martedì 3 novembre 2015

Una canzone che ha fatto epoca: Gloomy Sunday



Il 3 novembre di 126 anni fa a Budapest nacque Rezső Seress, il compositore di una delle canzoni più popolari del ventesimo secolo, composta nel 1933 : Gloomy Sunday (qui nell'esecuzione di Billie Holiday).  Questa è la sua interpretazione originale: Szomorú vasárnap , le parole ungheresi sono di László Jávor. L'esecuzione più profonda, più bella è forse di Sarah Mclachlan , o per lo meno quella che io amo di più.
La canzone suscitò l'"effetto Werther", rendendola tristemente famosa, e spesso anche fraintesa, perché è soltanto una musica malinconica che parla della fine di un amore.
Ne sono note oltre cento versioni e traduzioni diverse in decine di lingue.

giovedì 22 ottobre 2015

1956: István Angyal, un idealista



István Angyal (Magyarbánhegyes, 14 ottobre 1928 - Budapest, 1 dicembre 1958), è stato una delle figure più idealiste, più pure e anche più contraddittorie della rivoluzione ungherese del 1956. Comandante del gruppo di rivoltosi tutti comunisti di via Tüzoltó, era a sua volta un comunista che si era ribellato alle distorsioni del comunismo, per poi essere condannato a morte nell'epoca post-rivoluzionaria.
Discendente di una famiglia di commercianti e artigiani ebrei, nel 1944 i nazisti lo deportano ad Auschwitz insieme a sua sorella e sua madre. Per aver tentato la fuga, sua sorella viene impiccata davanti a tutti e anche sua madre muore nel lager.
Sopravvissuto al campo di concentramento, István Angyal torna in Ungheria ormai comunista convinto, anche se non entrerà mai nel partito. Sostiene l'esame di maturità e nel 1947 viene ammesso alla facoltà di Lettere (studia letteratura ungherese e storia), ma nel 1949 si schiera a favore del filosofo György Lukács, quindi viene espulso.
Lavora come operaio con alterne fortune, non crede nella realizzazione del comunismo così com'è avvenuta, ma rimane fedele alle idee di Marx, Engels e Lenin, ed è convinto che si possa costruire una società democratica "dal basso" (anche se fino all'ultimo riterrà giusto il sistema monopartitico).
Pur mantenendosi con il lavoro fisico, partecipa attivamente alla vita dell'intellighenzia magiara. Si sposa, gli nasce un figlio, ma il matrimonio non dura.
Il 23 ottobre 1956 accorre fra i primi alle mobilitazioni iniziali alle quali partecipa attivamente (con volantinaggio, il trasporto dei feriti, la distribuzione di viveri ai gruppi di resistenza), in seguito entra nella lotta armata e diventa il comandante del gruppo di via Tüzoltó, una delle unità più eroiche della rivolta. A dimostrazione della sua fede comunista, il 7 novembre 1956, l'anniversario della rivoluzione sovietica d'ottobre del 1917, sulle facciate delle case del suo distretto oltre alla bandiera nazionale fa esporre anche la bandiera rossa.
Nel corso del processo
Si rifiuta di deporre le armi e nel processo, che lo vedrà condannato a morte, difenderà coraggiosamente le proprie idee senza scendere a compromessi.
Viene impiccato nel cortile della prigione il 1 dicembre 1958, a soli trent'anni.

venerdì 9 ottobre 2015

Szilárd Borbély: delle notizie e della memoria







"… il mondo delle notizie è costruito sulla smemoratezza, perché arriva sempre un nuovo caso con il quale per una sera o due si possono scuotere le anime. Il nocciolo sta nel cancellare la notizia precedente con quella successiva. Affinché il pubblico non abbia memoria. Perché la memoria dà forza e tenuta, serve di lezione, quindi offre un significato morale. Ricordare è lavoro. Spesso spiacevole ma necessario."

Szilárd Borbély (1 novembre 1963-19 febbraio 2014)

mercoledì 26 agosto 2015

Ancora su "Ritratto di madre, in cornice americana"

"… la casa editrice Voland si regala e regala un nome che non stona in compagnia dei più belli della letteratura magiara di oggi, György Konrád, Péter Nádas, Péter Esterházy, Imre Kertész, Giorgio Pressburger (italiano e ungherese, limpidi e insuperati i suoi primi racconti)" dice la recensione di Salvatore Lo Iacono pubblicata oggi.

giovedì 13 agosto 2015

Monumento Vivente - Palcoscenico della Libertà



Il 20 agosto, festa nazionale ungherese in quanto il giorno di Santo Stefano (considerato il fondatore dell'Ungheria nell'anno 1000), un gruppo di tenaci resistenti si riunirà per la cinquecentesima volta (!) in piazza Szabadság/della Libertà a Budapest, di fronte al monumento intento a commemorare l'invasione nazista dell'Ungheria iniziata il 19 marzo 1944. Davanti al monumento si possono notare candele, fotografie e documenti, tutti sistemati lì da cittadine/i che hanno perso dei congiunti nell'Olocausto/nella Shoah.

Il progetto del monumento promosso dal governo di Viktor Orbán è il frutto di un progetto molto controverso, in quanto raffigura l'Arcangelo Gabriele, simbolo dell'Ungheria che innocente, viene soggiogato dall'aquila imperiale tedesca, mentre l'Ungheria, governata in quel momento dall'ammiraglio Miklós Horthy, era alleata della Germania di Hitler.

Il monumento rappresenta quindi il tentativo di Fidesz, il partito di maggioranza attualmente al governo, di riscrivere la Storia attribuendo l'intera responsabilità dell'Olocausto, costato la vita a circa mezzo milione fra ebrei, rom e omosessuali ungheresi, alla Germania, negando la collaborazione ungherese.

Da 500 giorni membri dei gruppi Monumento Vivente/Eleven Emlékmű, Memoria Pulita/Tiszta Emlékezet, Tolleranza/Tolerancia, Piattaforma Umana/Humán Platform, insieme all'Associazione Raoul Wallenberg e a numerosi cittadini, chiedono al Presidente Viktor Orbán di riaprire il dialogo, come aveva promesso, con l'intera società ungherese. Porteranno avanti la protesta – iniziata il 9 febbraio 2014 – finché Viktor Orbán non avrà riconosciuto la necessità di tale dialogo. Per questo motivo decine di persone si incontrano in piazza nel tardo pomeriggio di tutti i giorni, per assistere a dibattiti, conferenze, brevi spettacoli, organizzati e finanziati dagli organizzatori e partecipanti.

Questo, mentre il monumento è costato ai contribuenti 317 milioni di fiorini ungheresi pari a circa 1 milione di euro.


Chi volesse contattarli può scrivere a: eleven.emlekmu@gmail.com

domenica 9 agosto 2015

"I ragazzi della via Pál" in tre minuti

"I ragazzi della via Pál" di Ferenc Molnár in tre minuti

Il filmato, tratto da una serie dedicata alla narrativa internazionale per ragazzi realizzata con la tecnica del cartone animato, riassume I ragazzi della via Pál, il celebre romanzo di Ferenc Molnár (Budapest 1878 - New York 1952). 
Il maestro interroga tre alunni sugli scontri avvenuti tra due bande di ragazzi, le camicie rosse e le camicie verdi, per il possesso del campo da gioco di Via Pál, vicino alla segheria. Durante le battaglie con lance e bombe di sabbia si distingue il coraggioso Nemetcec, che morirà di polmonite. Le lotte e l`ardore di tutti, insieme alla morte di Nemecsek, si riveleranno però inutili: presto al posto del campo da gioco di via Paal verrà costruito un palazzo di tre piani.

venerdì 7 agosto 2015

Miklós Vajda, Ritratto di madre, in cornice americana - recensione

Scrive Gianluigi Bodi su senzaudio.it (e che gioia per me leggerlo! - http://senzaudio.it/vajda-miklos-ritratto-di-madre-in-cornice-americana/
"E’ inutile girarci intorno. Il rapporto tra madre e figlio è quanto di più complesso esista al mondo e, in quanto complesso, può essere raccontato in milioni di modi diversi.
In questo libro di Miklós Vajda, “Ritratto di madre in cornice americana” è il titolo stesso a suggerirvi quale approccio sia stato utilizzato dall’autore per parlare del proprio problematico rapporto con la madre. L’approccio autobiografico.
Nella notte di capodanno 1956 le strade di madre e figlio si separano. La madre ha avuto problemi con la giustizia, problemi di natura politica ed è stanca di entrare ed uscire dalla prigione. La scarcerano e l’occasione e propizia, fugge dal paese e si rifugia in america. Il figlio invece, convinto che fuggire sia un tradimento imperdonabile contro il proprio paese decide di rimanere a Budapest. La separazione è dolorosa e il libro di Miklós Vajda ce la racconta con uno sguardo limpido, volto a non abbellire o rendere artificiosa la realtà dei fatti.
Il rapporto tra scrittore e la madre Judit Csernovics è burrascoso, odio e amore che il figlio nutre nei confronti della madre, per essere scappata e per aver scelto una meta agli antipodi rispetto alla natura ungherese. In realtà, quello che salta subito agli occhi, attraverso la descrizione dei piccoli vezzi della madre e delle noie quotidiane è soprattuto la grande tenerezza che Vajda nutre nei confronti della madre. Empatizzando riesce a comprendere lo sforzo immane che questa ha dovuto fare per separarsi dal figlio, riesce a comprendere il dilemma interiore che l’ha portata alla fuga per non soccombere in carcere.
Miklós Vajda avrebbe voluto che la madre fosse al suo fianco, che combattesse con lui le sue battaglie, perché per quando sembra sdolcianto dirlo, con una madre al fianco nulla sembra impossibile ad un figlio.
E’ un libro di una tenerezza che spesso tendiamo a dimenticare sovrastati dallo stress quotidiano. Un libro che può aiutarci a rimestare tra i nostri ricordi e farci venire in mente un motivo in più per ringraziare nostra madre.
Miklós Vajda però racconta pur sempre una separazione. Nonostate madre e figlio siano riusciti a ricongiungersi il peso della separazione ha prodotto delle scorie che non possono essere smaltite facilmente. Ed è forse questo il nucleo di tutto. L’impossibilità di porre rimedio a qualcosa di sepolto nel tempo. L’impossibilità di avere tempo, ancora tempo, per stare assieme. Inoltre, lo scrittore si trova a dover ri-conoscere la madre in quanto la persona fuggita da Budapest non è più la stessa che ha trovato agio e pace in terra americana.
Non riesco ad imbrigliare le anime di Voland, quanto penso che siano principalmente francofoni poi mi capita tra le mani un libro che di francofono non ha nulla ed esplora il lato est europeo della casa editrice romana. Senza contare Manacorda che con i suoi libri è uncapitolo a parte.
Chissà cosa ne potrebbe pensare il buon vecchio Miklós Vajda della traduzione di Andrea Renyi visto che egli estesso è stato un traduttore. Probabilmente saprebbe meglio di me cogliere i tratti positivi del lavoro di Renyi, basando le proprie opinioni su una solida base professionale. Ahimé, io non ho tali competenze e quindi mi devo limitare a dire che il lavoro di traduzione è svolto in maniera egregia e che se il libro scivola via sereno è anche per merito di chi l’ha tradotto.
Nato a Budapest nel 1931 Miklós Vajda è scrittore, saggista e affermato traduttore dall’inglese e dal tedesco. Ha collaborato per anni con le migliori case editrici magiare, ed è stato redattore della rivista “The New Hungarian Quarterly” fino al 2005. Scritto all’età di 78 anni, Ritratto di madre, in cornice americana è il suo primo romanzo e lo colloca di buon diritto tra i grandi maestri della prosa ungherese."

mercoledì 22 luglio 2015

Una citazione dal "Doctor Faustus" di Thomas Mann







"- Secondo te, l'amore sarebbe il sentimento più forte? - domandò.
- Ne sai tu uno più forte?
- Sì, l'interessamento.
- Che sarebbe, immagino, un amore al quale si sia sottratto il calore animale, vero?"

Traduzione di Ervino Pocar

mercoledì 1 luglio 2015

Agi Berta, La mia testimonianza

Dalla rivista Articolo 9 

Migrando - L'umanità in cammino 


La mia testimonianza

Sono ungherese e vivo in Italia da 40 anni. Vivo a Napoli. E’ meglio
precisarlo perché esistono tante Italie.

Quando ero arrivata nel lontano 1974, esistevano ancora la cortina di ferro e
le frontiere tra gli stati europei, perciò le impronte nazionali avevano un
peso diverso rispetto all’oggi della globalizzazione. Un’emigrata poco più che
ventenne, che approda in un altro paese perché innamorata di un ragazzo
italiano, ha davanti a sé due opposte spinte: vuole diventare più italiana
degli italiani anche per poter condividere fino in fondo la propria vita con il
futuro marito e, nello stesso tempo, vuole conservare la propria identità, i
propri ricordi, che lentamente finiscono per assumere una valenza quasi
mitica.
Queste due opposte direzioni inevitabilmente mi portavano a situazioni in
qualche modo schizofreniche, a tratti drammatiche, a tratti grottesche, che
solo con il tempo si sono amalgamate nella mia nuova personalità serenamente
sdoppiata. Come non ricordare il mio primo autostop italiano? A 22 anni avevo
girato l’intera Ungheria e la Polonia con questo mezzo economico e, in quei
tempi, del tutto sicuro. Perciò non ebbi dubbi quella volta in cui, andata a
Roma per questioni di documenti, vi rimasi bloccata a causa di uno sciopero dei
treni: sarei tornata a Napoli  con l’autostop. Con pullman raggiunsi la
deviazione del Raccordo Anulare per Napoli.
Non ero serena. Mi venivano in mente gli ammonimenti  di mia suocera circa i
pericoli che correvano le autostoppiste nel Belpaese; non parlavo ancora l’
italiano, comunque speravo di arrangiarmi con l’inglese.  La vista di tante
altre ragazze in fila che cercavano un passaggio mi aveva però tranquillizzato.
Guardavo con un pizzico di invidia queste donne, ben truccate, con vestiti che
mi sembravano bellissimi, un tantino appariscenti per i miei gusti, ma ero
appena arrivata in Italia, tutto mi sembrava eccessivo, ricco, opulento.  Tra
me e me facevo delle riflessioni, forse un po’ moraliste:  di sicuro i miei
jeans logori mi sembravano più adatti all’autostop che non gli abiti succinti,
gli hot pants con gli stivali delle signorine in fila. Non dovetti attendere a
lungo,  che da un spider decappottabile un tizio leggermente calvo, sulla
quarantina  mi chiese:  - Quanto? Porca miseria! Niente di meno qui si paga per
l’autostop! Certo il capitalismo con le sue regole di mercato inquina tutto, se
perfino uno così, visibilmente ricco, vuole un contributo da una ragazza senza
arte né parte come me. Balbettai confusa: - Non capire. Non è gratis…? Devo
dire che mi andò bene. Il mio anonimo automobilista, un napoletano in cerca di
signorine dai facili costumi, di fronte alla mia palese ingenuità, che, con il
senno di poi, definirei totale incoscienza, si comportò da perfetto gentiluomo.
Anzi da padre. Mi portò fino a Napoli e lungo tutta la strada mi fece una
predica in inglese sui pericoli dell’autostop… specie nelle zone “riservate
alle prostitute”.

Poi passarono anni, imparai la lingua, feci un discreto giro di amicizie, mi
laureai e ebbi il mio primo incarico presso un istituto privato della provincia
come esaminatore per l’esame di maturità d’inglese.  Non sapevo che si trattava
di un diplomificio, veramente non avevo nemmeno l’idea che esistessero scuole
del genere e bocciai 11 studenti su 11 perché niente sapevano d’inglese.  Un
fatto mai accaduto in quel istituto. Le minacce del direttore non ebbero
seguito solo perché fu arrestato poco dopo. Beh, sì, l’inizio è stato duro.

Poi vinsi il concorso per inglese ed ebbi la mia prima assegnazione in una
scuola pubblica.  Ormai ero preparata ad affrontare la diversità, però ricordo
ancora lo sgomento che provai alla vista dell’edificio scolastico, che aveva
una struttura sufficientemente grande, ma con le mura screpolate, una
biblioteca piuttosto ampia e ricca, ma tra i volumi, vecchissimi, alcuni
portavano ancora il timbro scuola di avviamento professionale.  A causa della
penuria di banchi e le sedie, dovevamo fare i doppi turni. Ecco, questo mi
sembrava inaccettabile. Nell’Ungheria che avevo lasciato, la scuola era molto
più bella e più ricca che non le case degli studenti che la frequentavano.
Spesso nelle case di campagna mancava l’acqua corrente, ma mai nelle scuole. La
stessa cosa valeva anche per gli apparecchi tv, che negli anni ’60 c’erano solo
in poche case private, mentre tutte le scuole erano dotate di almeno un
televisore.  L’unico canale della tv di Stato, infatti, la mattina trasmetteva
programmi didattici. La struttura scolastica, e in genere la scarsa
disponibilità di denaro degli istituti scolastici italiani, mi lasciavano
interdetta e rafforzavano la mia presa posizione già piuttosto unilaterale e
acritica a favore del socialismo reale; tuttavia furono comunque la scuola, i
colleghi e gli alunni, a farmi avviare davvero il cammino verso il processo di
integrazione. A quell’epoca, si diventava insegnanti con una certa facilità:
dopo la laurea l’offerta di incarichi era abbastanza ampia perché la
popolazione scolastica era ancora in espansione.  Quando vinsi il concorso a
cattedra non avevo nessuna competenza didattica. Per la verità, non ero sola:
ciascuno di noi cercava dentro di sé i modelli di riferimento nel ricordo dei
propri insegnanti migliori. Mi rendevo però conto che, almeno per me, questa
via non poteva funzionare. Io venivo da una società programmaticamente
egualitaria e da un sistema didattico tendenzialmente prussiano, che a
Secondigliano,  uno dei quartieri più degradati di Napoli, non poteva
funzionare. Allora iniziai a seguire i colleghi che più mi ispiravano fiducia,
assistendo alle loro lezioni  dall’ultimo banco come una scolaretta ripetente.
E imparai tanto da loro. Non solo la didattica, ma l’umanità, l’elasticità nei
confronti delle diverse situazioni, la capacità di relazionarsi con i problemi
concreti. Lessi allora Lettera a una professoressa di Don Milani, con decenni
di ritardo rispetto alla pubblicazione del libro. Il suo “non c'è nulla che sia
più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali” divenne un imperativo del
mio approccio con l’insegnamento, tanto da voler cambiare mestiere: feci un
corso per diventare insegnante di sostegno, il lavoro che svolgo ancor oggi.

E imparai anche la lingua. Purtroppo non avevo mai seguito nessun corso,
perciò certi errori grammaticali o di pronuncia li porterò ormai con me fino
alla fine, perché avevo imparato l’italiano cosi… spontaneamente, parlando,
leggendo, studiando. I miei tardivi tentativi di acquisire una più solida
conoscenza grammaticale sono falliti, perché paradossalmente il “mio” italiano,
benché non sempre mi soddisfi,  è diventato una sorta di madrelingua ed è assai
duro agire su categorie grammaticali ormai sedimentate nell’inconscio.

In questo marasma linguistico ci voleva una buona dose di incoscienza per
accettare la proposta editoriale di Uroboros, una piccola casa editrice di
Milano che, avendo apprezzato alcuni miei racconti pubblicati su varie riviste,
avrebbe voluto da me un romanzo. Cosi, nel 2012 è nato Confini incerti, un
romanzo di famiglia che abbraccia quasi 100 anni di storia ungherese.  L’avevo
scritto in italiano per lettori italiani. E ora attendo con ansia e curiosità
la sua traduzione in ungherese. Non sono io a tradurlo, non sarei capace di
farlo. In ungherese ho uno stile piuttosto articolato, lievemente
baroccheggiante, mentre in italiano cerco di mantenermi asciutta, essenziale.
Avevo tradotto parecchie cose: romanzi, poesie, racconti, ma non potrei mai
farlo con un mio scritto, non mi ci riconoscerei.

Vivo e lavoro in Italia da 40 anni, non viaggio più in autostop, sono passata
sul sedile del guidatore. Continuo però a dare passaggi, memore di tutti quelli
che ho ricevuto. Tra gli ultimi, ricordo con emozione il passaggio dato ad un
vecchio rom che per ripagarmi, ad un certo punto aveva tirato fuori il suo
violino suonandomi il Czardas di Monti, la fantastica melodia di stile
ungherese composta da un autore napoletano. Mi è parso allora che gli elementi
della mia anima scissa trovassero composizione.

Agi Berta