrossata, “e che al mio compleanno
mangiamo in camera?”
Anche
il vecchio arrossì e
tutte le sue rughe divennero rosse.
“L'ho
dimenticato” disse e posò il vassoio sul tavolo della cucina
perché gli tremavano le mani. “Non capisco come abbia potuto.”
“Non
importa, caro. Così
almeno non ci sarà odore di cucinato nella stanza. Da’ un'occhiata
all'ingresso,
mi sembra di aver sentito bussare.”
“A
quest'ora?”
“Cosa
hai detto?” domandò la donna.
“Nessuno
viene a trovarci così tardi!” gridò il vecchio.
“Eppure
io
sento
dei rumori.”
Il
vecchio andò all'ingresso. Premette l'orecchio sulla porta, gli
sembrò che il colpo appena udito lì, nella via, fosse stato sparato
proprio di fronte al cancello del giardino. Si accovacciò, pensando
che una pallottola vagante avrebbe potuto bucare la porta.
Come
in una trasmissione radiofonica disturbata, lo stridio del vento e lo
strepito violento dei rami del noce coprivano i rumori della strada.
Pur tuttavia al vecchio sembrò di sentire lo scalpiccio della
corsa/del correre di piedi avvolti in pesanti scarponi, che
avvicinandosi
s’abbattevano
sul uniformemente il selciato buio. Un'altra raffica!
“Vieni
a mangiare, caro” chiamò la donna dalla cucina.
“Arrivo
subito!” fu la risposta del vecchio.
“È venuto
qualcuno?” domandò la vecchia.
“No,
nessuno!” gridò il vecchio.
“Non
ho sentito”.
“Non
è venuto nessuno” gridò il vecchio. Il suo corpo, magro e
asciutto, non sudava da anni, ora però aveva il palmo bagnato e la
fronte grondante
di sudore.
“Allora
vieni, altrimenti la cena si raffredda” lo chiamò la donna dalla
cucina.
“Arrivo”
gridò il vecchio, “do solo un'occhiata alla cagna per vedere se le
sono venute le doglie.”
Nella
sua cesta, la cagna giaceva tranquilla nella nicchia
buia dell'ingresso. Non ansimava. Il vecchio le accarezzò
rapidamente la testa, prima
di ritornare sui suoi passi. Nei momenti, più o meno lunghi, in cui
si placava il vento, si udivano ancora raffiche di mitra, tuttavia
sempre più attutite, smorzate dai rumori della natura. La sparatoria
si era allontanata dalla loro casa.
“Perché
non vieni? La cena si fredda” lo esortò la vecchia.
“Sto
arrivando” fu la sua
risposta. “Puoi mettere in tavola.”
Il
vecchio tornò alla nicchia dove teneva nascosta la bottiglia di vino
rosso per la cena di compleanno, poi dall'armadio in camera da letto
tirò fuori la giacca scura che indossò, dopo aver buttato l'altra
in fretta e furia sul sofà.
“Perché
ti stai facendo aspettare? Non starai mica male?” domandò la donna
in cucina.
“Macché!
Sto benissimo!” gridò il vecchio.
Tornò
ancora una volta all'ingresso e premette l'orecchio sulla porta. Per
l'agitazione girò automaticamente l'interruttore della luce, perciò
dovette voltarsi per spegnerlo. Spense la luce anche nella camera.
Aprendo la porta della cucina, nel locale amato, pulito e fortemente
molto illuminato, vide la vecchia che, seduta a tavola, nel suo abito
da lutto liso e pulito, i capelli argentei, in mano/tra le dita gli
scintillanti ferri e la calza poggiata in grembo, sorrideva pacifica.
Una visione da cartolina, e sebbene lei non avesse sentito la porta
aprirsi, per il nervoso lui inciampò nella soglia di ottone
lucidato, nello stesso istante in cui si sentì bussare forte
all’ingresso, (questa volta) senza ombra di dubbio.
“Finalmente
sei qui” disse la donna. “Entra, perché ti sei fermato?”
La
porta di casa venne di nuovo battuta e con forza; nella nicchia la
cagna abbaiò ma senza uscire dalla cesta.
“Che
cosa nascondi dietro la schiena?” domandò la donna. “Un'altra
delle tue birichinate?”
“Stanno
bussando” disse il vecchio.
“Ma
no, non sento nulla” disse la donna.
“Io
dico invece che stanno bussando!” gridò il vecchio. La donna
abbozzò un sorriso. Un brivido freddo corse lungo la schiena del
vecchio, avvertì ribrezzo per quel sorriso sicuro di sé, per la
cucina linda, per l'impeccabile tavola apparecchiata. Si sentì
battere sulla porta dell’ingresso.
“Nemmeno
ora lo senti?” le domandò piano. Girò sui tacchi e attraversò la
stanza, stavolta con la porta aperta, per raggiungere l’ingresso.
La serratura era chiusa a doppia mandata. Entrò uno sconosciuto che
si premeva la mano sul bassoventre. Anche il viso era insanguinato.
“Chiuda
la porta e spenga la luce!” intimò al vecchio.
“Chi
sta cercando, figliolo?” domandò la donna alle spalle del vecchio,
dalla soglia della camera aperta.
“Mi
hanno colpito a un testicolo, credo.” disse il giovane.
“Cosa
dice? Non capisco” domandò la donna. “Non capisco.”
“È ferito”
gridò il vecchio nell'orecchio della donna.
“Non
urli!” disse il giovane. “Potrebbero essere ancora qui vicino.”
“Che
dice? Cosa state bisbigliando?” domandò la donna.
“Dice
che un colpo gli ha trafitto la coscia.”
“Che
cosa?”
“La
coscia” rispose il vecchio.
La
donna sorrise allo sconosciuto.
“Si
metta lì
seduto, figliolo” e gli indicò la sedia più vicina. “Un attimo
solo.”
“Che
cosa ne vuoi fare?” domandò al vecchio dopo che entrambi si erano
ritirati nella camera e lei aveva chiuso la porta. “Vuoi che
rimanga?”
Il
vecchio la guardò stupito.
“Non
può restare qui” disse la donna. “Ha gli abiti completamente
insanguinati. Dove mai si potrebbe sdraiare? Sporcherebbe di sangue
anche il sofà.”
“Imbratterebbe
tutto di sangue”
disse il vecchio.
“Accompagnalo
dai Molnár, loro hanno tre stanze.”
“Nemmeno
loro hanno un letto libero” commentò il vecchio.
“Perché
non posi quella bottiglia di vino? Accompagnalo dal vecchio Tímár,
da lui c'è un letto libero.”
“Non
l'hanno ancora sepolto” disse il vecchio. “Non l'hanno ancora
portato via.”
La
donna lo guardò da sotto l’argentea corona dei capelli ma questa
volta senza sorridere.
“Qui
non può rimanere. A che altezza della coscia gli hanno sparato?”
“Non
lo so” rispose il vecchio.
“Sì
che imbratterebbe tutto il sofà. Non posso permettergli di restare.”
“Figliolo,
qui non può restare” disse al giovane allungato sulla sedia
dell’ingresso.
“Sappia che ho perso tre figli in guerra, due sul fronte, il terzo,
l'ultimo, lo hanno ucciso
le
croci frecciate.
Non ne posso più, ci devono lasciare in pace. Non ce l'ho con lei,
figliolo, ma se ne deve andare. In questa casa ormai c'è posto per
due morti
solo.”
Il
giovane rimase seduto.
“Non
ha sentito quello che le ho detto? Qui non c'è posto. Mio marito
l’accompagna dai vicini.”
Dopo
un quarto d'ora, tornato il vecchio, la donna, seduta in cucina,
davanti
alla tavola apparecchiata, sferruzzava ancora. La cena aspettava in
due pentole poste a fuoco basso. Il vecchio tornò all’ingresso,
appese il soprabito all'attaccapanni, prese la bottiglia lasciata lì
e una volta in cucina la pose al centro della tavola.
“Avvicinati
un po'” disse la donna.
“Anche tu sei sporco di sangue, mi pare.”
“Dove?”
domandò il vecchio scrutandosi l'abito.
“Avvicinati
un po'” disse la donna. “C'è del sangue sul colletto. Forse
anche sulla camicia...”
Infatti,
ma non erano sporchi di sangue solo colletto e camicia, anche i baffi
del vecchio, grigi e tagliati corti, e poi l'angolo
della bocca.
“Caro,
stai perdendo sangue dal naso. Ti accompagno a letto.”
“Non
serve” disse il vecchio. “Mi metto seduto su una sedia e chino la
testa all'indietro.”
Ma
entrando in camera all’improvviso lei barcollò. La donna si rese
conto che non ce l'avrebbe fatta a sostenere fino al letto quel corpo
alto, dalle ossa pesanti: lo fece adagiare sull'ampio sofà del
colore dell'erba, accanto alla porta della cucina, poi gli sfilò il
fazzoletto dalla tasca dei pantaloni, anch'esso sporco di sangue, e
con questo gli strinse il naso, e per farlo stare supino, gli sfilò
il pesante cuscino decorativo da sotto la testa. Il mazzo di aster
con dentro l'apparecchio acustico cadde a terra. La donna lo sollevò per posarlo sul tavolo accanto al sofà. Fortunatamente aveva, per arginare l'emorragia, un pacchetto di
ovatta nell'armadio della biancheria. Applicò un impacco d'acqua
fredda sulla nuca del vecchio, gli slacciò e tolse le scarpe, gli
coprì i piedi con una vecchia coperta a quadri. Ma il vecchio
continuò a perdere sangue, così tanto da impregnare in pochi minuti
i tamponi nasali. Si sporcò di sangue anche il sofà verde come
l'erba, ma per fortuna il vecchio non se ne accorse. La donna tirò
su la tapparella e aprì la finestra. Il vecchio udì il crepitio
delle mitragliatrici.
“Spegni
la luce” disse alla donna e lei la spense.
“Va
meglio con l'aria fresca?”
“Sì”
rispose il vecchio. “L'hai visto?”
“Sì.”
“L'hai
anche guardato/aperto?”
“Non
ancora” replicò la donna. “Però, ora è meglio se non ti sforzi
a parlare.”
“Non
ti arrabbiare, Rozi, vedrai che ti sarà utile/credo che ti sarà
utile” disse il vecchio.
“Sento
abbastanza bene anche senza. Un peccato, tutti quei soldi spesi.”
“Hai
sentito che stanno sparando?”
“Sì.
Ora però non sforzarti.”
“Al
buio tu senti meglio, vero?” domandò il vecchio.
“È vero,
caro. Stai perdendo ancora sangue?”
“Non
lo so” rispose il vecchio. “Forse non più.”
In
casa non c'era più ovatta e l'impacco freddo non aveva dato
risultati. Il sangue dal naso del vecchio continuava a colare
abbondante. La donna non prese il cappotto
dall'armadio per evitare che suo marito si accorgesse che stava
andando a chiamare il medico.
“Dove
vai, Rozi?” domandò il vecchio, non
appena sul pavimento della porta della cucina si distese
il rettangolo allungato della luce elettrica.
“Torno
subito” disse la donna. “Da
qualche parte nella dispensa ci dev’essere ancora
un pacco di ovatta.”
Per
un attimo si fermò sulla porta aperta della cucina, con
l'orecchio teso.
L'amore per il marito le restituì l'udito. I colpi
scoppiavano
vicino, a intervalli capricciosi, riempiti solo dal brusio
morbidamente sommesso della pioggia. Aggiustandosi
il
fazzoletto sulla testa, la donna corse verso
il giardino sul retro;
poi, attraversato
il cortile dei Molnár giunse sulla
strada. Per
via delle lampade
colpite, tutto
era
avvolto nel buio. Pozzanghere, sotto
i piedi,
la
schizzavano da tutte le parti, sporcando il suo vestito nero, pulito.
Ovunque tapparelle
abbassate
o luci spente. Solo
gli
spari, ora
esplosi sporadicamente,
ora
inanellati a catene, rivelavano la presenza di uomini.
La vecchia continuò a correre nel buio, ma con
la bocca tremante per la
paura. Il buio spaventava più degli spari perché anticipava quello
che sarebbe successo in seguito. Correndo, la donna alzava, a
tratti, lo
sguardo al cielo, uniformemente
scuro
questa volta, senza
neppure
l'albore scarlatto che di solito si
stagliava sopra il cielo di Pest.
La vecchia non pregava, aveva solo paura. Anche la via
a seguire era
avvolta nell'oscurità. I suoi occhi si erano abituati al buio ma
solo per
distinguere tra oggetti concreti,
che
nella loro materia
informe la
spaventavano più, e il vuoto. Si mise a correre sulla carreggiata,
dove c'erano meno oggetti. Non era ancora caduta. Se dietro
l'oscurità non ci fossero stati degli esseri umani, sarebbe morta
felice. Solo
di questi aveva paura.
Per raggiungere l'abitazione del medico dovette percorrere una via
stretta, che
dall’altra parte sfociava
in piazza Marx. Anche questa
era
buia, solo in fondo ardeva ancora una lampada rimasta miracolosamente
intatta. Dietro, tra i fili lievemente brillanti della pioggia, una
sagoma d'uomo, china
in avanti, attraversò di corsa quella
luce opaca, proprio quando la vecchia stava
entrando nella strada a lei più vicina.
Da quel che si poteva scorgere
dalla
via, anche la piazza in
fondo era
completamente al buio e percorsa
dall’eco
degli
spari.
Il medico abitava dietro il Municipio sott'assedio, e
da una delle finestre del palazzo
il fuoco eruttato dalla gola di un mitra tratteggiava semicerchi
puntiformi di luce. Colpita
da due proiettili, la vecchia si
accasciò a pochi passi dal portone del medico, con la faccia rivolta
al cielo. Non chiuse gli occhi. Non sentì dolore e per alcuni
momenti
fu quasi felice: di nulla doveva più rendere conto. Più tardi,
perdendo copiosamente sangue, cominciò ad avere paura, ma non più
degli uomini.
Anche
il vecchio sul sofà aveva
perso molto
sangue. Per la debolezza s’era
assopito
brevemente. Svegliandosi,
e sentendo freddo, s’era tirato su
la coperta a quadri. Desiderò
che si chiudesse la finestra, perché il freddo vento dell’autunno
sferzava direttamente il sofà. Aveva
chiamato invano
la donna, ma
lei non aveva risposto. Attraverso la porta aperta della cucina
aveva sentito il gorgoglio delle pentole.
“Rozi!”
gridò.
E
per fortuna che
glielo avevo comprato, pensò dopo un po', osservando l'apparecchio
acustico nero, lasciato sul tavolo. Avrebbe
voluto che
chiudesse la finestra, ma
dalla donna nessuna risposta. Non
ebbe il coraggio di alzarsi per paura di perdere altro sangue. Il
vento sbatteva la pioggia dentro, attraverso la finestra aperta. Il
vecchio era contento per aver comprato l'apparecchio. Si alzò,
comunque, quando nella nicchia la cagna cominciò a guaire. Ma
per il tempo che impiegò a sedersi sul poggiapiedi
accanto alla cesta dell'animale, il primo cucciolo, quello
con la coda così sproporzionatamente lunga da ricordare un lombrico,
e con le palme rosa sotto
le
zampe, già si dimenava accanto
alla madre.
Notò
che
una piega della coperta, stesa sotto
la cagna,
era piena del liquido amniotico. La nicchia era illuminata solo dalla
luce che filtrava dall'ingresso. Nell'appartamento regnava il
silenzio, anche la cagna lavorava muta, chiamando a raccolta tutte le
sue forze. Si
sentiva solo il ruvido strofinare della sua lingua sulla pelle ancora
viscida e nera del piccolo. Dopo ogni una nuova doglia, che per un
istante la bloccava, si rivolgeva di nuovo al suo primogenito,
riprendendo a lavarlo, tutta concentrata, con la sua lingua rossa.
Ogni tanto si udiva lo stridio delle imposte che, lasciate aperte,
sbattevano nella camera.
Il
vecchio sospirò, con lo stomaco che gli tremava per l'agitazione.
Anche il secondo cucciolo, nero, traspariva sotto la placenta che
brillava
come vetro.
La casa era avvolta nel silenzio, solo in cucina le pentole
gorgogliavano. Anche nella strada le sparatorie erano cessate. Il
vecchio non riusciva a decidersi: allontanarsi dalla cesta o
richiamare la donna dalla dispensa? In fondo, neppure aveva più
bisogno di altra ovatta. Con il palmo della mano sostenne la cagna
che, con il peso sulla zampa anteriore destra, con il collo proteso
all’indietro, a mo’ di arco, tremava con tutti i muscoli del suo
corpo ancora sodo. Mentre espelleva il terzo cucciolo, il primo aveva
già trovato il suo capezzolo e aveva cominciato a succhiarlo. Il
secondo cucciolo strideva
come una porta non oliata. La madre li
leccò uno dopo l'altro. Dal cordone ombelicale del terzo, strappato
con i denti, si sparse del sangue, assorbito dalla coperta.
Tornato
in camera, il vecchio chiuse la finestra, per evitare che i cuccioli
si raffreddassero a causa della corrente. Gli facevano pena ma anche
li detestava un po’, allo stesso tempo. Quando si sedette di nuovo
sul poggiapiedi, con la testa canuta
china
sopra le mani
per
un istante la cagna si mise su un fianco, aprì la bocca e lo guardò
con la lingua di fuori. I grandi occhi neri raggianti di felicità.
Il vecchio la accarezzò. Pur non sapendo da quanto tempo,
nell'appartamento silenzioso, era stato lì seduto ad ascoltare, il
ruvido e instancabile sfregare della lingua della cagna, non si sentì
stanco e in cuor suo s’era insinuata una piccola e strana felicità.
Assorto nei suoi pensieri nemmeno notò che dalla dispensa la donna
non era ancora tornata.
Colta
da una nuova doglia, la cagna irrigidì la coda.
* * *
Traduzione di Andrea Rényi, revisione di Renato Bruno













