martedì 17 aprile 2012

László F. Földényi, La capacità di stupirsi



Massa e potere – cinquant’anni dopo
Il libro di Elias Canetti non è un romanzo, anche se a tratti il suo tessuto è romanzesco. Ha una drammaturgia ben definita che però non è lineare, non segue le regole di un dramma ben costruito e basato sulla logica razionale. La definirei piuttosto una drammaturgia del sogno. Non vi è un punto centrale, al quale subordinare tutto. Eppure l’opera non manca di una certa unità. Potrei paragonarla agli esperimenti dell’avanguardia o ai libri di Karl Kraus.
Provo difficile definirla un’opera scientifica. Già nel primo capitolo Canetti evidenzia – peraltro con la lucida logica propria degli scienziati – che la scienza ha dei limiti che però non fissa essa stessa. In base alla mia esperienza universitaria posso affermare che se oggi Canetti presentasse questa sua opera da anonimo presso una qualsiasi università come tesi di un dottorato di ricerca o d’abilitazione, essa verrebbe unanimemente respinta.
Non è un romanzo e non è un lavoro scientifico. Che cos’è allora? Canetti definì Massa e potere come “l’opera della sua vita”. Il suo libro è la copia della vita reale, palpitante; il risultato di trenta (!) anni di lavoro. Questa palpitazione viva contava più di tutto per lui. Secondo il suo titolo il libro parla di massa e di potere. Ha però un nucleo centrale che come un focolaio, attizza ogni rigo, ogni affermazione e ogni pensiero del libro. Si tratta di una domanda mai esplicitamente formulata ma presente in ogni pensiero del libro: che cos’è l’uomo? Questa domanda, come una grande visione, rende tuttora vivo il libro di Canetti pubblicato mezzo secolo fa.
Partendo da questa domanda diventa comprensibile la difficoltà di catalogare l’opera. Perché Canetti a metà del ventesimo secolo, si rivolge a un genere che all’epoca era considerato anacronistico, pur avendo una grande tradizione europea. Che cos’è l’uomo? La domanda fu posta da Montaigne, Hobbes, Luis de Vives, Pico della Mirandola, Thomas Browne, Robert Burton e John Donne, insieme a molti predecessori. Li accomunava il fatto di non essere più “di moda”, insieme al quesito da loro posto. Naturalmente non del tutto. Perché Canetti aveva dei compagni di viaggio, seppure viandanti solitari come lui. Il polacco Miłosz, l’argentino Borges, l’ungherese Béla Hamvas, il polacco Kołakowski, la spagnola Maria Zambrano e il colombiano Nicolàs Gòmez Dàvila: percorrevano strade diverse ma si ponevano la stessa domanda e nessuno di loro era disposto a rinunciare al libero pensiero a favore della sistematicità accademica.
Esiste un punto in comune nel pensiero dei filosofi appena menzionati che è presente anche nell’opera di Canetti: l’apertura nei confronti delle questioni metafisiche, che è stata la tradizione più forte del pensiero europeo per duemilacinquecento anni e che proprio nella seconda metà del ventesimo secolo stava correndo seri rischi. La forza di quest’opera sta nella sua apertura. Questo libro si distingue dalla prima all’ultima pagina per la sua capacità di stupirsi di fronte al mondo. Può darsi che la scienza dell’etnologia giudichi sorpassate molte delle sue affermazioni; può darsi che i politologi non sappiano che farsene nel corso delle loro analisi e commenti giornalieri; può darsi che la psicologia odierna veda tutto diversamente ed è probabile che gli antropologi non saranno d’accordo su molti punti, ma per quanto riguarda la capacità di stupirsi, Canetti può insegnare molto agli addetti. È un insegnamento tuttora valido e tutti dovrebbero imparare la sua lezione. In questo Canetti è un professore.
Dal 1960 i rappresentanti delle discipline più varie stanno cercando di venire a patti con questo libro. Ha avuto molti critici e molti ammiratori. Alcuni considerano Canetti l’ultimo poliedrico, altri sottolineano il suo dilettantismo. Il lettore farebbe fatica a rispondere alla domanda: di quale branca è scienziato Canetti? È un antropologo? Etnologo? Storico? Psicologo? Uno storico delle religioni? Sociologo? Politologo? È studioso di tutto e di niente. Dispone di notevoli conoscenze,e il suo coraggio è ammirevole quando ignora semplicemente ciò che non riguarda direttamente il suo tema. Al posto della logica deduttiva e di ampio raggio, imprescindibile nelle scienze, si affida all’istinto e all’intuito; come i boscimani, e interpreto il capitolo sulle loro intuizioni anche come una velata confessione autobiografica.
La definizione dei due temi principali del libro: massa e potere, dà il quadro del modo particolare di procedere di Canetti. Secondo lui la massa non è una formazione storica, non è una categoria sociologica o politica, ma un turbinio opaco specifico non solo della società degli uomini ma che compone ogni manifestazione di vita. Per Canetti la massa è una costante sempiterna presente in tutte le epoche e la sua caratteristica principale non è necessariamente la quantità o la misura ma la sensazione dello spazio che l’accompagna. La massa offre la sensazione del contatto fisico. La prima frase del libro recita: “Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto” (trad. di F. Jesi). È dato un essere vivente, nella fattispecie l’uomo, che prima di tutto ha paura: teme il contatto fisico con un Altro che entra nel cerchio magico della sua unicità. L’Altro non è ancora entrato, ma può farlo in qualsiasi momento – è questo a causare la paura incessante. Come può liberarsene? Andandole incontro. Come è possibile evitare il contatto? Non allontanandoci dall’Altro – perché siamo circondati dall’Altro, da estranei -, ma avvicinandoci. Tanto da far cessare l’essenza dell’Altro. Per farlo tutti gli Altri devono unirsi. Ed ecco che si forma la massa, dove entro in contatto fisico con altri, ma non come individuo, né l’altro mi tocca come individuo. “Appena ci abbandoniamo alla massa cessa il rifiuto del contatto. Nella teoria diventiamo tutti uguali.”
Riguardo alla massa Canetti fa valere fino alla fine un pensiero profondamente patetico: la massa non è un fenomeno umano ma universale. Quando gli uomini si riuniscono per formare una massa non eseguono un semplice movimento politico e sociale bensì si imitano. I boscimani gli africani, questi gli europei che a loro volta imitano gli indiani che a loro volta imitano i musulmani – e tutti insieme imitano gli animali, i loro branchi riuniti per motivi vari – ma anche gli animali imitano la natura e i suoi fenomeni. Canetti fa anche degli esempi: il fuoco, il mare, la pioggia, il fiume, il bosco, il grano, il vento, la sabbia. La massa, la massificazione non sono fenomeni esclusivamente umani ma cosmici. Ne consegue che la massa non significa solamente l’insieme di molti uomini, l’esistenza nella massa è una componente della vita.
Gli storici, i sociologi e i politologi trovano problematica quest’interpretazione della massa. Sta proprio qui la chiave dell’importanza di Massa e potere, quale uno dei libri determinanti del ventesimo secolo. Perché senza renderlo evidente, rappresenta la massa come una sorta di condition humaine, e disegnando delle analogie profonde fra l’uomo, l’animale e la natura inorganica dà voce a un’importante esperienza del ventesimo secolo. Massa e potere non parla del ventesimo secolo, ma ha origine nel ventesimo secolo, è una voce di quell’epoca. Sulla massa sono state scritte altre opere – citate da Canetti - non solo nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, ma anche nell’antichità. L’esperienza della massa come forma esclusiva di esistenza, alla quale non c’è scampo perché con l’aiuto valido dei media l’uomo viene raggiunto anche nei luoghi più isolati, è stata vissuta e raccontata solo nel ventesimo secolo.
  • * *
Lo stesso vale per la questione del potere. Qual è la manifestazione più elementare del potere? La risposta di Canetti: che inghiottisce l’altro. Cosa occorre per inghiottire? Una bocca. E cosa serve per digerire? Denti che tritano. I denti sono buoni se sono lisci e duri, resistenti – e sono efficaci perché mettono ordine. Il potere può consolidarsi solo se è levigato e ordinato. Ciò che i denti tritano finisce nella cavità orale – che è una prigione. Che è pure uno strumento indispensabile del potere. La stazione successiva alla cavità orale è la gola che ingoia – come il potere ingoia il suddito. Il cibo viene digerito nello stomaco, il corpo fa definitivamente suo e interno ciò che prima era ancora estraneo. Il prodotto finale sono gli escrementi dove l’unione diventa completa. “Nulla è appartenuto a un uomo più di ciò che si è trasformato in escremento.” Per Canetti la relazione fra l’uomo i suoi escrementi è l’analogia del funzionamento del potere. “Qualcosa di estraneo viene afferrato, sminuzzato, incorporato, e assimilato dall’interno: si vive soltanto grazie a questo processo.” Le citazioni provengono dall’inizio del capitolo Gli organi del potere. Qui si parla anche della mano, della pazienza della mano, degli esercizi delle dita delle scimmie e della psicologia del mangiare. Ma ci sono anche argomenti non trattati. Per esempio l’esercizio del potere, la natura politica del potere, la divisione, la rappresentazione e la psicologia del potere. Quando cercano di attaccare il libro, i critici parlano dell’interpretazione del potere e chiamano Hannah Arendt in aiuto, o l’opera classica dell’austriaco Friedrich von Hayek, The Road to Serfdom (1944). A mio avviso sbagliano. Ci rivolgiamo a questo libro in modo appropriato se non vi cerchiamo le verità storiche, non esaminiamo i suoi insegnamenti politici, sociologici, ma valutiamo soltanto se l’autore è riuscito a trasmettere al lettore con precisione la propria visione della natura del potere. Ciò che avevo detto riguardo alla massa, vale anche per il potere: Canetti poteva avere questa visione solo nel ventesimo secolo, e non ha scritto del potere, ma ha guardato fuori dallo stomaco del potere, considerandolo il suo escremento. Invece dell’esatta analisi storica del potere, Canetti offre al lettore l’esperienza esistenziale del potere. Non lo paragonerei a Hannah Arendt ma a Kafka.

  • * *
Canetti non usa mai la prima persona singolare, eppure il suo libro è molto personale. La visione menzionata prima lo rende tale. Lavorando al libro per tre decenni Canetti ha cercato di mantenere viva questa visione fino alla fine. Cosa poteva essere questa visione? Un mistero. È sicuro però che la paura dell’Altro, dello Sconosciuto ha avuto un ruolo così come il timore di essere ingoiato. Questa visione non solo rende il libro personale, ma anche un vero e proprio prodotto del ventesimo secolo. Poteva essere scritto solo in quel secolo che non solo si riteneva il più evoluto della storia dell’umanità, ma ha prodotto anche gli orrori più spaventosi. Canetti è sorprendentemente di poche parole quando, raramente, parla delle due guerre mondiali, dei regimi totalitari e degli eccidi senza precedenti, eppure il suo libro è una forte presa di posizione pessimista: l’uomo è incorreggibile perché si ripete sempre, con strumenti sempre più sofisticati. Per l’autore di Massa e potere l’illuminismo europeo ha esaurito le sue potenzialità emancipatorie.
Il tono personale è particolarmente accentuato in un capitolo, dal titolo rivelatore Il comando. Che cos’è il comando? Per Canetti non è un giudizio astratto, ma una manifestazione dolorosamente concreta che punge come una spina. Il comando come spina è una formazione dell’anima che rimane nell’uomo per sempre: i comandi eseguiti si radicano definitivamente nella memoria. I bambini sono i più esposti e la sua voce di solito asciutta qui si ammorbidisce: “Sembra un miracolo che essi [i bambini] non crollino sotto il carico di comandi e sopravvivano alle iniziative degli educatori. Ma tutto ciò è per loro naturale come il mordere o il parlare, e non è meno crudele di ciò che a suo tempo imporranno ai loro figli. … Ogni bambino, anche il più comune, non dimentica né disperde alcuno degli ordini con cui gli è stata fatta violenza.”
Il comando è il cemento di ogni essere vivente che sia animale o uomo. Possono sopravvivere solo se obbediscono, se soddisfano le regole del gioco dettate dai comandi. Altrimenti si sbriciolerebbero, si annienterebbero. Qui, in questo punto la descrizione fenomenologica è anche un giudizio di valore che per il resto l’autore evita dove può. Perché Canetti definisce il comando cosa negativa fin dall’inizio. Ciò che è cattivo lo considero tale però soltanto se conosco il bene. Che cosa può essere il bene? Un mondo senza comandi, che però non per questo cade a pezzi. Esperimentarlo? No, dice Canetti. Ma nel frattempo suggerisce che malgrado ogni argomento ragionevole deve pur esserci un mondo del genere. Bisogna sconfiggere il dominio del comando, dice Canetti, non con la voce di uno storico o politologo, ma di un predicatore. “Si devono trovare mezzi e vie per liberare da esso la maggior parte degli uomini. Non gli si può permettere altro che di scalfire la pelle. Le sue spine devono trasformarsi solo in lappole di cui ci si sbarazza con un gesto.” Finché non sarà successo la nostra individualità sarà sempre minacciata e noi usciremo di scena sempre come un escremento del potere.
Il titolo del libro fa pensare alla natura sempiterna della massa e del potere. La visione, “il nocciolo ardente” che mantiene in vita le sue riflessioni, è legata strettamente all’epoca: attraversa il ventesimo secolo come il raggio di una radiografia. Lo scopo ultimo del libro è un’accusa. Massa e potere è un atto d’accusa nei confronti di quello che contemporaneamente anche Cioran ha chiamato creazione errata.

(Traduzione di Andrea Rényi)

Nessun commento: