giovedì 21 settembre 2017

Partenza e ritorno


Ogni tanto interrogo Google sui libri che avevo tradotto anni fa, per vedere cosa ne sia rimasto, se sono scomparsi per sempre. Oggi ho avuto la gradita sorpresa di trovare una recensione scritta da Viviana Filippini su "Partenza e ritorno" di György Konrád (Keller, 2015) su CULTORA, pubblicata il giorno di Ferragosto di questo anno.

lunedì 21 agosto 2017

György Konrád, Partenza e ritorno


György Konrád | Partenza e ritorno


Nel febbraio del 1945 eravamo seduti sulla panca di un carro bestiame fermo, immobile. Non riuscivo a staccarmi dalla porta aperta, dalla quale penetrava il vento tagliente della pianura innevata. Volevo tornare a casa da Budapest per non rimanere ospite, e per farlo mi sobbarcai un viaggio di una settimana a Berettyóújfalu, dove erano stati prelevati i nostri genitori e da dove eravamo riusciti a venir via il giorno prima della deportazione. Se avessimo tardato un solo giorno, saremmo finiti ad Auschwitz. Mia sorella aveva quattorci anni e forse sarebbe sopravvissuta, ma io ne avevo undici e il dottor Mengele aveva inviato tutti i miei compagni di classe nella camera a gas [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
L’autore ungherese György Konrád ha solamente undici anni quando le leggi razziali e l’odiocontro gli ebrei incominciano a dilagare in Ungheria. La vita prima del 1944 procedeva molto bene nel paese di Berettyóújfalu: con il papà titolare di un negozio di ferramenta (molti altri prodotti) la famiglia si poteva concedere una vita agiata, con tanto di servitù e tata tedesca.
Ma con l’arrivo delle idee di quell’Hitler e con la presa di potere delle Croci uncinate, tutto cambia. Da un giorno all’altro, György perde tutto, a cominciare dai suoi amati genitori; gli adulti della famiglia vengono deportati, così György e sua sorella Eva restano da soli.
La loro immensa fortuna, paradossalmente, è quella di essere rimasti senza genitori: György e la sorella non possono restare al paese da soli, ma vanno a Budapest ospiti di altri parenti. A Budapest, città molto più grande che Berettyóújfalu, è più facile nascondersi dalle Croci uncinate e quindi è più semplice scampare la deportazione in Polonia, o Germania, o Austria.
Partii dal presupposto che la legge che mi dichiarava oggetto da annientare non poteva che essere illegale, perché io ero innocente. Vedevo piccoli mascalzoni uccidere nel nome del nostro Paese, della nostra nazione, con la facilità con cui si spara a una lepre o si prende una mosca. Nacque l’odio estremo che voleva solo le nostre vite e, se non c’era altro modo, era disposto a spararci e farci cadere nel Danubio, affinché l’acqua ci trascinasse via [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
György ed Eva, assieme ad altri due minori, partono dal loro paesino, abbandonano la loro casa, lasciano alle spalle le loro vite e con esse la speranza di veder tornare mamma e papà. Di nuovo la fortuna è dalla parte dei bambini: fuggono a Budapest esattamente un giorno prima che le Croci uncinate rastrellino tutti gli ebrei di Berettyóújfalu per condurli ad Auschwitz. György sa cosa accade ai bambini ad Auschwitz, sa che quello è il luogo dell’orrore: nella sua famiglia molti hanno subito quella grama sorte.
Vera era stata uccisa con il gas e bruciata. Non sapevo che dei duecento bambini ebrei eravamo vivi solo noi quattro che avevamo lasciato il villaggio (…) Gli altri perirono tutti. [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]

Un’antica cartolina di Berettyóújfalu (fonte: web)
Ma a Budapest la vita è tutt’altro che facile: benché sotto la protezione svizzera, i nazisti appena possono scaricano proiettili contro gli ebrei, per poi gettarli – vivi o morti, non importa – nel Danubio. A Budapest György patisce la fame, capisce cos’è l’odio e quanti danni può fare, vive di ricordi del passato e sogna di poter tornare al suo paese e di incontrare di nuovo i suoi genitori.
Quando arrivano i sovietici è una festa in Ungheria, anche se il popolo ungherese non sa quali idee abbiano in serbo per loro i russi (una storia tanto amara che oggi in Ungheria è reato fare l’apologia dei simboli sia nazisti che comunisti). I nazisti iniziano la ritirata e György, dopo un anno da rifugiato, ritorna a casa. Ciò che trova lo sconvolge, ma continua a sognare di riabbracciare mamma e papà mentre le persone di ritorno dai campi di concentramento – gente che ha perso tutto – colpevolizza il bambino di essere sopravvissuto.
Essendo un sopravvissuto devo la massima gratitudine alla provvidenza e non vorrei attribuire la mia salvezza al puro caso. La mia sopravvivenza però è anche motivo del mio rancore nei confronti dell’illusiorio dono della provvidenza, perché ha voluto che io vivessi e non ha pensato alla salvezza degli altri bambini che non erano più colpevoli di me (…) Al posto dell’infanzia è rimasto un vuoto, una storia mai trattata in profondità o forse non trattabile [György Konrád, Partenza e ritorno, trad. Andrea Rényi]
Partenza e ritorno” di György Konrád è il romanzo che ripercorre la vita dell’autore, con particolare gli anni dal 1944 al 1950. Scritto molto bene, in prima persona, è un testo scorrevole e decisamente istruttivo. Nel romanzo si ritrova quel periodo infelice del Novecento che corrisponde all’ascesa di Hitler al potere: anche in Ungheria vengono emanate le leggi razziali e la libertà al popolo ebraico viene tolta giorno dopo giorno, fino ad arrivare alle deportazioni nei campi di lavoro e concentramento.
Leggere un libro come questo fa necessariamente riflette sul come sia facile seminare odio e far attecchire il germe della cattiveria; Konrád racconta della spietatezza che molti soldati nazisti avevano nei confronti della gente, anche dei bambini, ma non risparmia le descrizioni delle violenze che i sovietici infliggevano alla popolazione locale, soprattutto verso donne.
Attraverso gli occhi di un Konrád bambino si percepisce con più intensità il dolore che ha dovuto provare e le memorie dello scrittore unghere aiutano il lettore a districarsi in una delle più drammatiche pagine di storia del Novecento. Un libro per cercare di non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere, generando un fuoco distruttore in grado di cancellare ogni singolo tentativo di rispettare il prossimo e vivere in pace.
Titolo: Partenza e ritorno
L’Autore: György Konrád
Traduzione dall’ungherese: Andrea Rényi
Editore: Keller
Perché leggerlo: per non dimenticare le sofferenze patite da un popolo intero, non solo ebraico ma ungherese in generale, un libro per far capire che l’odio sonnecchia sotto le ceneri che un qualsiasi personaggio può tornare ad accendere
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Questo è il link all'articolo, firmato da "Claudia" che ringrazio.

giovedì 3 agosto 2017

Ancora di "Fiamme" di György Dragomán, Einaudi

Oggi ne ha parlato Luca Scarlini qui: Il Segnalibro

E queste sono le parole di Franco Cordelli su La Lettura del 28 maggio 2017:


L’io io io non funziona (più)

Bilanci «Fiamme» di György Dragomán e «Il ritorno» di Hisham Matar mostrano i limiti di un racconto orizzontale, lineare, esplicito: intrattenimento, in pratica. Per cercare il senso della letteratura si deve tornare, per esempio, a due romanzi centrati s


Senza sembrare convincente Andrea Bajani, recensendo Fiamme del romeno di lingua ungherese György Dragomán, ne paragonava lo stile a quello di Agota Kristof. L’accostamento risultava poco convincente: possibile che a così breve distanza di tempo, e tra due scrittori che si esprimono in lingue diverse (lei in francese essendo nata in Ungheria), vi fosse un simile accostamento? Invece Bajani aveva ragione. Rispetto al precedente romanzo Il re bianco, Dragomán è come se avesse fatto un passo indietro cercando di farne uno in avanti, verso uno stile più riconoscibile, più pronunciato: vale a dire uno stile elementare, infantile — che mostrasse con chiarezza come a parlare (o a pensare) fosse un non adulto.
Pure, essendo questo ciò di cui voglio dire, lo stile, non è il punto. Il punto è che Il re bianco e Fiamme, diversi, si assomigliano tremendamente. Se ne capisce la ragione. Dragomán è ossessionato dalla vita del suo Paese, che immagina simile se non identica a quella di tutti i Paesi vissuti sotto il regime comunista: e nel- l’uno e nell’altro romanzo non fa che ripetere le stesse cose, mostrare gli stessi casi di oppressione, di invivibilità, di sopraffazione, di violenza, di tortura. In realtà, ciò che domina nei romanzi di questo scrittore è ciò che chiamiamo contenuto o forse, meglio, tema. È la ragione per cui li si legge, li si traduce, li si commenta. Qualcosa di simile si vede in un libro di Hisham Matar, uno scrittore nato a New York di origine libica: Il ritorno.
Nato nel 1970 e autore di due romanzi, Nessuno al mondo e Anatomia di una scomparsa, Matar nel nuovo Il ritorno racconta di un viaggio a Bengasi nel marzo del 2012 insieme alla madre e alla moglie Diana, fotografa. Ci si aspetta una cronaca dal vivo, o da vicino, della recente caduta di Gheddafi, e così in parte è. Pure, anche Il ritorno di fatto è un libro il cui tema è la violenza della dittatura: «Gli oppositori del regime venivano impiccati nelle piazze e negli stadi. Ai dissidenti in fuga dal Paese si dava la caccia e alcuni venivano sequestrati o assassinati. Negli anni Ottanta in Libia si manifestò anche la prima decisa resistenza armata alla dittatura. Mio padre era una delle figure di spicco dell’opposizione». Ma il padre di Matar presto esce di scena, dalla scena del romanzo ossia dalla scena della vita: clandestino, scomparso, morto. In realtà tutta la famiglia era finita in prigione, per usare un termine eufemistico: «Zio Mahmoud, zio Hmad e i miei cugini Saleh e Ali scoprirono di essere tutti rinchiusi là dentro». «Mi è venuta la nausea — ricorda Hisham — come se il mio cuore si fosse spezzato». «Come se il mio cuore si fosse spezzato» è una frase che mi ha colpito per la sua chiarezza e ovvietà — identifica (e semplifica) l’immediata e irrimediabile reazione emotiva di fronte a una notizia drammatica che coinvolge l’intera famiglia e presumibilmente il padre, la persona che non viene nominata. A questo punto il libro di Matar non ha più segreti, si può continuare a leggere o si può smettere, sarebbe la medesima cosa.
Ma non è questa la caratteristica dominante della letteratura narrativa del nuovo secolo? Che cosa cerchiamo in essa se non una notizia approfondita, diciamo vissuta, ben raccontata e a noi fino a questo momento ignota? È, non per nulla, una delle prerogative della letteratura mondiale, dell’essere ciò che continuiamo almeno in parte a chiamare romanzo, il prodotto di una cultura ovunque diffusa, da ogni dove emergente. Essa, prima di tutto, ci parla di fatti, persone, luoghi simili ai nostri, che conoscevamo e che continuiamo almeno in parte a vivere e conoscere, con in più, o di diverso, un elemento che un tempo definivamo snobisticamente esotico e che ormai esotico non può essere ma che nell’esotico ha le sue radici. Vorrei aggiungere: la letteratura narrativa contemporanea mostra di avere in comune, come sua prerogativa d’eccellenza, questo esotismo che possiamo definire racconto di un caso inedito ovvero estremo, raro, in qualche modo prelibato. Dominanti, da un punto di vista referenziale (stilistico, eccetera) sono la prima persona (la testimonianza, reale o supposta), la memoria (dell’accaduto), la ricostruzione storica (non proprio il romanzo storico ma la ricostruzione, con la sua pretesa di verità

domenica 25 giugno 2017

Ancora su "Fiamme" di György Dragomán

L’orfana e la nonna: magie e dura realtà 

Secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese Uno stile crudo e incisivo che risulta evocativo e poetico
“Sogno di un fuoco. Non so cosa bruci. Vedo alte fiamme rosse, dalla cima, dalla cima si innalza del fumo fuligginoso, il fuoco crepita, sibila e scoppietta, le fiamme stormiscono come il vento. Fa buio, c’è solo il fuoco a illuminare, non voglio guardarlo ma non riesco a voltarmi, devo guardarlo per forza, in mezzo alle fiamme vedo assi e travi, fogli carbonizzati, nella brace si muove qualcosa di rosso, non vedo cosa sia, non so cosa sia, non lo voglio sapere”. Questo il primo sogno che fa Emma, tredici anni, nella sua nuova casa. In Fiamme, il secondo volume della trilogia dello scrittore ungherese György Dragomán, cominciata con Il re bianco, tradotto con grande sensibilità da Andrea Rényi, la protagonista rimane orfana di entrambi i genitori a causa di un incidente automobilistico e viene accolta in un orfanotrofio. Sino a quando non si presenta un’anziana donna, che le dice di essere la nonna materna, che non ha mai conosciuto e di cui non conosceva neppure l’esistenza. Emma la segue nel villaggio natale della sua famiglia e scopre che la nonna è vista con timore perché capace di riti magici e di prevedere il futuro. Il nonno inoltre, scomparsa da due mesi, sembra vivere ancora nella casa.

Fiamme ci immerge da subito nei misteri che circondano la vita dell’anziana, ma la magia lascia presto il posto alla durissima realtà. Ne fa le spese subito Emma, appena entrata a scuola, emarginata perché accusata di far parte di una famiglia di traditori. La ragazzina cerca di ricostruire il passato dei genitori, al tempo stesso di non pensare troppo a loro. La memoria personale e collettiva è uno dei temi centrali del romanzo: “Nonna dice che devo sapere che dimenticare è facile. Forse credo che non dimenticherò mai nulla, che ricorderò sempre tutto, ma non sarà così. Si possono dimenticare anche le cose più importanti, le migliori e le peggiori, il dolore più grande e la gioia più grande, tutto, proprio tutto. Mi guarda negli occhi e dice che l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti, sulle mie, sulle sue, solo che sulle sue pesa di più”.

Da una parte i ricordi familiari di cui la casa della nonna è una sorta di catalogo più o meno misterioso, dall’altra la memoria storica, la persecuzione nazista, il comunismo, la violenza, le rappresaglie, le divisioni sociali. Il romanzo è come la magia che la nonna fa con la farina: “sparge della farina sulla spianatoia, la liscia, crea uno strato uniforme…disegna un volto, lo riconosco. È il viso di nonno… immerge i palmi nella farina, li solleva, sulla spianatoia restano le impronte delle sue mani, si vedono le linee dei palmi, le grinze vorticose dei polpastrelli, si mescolano alla venatura del legno della tavola. Sospira, non profondamente, causando appena un lieve turbinio della farina, dice che sa da tempo che si può dimenticare tutto, che infatti dimenticherà tutto…”.

Dalla polvere bianca pian piano si riconoscono i volti, gli oggetti, le storie, i pensieri. Si torna al passato e si vede un futuro che non riesce a scrollarsi di dosso la pesante eredità di ciò che è accaduto. Il lettore all’inizio rimane sorpreso e diffidente, come Emma, poi via via la farina si spiana e cominciamo a capire quello che è accaduto al professore, chi è in realtà Peter, cosa ha sofferto la nonna. Grazie anche allo stile duro e incisivo di Dragomán, che riesce, quasi magicamente, a risultare insieme evocativo e poetico.

Simonetta Bitasi

venerdì 16 giugno 2017

"Fiamme" su Mangialibri


FIAMME

Fiamme
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Emma siede nell’ufficio della direttrice dell’orfanotrofio in cui vive da centocinquantadue giorni, da quando i suoi genitori sono morti in un incidente. Pensava di essere rimasta sola al mondo e invece ora, di fronte a lei, c’è una vecchietta ossuta che dice di essere sua nonna. È venuta a prenderla: le chiede, la implora, di andar via con lei. Emma, turbata e titubante – non sapeva di avere una nonna eppure quella donna le ricorda così tanto la madre, ma lei non vuole ricordare, non vuole più piangere, deve essere forte – decide di seguirla. Il tempo di mettere in valigia i suoi pochi averi, qualche vestito, la vecchia divisa da pioniera col distintivo giallo fatto a treccia, una fotografia a colori un po’ sbiadita di una gita al lago con i genitori. L’ultimo saluto alle compagne d’istituto, l’ultimo sguardo al dormitorio, alle aule. Tre macchie chiare a forma di rettangolo in ogni stanza le ricordano dove una volta c’erano la foto del compagno generale e scritte rosse che parlavano di patria, popolo, partito, pace; il grande falò di capodanno, il viso sorridente del compagno generale che bruciava; la gioia incontenibile delle ragazze che cantavano a squarciagola “che non c’era più, che era tutto finito, olé olé”. È tutto finito ora ed Emma non sa cosa le riserverà la sua nuova vita in un paese che ha appena ritrovato la libertà, a fianco di quella donna dal volto severo e dai profondi occhi grigi che sembrano quasi poter piegare il suo volere e leggerle nel pensiero…
Un regime esecrabile, il suo crollo. Rancori latenti, sete di giustizia. Una neonata, fragile libertà. Il pattern storico pressoché universale delineato da György Dragomán nel suo terzo romanzo, senza etichette, colori o precise coordinate spazio-temporali, trova piena oggettivazione nella turbolenta metamorfosi di Emma, non più bambina, non ancora donna, alla ricerca di una maturità personale e insieme collettiva, necessaria per definire il labile confine tra verità e menzogna e far tesoro dei lasciti del passato. Ottime le intuizioni che guidano l’autore nel proporre, come già ne Il re bianco, un’acuta lettura di alcune delle pagine più nere della storia contemporanea, filtrata dallo sguardo innocente e sincero della fanciullezza. Tuttavia, il tumultuoso intrecciarsi di storia individuale, memoria collettiva e continua richiesta di sospensione dell’incredulità rischia, a tratti, di confondere più che stregare. La cronaca della voce narrante, asettica, non di rado disturbante e iper-realistica, tende a rallentare il ritmo e a soddisfare solo a piccoli sorsi la sete di conoscenza del lettore, sottacendo dinamiche più profonde. Ben altro mordente deriva dall’elemento magico, inaspettato, spiazzante e abilmente inserito nel “quotidiano” attraverso gesti semplici e naturali, e da intensi e drammatici flashback, dolorosi squarci sul passato. Una storia intrigante ma discontinua, che cova lentamente sotto la cenere e non riesce a divampare del tutto, malgrado le indubbie potenzialità.
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Fonte: http://www.mangialibri.com/libri/fiamme

domenica 23 aprile 2017

György Dragomán, Fiamme - recensione di Andrea Bajani

Oggi su il Manifesto è uscita la recensione di Andrea Bajani. Impeccabile, tranne che per il nome di battesimo dell'autore che è György, e non Györgi, e per l'imprecisa collocazione geografica dell'autore: Dragomán era nato in Romania, membro della minoranza ungherese, ma si trasferisce ancora adolescente, con la famiglia, in Ungheria, dove vive tuttora.

Györgi Dragomán, le catene del passato

Narrativa. Attraverso una iniziazione all’età adulta, lo scrittore romeno di lingua ungherese racconta l’Europa in rovina, alludendo alla necessità di sfilarsi dal ricatto dei ricordi: 
«Fiamme»

Quando, a cinquant’anni compiuti, Agota Kristof pubblicò Il grande quaderno, provammo tutti la sensazione lancinante che i nonni evocati rappresentassero l’armadio in cui sta chiuso a chiave il passato. L’Ungheria di cui si parlava, sebbene mai apertamente citata, era costretta in una cornice di violenze: Kristof era nata nel 1935, il secondo conflitto mondiale l’aveva dunque travolta a pochi anni, lasciandola spiaggiata in tempo di cosiddetta pace con una sporta di violenza e domande ingoiate a forza. La Storia scoppia in faccia ai bambini, dicevano i due gemelli della Trilogia della città di K, e lascia morti per terra. Ai bambini non resta che ratificare l’orrore, aggiungere al mondo precedente altre ipotesi, altre domande: «Una volta, lontano nella foresta, sull’orlo di un grosso buco fatto da una bomba, troviamo un soldato morto. È tutto intero, gli mancano solo gli occhi per via dei corvi».
A tenersi stretti il passato, con certezze e segreti, sono i vecchi. «Ecco vostra Nonna – dice la Madre ai gemelli. Resterete con lei per un po’, fino alla fine della guerra». I genitori stanno a cavallo della Storia, troppo impegnati a non farsi disarcionare per occuparsi anche dei figli. Ai figli resta la loro assenza da ricapitolare ogni giorno e una Nonna cui imputare la propria condizione di orfani, e insieme la colpa di essere stati messi in salvo, ma tenuti fuori dalla Storia. E resta la missione del ricordo, sebbene l’oggetto della loro memoria sia qualcosa di mai vissuto in prima persona.
Emma, la protagonista di Fiamme, del quarantaquattrenne romeno di lingua ungherese Györgi Dragomán (Einaudi, traduzione di Andrea Rényi, pp. 364, euro  22,00), è parente prossima dei gemelli della Trilogia. E il romanzo è un evidente – seppur non esplicito – corpo a corpo con il capolavoro di Agosta Kristof, aggiornato al 1989: il crollo di un paradigma, quello comunista, su cui si reggeva un mondo, la condanna a morte dei tiranni, gli spari per le strade, i traditori a piede libero. Dopo aver perso entrambi i genitori in un incidente stradale, Emma vede arrivare in orfanotrofio una donna che sostiene di essere sua nonna: «La direttrice dice che la vecchietta è qui per me. La vecchietta dice che è mia nonna e che è venuta a prendermi. Le dico che non ho nonne. Né nonni. Non ho nessuno».
Lo stile rimanda direttamente alla prosa di Agota Kristof, riprende la secchezza di un’infanzia brutalizzata anche nel linguaggio, i sentimenti volutamente cauterizzati: «Continuiamo così – dicevano i gemelli nel Grande quaderno – finché le parole non entrano più nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle orecchie. Ci esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno. (…) A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua». È l’unica difesa dei bambini di fronte alla bocca spalancata della Storia.
Già nel Re bianco, Györgi Dragomán aveva raccontato le violenze del regime di Ceaucescu, l’infanzia al tempo del sospetto, l’insidioso gioco paranoico delle colpe. Lì, c’era un padre dissoltosi nel nulla, finito dentro il buco nero della polizia segreta. I riferimenti letterari costituivano l’impasto fenomenale tra un passo narrativo tutto dickensiano e un immaginario smaccatamente postsovietico. Ironia, empatia e Securitate.
In Fiamme, Dragomán sceglie come suoi custodi Agota Kristof e Herta Müller, una ungherese (sebbene scrivesse in francese), e una romena di lingua tedesca
Sceglie due esuli, dunque, per tornare a casa. Ed è in fondo una casa quella che cerca la protagonista del suo romanzo, Emma.
Il rovello dei nipoti nella Trilogia era come trovare una casa dentro il tempo, come individuare la propria posizione lungo l’asse del tempo. Emma vive un momento storico e personale in cui tutto salta in aria: la rivoluzione, il dominio sul suo corpo. Varcata quella linea sarà impossibile tornare indietro, adolescenza e capitalismo insieme. «Parla di marmellate, carta igienica, scatolette di pesce, crema al cioccolato, c’è tutto e ci sarà tutto, ormai ci sarà sempre tutto, lo dice con un tono di preghiera, come se non ci credesse». A tredici anni, Emma ha un piede in un’infanzia sovietica data per fallita, e un altro in un mondo che dovrebbe essere migliore, ma fa più paura ancora, un mondo che brandisce il vessillo dell’abiura.
Il presente di Emma è un faccia a faccia con i morti, ha i piedi conficcati nel passato. Si evoca di continuo il foro del proiettile sulla fronte di Ceausescu, giustiziato nel fango insieme alla moglie. E poi i morti accanto all’andirivieni dei sopravvissuti, sbucati indenni dentro il mondo nuovo: «Péter va sul ghiaccio, dice che è per i morti. Dicono che dopo le raffiche li hanno tenuti qui, sul ghiaccio, per qualche giorno, prima di nasconderli da un’alta parte. (…) Il ghiaccio è grigio, non è una pista di ghiaccio, pattiniamo su un lago ghiacciato con le crepe, (…) vedo i morti che fluttuano nel ghiaccio».
Quella che Dragomán in fondo racconta è quanta zavorra di passato i nipoti sono costretti a portarsi sulle spalle. Racconta un’Europa di rovine ereditate. Solo le macerie contano, solo i morti, i segreti messi un una bara. Commemorare senza capire fino in fondo, è questa la scure dell’eredità. Emma non a caso riceve in dono dalla nonna un orologio, che fu a suo tempo di sua madre. Ciò che conta, sembra dire Dragomán, è la quantità di giri che hanno fatto le lancette per arrivare sin qui. «Il dolore aiuta a ricordare – le dice la nonna –, non solo il dolore ma tutto, perché esiste solo quello che ricordiamo, quello che dimentichiamo non c’è più scompare dal passato, scompare dal mondo”; “l’oblio è come una maledizione che si posa sulle spalle di tutti».
Emma diventa grande così, con un passato da portare alla catena, impossibile da far passare veramente, ammucchiato lì tutto insieme, tutto già fallito, il più antico e il più recente: «Il signor Pali ha trovato i morti (…). Stavano nella vallata dietro la fabbrica di mattoni abbandonata. Dicevano che era sicuramente una fossa comune della Prima guerra mondiale, o il luogo di sepoltura dei morti del ghetto».
È sempre tempo di ricordare, ci induce a pensare Györgi Dragomán in questo romanzo importante, ma è anche venuta l’ora di sfilarsi dal ricatto iscritto in ogni eredità, storica e privata.


sabato 4 febbraio 2017

Nadia Terranova: Il diario di Eva

Di seguito riporto l'articolo della scrittrice Nadia Terranova su "Io voglio vivere" di Éva Heyman, Giuntina, 2017 (traduzione mia), pubblicato su Il Foglio il 3 febbraio 2017.


IL DIARIO DI EVA


Anna Frank d'Ungheria aveva le trecce lunghe, i genitori separati e l'ambizione di divorare il mondo

Mio piccolo Diario, avevo solo quattro anni quando hanno divorziato, ma ricordo la loro tristezza. Non litigavano, o perlomeno io non li avevo mai sentiti litigare. Una volta Ági mi ha anche detto che non litigavano perché erano indifferenti l'uno verso l'altra, e di solito litigano quelli che si vogliono bene. Io non so proprio che bisogno ci sia di litigare. Non bisticcerò mai con nessuno, anche se a volte non mi dispiacerebbe rimproverare Pista Vadas, perché non vuole mai parlare con me.
Éva Heyman vive in Ungheria, legge tantissimo, il giorno del suo tredicesimo compleanno ha ricevuto quattordici libri, e poi arance, cioccolata, un cuore di marzapane, il suo primo paio di scarpe col tacco, tre pigiamo, dodici fazzoletti colorati, una collanina d'oro. E' il tredici febbraio 1944 e Éva quel giorno inizia a scrivere. Non può saperlo, ma due anni prima, il dodici giugno 1942, in un altro luogo d'Europa un'altra ragazzina compiva tredici anni, riceveva in dono un diario e lo inaugurava: si chiamava Anna Frank. Nel 1944, mentre Éva ancora attraversa le strade della sua città nonostante le leggi razziste e la paura dell'incombente deportazione, Anna vive già da tempo nascosta in un alloggio segreto. Come Anna, Éva vede l'orrore quotidiano degli eventi, ne sente il fiato addosso, e anziché negarlo o subirlo si affida all'impresa impossibile di non rimanerne schiacciata, attraversa la Storia porgendole senza difese le armi in suo possesso: amore, speranza, intelligenza e talento.
Discute, litiga, gioisce, soffre come soffrono le adolescenti in sconfinato conflitto e doloroso amore con uan madre affascinante e giovane, che è legata alla figlia ma l'ha lasciata con i nonni per seguire il nuovo marito, Bèla Zsolt. Ági, cioè Ágnes, è una giornalista e Bèla uno scrittore, ma, come i lettori scopriranno solo dopo la guerra, quando nel 1947 verrò pubblicato il diario, il vero genio della famiglia era la bambina. Nelle pagine fitte appuntate nei tre mesi che precedono la deportazione rivela un'abilità di analisi e un'ironia che l'avrebbero fatta brillare più forte e più a lungo dei genitori, se solo le fosse stato permesso. Oggi, a distanza di settant'anni, di Éva e Anna pensiamo: sarebbero state grandi scrittrici. Non sapremo mai se invece avrebbero scelto di diventare altro, ballerine, impiegate, insegnanti, scienziate, preferendo lasciarsi alle spalle gli anni in cui la guerra e l'odio le avevano costrette a un contatto con la scrittura ancora più intenso e famelico di quello già insito nell'adolescenza. Qualcuno ha tolto a loro la possibilità di scegliere se coltivare o sprecare il proprio talento, e anoi quella di amarne o criticarne le opere. Nel caso di Éva , quel qualcuno ha un nome: Josef Mengele. "Ma guarda, hai pure la rogna, brutto rospo. Sali subito sul camion!", dice il dottore spingendo la bambina con le gambe ricoperte di croste, perché nel Lager C di Auschwitz dove si trova dal sei giugno ha preso la scabbia. E' il diciassette ottobre 1944, e nessuno dei testimoni può salvarla dalla selezione per il crematorio; in quello stesso momento Anna Frank si trova a Bergen-Belsen, dove morirà qualche mese dopo. Finisce la guerra, e quelle figlie non ci sono più. Nel 1947, Otto Frank in Olanda e Ágnes Zsolt in Ungheria ne pubblicano i diari.

"Ma io piaccio di più ai ragazzi"
Béla Zsolt, il patrigno scrittore, nel libro autobiografico "Le nove valigie" così descrive Éva: "La ragazzina con quel meraviglioso visino da mela, con la sua avida curiosità, l'ambizione, la vanità, gli occhi luminosi che sprizzavano energia". E' la stessa ragazza che il dottore nazista ha chiamato rospo, la stessa che il 14 marzo, quando ancora andava a scuola, scriveva con orgoglio, rispetto alla sua migliore amica: "Ma io piaccio di più ai ragazzi". Il sei febbraio 1949 Béla Zsolt muore; due anni dopo Ágnes si suicida. Otto FRank vive fino al 1980, data dopo la quale il diario di Anna viene ripubblicato nella versione integrale che lui non voleva fosse divulgata. La vicenda di Anna viene tradotta in tutto il mondo, quella di Éva arriva in questi giorni in Italia ("Io voglio vivere. Il diario di Éva Heyman", edizioni Giuntina) nella traduzione di Andrea Rényi, autrice anche di una bellissima postfazione in cui, oltre alla storia personale della ragazza, affronta il tema del rimosso, nella percezione ungherese, dei quasi cinquecentomila ebrei morti durante il nazismo. Un terzo delle vittime di Auschwitz veniva dall'Ungheria. Tra loro una ragazza di tredici anni con le trecce lunghe e il sorriso aperto, che ha camminato da sola al centro della Storia.

giovedì 2 febbraio 2017

Dieci anni di traduzioni - copertine

Compongono un simpatico mosaico le copertine dei libri che ho tradotto in questi dieci anni di "carriera" di traduttrice dall'ungherese all'italiano. Non includo gli e-book, perché non fanno colore; per me la carta stampata rimane ancora insuperabile.

Con Mónika Szilágyi


Tre novelle

Traduzione dell'intervista a Mihály Vigh

Traduzione di due capitoli







Con Francesca Ciccariello










lunedì 16 gennaio 2017

Éva Heyman, Io voglio vivere, Giuntina, 2017


Éva Heyman ha tredici anni nel 1944 quando per tre mesi – da febbraio a maggio - conduce un diario in cui descrive le condizioni di vita sempre più difficili degli ebrei di Nagyvárad (oggi Oradea in Romania), fino all'internamento nel ghetto, alla deportazione e all'annientamento ad Auschwitz. La ragazza sarà inviata al forno crematorio personalmente da Mengele il 17 ottobre dello stesso anno. Prima della deportazione la ragazza affida il diario a una domestica, che al termine della seconda guerra mondiale lo restituisce alla madre, la giornalista Ágnes Zsolt, che lo pubblica nel 1947 sotto il proprio nome, probabilmente dopo averlo ritoccato. Éva Heyman oggi è una figura simbolica, a Oradea un parco e la statua di Flore Kent portano il suo nome per ricordare i bambini e gli adolescenti periti nell'Olocausto. Dopo la pubblicazione del diario di sua figlia e la morte del secondo marito, il giornalista e scrittore Béla Zsolt, autore di “Nove valigie” (Guanda, 2004, trad. di B. Ventavoli), Ágnes Zsolt cade in depressione e si uccide il 3 agosto 1951, a soli 39 anni.
Senza alcun dubbio Éva Heyman può essere definita l'Anna Frank ungherese. I punti in comune fra i due destini, quindi tra i due diari sono molteplici: entrambe le ragazze lo iniziano il giorno del loro tredicesimo compleanno e lo finiscono nell'estate del 1944, poco prima della loro deportazione. Il diario di Anna Frank è più completo, perché la ragazza olandese ha più tempo a disposizione, ed è più maturo, perché Anna muore a quindici anni. Anche se Éva Heyman ha poco tempo a disposizione, l'intensità del suo diario ne compensa ampiamente la brevità: ogni parola conta, e le non molte annotazioni sono sufficienti, esaustive, per raccontare con ricchezza di dettagli le veloci e ineluttabili trasformazioni nella propria vita e in quella della sua comunità.
Nel febbraio 1944 Éva Heyman vive a Nagyvárad, nella Transilvania riannessa all'Ungheria, con i nonni benestanti. I genitori sono divorziati, la madre si è risposata e vive a Budapest, il padre è rimasto in città ma non può tenerla con sé. Ma lei è una ragazza positiva, conduce un'esistenza equilibrata, è molto brava a scuola, e fa progetti ambiziosi per il suo futuro. Ha soltanto un pensiero negativo ricorrente: il ricordo della sua amica Márta portata via di punto in bianco nel 1941, che non è mai tornata. E la paura di finire come Márta.
Con l'avvento delle leggi razziali il nonno in poche settimane perde la sua farmacia ben avviata, la ragazza deve smettere di frequentare la scuola e la nonna, di carattere difficile anche in condizioni di normalità, impazzisce letteralmente. La ragazza riceve poco aiuto anche dalla mamma, perché Ágnes Zsolt dev'essere sottoposta a un intervento chirurgico a Budapest ed è perennemente impegnata in attività di salvataggio del secondo marito, mandato ai lavori forzati in Ucraina, poi costretto a nascondersi. Le giornate trascorrono cercando di fare fronte alle limitazioni sempre più opprimenti, che impongono anche perdite via via più pesanti. Rimane comunque il tempo e lo spazio per il primo amore e per provare ancora affetti e sensazioni che fanno parte del processo di maturazione di un'adolescente. Poi subentra la paura, ma mai la rassegnazione: “... mio caro Diario, non voglio morire, voglio vivere anche se di tutto il distretto lasciassero solo me qui. Potrei aspettare la fine della guerra in una cantina, in una soffitta, e mi farei baciare anche dal gendarme dall'occhio storto che ci ha portato via la farina, pur di non essere uccisa, di essere lasciata in vita!”
Éva Heyman impersonifica l'Anna Frank ungherese, il suo diario fornisce una preziosa testimonianza da una regione poco conosciuta ma dalla storia molto interessante qual è la Transilvania; sul destino degli ebrei ungheresi transilvani, su come una comunità perfettamente integrata con un ruolo fondamentale nello sviluppo socio-economico potesse diventare, praticamente da un giorno all'altro, una massa umana da cancellare ferocemente.
Autore:
A cura di:
Postfazione:
Andrea Rényi
Anno di edizione:
2017
Traduzione:
Andrea Rényi
Pagine:
156
Illustrato:
no
Legatura:
Brossura
ISBN:
9788880576648
Disponibile:
si
Prezzo:
15 €
Prezzo EBOOK:
6,99 €
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