sabato 6 giugno 2020

«LIVING IN A GHOST TOWN»

“In occasione dell’epidemia” di Francesco M. Cataluccio

di  5 giugno 2020
Copertina di In occasione dell'epidemia di Francesco M. Cataluccio
«Questo libretto è stato scritto prevalentemente in cucina, la stanza dell’appartamento dove, a causa dell’isolamento forzato, sono stato relegato col compito anche di preparare da mangiare».
È la frase introduttiva della chiusa del libro intitolata “Chiarimenti e ringraziamenti”emblematica della situazione creatasi in tante case durante il lockdown, al quale il virus ha costretto gran parte dell’umanità per un periodo più o meno lungo.
Ero titubante e sono ancora perplessa alla vista della mole letteratura già pubblicata e in attesa di vedere la luce sulla pandemia causata dal Covid-19: è opportuno, è arrivato già il momento per tirare le somme di un evento, un fenomeno che ha scosso violentemente il mondo ma che è ben lontano da poter essere considerato compiuto, finito, quindi circoscrivibile? Se però lo si suddivide in periodi e si racconta solo il passato recente, appena trascorso, quella fase almeno si presta alla narrazione con una ragionevole affidabilità, di quel tempo è possibile, e anche utile, fare già il bilancio.
In occasione dell’epidemia (Edizioni Casagrande, 2020) del pubblicista e scrittore Francesco Matteo Cataluccio, autore di ottimi saggi su arte e letteratura e vincitore dei premi Dessì e Kapuściński, viene incontro proprio a questa esigenza: parlare dei due mesi abbondanti del lockdown da angolazioni diverse toccando i suoi vari aspetti, per avere un quadro d’insieme di un flagello dalla portata e dalla complessità straordinarie. Con divagazioni e incisi che rendono il racconto più ricco, più vivace, a volte persino ironico e decisamente istruttivo, fino a faro sembrare un’opera di un nuovo Umanesimo.
Cataluccio inizia con il raccontare un sogno strano – quei giorni angoscianti, silenziosi e introspettivi ne producevano tanti –, dice cose del Carnevale, perché tutto ha avuto inizio proprio nei giorni del Carnevale, che non molti ricordano, poi racconta di suo padre partigiano, ma poco dopo ci troviamo immersi di nuovo nelle settimane dell’epidemia, nei provvedimenti, nella bulimia di decreti passando per una del tutto condivisile analisi e sintesi del paese Italia.
La narrazione procede con l’abilità di un funambolo sfiorando con delicatezza quasi tutto lo scibile umano ma senza pedanteria. Strada facendo ci imbattiamo persino in Jim Morrison e Lucio Fontana, e invece di far perdere la concentrazione sul tema centrale le divagazioni aiutano a recuperare le forze per affrontare sempre nuovi spunti e cenni, persino gli aspetti spirituali e teologici della sciagura che ci ha colpito.
Lo stile colloquiale e non cattedratico fanno il resto: il lettore non si perde d’animo e non si annoia, può affrontare senza particolare impegno ma con costrutto il breve trattato sul ruolo della vecchiaia in questa pandemia e riceve pure un regalo: la breve presentazione di un racconto pressoché sconosciuto di Franz Kafka, Un vecchio foglio.
Si apprezzano curiosi camei autobiografici come il racconto legato al “teatro povero” di Grotowski, apparentemente fuori tema, eppure la narrazione non procede a scossoni. Per un qualche miracolo, un segreto che non sono riuscita da scoprire, tutto si lega. Il lettore scivola dalla proposta della commissione d’inchiesta sulla sanità lombarda e dalla constatazione della pochissima attenzione dedicata ai bambini e ai giovani in questi tempi sciagurati, al saggio di Millard Meiss sulla pittura di Firenze e Siena dopo la morte nera, e all’ipotesi intrigante che quello che era successo nella storia dell’arte medievale dopo la peste potrebbein qualche forma e misura ripetersi nella nostra arte dopo il passaggio del coronavirus.
In questo libro di poco più di un centinaio di pagine corredato anche di un ricco apparato, non si fanno previsioni sul nostro futuro. Il libro si limita alla coscienziosa e puntuale ricostruzione, è una testimonianza da poter riprendere in mano quando la memoria comincerà ad affievolirsi, o quando qualcuno vorrà alterare la storia per smemoratezza o per altri motivi. E un punto di partenza per approfondire le curiose riflessioni e scoperte che l’autore ha disseminato con generosità fra un fatto di cronaca e l’altro.
(Francesco M. Cataluccio, In occasione dell’epidemia, Edizioni Casagrande, 2020, pp. 128, euro 14,50, articolo di Andrea Rényi)

L'articolo sul sito di Flanerì

mercoledì 13 maggio 2020

Judith Schalansky, Inventario di alcune cose perdute

TUTTO CIÒ CHE ANCORA ESISTE È SEMPLICEMENTE CIÒ CHE È RIMASTO

“Inventario di alcune cose perdute” di Judith Schalansky

di  11 maggio 2020


«Mentre lavoravo a questo libro la sonda spaziale Cassini si disintegrò nell’atmosfera di Saturno; il lander marziano Schiaparelli si schiantò sul roccioso paesaggio color ruggine del pianeta che avrebbe dovuto analizzare; un Boeing 777 scomparve senza lasciare tracce mentre volava tra Kuala Lumpur e Pechino; a Palmira vennero rasi al suolo i templi di Bel e Baalshamin, antichi di duemila anni, la facciata del teatro romano, l’arco di trionfo, il tetrapilo e parti del colonnato».
Judith Schalansky, quarantenne scrittrice e designer tedesca, inizia con un lungo elenco di cose appena scomparse la nota che in Inventario di alcune cose perdute (nottetempo, 2020) precede la prefazione.
Conosciuta soprattutto per il suo Atlante delle isole remote, un bestseller in Italia pubblicato da Bompiani e venduto finora in trentamila copie, in questo volume elegante e ingegnoso dal genere impuro – un misto di memoir, saggio, catalogo e novella –, erige un monumento a dodici cose scomparse fra elementi naturali e opere dell’uomo in tempi epici o ben concreti e in circostanze immaginate o testimoniate. Come a dimostrare che è possibile rimpiangere o piangere non soltanto quello che ci manca perché è stato perduto lasciando indietro una traccia qualsiasi, quindi la consapevolezza di essere stato, ma anche ciò della cui esistenza non ci è rimasto nulla, ma che percepiamo come probabile esistenza nel passato.
«Il mondo in sé è, per così dire, l’immenso archivio di se stesso – e tutta la materia animata e inanimata sulla Terra è il documento di un immane e oltremodo laborioso sistema di scrittura, pieno di tentativi di trarre insegnamenti e conclusioni dalle esperienze passate».
Judith Schalansky è nata a Greifswald, una cittadina della Pomerania sul mare Baltico, che diede i natali anche a uno dei pittori tedeschi più apprezzati: il romantico Caspar David Friedrich. Rappresentante del “paesaggio simbolico”, dipinse quel Viandante sul mare di nebbia che restituisce lo spirito di questo libro: uno sguardo in un altrove che vede e può raccontarci in immagini solo il viandante di Friedrich e con le parole solo Judith Schalansky. La quale in questo libro dedica infatti una storia poetica anche a Greifswald, al suo porto.
Inventario di alcune cose perdute è un libro organizzato con molta cura: la lunga prefazione dell’autrice ne spiega le ragioni e la filosofia, i capitoli sono corredati di inserti grafici e introdotti con un asterisco e una croce che narrano la nascita e la morte dell’oggetto ricordato. Dopodiché giunge la narrazione, che a volte è strettamente legata allo smarrimento, altre volte si tratta invece di un excursus, l’oggetto comunque fedelmente rievocato è quasi un pretesto per un racconto che può portarci anche lontano.
Judith Schalansky è munita di tutti i mezzi necessari per un intrattenimento scientifico, storico e letterario di eccellente livello. Dà dimostrazione di una preparazione che sfiora l’inverosimile, padroneggia più stili e linguaggi dando più volte l’impressione di volersi mettere alla prova, superandola sempre; come per confermare di essere in grado di usare tutte le chiavi narrative con disinvoltura, ovvero se in qualche caso lo stile è aspro lo è per scelta, e se è ridondante lo è per mostrare un lessico fin troppo vasto.
Queste dodici storie non costituiscono un filone, non vi è uniformità né nei temi né nella forma, l’unico denominatore comune è il principio di base che ha guidato Judith Schalansky, ovvero mettere insieme un repertorio, un catalogo non sentimentale eppure a tratti addirittura molto coinvolgente, e sfoggiare una bravura impressionante in tutto quello che tocca. In ogni caso questo libro è una delle creature stampate più originali oggi in circolazione, frutto di una mente che già con le precedenti produzioni ha saputo stupire.
Corro il rischio di suonare contraddittoria, in particolare dopo la fila di lodi appena pronunciate, ma proprio tutta questa bravura, questa capacità di ricerca, quest’attitudine di mettere in fila cose fra le più disparate, di legarle e di fare nodi invisibili, questo talento scientifico e letterario, insomma quest’insieme alla fine crea un effetto debordante, l’impressione di aver fatto una magnifica scorpacciata che però lascia dei postumi. Quindi Inventario di alcune cose perdute è un pasto luculliano da consumare a piccole dosi: un capitolo alla volta.

(Judith Schalansky, Inventario di alcune cose perdute, trad. di Flavia Pantanella, nottetempo, 2020, 258 pp., euro 19, articolo di Andrea Rényi)

L'articolo su Flanerì

sabato 9 maggio 2020

Michael Kohlhaas

Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist

Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von KleistMichael Kohlhaas è una delle colonne portanti della letteratura tedesca ottocentesca di quello spirito geniale e irrequieto che fu Heinrich von Kleist, definito da Hermann Hesse «il massimo dei molti poeti atemporali tedeschi che sfuggono a qualsiasi inquadratura storica» e modello, fra gli altri, di Franz Kafka e Thomas Mann. In una conferenza tenuta al Politecnico di Zurigo nel 1954 quest'ultimo pronunciò le seguenti parole su Kleist: «Egli fu infatti uno dei più grandi, più arditi, più ambiziosi poeti di lingua tedesca, un drammaturgo senza eguali – anzi, senza eguali anche nella prosa, nell’arte narrativa – assolutamente unico, fuori di ogni ordine e tradizione, radicale nella dedizione ai suoi eccentrici soggetti fino alla pazzia, fino all’isterismo».
Questo Kurzroman, ovvero romanzo breve, del 1810, si ispira a un fatto vero accaduto nel Cinquecento, e racconta di un uomo onesto che, dopo aver subito un sopruso, diventa fuorilegge e assassino. La storia ruota intorno attorno all'ambiguità tra giustizia e vendetta, e il destino del protagonista è al tempo stesso logico e assurdo, appropriato e profondamente ingiusto.
L'opera in traduzione è presente nel catalogo di molte case editrici italiane. Nei decenni è stata tradotta dai migliori germanisti come Gabriella Bemporad, Paola Capriolo o Ervino Pocar, per menzionarne qualcuno, ma nessuna traduzione è mai definitiva, sono tutte superabili, come disse Samuel Beckett: «Try again. Fail again. Fail better». La ritraduzione dei classici è un tema ampiamente discusso in traduttologia. In un convegno del 2010 dal titolo “Ritradurre i classici: quando e perché?”, a proposito delle traduzioni delle opere di Kleist la scrittrice, traduttrice e accademica italiana Anna Maria Carpi, che in quel periodo curava una nuova edizione di opere kleistiane per Mondadori, disse che la ritraduzione era dovuta per la «folle interpunzione» del testo e per la «sovrabbondanza dei suoi periodi». Sempre secondo lei Kleist è uno di quei casi in cui chi ritraduce non può fare a meno di un «aggiornamento» con buona pace del “lettore filologo”. Di tanto in tanto i classici vanno ringiovaniti, in quanto garanti “di un noi storico da conservare e da tramandare”.
Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist
Una delle traduzioni più diffuse di Michael Kohlhaas è contenuta nel volume I racconti edito da Garzanti, a cura dello scrittore e traduttore Andrea Casalegno, che ha tradotto in italiano anche il Faust di Goethe. La traduzione risale al 1977, era precisa e conforme alle esigenze espressive di quel tempo. Per fare un confronto con la traduzione di Federico Ferraguto appena pubblicata da Fazi, ne riportiamo qui l'incipit:
«Lungo le rive della Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli, chiamato Michele Kohlhaas, figlio di un maestro di scuola: uno degli uomini più onesti e al tempo stesso più spaventevoli del tempo suo. – Quest’uomo fuori dell’ordinario sarebbe potuto passare fino al suo trentesimo anno per il modello del buon cittadino. Possedeva una fattoria, in un villaggio che porta ancora oggi il suo nome, e vi si manteneva pacificamente, con i frutti del suo lavoro; i fanciulli che sua moglie gli aveva dato li tirava su nel timor di Dio, laboriosi e leali; non c’era uno dei suoi vicini che non avesse provato i benefici della sua generosità, o della sua giustizia; il mondo, in breve, avrebbe dovuto benedire la memoria se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia, infatti, fece di lui un brigante e un assassino.»
Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist
Vediamo ora la nuova traduzione dello stesso incipit che suona più vicina ai lettori dell'anno 2020:
«Verso la metà del sedicesimo secolo, sulle rive del fiume Havel, viveva un mercante di cavalli, chiamato Michael Kohlhaas. Figlio di un maestro elementare, fu uno degli uomini più onesti e nello stesso tempo più terribili del suo tempo. Fino ai trent'anni, quest'uomo straordinario avrebbe potuto rappresentare il modello di buon cittadino. In un villaggio che porta ancora il suo nome possedeva una fattoria e lì viveva tranquillamente grazie ai frutti del suo lavoro. Educava i figli, che la moglie gli aveva dato nel timore di Dio, nell'onestà e nella laboriosità. Tra i suoi vicini non ce n'era uno che non avesse beneficiato della sua magnanimità e della sua giustizia. In breve: se non avesse esagerato in una delle sue virtù, il mondo avrebbe dovuto benedire la sua memoria. Ma il suo senso di giustizia lo rese un bandito e un assassino.»

E non ci rimane altro che invitare il lettore a cimentarsi con le non molte pagine di quest'opera intramontabile, un testo felicemente ringiovanito nella nuova traduzione.

L'articolo su SUL ROMANZO

lunedì 20 aprile 2020

E' solo un cane (dicono)

È solo un cane (dicono)

È solo un cane (dicono)Seguo Marina (Zot) Morpurgo su Facebook da anni: il suo accattivante senso dell'umorismo, la sua ironia che conserva sempre un fondo di grande dolcezza e umanità, la sua schiettezza e il suo spirito di osservazione l'hanno resa una figura molto apprezzata e seguita, addirittura familiare anche senza conoscerla di persona. Ex-giornalista, oggi Marina Morpurgo è un'affermata e prolifica traduttrice dall'inglese, editor, e autrice di libri per ragazzi e adulti. La sua popolarità su Facebook si deve in particolare alle cronache delle avventure del suo cane Blasco, un cane dal culotto bianco e nero, che con la sua spavalda tenerezza mi ha ricordato il cane Barone che Carlo Levi adotta in esilio, di cui racconta anche in Cristo si è fermato a Eboli. Il legame casuale fra Barone e Blasco è dovuto alle storie di fascismo e antifascismo che assurgono a protagoniste nel romanzo di Carlo Levi e anche in quello di Marina Morpurgo, perché in quest'ultimo il filo conduttore è un amorevole cagnaccio, che però, per una curiosa coincidenza, ci porta indietro nel tempo, alla Shoah.
Ma andiamo per ordine. Nel 2016 Astoria pubblica È solo un cane (dicono), un piccolo volume delizioso che prende spunto dai post giornalieri su Blasco che Marina Morpurgo pubblica su Facebook. Blasco proveniva dal cortile di un uomo che non voleva più tenerlo; era nato, l'11 marzo 2008, a Gambassi, il borgo toscano dove nel 1943 la famiglia materna di Marina si rifugia durante l'occupazione nazifascista. Questa coincidenza offre all'autrice l'occasione di condurre un secondo filo narrativo che, per quanto possa sembrare irriverente incrociare un destino canino con la storia a tratti tragica di una famiglia, non solo “regge” ma risulta addirittura naturale, spontaneo. I nonni, la mamma e la zia dell'autrice non muoiono grazie alla concatenazione di eventi fortunati e grazie al coraggio di tanti, come alcune suore “consapevoli e silenziosamente eroiche”. La narrazione è arricchita di interessanti camei dedicati a personaggi, fra noti, meno conosciuti o del tutto ignoti, i quali però avevano avuto un qualche ruolo nella tormentata vicenda della famiglia negli anni bui del fascismo. Alcuni anche da soli potrebbero costituire un romanzo a parte.
È solo un cane (dicono)
A sette anni e mezzo il simpatico cane Blasco si ammala di osteosarcoma e inizia una lotta lunga, complessa ed estenuante per salvarlo. «I numeri delle statistiche sono tutti contro di noi. Io però non smetto di sperare che il nome di Gambassi per me significhi sempre la vittoria del bene sul male, qualunque esso sia, dai nazisti al cancro». Il libro edito nel 2016 termina con Blasco malconcio ma vivo e vivace. Questa prima edizione riscuote ampi consensi, diventa bestseller, e la storia di Blasco, come anche quella della famiglia di Marina Morpurgo, prosegue su Facebook ormai davanti a una vasta platea. Noi che la seguiamo partecipiamo prima alla scomparsa dei genitori di Marina, e in seguito a quella dell'amato cane.
È solo un cane (dicono)
Una manciata di settimane fa Astoria ha pubblicato la seconda e riveduta edizione del libro con il sottotitolo E la storia continua, che è il libro già noto, con l'aggiunta di nuovi capitoli che annunciano anche l'arrivo di ben tre nuovi cani in casa Morpurgo. «A questo punto com'è andata la storia lo sapete. Blascone è vissuto abbastanza per assistere all'uscita del libro, quasi che da bravo cane affettuoso avesse deciso di non guastarmi l'emozione del momento.» Anche quest’edizione è corredata di apparati utili per comprendere la storia della famiglia, nonché di affascinanti fotografie d'epoca.

Con il suo felice tratto leggero, indulgente e autoironico, Marina Morpurgo racconta un capitolo determinante della Storia, schizza ritratti senza comporre miti o mostri, ma riconoscendo e attribuendo solo meriti o demeriti, e rende immortale umanizzando, senza cadere in esagerazione, un cane, il suo cane Blasco, che noi tutti avremmo voluto avere anche solo per un'ora, per vederlo correre per i prati prima con quattro, poi con tre zampe.
L'articolo sul sito di Sul Romanzo

domenica 12 aprile 2020

Intervista a Silvia Cuttin

«AVEVA FATTO COME FIUME: AVEVA ACCOLTO IL MALE DENTRO DI SÉ E NON L’AVEVA RESTITUITO»


Intervista a Silvia Cuttin

di  9 aprile 2020

copertina di il vento degli altri di silvia cuttin
Il termine città-stato viene immancabilmente associato all’antica Grecia, ad Atene, a Sparta, o in tempi moderni al Vaticano o a Singapore. A pochi viene in mente che una novantina d’anni fa esisteva una città che apparteneva alla Corona d’Ungheria ma godeva di uno status autonomo riconosciuto dalle grandi potenze europee: Rijeka, o Fiume, nel golfo del Carnaro, annessa dagli Asburgo nel 1466. È sempre stata una città cosmopolita, dove il mondo latino rappresentato dagli italiani si incontrava con il mondo panslavo dei croati e sloveni, con la cultura germanica degli austriaci, e con lo stato emotivo siamo un’isola degli ungheresi. E in più c’è il mare, che stimola la sensazione di vicinanza al mondo intero. Una città di mille colori, la Mitteleuropa in miniatura. Un corpus separatum nell’Impero che nel Settecento diventa porto libero, acquisisce autonomia commerciale, e viene annesso al Regno d’Ungheria. Nel 1848, per un ventennio, diventa croato per tornare, nel 1868, alla corona ungherese. È l’unico porto, l’unico sbocco al mare dell’Ungheria, e sotto l’amministrazione ungherese si dota di importanti strutture produttive.
Fiume/Rijeka era anche una città laica, lo dimostra il numero esiguo di chiese. Una città in cui convivevano pacificamente cattolici, protestanti, greco-ortodossi ed ebrei, immigrati prevalentemente dai territori del Regno d’Ungheria. Verso la fine dell’Ottocento molti parlavano quattro lingue: l’italiano, il croato, il tedesco e l’ungherese. La società fiumana era aperta, e anche le donne godevano di una certa libertà inconsueta altrove.
Nel 1918 si dissolve la monarchia Austro-Ungarica e il destino di Fiume diventa incerto. La sua appartenenza diviene una questione complessa e discussa fra italiani e croati. Gabriele D’Annunzio lancia l’impresa volta a occupare la città, ed è questo il capitolo di storia fiumana che dà l’inizio al romanzo di Silvia Cuttin, Il vento degli altri (Pendragon, 2017) una lettura che rappresenta un ottimo modo per accostarsi alla città capitale europea della cultura 2020, oggi ufficialmente Rijeka, e porto principale della Croazia indipendente.
Anche se non è strettamente collegato con il libro, da ungherese non posso non dedicare due parole anche alla funzione fondamentale che la città di Fiume ha avuto negli scambi letterari fra italiani e ungheresi. Si forma in questa città la prima generazione di intellettuali bilingui italo-ungheresi cui deve molto la letteratura di entrambe le lingue. Alla simbiosi della cultura italiana con quella ungherese a Fiume si deve la grande fortuna della letteratura ungherese in Italia fra le due guerre mondiali, quando decine di romanzi diventano bestseller nelle librerie italiane, grazie all’instancabile lavoro di traduttori, appunto, fiumani. Il primo grande successo italiano delle opere di Sándor Márai risale proprio a quest’epoca ed è attribuibile a questo contesto.
Con Il vento degli altri la bolognese Silvia Cuttin, di origini disparate compresa quella fiumana, già autrice di due titoli e forte di esperienze lavorative che richiedono una buona padronanza della scrittura, erge un monumento all’identità irriducibile di una città chiave della storia del Novecento. Silvia Cuttin si definisce una tessitrice che scrive storie con innumerevoli fili, e difatti ne tiene ben tesi diversi anche in questo romanzo che abbraccia un secolo di storia fiumana, quindi europea. Un’opera solida che mette a frutto un notevole impegno preparatorio e matura con le pagine. Dopo un inizio inibito, la trama e la scrittura si irrobustiscono, con lo scorrere delle pagine cresce il coinvolgimento, i personaggi e l’ambientazione acquisiscono peso e solidità. Il filo conduttore è la vicenda di Elena aspirante cantante lirica che per la prima volta incontriamo bambina, e la accompagniamo fino al termine della sua lunga esistenza avventurosa eppure statica perché interamente trascorsa nella sua città natale. «Aveva vissuto anni bellissimi e, allo stesso tempo, terribili: la storia di quei luoghi di confine era stata particolarmente dura e dolorosa. E ancora guerra, dopo, quella che c’era stata qualche anno prima che aveva influito anche su Fiume, con gli ennesimi spostamenti di popolazione. Ma Elena, di quella guerra recente, non aveva voluto sapere, la sua vita era già stata troppo piena così».
La lettura del romanzo ha stimolato alcune curiosità che hanno assunto la forma di domande, che Silvia Cuttin ha accolto, e le sue risposte sono tutte fuorché scontate:

Nei due capitoli intitolati Note al testo e Ringraziamenti e riconoscimenti, il lettore può farsi un’idea di massima del tuoi legami con la città di Fiume, ma credo che dietro ci sia una storia ricca di elementi interessanti.  Puoi svelarne qualcuno, come le ragioni per cui i tuoi avi scelsero Fiume e perché decisero di andarsene?
Le mie origini fiumane sono legate alla famiglia materna, sebbene abbia avuto qualche lontano avo di quelle zone anche per parte di padre. I nonni materni si sono sposati a Fiume nel 1925 e dopo qualche anno si sono trasferiti a Trieste; hanno dunque vissuto l’esodo solo attraverso i loro familiari, quasi tutti rimasti in quella città. Da quel che so, la famiglia di mia nonna era mista: fiumana di lingua italiana come la maggioranza della popolazione di allora, cognomi tipicamente italiani, anche se sembra che la bisnonna fosse croata. Mia nonna aveva frequentato le scuole ungheresi, conservo un libretto bilingue con la composizione delle classi. Era cattolica e per sposare mio nonno si era convertita all’ebraismo. Aveva dieci fratelli, che rimasero a Fiume. Non so molto di loro, in famiglia si è sempre parlato poco di quella parte di storie tragiche. Nel 1945 riuscirono a fuggire tutti, ad eccezione di sua madre e di due fratelli che non fecero in tempo: furono arrestati dai titini e uccisi in carcere. Erano fascisti? Può essere, sicuramente erano benestanti, possedevano una villetta con giardino, sono andata a vederla in una delle mie recenti peregrinazioni a Fiume. Ora ci abitano diverse famiglie, ho guardato i campanelli, c’è pure un B&B. Ho avuto per un attimo la curiosità di ricostruire come li avessero avuti, quegli appartamenti. In realtà, anche se si potesse, non vorrei sapere. Come non pensare al bellissimo film Ida (del regista Pawel Pawlikowski, ambientato in Polonia), che racconta di persone che hanno colto l’occasione di una situazione orribile per stare meglio, anche se a danno di altri. Un esempio mutuabile ad altri contesti e che, in maniera diversa, credo si sia verificato anche a Fiume. Di fatto, non tanto e non solo una questione etnica, quanto economica.
La famiglia di mio nonno materno, invece, era arrivata a Fiume nel 1913 dalla Transilvania ungherese. Il mio bisnonno era panettiere al servizio delle Regie Ferrovie ungheresi e si spostava lungo le direttrici della costruzione delle linee ferroviarie. Per questo motivo i suoi dieci figli erano nati ognuno in un villaggio diverso. Nell’ultimo paese in cui si erano fermati facevano la fame, si trasferirono così a Fiume. In famiglia si dice che da lì volessero emigrare per gli Stati Uniti, sta di fatto che in quella città si stabilirono. Lì si trovava lavoro e c’era molta più tolleranza verso gli ebrei che nell’Ungheria rurale. Erano ebrei ortodossi, i bisnonni continuarono a parlare in yiddish anche a Fiume, oltre che a mangiare borsht e cetrioli in salamoia. La comunità ebraica ortodossa era numerosa, c’erano addirittura due comunità e due sinagoghe distinte, una Neolog e l’altra ortodossa.
Nel 1938 agli ebrei di quelle zone, a differenza che nel resto d’Italia, venne ritirata la cittadinanza italiana, divennero apolidi oppure stranieri, a seconda dei diversi casi burocratici. Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra, tutti i maschi di età compresa tra 18 e 60 anni vennero mandati in campi di internamento fascisti nel Sud Italia in quanto ebrei stranieri/apolidi. Forse fu per quello che, pur non in maniera facile, i fratelli di mio nonno si salvarono. Nel 1943 la Germania annesse (a differenza del resto d’Italia che fu occupato) il Trentino, parte della Venezia Giulia e Fiume, Istria e Dalmazia. A Fiume di ebrei ce ne erano ormai pochi: tra questi i miei bisnonni insieme con una delle figlie rimasta con loro per accudirli. Furono presi dai nazisti e deportati ad Auschwitz; non si sa se siano mai arrivati o se siano morti prima, già alla Risiera di San Sabba o in treno: avevano ottant’anni.
Finita la guerra o poco dopo nella Fiume occupata dall’esercito di Tito, della mia famiglia non era rimasto nessuno e nessuno di loro, ovviamente, tornò. Se non mia nonna che un paio di volte andò a cercare la madre e i fratelli “spariti”, senza ottenere nessuna informazione se non l’avvertimento di non tornare più altrimenti l’avrebbero arrestata. Un piccolo racconto che ho inserito, romanzandolo, in Il vento degli altri.
Tornando alla domanda, non si è trattato di decisioni prese ma di fatalità dovute ai conflitti intrecciati che si ebbero in quelle zone in periodo di guerra e prima a causa delle leggi razziali: chi perse la vita, chi perse tutto quello che aveva a fatica costruito. Sei dei ragazzi ebrei emigrarono negli Stati Uniti e non tornarono, i loro genitori rimasero in Italia dove dal 1943 erano stati nascosti. Gli altri furono esuli e si stabilirono in diverse città italiane.



Il titolo del romanzo ricorda il titolo del film di Florian Henckel von Donnersmarck, Das Leben der Anderen, La vita degli altri, che in italiano è diventato Le vite degli altri, una pietra miliare nella cinematografia storiografica. Come è nato il titolo del libro?
Le vite degli altri racconta di vite spiate, di vite controllate. Sotto il regime fascista e in seguito sotto quello comunista di Tito il controllo c’era, ed era invadente. Nel libro ne accenno, ma il livello di controllo non raggiungeva quello più moderno adottato nella DDR. È anche vero che si può immaginare di essere degli spettatori nascosti quando si legge un romanzo, entrando non visti nelle vite dei personaggi!
Riguardo al titolo, avevo buttato lì un titolo banale, sperando di avere una folgorazione in corso d’opera o che venisse un suggerimento dall’editore. Quando mi sono resa conto che nessuna delle due possibilità si verificava, ho cominciato a pensarci sul serio. Ci sono arrivata dopo tre giorni, concatenando parole e idee. Ho pensato che quelle zone sono famose per la bora, un vento davvero forte, a raffiche: il vento era un buon punto di partenza. E lì c’è il mare, si va in barca a vela, il vento cambia e ti puoi trovare al largo senza vento, o sbattuto contro gli scogli per un mutamento improvviso di vento. Il vento può essere a favore o contrario e può cambiare, questo insegna il mare. Chi ha il vento a favore in un determinato periodo, può trovarsi poco dopo con il vento contrario. E ti può capitare, insieme al vento che cambia, di trasformarti negli altri, dall’oggi al domani. Effettivamente così è successo lì, e più volte.
In un paio di occasioni, a una presentazione e in una scuola, mi hanno dato un’interpretazione del titolo diversa da quella che avevo pensato io: entrambe potevano essere giuste, mi ci ritrovavo, mi erano piaciute, erano attinenti a quello che avevo raccontato. Purtroppo non me le sono scritte e mi sono subito scappate di mente, come accade spesso con qualcosa che colpisce nel giusto.

Il vento degli altri è anche lo specchio della complessità della Storia, che a Fiume sembra aver persino esagerato. Come la vedi oggi la città, la Rijeka croata? Conserva ancora i connotati del passato
Conosco poco la città attuale e soprattutto non conosco i suoi abitanti, al di là dei rimasti, che però non considero un esempio di croaticità.
La prima volta che sono stata a Fiume avevo quindici o sedici anni, ero con mia madre e uno dei suoi cugini nato e cresciuto lì, fino a che gli è stato permesso abitarvi. La città era grigia, le case cadenti, tristi. Questo mi ricordo: il grigiore diffuso. Non capivo quella visita, una città così brutta! Ero troppo giovane e disattenta per cogliere quello che vedevano loro, qualcosa che non c’era più se non nei loro ricordi. La seconda volta che ci sono andata è stato moltissimi anni dopo, la Jugoslavia non esisteva più e Fiume era in Croazia. Gli edifici più belli erano stati restaurati, erano state create piacevoli isole pedonali, la gente passeggiava e si fermava nei bar del Corso, i negozi avevano vetrine come le nostre. Una città completamente diversa da quella che avevo visto, da quella che ricordavo. Simile a Trieste, anche se più piccola e certamente meno bella. L’Impero austro-ungarico è rimasto preponderante in entrambe le città. Ho notato la mancanza dei cafè in stile viennese o di Budapest e che a Trieste ci sono ancora; la gente è molto diversa, con tipiche caratteristiche slave. Mi hanno detto che, oltre ai venuti, cioè chi ha sostituito i circa 30.000 esuli di Fiume tra il 1945 e il 1948, c’è stato un altro cambiamento di popolazione con la guerra degli anni Novanta.
A questa tua domanda rispondo che il contenitore ricorda ancora molto la città che era, ma le caratteristiche che la rendevano speciale non ci sono più. Non si parlano più quattro lingue, non è più una città multiculturale, non so se sia tollerante ma propendo per il no, non credo che sia particolarmente accogliente con i diversi.
Porto un esempio che credo possa far capire qualcosa in più. Da febbraio 2020 e per un anno, Fiume/Rijeka è Capitale europea della cultura con un progetto dal titolo Il porto delle diversità. Ebbene, la Comunità degli italiani di Fiume ha presentato diverse iniziative da inserire nel cartellone generale. Non ne è stata accettata neanche una e non credo che fossero tutte poco interessanti. Saranno presenti ufficialmente solo con un banchetto gastronomico che presenta le specialità italiane (italiane di quella zona, intendiamoci). Se faranno qualcosa, lo faranno autonomamente; agli italiani è stata negata una presenza nella storia della città. Perché questo? Perché il nazionalismo croato continua a negare il fatto che lì ci sia stata una presenza italiana antecedente a quella fascista. Era un’italianità soprattutto di lingua, un’italianità mista ma che esisteva da secoli. Una storia che i croati tentano di cancellare – compresa quella della presenza veneziana che però non ha toccato Fiume – e direi che ci sono per la gran parte riusciti. Forse non crediamo a un Marko Polo croato ma è già indicativo che anche in italiano si dica spesso Zagreb e non Zagabria o Krk invece di Veglia. Mentre diciamo Parigi, e non Paris.



Il lettore avverte più di un nesso fra le vicende di Fiume e la storia attuale. Secondo te quali sono i legami fra il passato e il presente? Che cosa ci insegna Fiume?
Secondo me, innanzitutto Fiume ci insegna che le situazioni si ripetono, anche se non uguali.  Bisogna prestare attenzione, analizzare e riflettere per individuare le somiglianze e per comprenderle. Nel caso di questo libro si tratta di Fiume ma probabilmente ci sono altri luoghi che potrebbero avere lo stesso ruolo. Ci insegna che, come dicevo riguardo al titolo del libro, i fortunati possiamo essere noi in un determinato momento e non troppo tempo dopo potremmo non esserlo più. Questo, in teoria, ci dovrebbe rendere più attenti verso l’altro, verso chi fortunato lo è meno. Porsi nei confronti dell’altro cercando di capire davvero, non da superiori. Sarà forse idealismo, il mio, o buonismo? Forse sì, io credo però che chi come me ha una provenienza così mista e che ha vissuto – anche se non direttamente – così tante difficoltà e drammi non possa non identificarsi perennemente con l’altro, con il dolore dell’altro. E anche l’identità ha una diversa connotazione, non è legata alla nazione, non è unica, ma è altro; forse è una perenne ricerca.
La Fiume dei secoli scorsi ci insegna anche che la mescolanza di popoli, di lingue, di usanze e di tradizioni è positiva e ci arricchisce. Sono consapevole di avere un po’ idealizzato l’atmosfera della città che ho ricostruito nel romanzo, ma mi è venuta dalle letture fatte, dai racconti che ho raccolto in tanti anni e forse anche da quanto ho respirato in famiglia. Mi piacerebbe potere affermare che se riuscissimo a ricostruire quel clima di accoglienza e di accettazione delle differenze senza necessariamente cancellarle potremmo risolvere in parte la situazione odierna. Quell’atmosfera esisteva anche a Sarajevo o a Istanbul, faceva parte dell’epoca dei grandi imperi, tempi scomparsi e non recuperabili, al di là che non sarebbe il caso di recuperare. Leggendo un romanzo (e prima scrivendolo) ci si permette di sognare un po’, e allora, facciamolo.
(Silvia Cuttin, Il vento degli altri, Pendragon, 2017. pp. 334, € 16.00 | Intervista di )

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domenica 15 marzo 2020

Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia Rinaldi

Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia Rinaldi

Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia RinaldiIl retro copertina di Vi stupiremo con difetti speciali. Storie di Alba, Akin e Huang (Giunti 2020, da un progetto di Luca Trapanese), libro colorato senza mai essere sgargiante, promette: «Tre storie vere per raccontare la disabilità. Tre racconti magici per trasformare l'indifferenza in empatia, la paura in inclusione. Perché, per fortuna, il bene si impara.»
La promessa è mantenuta, il libro insegna il bene a persone di tutte le età, in modo non didascalico, inducendo a riflessioni a volte anche filosofiche che si sedimentano e formano. E non soltanto le tre storie sono vere ma della prima sappiamo che uno dei protagonisti è l'ideatore del libro che teniamo in mano, e sostenitore di un progetto importante, La Casa di Matteo, una struttura unica in tutto il Sud Italia per bambini con gravi disabilità senza genitori. Storie raccontate soppesando le parole e illustrate per sostenere le emozioni accese dalla forte carica umana delle vicende. I testi di Patrizia Rinaldi e le immagini di Francesca Assirelli si completano in buona armonia, e avvicinano e aggiustano situazioni imperfette, fino a farle sentire dolci e cariche di speranza. Ogni storia è accompagnata da un breve resoconto finale di un adulto a diretta conoscenza del bambino protagonista, così come tutto in questo volume prezioso a partire del curioso titolo vive e collabora per una finalità: quella dell'inclusione e della comunicazione.

Patrizia Rinaldi è una scrittrice napoletana con molti titoli al suo attivo. Talentuosa, poliedrica e pluripremiata, è autrice di libri per ragazzi, romanzi e gialli, coautrice di antologie, ma è a casa anche nel mondo dei graphic novel e della scrittura teatrale. Diversi suoi titoli sono usciti in traduzione, e conduce laboratori di scrittura e lettura insieme ad associazioni onlus a beneficio di ragazzi residenti in quartieri napoletani “a rischio” e nell'Istituto Penale Minorile di Nisida. Le abbiamo rivolto tre domande per conoscere meglio lei e Vi stupiremo con difetti speciali.

Lei ha scritto libri di vari generi, per adulti e per bambini, ispirandosi sicuramente anche a persone reali, avvolgendole però in abiti e in trame di fantasia. Vi stupiremo con difetti speciali è un genere diverso, un genere terzo: non è fiction, sono tre storie, tre cronache drammatiche anche se con risvolti felici, che sotto il suo tocco lieve e riflessivo assumono le sembianze di tre fiabe di infinita bellezza. Qual è il segreto?
È la prima volta che racconto le storie di tre bambini così come le ho conosciute. Quando due anni fa sono stata invitata a partecipare a questo progetto dall’associazione no profit Akab, ho avuto paura di non riuscire a riferire quello che stavo imparando. Ho potuto vincere il timore perché non sono stata sola: i professionisti che lavorano alla Casa di Matteo, per offrire servizi di assistenza ai minori che non possono averne, mi hanno fatto conoscere i bambini guidandomi. Mi hanno offerto le loro competenze, che non trascurano lo sguardo poetico, che non negano fatica e ostacoli. Alba è una bambina con la Sindrome di Down. La madre naturale non se l’è sentita di portare con sé la bambina dopo il parto: non va giudicata in alcun modo, nessuno conosce le ragioni di questa scelta. Alba è stata adottata dopo l’affido da Luca, single impegnato da sempre nel volontariato e nella difesa, quindi nella comunicazione, dei diritti di persone diversamente abili, e hanno formato una famiglia. Con loro si sta bene, semplicemente. Akin (nome di fantasia), i cui genitori hanno perduto la patria podestà, ha conosciuto solo alla Casa di Matteo la possibilità di muoversi su una sedia a rotelle. Vederlo sfrecciare nelle stanze, conoscere la sua ritrovata fiducia nelle possibilità e negli altri, mi ha insegnato un coraggio raro. Perciò il titolo Vi stupiremo con difetti speciali, voluto da Luca Trapanese. Spesso i difetti speciali, se incontrano strutture adatte e cura, si trasformano in qualità speciali di inaudita bellezza. Huang (nome di fantasia) è un bambino nato senza cervello. I suoi genitori, che lo hanno amato senza limiti, non avevano il modo di offrirgli l’assistenza di cui aveva bisogno, così è stato affidato alla Casa di Matteo. Ha vissuto a lungo, contrariamente alle previsioni, e aveva un viso felice. Ogni tanto cantava una specie di richiamo gioioso, in teoria impossibile da cantare. Il segreto delle fiabe non appartiene a me, ma ai bambini che ho incontrato; imparare da loro è stato un privilegio.
Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia Rinaldi
I tempi stanno cambiando ma a lungo la letteratura per l'infanzia è stata ritenuta un'arte minore. Secondo me richiede invece una capacità di sintesi e un'immaginazione fervida di cui non molti autori di narrativa per adulti dispongono. Lei pratichi con successo, e con una voce molto originale, entrambi i generi. Potrebbe parlarci delle differenze nel suo approccio alle due letterature?
Sorvolo sul discorso delle gerarchie di valore riguardo i generi letterari; credo che chi le propone, esplicitamente o con pregiudizi celati, sia ormai solo fuori dal tempo. L’unica differenza che avverto nell’approccio alle due letterature è il senso di responsabilità: quando scrivo per bambini e per ragazzi è maggiore. Cerco di fare del mio meglio, di rispettare i giovani lettori soprattutto non annoiandoli. Può sembrare semplice, non lo è. In una classe mi trovai a parlare della tensione narrativa, un ragazzo di prima media mi diede una definizione che non dimentico: “è ancora, è quando giri la pagina e dici ancora”. In determinati ambienti, in cui preferisco agire, può succedere che il mio libro sia il primo che capiti tra le mani di un ragazzo. Cerco in tutti i modi di evitare che sia anche l’ultimo. E poi c’è la variabile dell’amore, che non può escludere la conoscenza: con i ragazzi sto bene, mi sento al mio posto. Non ho mai smesso di frequentarli. Voglio sapere di loro, vorrei consolarli, farli ridere, divertirli nel senso più alto del termine. Come loro fanno con me.

Raccontare i difetti speciali dei bambini. Intervista a Patrizia Rinaldi
Fra i tanti bei libri che ha scritto per giovani lettori quale ha avuto più riscontro di pubblico e perché?
Premetto che sono affezionata anche ai libri che non sono andati tanto bene, nel riuscire sempre e comunque sono abbastanza difettosa. Il libro che è andato oltre ogni rosea previsione è proprio questo di cui stiamo parlando: ha esaurito la prima e consistente tiratura in soli dieci giorni. Non è un libro mio, ma nostro: è dei bambini, è dell’illustratrice Francesca Assirelli, è di Luca Trapanese, è della casa editrice Giunti, è dell’editor Silvia D’Achille, è degli esperti che hanno valutato i testi prima della pubblicazione. Vi stupiremo con difetti speciali è di tutte le persone che hanno partecipato al compimento e alla sua premessa: volerlo con tutte le forze. Anche i libri che ho pubblicato con la mia casa editrice di riferimento, Sinnos, e con la casa editrice Lapis hanno avuto un ottimo riscontro di pubblico e di critica. I ragazzi mi hanno concesso attenzione e la possibilità di scrivere ancora per loro: per me è una soddisfazione che riguarda la mia vita sentimentale e professionale.

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giovedì 13 febbraio 2020

PÉTER NÁDAS: NON POSSIAMO FIDARCI DI ALTRO CHE DEL NOSTRO INTELLETTO

PÉTER NÁDAS: NON POSSIAMO FIDARCI DI ALTRO CHE DEL NOSTRO INTELLETTO

di  13 febbraio 2020
Nel 2019 la rivista letteraria ungherese online “Litera” (www.litera.hu) ha presentato una serie di interviste a scrittori ungheresi e non (fra i quali spiccano i nomi di Mircea Cărtărescu, Jonathan Franzen, Ilma Rakusa) intitolata Lo stato delle cose, sui dilemmi degli intellettuali nel ventunesimo secolo, con il seguente manifesto: «All’inizio del terzo millennio i sintomi della crisi si compattano in focolai di profondo malessere. I punti di riferimento stanno scomparendo. Sta diminuendo la fiducia nello spirito e nella cultura. In questa serie interpelliamo scrittori ungheresi e stranieri sulle strategie spirituali e del pensiero nel ventunesimo secolo». Il primo intervistato è stato lo scrittore, drammaturgo, giornalista e fotografo ungherese Péter Nádas (Budapest, 12 ottobre 1942), da anni ormai menzionato fra i probabili vincitori del premio Nobel per la letteratura. Della sua immensa produzione letteraria in italiano sono disponibili solo alcuni titoli come La Bibbia e altri racconti (BUR), Fine di un romanzo familiare (Dalai), Minotauro Amore (Zandonai)il monumentale Libro di memorie (Dalai)e da poco il primo volume del capolavoro Storie parallele (Bompiani)Ecco il testo dell’intervista tradotta da Andrea Rényi:

Secondo lei, alla luce degli ultimi trent’anni, la nostra può considerarsi un’epoca, oppure la fine di un’epoca? Quali sono le sue caratteristiche?
A mio avviso né in Ungheria né nel mondo abbiamo raggiunto la fine di un’epoca, neppure quella della distruzione, anche se i ghiacciai si stanno sciogliendo, i livelli dei mari si stanno alzando, sempre più spazzatura si deposita in acqua e sulla terraferma, e non sappiamo che farcene delle scorie radioattive. Questo, né più né meno, è quello che sapevamo o avremmo potuto sapere che sarebbe successo già trent’anni fa. Il crollo dell’Unione Sovietica è stato indubbiamente la fine di un’epoca, da allora però tutto è rimasto pressoché immutato. Con operazioni cosmetiche i governi europei hanno rimosso le reti sociali che fino ad allora avevano funzionato in maniera esemplare, e hanno permesso che la politica cedesse il primato all’economia. Governano quindi gli interessi di grandi gruppi che non sono più collegabili a nazioni, individui o sistemi elettorali, e i governi dispongono soltanto del ruolo di vigili urbani. Possiamo dire invece che grazie al cherosene bruciato nell’aria, ai diserbanti, ai fitosanitari e ai farmaci che in quest’ultimo secolo hanno reso le nostre vite di individui molto più facili e producono utili a livello globale, prosegue più rapidamente l’estinzione di specie vegetali, api, insetti e mammiferi. Di questo possiamo ringraziare l’industria chimica, in particolare la Monsanto, e la Bayer che l’ha acquisita completa di colpe. Gli alimenti e l’acqua potabile sono pieni additivi e persino il latte materno mostra ormai tracce di antibiotici.
Quest’inverno anche gli uccelli sono diminuiti, basta guardare fuori dalla finestra. In questi ultimi dieci anni il manto erboso è scomparso dal mio cortile, eppure avevo fatto tutto il possibile per conservarlo. Trovo molto importante fare ogni tanto un bilancio di quello che ci è successo e delle conseguenze delle nostre azioni, ma per la verità le nostre azioni hanno poco a che fare con quello che succede e con le esigenze su grande scala sul piano sociologico e storico-tecnologico.  Percorrono strade diverse, mentre noi non siamo i prigionieri di mutamenti globali, bensì delle opinioni di mamma e papà. La regina Vittoria è scomparsa da un pezzo, eppure i preziosi canoni morali della sua epoca resisteranno ancora per un bel pezzo nella nostra vita quotidiana, nonostante le nostre intenzioni e tendenze libertine. Che nemmeno la regina prendeva poi tanto sul serio, tant’è vero che si infilava spesso nel letto in pieno giorno con il bel principe Albert, oppure si sdraiava lestamente sul tavolo. Faceva bene. Da vedova preferiva il signor Brown, lo stalliere, da vecchia invece non riusciva a togliere gli occhi da Abdul Karim, il bellimbusto cameriere indiano. E aveva ragione. Le intenzioni individuali e le epoche non coincidono mai. Le epoche si sovrappongono. Varie tendenze si sovrappongono sempre nell’universo dello spirito e del pensiero, una sopra o sotto l’altra. Nemmeno una rivoluzione sanguinaria può porre fine alla loro moltitudine. Io per lo meno non vedo un nuovo gruppo o blocco di istinti, emozioni, idee o visioni sociopolitiche, che potrebbero sostituire saldamente quelle antiquate, sorpassate e chiaramente nocive.
Al contrario. C’è voglia di antichissimo, di consumato, di usato, malgrado alla fine di ogni campagna elettorale i ministri principali promettano ai popoli che da quel momento in poi, all’insegna del progresso, potranno stare meglio e avere di più. C’è richiesta di regressione, di ripetizione, di minestra riscaldata, di chiacchiere vuote, delle parole deleterie, a vanvera, della piccola borghesia. Nella letteratura e nell’arte c’è voglia di ciò che c’era già stato una, due, cinque volte, del riflusso, del riscaldato, dunque di nobili manierismi. Nella cultura di massa di tutto quello che in teoria la modernità aveva già lasciato dietro di sé, del mitico, del magico, del corpo tatuato, della danza rituale, tribale, cioè della rinuncia spontanea all’individuale, della scomparsa senza traccia, dello zelante fondersi con la moltitudine, dell’opportunismo completo e perfetto, quello di gruppo, dello spirito di banda, non importa se il sistema politico sia democratico o dittatoriale.

Com’è cambiato il ruolo dell’intellighenzia in queste circostanze? Servono nuove strategie di vita esterne e interne?
Che io sappia, non è mai esistita una classe intellettuale omogenea, anche se è fuori dubbio che persone con formazione scientifica avevano preso in consegna dagli ordini ecclesiastici il governo spirituale e intellettuale della società. Intellighenzia, in russo intelighencijà. Queste intelighencijà sono sempre state tanto composite quanto è stratificata la società. Sostituivano con concetti il principio di regia autoritaria del re, fossero essi decabristi, panslavisti, monarchici, democratici, anarchici, bolscevichi, comunisti, nazionalisti, fascisti, liberali, sionisti o semplicemente razzisti, secondo le idee o le fantasie di ciascuno su come trasformare completamente la società. In base alle esperienze del diciannovesimo e ventesimo secolo, e in qualità di lettore di Cechov e di Dostoevskij, ho forti dubbi riguardo ai movimentisti istruiti.

Cosa può sorreggere, in che cosa può riporre la fiducia, in che cosa può sperare il ceto intellettuale all’inizio del ventunesimo secolo?
In nulla e nessuno, con l’eccezione del proprio intelletto. Con questo però non ho detto nulla, oppure ho detto addirittura troppo. Mi dispiace, ma gli esseri umani non possono fidarsi che dell’intelletto. La forza e la furbizia hanno fallito. Anche i nostri istinti li possiamo a tenere a bada solo con la ragione.
Neppure gli anti-illuministi possono prendere decisioni con strumenti che esulino la loro ragione. Posso solo sperare che la mia mente conservi, e nel momento opportuno ripeschi per sistemare nei luoghi adatti, le mie cognizioni più volte controllate. Cosicché in certi casi io tenga la bocca chiusa, e in altri la apra senza possibilmente far male ad alcuno. O perché mi ritiri in un angolo, quando vengo colto da un attacco di rabbia. Ma che in qualche altra occasione invece io esca in strada per darle sfogo pubblicamente.

L’indomabilità della realtà sta diventando sempre più evidente e minacciosa; la crisi migratoria provoca agitazioni politiche, sospetto e chiusura, il cambio climatico mette a repentaglio l’esistenza stessa sulla Terra. In questa situazione eccezionale le arti sono in grado di captare la crisi, darle una definizione e misurarla con la lingua?
Non lo si può fare essendo allo stesso tempo totalmente conformisti e anarchici, rivoluzionari, ribelli. Non funziona neppure diventando un artista maledetto che incassa un formidabile successo di pubblico e soldi a palate. Non va bene nemmeno semplificando, cancellando tutto l’esistente dalla superficie terrestre per ricominciare da capo.
La condizione del mondo e quella della singola persona non possono essere tanto diverse da non riuscire a comprenderle. Sono state causate da uomini, quindi possono essere afferrate da altri uomini. Io però non sono portato per la comprensione. Comprendere non è distinguere la bugia dalla verità, o separare la facciata dalla sostanza, oppure disporre di un quadro strutturale o di collegamento della realtà. Per completare queste operazioni dobbiamo innanzitutto riconoscere che nessuno è in grado di svolgere questo compito da solo. La cosiddetta libertà dell’artista dipende dall’ammetterlo o meno.

Sono visibili delle tendenze nella letteratura che disegnano la trasformazione intellettuale in questi anni del terzo millennio? Se sì, come sono?
È improbabile che il mondo civilizzato possa superare il personale, l’individuale, il proprio, ovvero le caratteristiche individuali; di questo possiamo essere certi.
L’individuale però deve specchiarsi intensamente nella massificazione. Per il momento solo nello slam poetry vedo una tendenza adeguata all’epoca. Non nel pop o nel rock, fenomeni della regressione magica, e nemmeno nel rap, che rientra nella tradizione dell’agit prop e della chastushka. Lo slam rappresenta una relazione nobile fra l’individuo e la folla raccolta.

In Ungheria l’intellighenzia indipendente e di sentimento democratico sembra essere caduta in trappola. Sono numerosi i casi in cui i membri della comunità costretti dal potere a compiere qualche passo non trovano risposte univoche e valide. Il governo ha radicalmente ridimensionato l’estensione dello spazio pubblico, ha centralizzato i media, ma non ha liquidato del tutto la libera espressione.  Sia un’opposizione coerente che l’assunzione responsabile di un ruolo presentano tranelli insidiosi. A volte la libertà creativa viene limitata, eppure le opere possono essere pubblicate e i teatri continuano a operare. Se anche secondo lei i dilemmi appena descritti esistono, quali opzioni vede per scioglierli?
Da decenni per me la domanda è piuttosto un’altra: può il capitalismo quadrare con la ragione umana? Sì, può farlo in qualche caso e localmente. Riguardo la sostanza del capitalismo, nella nostra area geografica si impone invece la domanda su com’è possibile un’economia capitalista senza capitale, come può essere competitiva una regione povera di capitale, e anche l’opposto, ovvero se è possibile l’accumulo di capitale iniziale senza commettere furti, truffe e omicidi a scopo di lucro, facendolo stringendo sodalizi criminali. E se non è possibile, in quell’area geografica ci si può aspettare una vita politica equilibrata e scevra di estremismi, oppure bisogna abituarsi alla folle frenesia diffusa e alle tante bugie dettate dall’interesse del momento? Ossia se il capitalismo può funzionare senza una forte classe media pronta a investire, o se può esistere una democrazia senza democratici istruiti e forgiati nella lotta, e se nell’epoca del flusso e dell’offerta globali di capitalismo si può sperare nel funzionamento ragionevole delle istituzioni democratiche. Se il movimento del capitale esteso a tutto il globo terrestre avviene al di fuori delle leggi emanate dai parlamenti nazionali, o meglio, se i parlamenti nazionali non sanno rendere trasparenti e regolare con accordi globali i movimenti finanziari, è chiaro che gli spostamenti avvengono in maniera non trasparente e il loro funzionamento non può essere seguito razionalmente. Mentre si moltiplicano comunque le eventualità di una totale catastrofe naturale. A volte i mercati finanziari non sono diretti neppure da decisioni personali ma da algoritmi, e non solo agiscono sopra le teste delle democrazie più forti, ma con il loro funzionamento rendono direttamente possibile che le democrazie più forti accumulino debiti mai restituibili, e secondo le antiche regole del populismo i capi di governo possano fare promesse sempre più grandi ai popoli che si fingono creduloni. Il funzionamento incontrollato dei mercati finanziari ha indebolito prima di tutto le più forti democrazie rappresentative, privandole delle proprie competenze. Eppure il sistema elettorale poggia proprio su queste competenze. Non vale la pena parlarne senza prima prendere in considerazione questo tipo di collegamenti. Ma se non vogliamo trattare il tema in toto, possiamo parlare dell’area geografica in cui il crollo dell’impero sovietico ha posto la popolazione e i governi fra le più diverse tendenze politiche davanti a particolari compiti da risolvere. Che nei primi quindici anni sembravano superabili, mentre oggi i tentativi di trovare una soluzione si rivelano fallimentari. Possiamo parlare del comportamento di questa area geografica priva di autentici democratici e borghesi benestanti nell’ambiente euro-atlantico, dove da secoli è in corso l’accumulo di conoscenze e capitali operanti. Facendolo non staremo meglio, né la nostra vita diventerà più facile, eppure da tempo sono convinto che semplificare le situazioni complesse non conviene.


Qui si può leggere l’intervista in lingua originale e qui in inglese.
Nell’immagine: Péter Nádas, foto di Gábor Valuska
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