Una delle più belle poesie ungheresi, qui interpretata da uno dei più bravi attori ungheresi, Áron Őze:
Nem tudhatom… (Non posso sapere…), con i sottotitoli in italiano. Per comodità, ne riporto qui la traduzione italiana di Gianni Toti e Marinka Dallos:
Io non posso sapere che
cosa significhi per un altro, questo paesaggio
per me è la patria, è
dove sono nato, questo piccolo Paese
abbracciato dalle fiamme,
il mondo della mia infanzia lontana.
Da lui sono cresciuto,
come un tenero ramo dal fusto dell'albero,
e spero che anche il mio
corpo affonderà dentro questa terra.
Sono a casa. E se qualche
volta si inginocchia ai miei piedi
un cespuglio, io ne
conosco anche il nome, e il fiore,
io so dove va e chi va
per la strada
e so che cosa può
significare in un tramonto d'estate
il rosseggiante dolore
che cola dai muri delle case.
Per chi vola qui sopra,
questo paesaggio è una carta geografica,
e non sa dove abitava,
qui, Mihály Vörösmarty1,
che cosa nasconde per lui
questa carta geografica? Una fabbrica, una caserma,
ma per me nascondo la
cavalletta, il bue, la torre, la mite fattoria;
lui vede la fabbrica
attraverso il binocolo, le terre coltivate,
e io vedo anche il
lavoratore, che trema per il suo lavoro,
il bosco e il
fischiettante frutteto, la vigna e le tombe,
e tra le tombe una nonna
che piange silenziosa,
e ciò che dall'alto è
solo una ferrovia da annientare o un'officina,
è la casa cantoniera, e
la guardia ferroviaria le sta davanti e manda messaggi,
bandiera rossa nella
mano, e intorno ci sono molti bambini,
e nel cortile delle
fabbriche un mastino si rotola per terra:
e là il parco, le tracce
dei vecchi amori,
il sapore dei baci d'una
volta sa di miele, una volta era d'uva orsina nella mia bocca
e andando a scuola,
sull'orlo dei marciapiedi
per non essere
interrogato quel giorno, feci un esorcismo saltando una pietra,
ecco qui la pietra, ma
dall'alto non è neppure visibile,
non esiste uno strumento
che veda tutto questo.
Ma anche noi siamo
colpevoli, come gli altri popoli,
e sappiamo in che cosa
abbiamo peccato, quando, dove e come,
ma anche qui vivono
lavoratori, e anche poeti, senza colpa,
e poppanti in cui cresce
l'intelletto,
e fa luce in loro e,
nascosti nelle cantine buie, lo conservano,
finché non scriverà un
segno sulla nostra patria il dito della pace
e sulle nostre parole
soffocate, un giorno con fresche parole essi risponderanno.
Vigilante nuvola
notturna, distendi su di noi le tue grandi ali.
17 gennaio 1944

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