venerdì 20 gennaio 2012

Károly Pap, Azarel

Talvolta mi sembra di vedere uno di quei volti in una via che assomiglia a quelle del ghetto. Allora, da bambino, percepivo quello che più tardi mi diventò chiaro: questi scolari apparivano stranamente molto simili tra loro, quasi fossero tante copie di uno solo, e una voce sola si moltiplicasse nella litania. Tutte le volte che odo di nuovo questo lamento torno a pensare a nonno Geremia, alla chiesa, al cortile in comune con il cimitero, sotto le acacie polverose, fra gli scolari che recitavano quelle preghiere.
Queste erano la mia ninna nanna e i canti del mio risveglio, insieme alle orazioni borbottate da mio nono accovacciato fuori, davanti alla tenda, con i suoi libri in grembo. Trotterellavo e girellavo come un estraneo intorno a lui sul rado prato polveroso bruciato dal sole, fra le erbacce che ricoprivano il grande cortile e diventavano più alte verso il cimitero. Il cimitero ne era ormai completamente invaso, tra le lapidi spuntavano rigogliosi e inebriati il citiso, il timo, il cardo, la gramigna, la cicoria, il papavero. Il mare di colori creato da questa vegetazione selvatica era tanto bizzarro per me quanto le nenie incessanti che ondeggiavano nell'angolo più lontano del cortile e che si univano al mormorio del nonno. Avevo paura di tutto, dei colori, dei suoni, non osavo restare né fuggire via. Il muro che circondava il cortile del cimitero, elevato dai padri della comunità probabilmente con i resti di costruzioni antiche, era fatto di pietre ciclopiche dalle forme ancora più terrificanti del retro aperto del cortile, che conduceva al cimitero dove si ergevano minacciosi cespugli ebbri dei proprio colori.
(Pagg. 25 e 26, "Azarel" di Károly Pap, Fazi, Roma, 2009, traduzione di Andrea Rényi)

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