giovedì 15 marzo 2012

István Örkény, Con le unghie e con i denti

István Örkény



Prima di morire di inedia gli italiani facevano un chiasso assordante. Le altre nazioni, compresi i francesi, parenti degli italiani, andavano incontro alla morte con rassegnazione e scivolarono in silenzio, quasi impercettibilmente, in uno stato cristallino definitivo. Gli italiani facevano tutto diversamente e vivevano secondo le loro abitudini. Noialtri, per esempio, preferivamo le brande in basso, mentre loro cercavano le brande ai piani più alti dove faceva leggermente più caldo, ma poiché, raggiunto un certo grado di debolezza, non si riusciva più a scendere e a salire, era impossibile anche andare a fare i bisogni. Per gli italiani contava invece stare insieme e occupavano le brandine in alto secondo una complicata distribuzione regionale. Fra loro si rivolgevano chiamandosi non per nome ma per i nomi delle loro città d'origine. A volte l'aria era satura di nomi di città italiane. Per il resto si comportavano del tutto normalmente, tranne quando qualcuno si stava avvicinando alla fine. In quel caso c'era un improvviso brusio e si mettevano in moto da far tremare tutta la struttura di legno. La morte di un uomo sembrava sconvolgerli ancora, e non soltanto nessuno li rimproverava per lo schiamazzo, ma venivano circondati da un certo rispetto.

Una sera uscii dalla baracca e davanti alla porta mi scontrai con qualcuno. Faceva buio ma nel chiarore della neve notai dal suo berretto che era italiano.
- Non sai stare attento? - inveì contro di me.
- Mi rompi la testa e vuoi pure avere ragione? - risposi arrabbiato e stavo per proseguire, ma l'italiano non me lo permise finché non raccolse da terra quello che gli avevo fatto cadere. Poi si tranquillizzò.
- Dove hai imparato l'italiano? - domandò.
- Da nessuna parte.
- Eppure lo parli abbastanza bene.
- Perché a scuola avevo studiato il latino, in seguito ho girato l'Italia per lungo e per largo e qualcosa mi è rimasto attaccato.
Volevo andarmene ma mi trattenne per il braccio.
- Sei mai stato a Cremona?
- No.
- E a Verona?
- Ben due volte.
- Non stai mentendo?
- Lasciami il braccio.
Non mi lasciò andare. Guardandomi in faccia voleva capire se potevo essere stato due volte a Verona. Probabilmente giunse alla conclusione che era possibile perché prese a trascinarmi dietro di sé.
- Dove mi stai portando? - domandai.
- Non fare troppe domande.

Il mio italiano abitava nella parte più interna della baracca. In quell'angolo aleggiava un fetore dolciastro, nauseabondo, perché gli italiani non volentieri consegnavano i loro morti. Noi tutti trattenevamo i cadaveri anche per quattro, cinque giorni, perché quando, raramente, distribuivano del cibo, prima ci chiamavano a raduno per contarci. Più persone c'erano più razioni ricevevamo, cosicché tenevamo stretti fra noi i cadaveri mettendo loro in testa il berretto. Le guardie non se ne accorgevano mai e contavano i morti fra i vivi. Naturalmente da noi, vicino all'ingresso della baracca, faceva molto più freddo e i corpi diventavano maleodoranti più lentamente.
- Cremona! - l'italiano lanciò il grido in alto, nella direzione delle brande. - Pavia! Roma! Vicenza!
Li capivo abbastanza bene e loro capivano me, ma quando parlavano fra loro non afferravo una parola della loro parlantina svelta. Infatti, non mi era chiaro l'argomento della conversazione del cremonese con i suoi connazionali che alla fine lo invitarono a salire sulla branda più in alto.
Gamella con incisioni in italiano
- Hai con te la gamella? - domandò il cremonese.
- No – risposi.
- Non ce l'hai qui con te o non ne hai una?
- Non ho una gamella.
Sentii una risata nel buio.
- Sei un professore? - chiese l'italiano.
- Da che cosa lo deduci?
- Perché non hai neppure una gamella.
- L'avevo fino a ieri.
- E che fine ha fatto?
- Probabilmente me l'hanno rubata – dissi.
- Allora non puoi che essere un professore.
La battuta su di me professore doveva aver avuto successo perché le risate intorno diventavano sempre più forti. Poi abbassarono il tono, presero a sussurrare fra loro, e infine parlò il cremonese.
- Vorremmo offrirti qualcosa.
- Che cosa? Questa puzza? - domandai.
Riconosco di non essere stato particolarmente spiritoso, ma l'atmosfera era diventata piacevole al punto che potevo dire qualsiasi cosa e gli italiani avrebbero riso comunque. Qualcuno mi mise in mano una gamella tiepida. La annusai insospettito che quegli italiani bontemponi volessero solo prendermi in giro.
- Mangia tranquillamente – disse il cremonese. E' carne.
- Che carne?
- Fegato – disse il cremonese. - Ma è senza sale.
L'assaggiai. Era fegato veramente. Mangiando però mi venne in mente una diceria che avevo sentito riguardo ai cuochi. Avevo una fame terribile ma misi giù il cucchiaio.
- Che fegato è questo? - domandai al cremonese.
- Indovina.
- Non sarà mica di gatto?
- Perché dovrebbe essere di gatto?
- Perché ho sentito che il piatto preferito degli italiani è la carne di gatto.
Ci risero sopra di tale gusto che il cremonese ripeté tutta la conservazione a beneficio di quelli seduti più lontano. La seconda volta risero forse ancora di più.
Il fegato era duro come una suola di scarpa e completamente privo di sale, ma lo masticai e triturai con i denti con una tale forza che sarebbe bastata per spezzare anche il ferro.
- Qui non ho mai visto un gatto – dissi.
- Perché sei un professore distratto – commentò il cremonese.
- Questa carne non sa di gatto.
Calò il silenzio e tutti gli occhi furono puntati su di me.
- Allora che sapore ha?
- Sa di cuoco.
Non stavano più nella pelle. Si diedero degli spintoni e quando erano troppo stanchi dal ridere, bastò ripetere quello che avevo detto per far scoppiare di nuovo le risate. Il cremonese si aggrappò al bordo della branda per non cadere di sotto.
- Scommettiamo – aggiunse – che non hai visto né gatti né cuochi.
- E' vero – confessai.
Era vero, non avevo mai visto un cuoco lì. Non si facevano vedere. Avevo sentito che da quando avevano cominciato a scomparire, uscivano solo di notte e solo in gruppo dalla cucina.
- Grazie mille – dissi quando la gamella fu svuotata.
Zum Wohl – disse il cremonese. - Ma sarà meglio non parlare in giro di questo fegato.
Non lo racconterò a nessuno – dissi e scesi dalla branda.
- Se vuoi puoi venire anche domani sera – aggiunse il cremonese. - Se hai un po' di sale, portalo con te.
- Purtroppo non ne ho.
- Portati almeno il cucchiaio.
- Non ce l'ho – dissi.
- Avete sentito? - gridò il cremonese. - Al professore hanno rubato anche il cucchiaio.
Risero di nuovo. Ero seduto già sulla mia branda e sentivo ancora gli italiani prendermi in giro. Per ogni evenienza avvolsi negli stracci e sistemai rapidamente sotto l'alzata per la testa la mia gamella, il mio cucchiaio e il poco di sale che avevo in una boccetta da saccarina. Eravamo destinati alla morte per inedia, eravamo talmente magri da sembrare solo braccia e gambe e invano cercavamo aggrapparci con le unghie e con i denti, scivolavamo sempre più smilzi, rimpiccioliti verso una consistenza definitiva, cristallina.

(Dalle "Novelle da un minuto", traduzione di Andrea Rényi)

4 commenti:

Cristina ha detto...

...dolorosa & macabra, ma in qualche modo comunque ti prende.
(questa mica è da un solo minuto, però!)

Andrea Rényi ha detto...

No, il denominatore comune del minuto è fuorviante, infatti, perché alcune delle novelle sono decisamente lunghe (anche da tradurre). Qui l'ambientazione non è comunque un lager nazista, ma un campo di prigionia sovietico (l'autore fu fatto prigioniero di guerra nella curva del Don e riuscì a tornare a casa, a Budapest, solo nel 1946).

Anonimo ha detto...

Szia Andrea!
nagyon tetszik ez a blogod! igazán dicsérendő kezdeményezés!

Ha megengedsz egy parányi, baráti lexikai megjegyzést:
ha folyókról beszélünk, akkor inkább az "ansa" szót használjuk.

És a mantovai kétségeinkkel kapcsolatban (emlékszel? :) )... na, utánanéztem, és a disznósajt "coppa di testa" (én így fordítottam le a Budapest Noir-ban, de aznap egyáltalán nem jutott eszembe... talán mert - a párom nagy megrökönyödésére - nekem nagyon nem ízlik a disznósajt :) ), vagy Liguriában és Piemontében "testa in cassetta", de Toszkánában úgy nevezik, hogy "soprassata", "capofreddo" vagy "capaccia".

Üdv BP-ről:
laura

Andrea Rényi ha detto...

Szia Laura,

nahàt, micsoda kellemes meglepetés! Ha tudtam volna, hogy Te is belenézel a blogomba, àtnéztem volna a forditàsokat, hiszen ezek mind nyersek, csak ahogy kijottek belolem elso olvasàsra. De mivel jòformàn csak magamnak csinàlom, ezèrt az àtnézést mindig elhalasztom és a végèn maradnak ùgy, ahogy voltak.

Nagyon szépen koszonom a megjegyzést, màskor is lehet:-)) Meg a disznòsajtot is, a "coppa di testa" szerintem is a legmegfelelobb.

Jelentkezz màskor is, ha tudsz. Udv Ròmàbòl (a jovo héten Pesten leszek),
Andrea