Massa e potere –
cinquant’anni dopo
Il libro di Elias Canetti
non è un romanzo, anche se a tratti il suo tessuto è romanzesco. Ha
una drammaturgia ben definita che però non è lineare, non segue le
regole di un dramma ben costruito e basato sulla logica razionale. La
definirei piuttosto una drammaturgia del sogno. Non vi è un punto
centrale, al quale subordinare tutto. Eppure l’opera non manca di
una certa unità. Potrei paragonarla agli esperimenti
dell’avanguardia o ai libri di Karl Kraus.
Provo difficile definirla
un’opera scientifica. Già nel primo capitolo Canetti evidenzia –
peraltro con la lucida logica propria degli scienziati – che la
scienza ha dei limiti che però non fissa essa stessa. In base alla
mia esperienza universitaria posso affermare che se oggi Canetti
presentasse questa sua opera da anonimo presso una qualsiasi
università come tesi di un dottorato di ricerca o d’abilitazione,
essa verrebbe unanimemente respinta.
Non è un romanzo e non è
un lavoro scientifico. Che cos’è allora? Canetti definì Massa
e potere come “l’opera della sua vita”. Il suo libro è la
copia della vita reale, palpitante; il risultato di trenta (!) anni
di lavoro. Questa palpitazione viva contava più di tutto per lui.
Secondo il suo titolo il libro parla di massa e di potere. Ha però
un nucleo centrale che come un focolaio, attizza ogni rigo, ogni
affermazione e ogni pensiero del libro. Si tratta di una domanda mai
esplicitamente formulata ma presente in ogni pensiero del libro: che
cos’è l’uomo? Questa domanda, come una grande visione, rende
tuttora vivo il libro di Canetti pubblicato mezzo secolo fa.
Partendo da questa
domanda diventa comprensibile la difficoltà di catalogare l’opera.
Perché Canetti a metà del ventesimo secolo, si rivolge a un genere
che all’epoca era considerato anacronistico, pur avendo una grande
tradizione europea. Che cos’è l’uomo? La domanda fu posta da
Montaigne, Hobbes, Luis de Vives, Pico della Mirandola, Thomas
Browne, Robert Burton e John Donne, insieme a molti predecessori. Li
accomunava il fatto di non essere più “di moda”, insieme al
quesito da loro posto. Naturalmente non del tutto. Perché Canetti
aveva dei compagni di viaggio, seppure viandanti solitari come lui.
Il polacco Miłosz, l’argentino Borges, l’ungherese Béla Hamvas,
il polacco Kołakowski, la spagnola Maria Zambrano e il colombiano
Nicolàs Gòmez Dàvila: percorrevano strade diverse ma si ponevano
la stessa domanda e nessuno di loro era disposto a rinunciare al
libero pensiero a favore della sistematicità accademica.
Esiste un punto in comune
nel pensiero dei filosofi appena menzionati che è presente anche
nell’opera di Canetti: l’apertura nei confronti delle
questioni metafisiche, che è stata la tradizione più forte del
pensiero europeo per duemilacinquecento anni e che proprio nella
seconda metà del ventesimo secolo stava correndo seri rischi. La
forza di quest’opera sta nella sua apertura. Questo libro si
distingue dalla prima all’ultima pagina per la sua capacità di
stupirsi di fronte al mondo. Può darsi che la scienza dell’etnologia
giudichi sorpassate molte delle sue affermazioni; può darsi che i
politologi non sappiano che farsene nel corso delle loro analisi e
commenti giornalieri; può darsi che la psicologia odierna veda tutto
diversamente ed è probabile che gli antropologi non saranno
d’accordo su molti punti, ma per quanto riguarda la capacità di
stupirsi, Canetti può insegnare molto agli addetti. È un
insegnamento tuttora valido e tutti dovrebbero imparare la sua
lezione. In questo Canetti è un professore.
Dal 1960 i rappresentanti
delle discipline più varie stanno cercando di venire a patti con
questo libro. Ha avuto molti critici e molti ammiratori. Alcuni
considerano Canetti l’ultimo poliedrico, altri sottolineano il suo
dilettantismo. Il lettore farebbe fatica a rispondere alla domanda:
di quale branca è scienziato Canetti? È un antropologo? Etnologo?
Storico? Psicologo? Uno storico delle religioni? Sociologo?
Politologo? È studioso di tutto e di niente. Dispone di notevoli
conoscenze,e il suo coraggio è ammirevole quando ignora
semplicemente ciò che non riguarda direttamente il suo tema. Al
posto della logica deduttiva e di ampio raggio, imprescindibile nelle
scienze, si affida all’istinto e all’intuito; come i boscimani, e
interpreto il capitolo sulle loro intuizioni anche come una velata
confessione autobiografica.
La definizione dei due
temi principali del libro: massa e potere, dà il quadro del modo
particolare di procedere di Canetti. Secondo lui la massa non è una
formazione storica, non è una categoria sociologica o politica, ma
un turbinio opaco specifico non solo della società degli uomini ma
che compone ogni manifestazione di vita. Per Canetti la massa è una
costante sempiterna presente in tutte le epoche e la sua
caratteristica principale non è necessariamente la quantità o la
misura ma la sensazione dello spazio che l’accompagna. La massa
offre la sensazione del contatto fisico. La prima frase del
libro recita: “Nulla l’uomo teme di più che essere toccato
dall’ignoto” (trad. di F. Jesi). È dato un essere vivente, nella
fattispecie l’uomo, che prima di tutto ha paura: teme il contatto
fisico con un Altro che entra nel cerchio magico della sua unicità.
L’Altro non è ancora entrato, ma può farlo in qualsiasi momento –
è questo a causare la paura incessante. Come può liberarsene?
Andandole incontro. Come è possibile evitare il contatto? Non
allontanandoci dall’Altro – perché siamo circondati dall’Altro,
da estranei -, ma avvicinandoci. Tanto da far cessare l’essenza
dell’Altro. Per farlo tutti gli Altri devono unirsi. Ed ecco che si
forma la massa, dove entro in contatto fisico con altri, ma
non come individuo, né l’altro mi tocca come individuo. “Appena
ci abbandoniamo alla massa cessa il rifiuto del contatto. Nella
teoria diventiamo tutti uguali.”
Riguardo alla massa
Canetti fa valere fino alla fine un pensiero profondamente patetico:
la massa non è un fenomeno umano ma universale. Quando gli uomini si
riuniscono per formare una massa non eseguono un semplice movimento
politico e sociale bensì si imitano. I boscimani gli africani,
questi gli europei che a loro volta imitano gli indiani che a loro
volta imitano i musulmani – e tutti insieme imitano gli animali, i
loro branchi riuniti per motivi vari – ma anche gli animali imitano
la natura e i suoi fenomeni. Canetti fa anche degli esempi: il fuoco,
il mare, la pioggia, il fiume, il bosco, il grano, il vento, la
sabbia. La massa, la massificazione non sono fenomeni esclusivamente
umani ma cosmici. Ne consegue che la massa non significa solamente
l’insieme di molti uomini, l’esistenza nella massa è una
componente della vita.
Gli storici, i sociologi
e i politologi trovano problematica quest’interpretazione della
massa. Sta proprio qui la chiave dell’importanza di Massa e
potere, quale uno dei libri determinanti del ventesimo secolo.
Perché senza renderlo evidente, rappresenta la massa come una sorta
di condition humaine, e disegnando delle analogie profonde fra
l’uomo, l’animale e la natura inorganica dà voce a un’importante
esperienza del ventesimo secolo. Massa e potere non parla del
ventesimo secolo, ma ha origine nel ventesimo secolo, è
una voce di quell’epoca. Sulla massa sono state scritte
altre opere – citate da Canetti - non solo nel diciottesimo e
diciannovesimo secolo, ma anche nell’antichità. L’esperienza
della massa come forma esclusiva di esistenza, alla quale non c’è
scampo perché con l’aiuto valido dei media l’uomo viene
raggiunto anche nei luoghi più isolati, è stata vissuta e
raccontata solo nel ventesimo secolo.
- * *
Lo stesso vale per la
questione del potere. Qual è la manifestazione più elementare del
potere? La risposta di Canetti: che inghiottisce l’altro. Cosa
occorre per inghiottire? Una bocca. E cosa serve per digerire? Denti
che tritano. I denti sono buoni se sono lisci e duri, resistenti –
e sono efficaci perché mettono ordine. Il potere può consolidarsi
solo se è levigato e ordinato. Ciò che i denti tritano finisce
nella cavità orale – che è una prigione. Che è pure uno
strumento indispensabile del potere. La stazione successiva alla
cavità orale è la gola che ingoia – come il potere ingoia il
suddito. Il cibo viene digerito nello stomaco, il corpo fa
definitivamente suo e interno ciò che prima era ancora estraneo. Il
prodotto finale sono gli escrementi dove l’unione diventa completa.
“Nulla è appartenuto a un uomo più di ciò che si è trasformato
in escremento.” Per Canetti la relazione fra l’uomo i suoi
escrementi è l’analogia del funzionamento del potere. “Qualcosa
di estraneo viene afferrato, sminuzzato, incorporato, e assimilato
dall’interno: si vive soltanto grazie a questo processo.” Le
citazioni provengono dall’inizio del capitolo Gli organi del
potere. Qui si parla anche della mano, della pazienza della mano,
degli esercizi delle dita delle scimmie e della psicologia del
mangiare. Ma ci sono anche argomenti non trattati. Per esempio
l’esercizio del potere, la natura politica del potere, la
divisione, la rappresentazione e la psicologia del potere. Quando
cercano di attaccare il libro, i critici parlano dell’interpretazione
del potere e chiamano Hannah Arendt in aiuto, o l’opera classica
dell’austriaco Friedrich von Hayek, The Road to Serfdom (1944).
A mio avviso sbagliano. Ci rivolgiamo a questo libro in modo
appropriato se non vi cerchiamo le verità storiche, non esaminiamo i
suoi insegnamenti politici, sociologici, ma valutiamo soltanto se
l’autore è riuscito a trasmettere al lettore con precisione la
propria visione della natura del potere. Ciò che avevo detto
riguardo alla massa, vale anche per il potere: Canetti poteva avere
questa visione solo nel ventesimo secolo, e non ha scritto del
potere, ma ha guardato fuori dallo stomaco del potere,
considerandolo il suo escremento. Invece dell’esatta analisi
storica del potere, Canetti offre al lettore l’esperienza
esistenziale del potere. Non lo paragonerei a Hannah Arendt ma a
Kafka.
- * *
Canetti non usa mai la
prima persona singolare, eppure il suo libro è molto personale. La
visione menzionata prima lo rende tale. Lavorando al libro per tre
decenni Canetti ha cercato di mantenere viva questa visione fino alla
fine. Cosa poteva essere questa visione? Un mistero. È sicuro però
che la paura dell’Altro, dello Sconosciuto ha avuto un ruolo così
come il timore di essere ingoiato. Questa visione non solo rende il
libro personale, ma anche un vero e proprio prodotto del ventesimo
secolo. Poteva essere scritto solo in quel secolo che non solo si
riteneva il più evoluto della storia dell’umanità, ma ha prodotto
anche gli orrori più spaventosi. Canetti è sorprendentemente di
poche parole quando, raramente, parla delle due guerre mondiali, dei
regimi totalitari e degli eccidi senza precedenti, eppure il suo
libro è una forte presa di posizione pessimista: l’uomo è
incorreggibile perché si ripete sempre, con strumenti sempre più
sofisticati. Per l’autore di Massa e potere l’illuminismo
europeo ha esaurito le sue potenzialità emancipatorie.
Il tono personale è
particolarmente accentuato in un capitolo, dal titolo rivelatore Il
comando. Che cos’è il comando? Per Canetti non è un giudizio
astratto, ma una manifestazione dolorosamente concreta che punge come
una spina. Il comando come spina è una formazione dell’anima che
rimane nell’uomo per sempre: i comandi eseguiti si radicano
definitivamente nella memoria. I bambini sono i più esposti e la sua
voce di solito asciutta qui si ammorbidisce: “Sembra un miracolo
che essi [i bambini] non crollino sotto il carico di comandi e
sopravvivano alle iniziative degli educatori. Ma tutto ciò è per
loro naturale come il mordere o il parlare, e non è meno crudele di
ciò che a suo tempo imporranno ai loro figli. … Ogni bambino,
anche il più comune, non dimentica né disperde alcuno degli ordini
con cui gli è stata fatta violenza.”
Il comando è il cemento
di ogni essere vivente che sia animale o uomo. Possono sopravvivere
solo se obbediscono, se soddisfano le regole del gioco dettate dai
comandi. Altrimenti si sbriciolerebbero, si annienterebbero. Qui, in
questo punto la descrizione fenomenologica è anche un giudizio di
valore che per il resto l’autore evita dove può. Perché Canetti
definisce il comando cosa negativa fin dall’inizio. Ciò che è
cattivo lo considero tale però soltanto se conosco il bene. Che cosa
può essere il bene? Un mondo senza comandi, che però non per questo
cade a pezzi. Esperimentarlo? No, dice Canetti. Ma nel frattempo
suggerisce che malgrado ogni argomento ragionevole deve pur esserci
un mondo del genere. Bisogna sconfiggere il dominio del comando, dice
Canetti, non con la voce di uno storico o politologo, ma di un
predicatore. “Si devono trovare mezzi e vie per liberare da esso la
maggior parte degli uomini. Non gli si può permettere altro che di
scalfire la pelle. Le sue spine devono trasformarsi solo in lappole
di cui ci si sbarazza con un gesto.” Finché non sarà successo la
nostra individualità sarà sempre minacciata e noi usciremo di scena
sempre come un escremento del potere.
Il titolo del libro fa
pensare alla natura sempiterna della massa e del potere. La visione,
“il nocciolo ardente” che mantiene in vita le sue riflessioni, è
legata strettamente all’epoca: attraversa il ventesimo secolo come
il raggio di una radiografia. Lo scopo ultimo del libro è un’accusa.
Massa e potere è un atto d’accusa nei confronti di quello
che contemporaneamente anche Cioran ha chiamato creazione errata.
(Traduzione di Andrea Rényi)
(Traduzione di Andrea Rényi)

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