Mio
padre, Kazimir Rényi, prestò servizio come medico internista
all'ospedale di via Vas di Budapest dal 1948 fino al cambio di
destinazione della struttura avvenuto nel 1950. Quella che prima
della seconda guerra mondiale era stata l'elegante casa di cura Pajer, in
quegli anni fu trasformata in un ospedale da campo per partigiani
greci feriti durante la guerra civile, tutti ricoverati sotto falsa
identità ungherese al fine di garantirne la clandestinità. Per
curarli in modo efficace mio padre imparò il greco moderno,
facilitato anche dalla coabitazione con i malati, perché lui, e dal
marzo del 1949 anche mia madre, alloggiavano in una stanza d'ospedale
messagli a disposizione. Fra gli altri medici in quell'ospedale c'era
anche la madre della psicanalisi ungherese nonché del giornalista
Miklós
Gimes,
Lilly Hajdu Gimes (1891 - 1960), il cui compito sarebbe stato offrire
sostegno psicologico ai ricoverati prevalentemente di origine
contadina, a volte analfabeti, persone che non erano mai state oltre
i confini della propria regione, quindi alle prese con problemi non
solo fisici, ma anche di natura psicologica. La professoressa Gimes
non era però in grado di aiutarli perché malgrado gli sforzi, non
imparò che due parole di greco. Dopo qualche mese abbandonò
l'incarico per andare a dirigere il grande ospedale psichiatrico
della capitale ungherese. Nel 1956 suo figlio prese parte alla
rivoluzione come caporedattore del primo quotidiano indipendente, e
dopo la sconfitta condivise prima l'esilio, poi il processo con Imre
Nagy; con lui fu anche condannato a morte e giustiziato nel 1958.
Lilly Hajdu Gimes cadde in grave depressione e si tolse la vita nel
1960.
sabato 15 dicembre 2012
sabato 8 dicembre 2012
Sulla letteratura ungherese contemporanea
![]() |
| Foto di Zsolt Hlinka |
Scaccio la disperazione per poter
scrivere.
Scrivo per scacciare la
disperazione.
Non dovrei consegnarmi completamente
alla disperazione per poter scrivere?
Non dovrei abbandonare del tutto la
scrittura per scacciare la disperazione?
György
Somlyó, Favola sulla
scrittura
Queste
righe di un grande intellettuale e di un grande testimone
dell'Ungheria del 20° secolo potrebbero essere l'ars poetica della
letteratura ungherese, scritta in una lingua agglutinante,
madrelingua di circa 14 milioni di persone dentro e fuori i confini
nazionali, con una tradizione millenaria e ricca di preziose
creazioni narrative e poetiche.
Il primo nome che viene
in mente è quello di Imre Kertész (n. 1929), insignito del premio
Nobel per la letteratura esattamente dieci anni fa. E' il primo, e
per il momento l'unico scrittore ungherese che abbia ricevuto il
prestigioso premio, assegnato "per
la sua opera che oppone la fragile esperienza dell'individuo alla
barbara arbitrarietà della storia". Essere
senza destino ripercorre
l'esperienza dell'autore nei campi di sterminio di Auschwitz e
Buchenwald; la sua forza narrativa nasce dal presentare l'uomo nella
sua più cruda e drammatica essenza, con la partecipazione che può
avere solo il racconto di uno scampato, e con la saggezza di chi
nutre un profondo amore per la vita. Kertész impiegò dieci anni a
scrivere questo romanzo e incontrò difficoltà infinite per trovare
un editore. Pubblicato infine nel 1975, la critica letteraria e il
pubblico ignorarono opera e autore, fino alla caduta del Muro, quando
ebbe il debito riconoscimento in patria e all'estero. Senza
dimenticare gli orrori, Kertész volle ricordare del lager i brevi
momenti di felicità e in seguito, cercò una nuova vita degna di
essere vissuta, seppure prigioniero del socialismo reale. Dopo la
prigionia nazista e comunista, nel 1989 Kertész credette fosse
arrivata l'ora della libertà, quella di una società libera e
democratica in Ungheria. Non fu così, le distorsioni e il risveglio
dell'antisemitismo lo indussero a trasferirsi in Germania, dove
tutt'ora vive e lavora. In Ungheria qualcuno lo definisce ormai
“scrittore di origini ungheresi”, mentre lui dichiara di non
riuscire più a provare nessun senso d'appartenenza all'Ungheria, di
non sentirsi più ungherese, e di essere legato al Paese natale solo
grazie alla lingua. Kertész è da sempre privo di destino, ora anche
di una identità nazionale.
Un
altro grande scrittore ungherese è in odore di Nobel da anni: Péter
Nádas
(n. 1942), ma un Paese piccolo come l'Ungheria – 93mila chilometri
quadrati e appena 10 milioni di abitanti -, difficilmente potrà
festeggiare due Nobel nell'arco della vita di una generazione. Figlio
di comunisti che avevano partecipato alla Resistenza antifascista,
anche Nádas
può considerarsi vittima a pieno diritto del socialismo reale.
Boicottato per anni dal regime, visse di stenti in autoesilio, pur di
non scendere a compromessi. Sostenuto da una forza d'animo non
comune, riesce a dar vita a un'ampia produzione come romanziere,
commediografo, saggista, giornalista e fotografo. Il suo romanzo
d'esordio, Fine di un romanzo familiare,
è il flusso di coscienza di un bambino nel vortice dello stalinismo.
Il suo Libro di memorie,
una monumentale storia che ruota attorno a tre elaborati fili
narrativi, è stato scritto in undici anni, ed è considerato il suo
capolavoro, particolarmente apprezzato da Susan Sontag, e paragonato
ai grandi romanzi di Thomas Mann, Proust e Joyce. Nádas
non è alienato come Kertész ma anche lui si mostra scontento del
governo e dell'opposizione; figura isolata anche fisicamente (vive
ritirato in un piccolo villaggio), autonoma, non partecipa
attivamente all'intensa vita politica degli scrittori magiari, e
individua la radice del problema nell'anomalo sviluppo della società
ungherese: l'assenza del ceto borghese.
Si
può rilevare che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi,
l'ideologia dominante ha permeato nel profondo la produzione
letteraria ungherese. Negli anni del socialismo reale, che ha
emarginato o escluso le voci del dissenso e del non allineamento;
negli anni successivi alla caduta del Muro, quando gradualmente
l'affermazione di una politica populista, revanchista e antisemita ha
ridato forza e attualità ad un passato che sembrava definitivamente
sconfitto dalla Storia. Gli elettori di Jobbik, la formazione di
estrema destra, e molti filogovernativi considerano l'Ungheria
un'isola per lingua e per storia, che nulla dovrebbe avere a che fare
con l'Unione Europea di cui è Stato membro; ambiscono all'autonomia
economico-politica del Paese e in certi contesti rimpiangono la
Grande Ungheria, la cui fine era stata sancita dal Trattato di
Trianon del 1920, che ridusse il territorio di due terzi, la
popolazione da 19 a 7 milioni, e fece perdere all'Ungheria l'accesso
al mare che la nazione aveva avuto per oltre 800 anni. Al rimpianto
della grandeur si
aggiunge la paura della globalizzazione: “La destra politica
nell'Europa centrale spaventa la popolazione con i pericoli della
globalizzazione, li evoca per rifiutare anche l'Europa. Conosciamo
bene i pericoli della chiusura nel nazionalismo. Allo stesso tempo è
evidente che la paura dell'Europa che sta diventando globalizzata,
non è irrazionale. Penso che l'unica possibilità per non far valere
i pensieri reconditi della destra è prendere in considerazione i
pericoli della globalizzazione sapendo però che non vi è un'altra
strada al di fuori della globalizzazione.” Sono le sagge parole,
pronunciate ancora nel 2004 e rimaste purtroppo inascoltate, da uno
degli intellettuali più in vista in Ungheria, László
F.
Földényi.
La
medicina dei rimpianti e delle paure è
il ripiego sul passato che porta conseguentemente all'esaltazione
della stirpe magiara e alla ricerca della sua più pura peculiarità,
nonché alla riscoperta di autori e di opere spesso di discreta o di
buona qualità letteraria ma messi all'indice per decenni per il loro
messaggio eccessivamente nazionalista, irredentista, sciovinista.
Sono tornati nelle librerie romanzi per decenni ritenuti non
pubblicabili per i loro contenuti politici e per le biografie
alquanto dubbie dei loro autori. Ne è un esempio Cécile Tormay
(1875 - 1937), irredentista, antisemita, ispiratrice di gruppi
nazionalisti, a suo tempo apprezzata da D'Annunzio il quale aveva
persino tradotto alcune pagine di un suo romanzo. József
Nyirö
(1889 – 1953), importante esponente della letteratura della
minoranza etnica ungherese della Transilvania, la perdita della quale
è una ferita mai rimarginata nel cuore dei nazionalisti, filonazista
fino all'ultimo e noto ammiratore di Goebbels. Negli ambienti
nazionalisti godono una certa popolarità anche i romanzi del conte
transilvano Albert Wass (1908 – 1998), giornalista, autore di
romanzi e di novelle, che risolve in bonarie caratterizzazioni dei
suoi personaggi le vicende e le esperienze dell'irredentismo che sono
sullo sfondo del suo mondo transilvano.
Sulla
scia di questa nuova visione di meriti letterari, vengono
ribattezzate strade che portavano nomi di scrittori ora ritenuti non
più politically correct
come Jenö
Józsi
Tersánszky,
cui unica colpa è l'essere stato inviso durante l'era
dell'ammiraglio Horthy fra le due guerre mondiali, o lo scrittore
ebreo proletario Endre Andor Gelléri, morto di tifo nel 1945 dopo la
deportazione in campi di concentramento a soli 39 anni. Non trova
pace neppure la statua di uno dei più grandi poeti nazionali, il
socialista Attila József,
che nella sua breve vita diede voce al proletariato.
In
questa contrapposizione di natura politica sull'altra sponda troviamo
alcuni grandi nomi della letteratura ungherese contemporanea come lo
scrittore, giornalista e sociologo György
Konrád
(n. 1933), già dissidente durante il regime di Kádár, acclamato e
molto tradotto all'estero; lo scrittore e sociologo Pál Závada,
autore di romanzi di grande successo; il poeta, novelliere,
traduttore e romanziere Lajos Parti Nagy (n. 1953), virtuoso della
lingua ungherese; György Spiró (n. 1946), drammaturgo , autore di
saggi e di romanzi molto amati dal pubblico, solo per citarne alcuni.
In
generale, si può affermare che le trame dei romanzi degli autori
contemporanei si svolgono nel passato e a mio avviso questa è la
caratteristica principale e il limite della letteratura; è quasi
impossibile trovare un'opera che parli del presente. La memoria
avvolge tutto, a volte sotto forma di ottime biografie romanzate dei
propri genitori, ma la fuga nel passato sembra essere l'unico
approccio possibile per occupare il presente.
Il
panorama letterario ungherese comprende molte altre figure di
notevole spessore, alcune delle quali godono ormai di meritata fama
internazionale, come il postmoderno, esistenzialista László
Krasznahorkai, il giovane György Dragomán o Attila Bartis, che con
i loro romanzi hanno ottenuto il consenso della critica in numerosi
paesi; oppure come il fecondo László Darvasi dalle trame bizzarre e
molto originali, o come Róbert Hász, il cui stile delicato ha
conquistato la casa editrice francese Viviane Hamy, che ha pubblicato
tutti i suoi romanzi.
Un
capitolo a parte meriterebbero la poesia e l'editoria per ragazzi,
due campi molto e molto ben coltivati e con una lunga tradizione in
Ungheria. Vorrei chiudere questa breve rassegna degli scrittori
ungheresi contemporanei con uno dei versi preferiti di una poetessa
molto amata in Ungheria, Krisztina Tóth:
Corsa
evanescente
Non
ho mai visto i tuoi oggetti.
La
tua camicia sulla sedia la mattina.
Non
ho mai visto i contorni
dei
tuoi mobili nell'oscurità.
Non
avvicinarmi verso di te,
non
appoggiarmi su di te,
corrimano
senza scale.
Testo e traduzioni a cura di Andrea Rényi
(Articolo pubblicato nel primo numero della rivista letteraria ORLANDO)
mercoledì 5 dicembre 2012
Una storiella di destino e di superstizione
Il 13 dicembre anche in Ungheria si festeggia Santa Lucia, è "il giorno di Luca" ("c" in ungherese si pronuncia "z"). Santa Lucia in Ungheria ha due vesti: santa buona, quella delle agiografie, e strega. Alla seconda interpretazione sono legate alcune antiche usanze con profonde radici anche nella cultura popolare, come la cosiddetta "sedia di Luca": una seggiola che si comincia a fabbricare il 13 dicembre seguendo un criterio particolare, ovvero la lavorazione prevede una sola mossa al giorno. Lo sgabello deve essere pronto per la vigilia e ci si monta sopra durante la messa di mezzanotte per avvistare le eventuali streghe, per cacciare gli spiriti maligni guastafeste.
Una seconda usanza ha trovato anche un'applicazione metropolitana: in campagna le ragazze preparano dodici grandi gnocchi di patate, con dentro dodici biglietti con dodici nomi maschili. Gli gnocchi vanno cucinati e il nome nascosto in quello che per primo sale a galla sarà il nome del futuro sposo.
In città, e soprattutto all'epoca del socialismo reale quando nelle case si cucinava poco perché si ricorreva prevalentemente alle mense aziendali e scolastiche, circolava la versione dei bigliettini da tirare a sorte.
Il gioco del nome del futuro marito lo feci anch'io. Una sola volta, a quasi diciotto anni, giusto per prendere in giro l'usanza e per farmi beffa della superstizione. Non avevo nessuno "papabile" in quel momento, solo qualche preferenza, ragazzi che mi piacevano e un amore già finito. Scrissi quindi nomi a caso, per metà nomi esistenti in natura in Ungheria e per metà nomi che mai avrei incontrato in carne e ossa a Budapest. Il biglietto vincente portava uno di questi nomi assurdi: Jeromos. Non ho mai incontrato un ungherese con questo nome. E' Girolamo, in italiano. Mio marito si chiama Girolamo.
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| Sgabello di Luca |
Una seconda usanza ha trovato anche un'applicazione metropolitana: in campagna le ragazze preparano dodici grandi gnocchi di patate, con dentro dodici biglietti con dodici nomi maschili. Gli gnocchi vanno cucinati e il nome nascosto in quello che per primo sale a galla sarà il nome del futuro sposo.
In città, e soprattutto all'epoca del socialismo reale quando nelle case si cucinava poco perché si ricorreva prevalentemente alle mense aziendali e scolastiche, circolava la versione dei bigliettini da tirare a sorte.
lunedì 3 dicembre 2012
Attila József, Ti benedico...
Per il settantacinquesimo anniversario della scomparsa del poeta ungherese Attila József (1905-1937)
Traduzione di Umberto Albini
Traduzione di Umberto Albini
domenica 25 novembre 2012
Un'intervista
le intervisteRivista— 23 novembre 2012
Ci stanno provando in tanti a sensibilizzare gli editori, i critici, gli addetti ai lavori e, non ultimi, i lettori, sull’importanza del lavoro di traduzione editoriale. Ci stiamo provando anche noi, proseguendo le nostre interviste a questi professionisti della trasformazione, del traghettare sentimenti ed emozioni da una lingua all’altra. Oggi ne parliamo con Andrea Rényi, ungherese di nascita ma poliglotta per formazione. Lei ha fondato la pagina “Il nome del Traduttore” alla quale, da qualche settimana, collabora anche Leonardo Marcello Pignataro, esponente del Sindacato Traduttori Editoriali STRADE.
- Quando hai deciso di dedicarti alla traduzione e perché?
- Traduco da quando so parlare, perché la mia è una famiglia mitteleuropea multilingue. Mio padre era trilingue e mia madre bilingue dalla nascita, a Babele sono abituata da sempre. Uno dei primi concetti chiari e incontrovertibili della mia infanzia era la necessità di imparare lingue diverse, indipendentemente dal mestiere che avrei scelto. In Ungheria avevo cominciato gli studi di Giurisprudenza ma per praticità – conoscevo già bene tre lingue oltre alla mia lingua madre e l’italiano -, a Roma preferii frequentare la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne. Dopo molti anni di insegnamento e numerosi altri trascorsi in un’azienda internazionale come traduttrice, interprete e corrispondente con l’estero, mi ritrovai con la necessità di scegliere una nuova professione e mi avvicinai all’editoria quasi per gioco. Dopo una serie di letture fu un redattore a offrirmi l’opportunità di proporre un libro da tradurre, e da allora ne ho tradotti altri quattordici.
- Che tipo di libri traduci, ti sei specializzata in un genere particolare?
- No, nel caso di una lingua non veicolare sarebbe un lusso. Ho tradotto narrativa e saggistica, romanzi contemporanei e classici.
- Esistono traduttori che hanno legato il loro nome a quello di un autore (mi viene in mente Tullio Dobner con Stephen King). Come traduttrice hai un TUO autore?
- Purtroppo no, in un solo caso sono riuscita a tradurre tre libri dello stesso autore, Péter Nádas. Lui rimane comunque il mio autore preferito.
- Ritieni esista e sia individuabile una metodologia della traduzione, oppure ogni traduttore ha il suo modus operandi?
- Non vengo da una scuola e ho avuto pochi confronti, alcuni felici e altri no, con altri traduttori dall’ungherese. Ci tengo a menzionare l’esperienza felice: l’Officina di Traduzione dell’Accademia d’Ungheria condotta impeccabilmente e con affetto, da Nóra Pálmai. Seguo a specchio il metodo di una grande traduttrice dall’italiano e dal russo all’ungherese, mia carissima amica di vecchia data.
- Perché in un paese che legge soprattutto narrativa straniera, nessuno mai ricorda chi ha tradotto cosa?
- Non è mai stata dedicata sufficiente attenzione alla figura del traduttore, persino i recensori ne parlano raramente pur sapendo che la qualità della traduzione influenza molto il risultato finale. Una giusta valutazione richiederebbe tempo, molto tempo; sarebbe necessario prendere almeno stralci dal testo originale e confrontarli con il testo tradotto. Il tempo scarseggia sempre, si sorvola, a volte forse con qualche rimorso, e con la rimozione persino del nome del traduttore.
- Che rapporto esiste tra gli editori, gli autori e i traduttori, posto che esista?
- Nel mio caso il rapporto con l’editore è spesso anche propositivo, ovvero sono io a suggerire il libro da tradurre. Ho un ottimo rapporto con alcuni degli autori vivi e il rapporto è idilliaco con i morti.
- Come si vive di traduzione letteraria?
- Ho sempre cercato di fare anche altri lavori, perché pensare di poter vivere solo di traduzione editoriale dall’ungherese è impensabile. Per lo meno a me non è mai riuscito.
- Esiste un albo dei traduttori letterari professionisti? Oppure traduttore ci si improvvisa tra un esame e l’altro all’università?
- Un albo vero e proprio non esiste ma c’è un sindacato, STRADE, che sta guadagnando spazio. Tradurre non è certo un mestiere per improvvisatori. Da tempo esistono ottimi corsi post-laurea, sia nel campo delle lingue veicolari che in quelle più rare e poi c’è la gavetta, a volte lunga e dolorosa.
- L’opera da te tradotta che hai amato di più in assoluto.
- “La Bibbia” di Péter Nádas. Mi emoziona ancora. Peccato che il libro sia uscito senza il nome del traduttore.
- I tempi, i modi e le scelte per le opere da tradurre rincorrono quelli del marketing?
- Troppo. Chiaramente una lingua così particolare come l’ungherese ne risente molto.
- Hai mai rifiutato di tradurre un libro perché lo trovavi di scarsa qualità? Un traduttore professionista con un nome ormai noto agli addetti ai lavori ha un margine di scelta? Avresti tradotto la saga di Twilight o le 50 sfumature?
- Ho proposto io i libri da tradurre e non me sono (quasi) mai pentita. Non avrei declinato le 50 sfumature e nemmeno Twilight, è pur sempre lavoro, ma probabilmente mi sarei divertita poco.
- Definisci, in poche parole, cosa significa tradurre un’opera. Il traduttore è uno strumento, un varco oppure un ri-creatore?
- Tutti e tre, la percentuale cambia secondo il libro.
- Parlaci del libro che stai traducendo adesso.
- Sto rivedendo le bozze di un grande classico del Novecento, “Anna Édes” di Dezső Kosztolányi, che uscirà per i tipi delle Edizioni Anfora. Di altro preferisco non parlare. Lo farò quando i tempi saranno maturi.
Grazie
http://www.scrivendovolo.com/limportanza-del-lavoro-di-traduzione-laura-costantini-intervista-andrea-renyi/
venerdì 16 novembre 2012
Péter Nádas, La Bibbia - incipit
Péter Nádas
«No
Innate Principles in the Mind.»
John
Locke
An
Essay Concerning Human Understanding
1.
Le
rose appassite con le loro fragili radici, i rampicanti oscillanti e
le foglie sgargianti di acanto frusciavano a lungo, con fragore, ogni
volta che il monumentale cancello di ferro, così difficile da
spostare nell'una e nell'altra direzione, veniva aperto o chiuso. I
suoni confusi del metallo non oliato si facevano stra attraverso il
giardino silenzioso e rimbombavano quindi stanchi sulle pareti della
villa a un piano, ricoperte di stucchi.
La
villa, fiera delle proprie dimensioni, si adagiava comodamente sul
giardino, ma chi l'aveva costruita aveva avuto sufficiente senso
della misura da non ostentare quella superbia dal lato della strada.
La facciata si mimetizzava perfettamente fra gli abeti dagli alti
fusti, gli arbusti ornamentali e il giardino roccioso. La veranda e
il giardino d'inverno, delimitato da una fitta recinzione, si
affacciavano invece sul profilo della città avvolto nella nebbia.
Le
sei stanze, chiaramente progettate per uno stile di vita molto
diverso dal nostro, sembravano fuori moda a confronto
dell'appartamento che avevamo in città e restammo a bocca aperta di
fronte all'ingresso in marmo e all'enorme sala da bagno con le
maioliche azzurre. I nostri mobili si perdevano fra le pareti
imponenti di quelle sei stanze dal soffitto tanto alto che
riscaldarle era impossibile; e così la gioia e lo stupore iniziali
pian piano vennero mutando in disappunto. Alla fine i miei
rinunciarono a due camere e le diedero in affitto a una giovane
coppia. A volte non ci incontravamo per mesi.
Il
giardino era molto grande.
Bighellonavo
per intere giornate senza meta. Fumavo di nascosto, oppure portavo
fuori la sedia a sdraio e leggevo.
Mi
annoiavo, alla ricerca di qualcosa da fare, tuttavia programmavo le
mie giornate. Tornato a casa da scuola pranzavo, passeggiavo nel
giardino battendomi svogliatamente un bastone contro le gambe,
contemplavo impettito le fioriere, mentre il fox-terrier dal pelo
corto mi seguiva dappertutto.
Dopo
aver fatto più volte il giro del giardino mi cambiavo, indossavo una
vecchia tuta e correvo fuori. Meta mi aspettava davanti alla porta,
seduto composto e scodinzolando felice. Quello era il momento della
«corrida».
Sventolavo
una pezza rossa e cominciavo a correre. Meta mi saltava dietro, la
acchiappava e la tirava, la lasciava andare, io la facevo vorticare
sopra la sua testa e lui seguiva quel movimento con tutto il corpo,
in una giravolta frenetica. Guaiva, uggiolava, ringhiava, la
afferrava di nuovo. Io tiravo e lui la serrava tra i denti. Io non
mollavo la presa, gli strappavo la pezza di bocca, poi correvo via,
il cane sempre dietro; mi atterrava, ci rotolavamo nell'erba, mi
agguantava il polso, mi saltava addosso, poi partiva al galoppo con
la pezza... e questo è quello che succedeva, giorno dopo giorno.
Andavamo avanti finché il fianco non cominciava a farmi male per il
troppo ridere e per la corsa.
A
volte Meta dimenticava le regole, prendeva sul serio la lotta;
ringhiava, guaiva, digrignava i denti, mostrava minaccioso le
spaventevoli gengive e il palato maculato.
La
paura mi eccitava persino più di quanto facesse con il cane. E così
non stavo al gioco, non cedevo. Fu in una di quelle occasioni che mi
aggredì.
La
stoffa gli si era impigliata nei denti. Io continuai a tirare finché
sollevai in aria anche lui. Guaiva per il dolore e, dopo aver
raccolto tutte l forze, riuscì a liberarsi. Dalla bocca gli
penzolava un brandello di stoffa rossa.
Mi
morse una gamba. Per qualche secondo persi conoscenza. Per lo
spavento, perché in realtà non sentivo dolore; infatti mi fece
appena un graffio. Accanto a me c'era una zappa abbandonata
sull'erba. La afferrai con gesti lenti, a mente fredda. Meta si
appiattì a terra con gli occhi imploranti. Cominciai a colpirlo.
Sanguinava. Ai primi colpi guaiva ancora, poi chiuse gli occhi e
sopportò in silenzio il lacerarsi della pelle e della carne sotto la
zappa affilata.
Fu
la ripugnanza a fermarmi. Se non fosse stato per quel senso di
disgusto, non so cosa avrei fatto, spinto dal furore e dal desiderio
di vendetta. Lo lasciai lì.
Non
lo trovammo per giorni. Mio padre lo scorse il sabato pomeriggio
dietro a un mucchio di fieno. Lo tirò fuori e lo portò
nell'ingresso.
Gli
occhi del cane brillavano di paura, il corpo bruciava di febbre,
pagliuzze di fieno si erano attaccate alle ferite, sul pelo c'era
sangue raggrumato. Respirava a fatica, con la lingua penzoloni si
leccava il muso.
Mia
madre lo lavò, lo bendò, gli diede da bere, poi cercarono di capire
chi avesse potuto ridurlo così. Forse era stata colpa di Meta, che
aveva rubato un pollo... Io non dissi nulla.
La
mattina dopo, mentre andavo in bagno, quasi inciampai nel corpo
irrigidito di Meta. Si era trascinato fino alla porta, forse voleva
morire all'aperto... Entrai nella stanza dei miei atteggiando
un'espressione tragica. Erano ancora a letto. Era domenica mattina.
«É
morto» dissi e scoppiai a piangere. Mi accucciai vicino a mia madre,
ma sottrassi la testa alle sue carezze. Non sentivo bisogno di
consolazione.
(La Bibbia e altri racconti, con una prefazione inedita dell'autore, BUR, 2009, trad. di Andrea Rényi)
mercoledì 14 novembre 2012
Copio e incollo con molto piacere una lettera di Elvira Marinelli (Verona):
"Cara Andrea,
questo libro di Földényi, sai, mi ha fatto una bella compagnia nei giorni in cui l’ho letto e riletto e anche ora alla sera quando vado a letto spesso mi piace portarlo con me e magari leggere anche solo qualche riga prima di dormire. Ho voglia di ritrovare quella tensione emotiva, quel desiderio di capire in profondità. E in effetti ad ogni lettura mi si apre un nuovo, piccolo squarcio. Mi è capitato poche volte, ma si è creato anche per me un rapporto intimo con questo testo. Forse ha suscitato in me ricordi, emozioni antiche e profonde, forse ha evocato letture a partire da Puškin e il suo Viaggio d’inverno, immagini, atmosfere. Mi ha anche ricordato Nàdas, così come lui stesso si racconta nella prefazione a La Bibbia, in quel suo soggiorno in campagna, povero di cose, ma pieno di senso e dignità, tempo privilegiato di elaborazioni letterarie.
Questo di Földényi è stato un libro per me difficile per la riflessione filosofica, per certi passaggi dati per scontati. Troppi anni dagli studi liceali sono passati, Hegel è un ricordo vago… di recente infatti ho letto solo filosofi contemporanei. Però questa difficoltà non mi ha scoraggiato, è diventata anzi una sfida.
Quando prendo in mano il libro, anche senza leggere, ormai mi capita sempre di immaginare Dostoevskij in quelle sue lunghe giornate e serate di lettura e riflessione, forse mi immedesimo in lui. Sento il freddo. Vedo il tremolare della fiammella di candela, vivo la precarietà di quella situazione, cogliendone però la potenzialità creativa. Lo vedo piangere quando scopre che la sua storia personale e quella di tutti quelli come lui in Siberia non è considerata dal famoso filosofo. Risento l’antica questione del rapporto tra microstorie e macrostoria, microcosmi e macrocosmo. Lo sento chiedersi se sia mai possibile che di tanta sofferenza e tanta ricerca personale, di tanta fatica di vivere e tante elaborazioni di idee per superare la pura sopravvivenza, nulla abbia valore e sia davvero degno di entrare nella storia. Lo sento prima piangere, ma poi reagire e ribellarsi e mettersi ostinatamente a cercare nella filiera del pensiero hegeliano, smontato pezzo per pezzo, l’errore, la contraddizione, l’omissione.
Ed ecco la prima contraddizione: per Dostoevskij sfugge a Hegel che la storia, in tutte le sue articolazioni, può essere compresa proprio e solo da chi, per usare le sue stesse parole, ne è fuori. La storia con il suo senso profondo si rivela solo a chi ne è stato secondo Hegel escluso. Sì, perché non la può comprendere chi la affronta solo con la razionalità e non vuole riconoscere la complessità della vicenda umana e la sua infinita varietà, chi volutamente ignora tutto ciò che non appaia come strutturabile e pianificabile, come incasellabile in un modello precostituito. Chi non sa confrontarsi con l’esistenza in ogni sua forma. Chi avendo paura di ciò che gli appare nuovo e inaspettato, diverso e non classificabile, sfuggente e non controllabile, prima lo rifiuta e poi lo cancella, relegandolo nella dimensione dell’inesistente.
Da Hegel, attraverso la mediazione sofferta di Dostoevskij, Földényi arriva fino a noi, a me, perché è a noi che viviamo qui e ora che vuole parlare. All’uomo della società europea di oggi, all’uomo sicuro di poter controllare tutto con il suo progresso tecnologico e scientifico, all’uomo ambizioso e appagato dei suoi mezzi, all’uomo in realtà fragilissimo e profondamente angosciato -senza esserne tuttavia sempre consapevole-, senza immaginazione e senza Dio.
Földényi, lucido e accorato, osserva, con l’immagine e il pensiero di Hegel e Dostoevskij vivi davanti a sé (e per la potenza delle sue parole e del suo stile vivi davanti a noi, a me), come l’uomo di oggi sembri aver portato alle estreme conseguenze “il modello di rimozione” di Hegel: è diventato potente e arrogante (nei confronti della natura per esempio), si sente forte dei suoi mezzi tecnici, sicuro di poter controllare tutto, non vuole accettare il limite della morte, della vecchiaia, della malattia, rimuove il dolore, non vuole essere turbato dalla sofferenza altrui, bandisce altruismo e umana solidarietà, sembra costruire la sua storia sulla sequenza di successi scientifici e tecnologici, tanto da non voler vedere le conseguenze a volte catastrofiche che con questi ha provocato in tanti campi. Rigetta il senso del limite, annulla Dio e la trascendenza. Non crede, perché ritiene di non averne bisogno, all’inferno e al paradiso, perché ha pure cancellato il senso della giustizia. Come Hegel esclude tutto ciò che non riesce a comprendere, la parte oscura che è in noi, ciò da cui si sente minacciato.
Földényi sembra chiedersi se ci sia una via d’uscita?
Lo chiede a Dostoevskij, ma la risposta è un po’ misteriosa: forse la speranza e la fede nel miracolo? O piuttosto nel valore liberatorio della sofferenza che fa capire il senso vero di ciò che conta?
Lo chiede a Dostoevskij, ma la risposta è un po’ misteriosa: forse la speranza e la fede nel miracolo? O piuttosto nel valore liberatorio della sofferenza che fa capire il senso vero di ciò che conta?
Se Hegel inventa una storia che nega la complessità, la diversità, la sofferenza, la morte, i lati oscuri, Dostoevskij risponde avvilito e arrabbiato che non si può negare né tutto questo né l’esistenza dei singoli individui che questi aspetti della storia negati invece incarnano.
Hegel nega anche desideri e speranze? E invece proprio questi potrebbero forse essere la strada verso la redenzione, verso il riscatto.
Hegel nega anche desideri e speranze? E invece proprio questi potrebbero forse essere la strada verso la redenzione, verso il riscatto.
Se fosse vero quello che sostiene Hegel, chi vive “fuori della storia” come chi sta in Africa, in Siberia, non avrebbe salvezza e invece proprio chi vive la sofferenza può intraprendere un cammino di conoscenza di sé, di consapevolezza che gli permette di accettare il senso del limite umano –al di fuori del quale c’è alienazione-, la complessità e la diversità della vita e in questa condizione costruire una speranza e un desiderio, un progetto per il futuro.
Libro enorme, cara Andrea, questo di Földényi, nonostante le sue poche pagine. Ogni pagina, ogni riga ha una tridimensionalità che scava in profondità in tutte le direzioni. Ogni pensiero si allarga ad altri pensieri, altri autori, annuncia e apre nuovi percorsi, lancia ponti, costruisce reti. La sua lettura non è lineare, ma ipertestuale. Nella tua traduzione splendida si sente la partecipazione e il coinvolgimento. Sei caduta anche tu nella sua rete.
Certi libri sono così potenti!
Ti abbraccio,
Elvira"
sabato 27 ottobre 2012
Esiste un solo rimedio al dolore per l'assenza di una persona: smettere di amarla. Quando pensiamo al potere del tempo che guarisce, pensiamo a questo. Che riusciamo a dimenticarla. Ma se la amiamo veramente, non la dimenticheremo. La medicina della mancanza d'amore è rivedere la persona amata. Il prossimo anno, fra vent'anni, in un'altra vita. La mancanza si fa sentire fino al nuovo incontro. Ciò che conserviamo di questa persona non è il suo ricordo, ma la sua mancanza.
Péter Müller
Péter Müller
mercoledì 10 ottobre 2012
Péter Nádas fotografo
Una piccola galleria di foto scattate dallo scrittore magiaro negli anni '60 e '70, quando faceva il fotoreporter
lunedì 8 ottobre 2012
Per i settant'anni di Péter Nádas - 14 ottobre 2012
"Az igazságot nem kíséri égzengés, fénye nem világítja át az éjszakánkat. Szürkén, bágyadtan, csaknem unalmasan érkezik közénk. Sokan vannak, akik észre sem veszik." Nádas Péter, Évkönyv.
"La verità non è annunciata da fulmini e saette, la sua luce non illumina la nostra notte. Giunge fra noi sbiadita, fiacca, scialba. Molti non la notano neppure." (Trad. A.R.)
"La verità non è annunciata da fulmini e saette, la sua luce non illumina la nostra notte. Giunge fra noi sbiadita, fiacca, scialba. Molti non la notano neppure." (Trad. A.R.)
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