giovedì 19 gennaio 2012

Krisztina Tóth, Corsa evanescente

Foto di Angela Cossiri
Non ho mai visto i tuoi oggetti,
La tua camicia sulla sedia la mattina.
Non ho mai visto i contorni
dei tuoi mobili nell'oscurità.
Non avvicinarmi verso di te,
non appoggiarmi su di te,
corrimano senza scale.
(Trad. di Andrea Rényi)

domenica 15 gennaio 2012

Sulla poetica di Péter Nádas

“Molte volte ho sentito adulti esterrefatti affermare che la società dei bambini è molto crudele. Sono del parere che non eravamo più crudeli dei nostri genitori, e che le nostre azioni rappresentavano l’opinione sul signor Róth che tutti loro avevano maturato negli anni. Diciamo che eravamo meno consapevoli del valore delle nostre azioni rispetto ai membri più maturi della società. Indubbiamente la sincerità che distingue la crudeltà dei bambini da quella subdola, più calcolata degli adulti, accelerò gli avvenimenti. Li accelerò perché credevamo di confermare le loro idee, di mettere in pratica i loro pensieri e quelli, invece di ritirarsi spaventati, presero coraggio”.(“L’agnello”, tratto dal volume Minotauro di Péter Nádas, p. 79)
 

“Meno libri più lettori”, articolo a p. 57 de la Repubblica del 7 ottobre 2010: “Intanto anche qui arriva l’ultima eco del toto Nobel. Il premio, che sarà annunciato oggi, vede ancora super favoriti dai bookmaker McCarthy e Ngugi. Con l’incognita dell’outsider ungherese Péter Nádas.”
Sono molto affezionata ai ricordi di gioventù, anche a quelli meno belli. Sono nata in Ungheria in piena epoca staliniana, sono stata bambina negli anni della dura repressione post-rivoluzionaria e adolescente sotto la dittatura dal volto appena più umano di János Kádár. Nelle sue prime opere Péter Nádas, definito da Susan Sontag “uno dei più importanti autori del secolo” (il ventesimo), da anni in odore di Nobel, racconta storie che potrei anche definire tipiche della mia infanzia, restituendone magistralmente i colori, gli odori, i sapori e l’atmosfera. Quando rileggo le novelle de La Bibbia (Bur, 2009) e del Minotauro (Zandonai, 2010), rivivo sensazioni ben note, rivedo figure familiari. Tradurle è stato infatti un immenso piacere e naturalmente un grande privilegio.


 

Péter Nádas (ph. Dömötör Mihály)


Péter Nádas è nato nel 1942 in una famiglia di origine ebraica, ma è stato battezzato nella chiesa protestante. Dopo una lunga malattia sua madre muore nel 1955 e suo padre, attivo nella Resistenza durante l’assedio di Budapest nel 1944, poi alto funzionario del partito unico nel dopoguerra, si toglie la vita nel 1958 in seguito a un processo farsa e alla conseguente perdita di ogni illusione e speranza. Rimasto orfano di entrambi i genitori a soli sedici anni, Nádas impara il mestiere di fotografo (la fotografia rimarrà sempre una sua grande passione), inizia a lavorare come fotoreporter e poi anche come giornalista, ma non accetta di scrivere articoli menzogneri, e per poter continuare a scrivere sceglie la strada della narrativa. Non amato dal regime, si rifugia in campagna; per anni i suoi libri non vengono pubblicati e non gli viene dato neppure il permesso di viaggiare all’estero. A vent’anni, nel 1962, scrive la lunga novella (o breve romanzo) La Bibbia che dà anche il titolo al volume comprensivo di tre racconti pubblicato da Bur (da me tradotto) nel 2009. La Bibbia è in cima alla mia classifica delle opere letterarie ungheresi, negli anni l’ho imparata quasi a memoria. Inizia con una citazione di John Locke tratta da An Essay Concerning Human Understanding: “No Innate Principles in the Mind”; l’essere umano è solo un prodotto delle circostanze, dell’ambiente e dell’educazione. In questa storia narrata dal bambino protagonista con l’occhio fotografico convivono tre generazioni di una famiglia nell’Ungheria rozza e soffocante dell’era Rákosi. I genitori sono funzionari del partito, dovrebbero essere quindi “gli uomini nuovi”, i nonni facevano parte della classe operaia oppressa prima della seconda guerra mondiale, ma la ragazza venuta dalla campagna per aiutare in casa, che deve chiamarli “compagni” sarà trattata e umiliata come una serva.
In questa prima novella l’autore dispone già di quella straordinaria capacità di ambientazione e di tratteggio psicologico, che ritroveremo nella sua successiva produzione ricca e variegata. 
I nove racconti, scritti tra il 1963 e il 1975, che compongono la raccolta intitolataMinotauro, pubblicata poche settimane or sono dalla piccola ma coraggiosa casa editrice Zandonai, specializzata nelle letterature della Mitteleuropa, costituiscono il seguito naturale de La Bibbia. La maggior parte sono storie ambientate nel cupo periodo comunista visto dallo sguardo stupito dei bambini, che a volte diventano complici dell’ipocrisia e della ferocia degli adulti. L’èlite politica che non sa dare esempio positivo ai figli, una veterana della Resistenza che vive nel bozzolo dei ricordi, incapace di relazionarsi con il presente e con gli altri, la recrudescenza dell’antisemitismo sempre vivo nella società magiara sono alcuni dei temi di questi racconti. Trovo esemplare il paragrafo de “L’agnello” sull’antisemitismo lessicale: 
“Mia madre non aveva mai pronunciato la parola ‘ebreo’. L’avrei notato, dal momento che ero solito soppesare le parole che ascoltavo, perché era un termine fondamentale nel lessico impiegato nel mio ambiente, a seconda dell’accento acquisiva vari significati e fin dalla mia prima infanzia costituiva un vero e proprio giudizio. Non era una condanna, ma la consapevolezza che per una colpa non meglio definita, una scure si ergeva a pochi centimetri dal collo dell’interessato, il quale certamente se lo meritava. Forse era l’accento particolare a richiamare la mia attenzione su quella parola fin da bambino, indipendentemente dall’accezione e dai contenuti; probabilmente per questo me la ricordo con tanta nitidezza.
«Ti ammazzo di botte, bastardo di un ebreo!»
Quest’esclamazione uscì una volta dalla bocca di mio padre e se non l’avesse pronunciata non mi ricorderei della sua espressione sconvolta, delle arterie rigonfie sul collo, del viso rosso acceso per la rabbia e l’alcol mentre si accingeva a colpirmi”.

 
 


I bambini di Nádas non si ribellano apertamente, imparano a convivere in silenzio con la delusione nei comportamenti dei genitori e degli adulti in generale. Anche i rapporti fra loro sono basati spesso sulla sopraffazione e sulla violenza. Soltanto il protagonista del racconto intitolato proprio “I bambini” compie un gesto di ribellione nell’occasione di una ipocrita festa di compleanno:
“La bambina di fronte a lei si mise nella posizione del cane implorante. In quel momento di assoluto silenzio si sentirono avvicinarsi dei passi da qualche parte lontana dell’appartamento. I gesti si fermarono a mezz’aria. Sanyi diede una rapida occhiata in giro, fece un balzo nella direzione della porta, ovvero nella direzione opposta ai passi che si facevano sempre più vicini, ma prima di uscire afferrò con una sola mossa della mano appiccicosa un lembo della tovaglia rosa e la strattonò. Le torte e i pezzi del servizio di porcellana volarono dappertutto, atterrarono sul pavimento e sulla testa dei bambini inginocchiati, la panna schizzò via e la cioccolata calda colò per terra. Rimase per un attimo a rimirare la scena, poi saltò fuori dalla porta, ne aprì con foga altre davanti a sé e si inoltrò nel labirinto della casa sconosciuta; attraversò a balzi camere e sgabuzzini, tappeti e scale, prima di uscire all’aperto, sulla strada, ma nemmeno lì si fermò. Le gambe lo trasportarono tremante e con una leggerezza mai sentita prima, come se stesse volando, senza sapere dove”. 

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Péter Nádas (1942) è tra i più importanti e apprezzati scrittori ungheresi contemporanei. Autore di romanzi e racconti, commediografo e fotografo, i suoi libri sono tradotti da decenni in tutto il mondo. Membro della prestigiosa Kunstakademie di Berlino, ha ricevuto svariati riconoscimenti internazionali – tra i quali il Premio statale austriaco per la Letteratura europea (1991) e il Premio Kafka (2003). In Italia è stato scoperto soltanto nel 2009.
Andrea Rényi è nata a Pécs (Ungheria), cresciuta a Budapest, ma vive da molti anni a Roma. Interrotti gli studi di giurisprudenza in Ungheria, si è laureata a La Sapienza in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Ha insegnato tedesco per 16 anni in scuole di lingue e di recupero e contemporaneamente ha lavorato come interprete/traduttrice ungherese-inglese per conto del Committee on International Migration. Ha lavorato per 13 anni in una grande industria grafica come management assistant/traduttrice/interprete.  Traduce da 5 anni per l’editoria, ha collaborato con le case editrici Baldini Castoldi Dalai, Fazi, nottetempo, Dedalo, Bur, Zandonai, Il Melangolo, Elliot e Atmosphere Libri, e sta traducendo il terzo titolo di Péter Nádas (di nuovo per Zandonai).

Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere

Lost in translation
Una storia intima di traduzione
Nuova rubrica su "le parole necessarie": i libri stranieri raccontati dai traduttori. Si parte con László F. Földényi e Andrea Rényi.
 
 
Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere
di László F. Földényi (Il Melangolo, 2009)


raccontato da Andrea Rényi
 

Mio padre morì prima di riuscire a prendere la laurea in Filosofia. Sarebbe stata comunque solo una laurea in Filosofia marxista-leninista, perché negli anni '60 in Ungheria non esisteva altro. I suoi libri di filosofia accompagnarono la mia infanzia, ne aveva almeno uno sempre con sé per approfittare degli attimi liberi concessi dalla sua professione molto impegnativa di medico ospedaliero. Era particolarmente attratto dalla filosofia di Hegel.
Il mio autore ungherese preferito di saggi è László F. Földényi, i suoi scritti sono stati elogiati da lettori  autorevoli  come  Cees  Nooteboom, Alberto Manguel  e  Rüdiger  Safranski. Grazie  ad  uno  spirito di osservazione brillante e originale, Földényi si accosta all'arte, alla letteratura, e alla cultura  in  genere  osservandone,  da  angolazioni filosofiche penetranti e innovative, i legami più intensi e sottili. Fui molto contenta, infatti, quando il direttore editoriale de Il Melangolo mi propose la traduzione di un suo breve saggio dal titolo intrigante:Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, che era stato recensito da Albert Manguel nel 2007 come "Il libro più interessante che ho letto quest'anno".
Dopo quattro anni di lavori forzati, nella primavera del 1854 Dostoevskij viene trasferito a Semipalatinsk, nella Siberia meridionale, dove rimane quasi dieci anni. Scrive le Memorie di una casa morta e insieme a un giovane procuratore del posto, un tale Vrangel, studia Hegel. Probabilmente i due leggono le Lezioni sulla filosofia della storia, l'opera di Hegel che mio padre apprezzava di più. Dostoevskij entra in contatto con il sistema hegeliano della tesi, antitesi e sintesi, dell'essere, non essere e divenire, insomma dei tre passaggi per comprendere il mondo, la natura, le leggi, la politica, che costituiscono un sistema di fiducia smisurata nella possibilità di comprendere tutto solo pensandolo. Nel mondo degli esclusi, degli umiliati, Dostoevskij vede però che questo sistema funziona alla perfezione solo a patto di lasciare fuori tutto quello che non corrisponde a canoni prestabiliti, come la sofferenza, l'ingiustizia, il dolore. Mentre per lui più l'uomo precipita nell'inferno del dolore, più riesce, poi, a volare alto. Secondo lo scrittore russo la grigia razionalità del professor Hegel è paradossalmente l'inferno vero, quello terribile perché privo di redenzione.
Non so come mio padre avrebbe commentato questo saggio, io però mi sono riavvicinata a lui a distanza di tanti anni dalla sua morte e ho capito di più della sua visione del mondo.  Questo legame tra lui e il lavoro di Földényi ha reso il mio compito di traduttrice ancora più interessante, stimolante e di grande soddisfazione. I riscontri positivi non sono mancati: l'editore ha approvato la mia traduzione praticamente senza una correzione e questo esile libretto è stato lodato e recensito fra gli altri da Adriano Sofri, Pietrangelo Buttafuoco, Dario Olivero e Stefano Ciavatta.

Iván Mándy, Soprabito

Foto di Angela Cossiri
Dalle leggende di piazza Teleki
 
- Desidera, signorina?
Un vecchio sorridente con i baffi bianchi stava davanti a Irénke sulla porta della bottega. Accanto a lui c’erano due manichini e dentro la bottega da una barra di ferro pendeva una lunga fila di abiti femminili colorati simile a un grazioso ponte allegramente sospeso.
   Irénke trovava nel vecchio una figura familiare, come se avesse già parlato con lui altre volte. Non si meravigliava affatto che, scendendo le scale, l’avesse presa per un braccio e portata dentro la bottega. Continuava a sorridere, con il viso proteso verso quello di lei. 
- Non la lascerei andare altrove. Qui, dal vecchio signor Blúz può trovare tutto. Sa che somiglia a mia figlia? Forse ha la sua corporatura, ma lei è un po’ più esile. Dunque, cosa desidera?
Irénke spiegava.
- Vorrei un soprabito, rosso. Sono stata già in tanti posti, in via Népszinház, nella Grotta del Drago. Da lì sono arrivata qui, in piazza Teleki.
- Come? Nella Grotta del Drago? – il signor Blúz aggrottava le sopraciglia spesse e grigie. – Nella Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich? Quelli vendono solo stracci e si fanno pagare caro, non si può dire che abbiano molti scrupoli. La moglie di Prokesch fa la soubrette, la soubrette… ci sarebbe molto da raccontare! Insomma è scappata di casa e lavora in un locale di infimo ordine. – Allora un soprabito? Rosso, naturalmente. Proviamone uno.
   Entrò una donna alta, dai capelli neri. Lanciò un sorriso a Irénke e uscì. Un uomo basso e calvo stava passeggiando davanti al negozio in camicia bianca. Guardò un attimo dentro. Come una scimmia, pensò Irénke, ora si mette a saltellare. – Oh, ma questo é…
-         Giallo – disse il signor Blúz. – E’ un soprabito giallo.
Irénke non si capacitava come mai avesse già il soprabito addosso. Stava davanti allo specchio nel soprabito giallo. Accanto a lei il signor Blúz, la donna con i capelli neri e l’ometto basso e calvo. Parlavano tutti ma Irénke sentiva solo Blúz. 
- … e poveretta stava andando da Prokesch e Mattanowich! Per fortuna non da Sárdi, meno male proprio! Perché quello è pure scortese. – Si giri, per favore! – Come? Chi è Sárdi? Lo sappiamo benissimo. Era un semplice agente, è stato dentro per qualche affare sporco e dicono che durante la guerra abbia fatto la spia, l’informatore, ma io l’ho solo sentito dire, poi ha sposato una donna ricca e ora vuole ammazzare sua moglie, la sta facendo impazzire. Di notte la tira giù dal letto per farle preparare una frittata. Ha certe pretese, vere manie, perché torna a casa ubriaco.
   Fecero fare una giravolta a Irénke, poi le fecero fare un passo di lato come in una strana danza. Nel frattempo lei pensava al suo fidanzato e al loro appuntamento alle sei davanti al cinema.
   All’improvviso le strapparono via il soprabito giallo.
- Era stretto al collo – fece cenno Blúz con la testa. – Dico sempre quando c’è un problema, io non imbroglio nessuno. Ne proviamo un altro. Abbiamo tempo, non è vero? Allora questo rosso.
Girando di lato Irénke vide una vecchia. Stava seduta su una sedia da giardino dietro, accanto ai paltò, nell’angolo buio, vestita di nero. Risaltava solo il suo viso, e le due mani gialle poggiate sul bracciolo della sedia. Stava seduta in silenzio. Dietro di lei si avvertiva un lungo corridoio stretto pieno di manichini vecchi, logori e vestiti consunti. – Ed era tanto strano sentir venire da fuori una voce piena, allegra.
- Domani andiamo in piscina!
- Mio figlio va matto per il nuoto – disse Blúz. – Ha vinto anche un campionato scolastico. Io ormai gioco solo a scacchi, a scacchi e a domino. E a poker.
   Irénke guardava ancora la vecchia. Come se gli altri non la vedessero nemmeno. Chiude un occhio e d’un tratto la bottega vola via con tutti quei capotti colorati e con il signor Blúz. 
-         E devo ancora comprare i biglietti!
-         Come cara? – Blúz si sporgeva verso Irénke infilando una mano dietro sotto il soprabito.
   La ragazza arrossì. Come ha potuto svelare la cosa dei biglietti? Ora però racconta al signor Blúz.
- Il mio fidanzato se la prende tanto comoda che persino i biglietti del cinema li devo comprare io. E’ un caro ragazzo, bravo, ma poltrone. E se è così ora come sarà più in là?
- Dipende tutto dall’educazione!
   Era la donna con i capelli neri a parlare. Tirò leggermente avanti la manica del soprabito.
- Credo che sia largo. Gli uomini vanno educati.
   Dietro sollevarono in due l’orlo del capotto, come se volessero gonfiare la ragazza per farla volare via. La donna con i capelli neri le passò la mano sul viso e quel tocco la fece sentire assonnata. Quasi non avvertiva che le stavano tenendo il braccio facendole fare delle giravolte. Come se stesse scivolando pian piano in una vasca d’acqua calda.
   Il signor Blúz le sussurrava in un orecchio.
- Se fossi più giovane solo di dieci anni!
Irénke cominciava a ridere e d’un tratto aveva addosso la giacca di un completo verde con u foulard giallo sul collo.
- Ma non intendevo questo!
- Gliela stiamo facendo provare solo per la misura. 
   Da fuori si udiva un rumore simile al battito di lastre di latta. Qualcuno lanciò un grido verso l’interno.
- Signor Blúz, l’aspetto stasera da Szimplicsek!
   Irénke allungò la mano verso il foulard, ma improvvisamente glielo strapparono via. Il signor Blúz la spogliò anche del completo. Lei aspettava che le mettessero addosso di nuovo qualcosa. Forse una mantellina leggera o un impermeabile, una giacca a vento, un turbante,  e ancora uno scialle. – Le sembrava di stare sul trenino del luna park che passa sotto le gallerie e a ogni curva compaiono e scompaiono facce sempre diverse.
   Blúz parlava.
- Che uomo gagliardo ero prima del matrimonio! Cominciavo il pomeriggio al café Szimplicsek. Mi aspettavano già i ragazzi. Biliardo fino a sera, poi ci trasferivamo alla Corona di Latta, una magnifica osteria in piazza Mátyás, nessun altro serve una grappa così buona. Alla fine la mia fidanzata mi trovava in una bettola di Józsefváros. E cosa pensa, cara signorina, cosa le dicevo? – Va a casa, mughetto mio, vattene luce dei miei occhi, testolina vuota, altrimenti ti tiro appresso qualcosa! -  E si, facevo la bella vita, ma poi… - Fece un cenno con la mano.
   Irénke aveva addosso di nuovo il soprabito rosso. La girarono e davanti a sé aveva l’uomo basso e calvo. Non riusciva quasi più a capire perché stessero parlando del suo fidanzato.
   Il basso e calvo metteva le mani sulla vita della ragazza, poi le faceva scivolare più in alto. All’improvviso aggiustò una grinza sul cappotto.
- Ecco, forse questo andrà bene.
   Girarono di nuovo Irénke. Lei sembrava smarrirsi in queste giravolte. Inclinava languida la testa in avanti, le braccia pendevano rigide ai lati. – Sopra di lei sulla barra di ferro cominciavano a dondolare lentamente gli abiti femminili colorati e da loro sporgevano dei fiori. Ma no, non erano fiori, bensì visi di donna che ridevano. Le sembrava di sentirle.
- Oh cara, cara…
   Irénke scoppiò in una risata. Felice, come se nulla più la preoccupasse. La donna dai capelli neri la accarezzò. Come un vitellino obbediente piegò la testa nel palmo di lei.
- Cara signora…
Alzò lo sguardo e vide Csengö e Bengö, quei due simpatici personaggi di cui ha letto tante volte sulla rivista Aller. Da dove saranno arrivati? Csengö stava davanti a lei in un lungo mantello nero, con scarpe di lacca dalla punta schiacciata e il tracagnotto Bengö aveva un cappotto verde legato con lo spago.
   Csengö e Bengö afferrarono le braccia della ragazza e le sollevarono. Fecero toccare le dita delle mani sopra la sua testa. Le cadde una ciocca davanti, sul viso, poi le sue ciocche si scomposero, ma la sensazione provocata non era affatto spiacevole.
   Infine Csengö e Bengö la lasciarono andare. Uscirono muti come erano entrati.
- Sta provando un vestito dietro l’altro, ma non sa scegliere. Alla fine che vuole comprare?!
La voce era severa e Irénke si spaventò. – Un rosso, un rosso…
   Il vecchio Blúz scuoteva la testa beffardo.
- Un rosso, un rosso … Ma se ce l’ha addosso già da tanto, cara signorina, il soprabito! Che bisogno c’è di provarlo tanto a lungo? Far perdere tempo agli altri!
- Come se non avessimo altro da fare – disse la donna con i capelli neri.
E il bassotto calvo:
- Comanda tutto intorno, mentre racconta la storia della sua vita.
- Ma io davvero no…
- Non ha nemmeno raccontato nulla, non è vero? – Le sopraciglia spesse del vecchio Blúz si contraevano davanti a Irénke come se da un momento all’altro volessero saltarle addosso. – Non ha forse menzionato il suo fidanzato? Che è un tipo pigro, grossolano, buono a nulla, incapace e solo Dio sa cos’altro. Le fa pure comprare i biglietti del cinema, anche al teatro vanno solo una volta al mese perché ama risparmiare quel caro spilorcio! Ci ha intrattenuto con questi racconti e ci ha persino chiesto dei consigli. Forse per il soprabito dobbiamo anche educare il suo fidanzato?
- Ognuna ha il fidanzato che si merita – disse la donna.
   Circondarono Irénke in tre. Lei non riuscì neppure a muoversi. Il suo viso divenne rosso come un palloncino. Fece un gesto per posare il soprabito, ma Blúz le afferrò il braccio.
- Vuole toglierselo, restituirlo? Andarsene con tutto il comodo per comprare altrove! E noi possiamo esser contenti che una signorina di mondo si è degnata di parlare con noi, poveri, miseri bottegai senza il becco di un quattrino. Si è abbassata a rivolgerci la parola. 
   Il calvo mise le mani in tasca.
- Anche noi potremmo avere un negozio al Centro, di sicuro! Ma noi non vogliamo imbrogliare, abbindolare i clienti. E’ anche vero che non sappiamo lusingare, ammaliare. Diciamo pane al pane, vino al vino.
- Se vi ho offeso, se per caso vi avessi offeso … - balbettava la ragazza. Gettò uno sguardo all’indietro verso la vecchia e la voce le si strozzò in gola.
   La vecchia pendeva gialla, immobile tra i vecchi cappotti come una lampadina su un filo sottile. Sembrava che volesse fare un cenno ai paltò, alle giacche, ai loden che avrebbero assalito Irénke. 
   Il signor Blúz alzò la mano.
- Vuole forse tornare alla Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich?! Prego, si accomodi!
   Come per incanto i vestiti da donna presero a fluttuare sulla barra di ferro, i cappotti allungarono le loro maniche scure, i pantaloni allargarono le gambe. – Sembrava che volessero aggredire come mostri del sottosuolo.
   Irénke si afflosciò all’indietro fra le braccia di Blúz. Il vecchio la prese sotto le ascelle e il piccolo calvo la afferrò per le gambe.
   Blúz e suo figlio tennero la ragazza come se la volessero immergere in un fiume scuro. La alzarono un po’, poi la abbassarono dondolandola su e giù. D’un tratto la stesero completamente, poi la piegarono fino a farle toccare la fronte con il ginocchio. 
Blúz e l’altro si scambiarono un’occhiata sopra il corpo ripiegato su se stesso. Lo allungarono per piegarlo di nuovo. Alla terza volta avevano in mano ormai solo un vestito da donna, un vestito da donna vuoto e penzolante.
Blúz, il vecchio Blúz gettò il vestito sull’attaccapanni come se fosse una pelle da far seccare, gli diede qualche colpetto e lo scaraventò sulla barra di ferro fra gli altri.
La vecchia si alzò piano dalla sedia da giardino come se le sue membra si sollevassero ognuna per conto suo, e disse:
"Chiudiamo."(Trad. di Andrea Rényi)

Géza Ottlik, Amore

Foto di Angela Cossiri
Felicia dava del tu a tutti noi per poterlo dare anche a Gyula Kispéter, ma cambiò idea, e quel ragazzo di bell’aspetto e dal sorriso ironico rimase l’unico al quale continuava a dare del lei. Gli dava del lei a pranzo, a cena, gli dava del lei quando prendevano il sole sulla riva, gli dava del lei anche di notte quando, rimasti nella stanza di uno di noi, avvolti nel fumo delle sigarette ne avevamo abbastanza della musica del grammofono, e suppongo che gli desse del lei anche quando rimanevano da soli. Rimanevano sempre più spesso soli. Una volta scomparvero dall’insediamento di mattina con il pretesto di andare a Fonyód a prendere delle uova, e tornarono la sera tardi chissà da dove, forse da Fonyód, portando astutamente con loro una dozzina di uova.
Gyula Kispéter era il fratello di Orsolya, magnifica pittrice e ottima donna, e fu per questo accolto fra noi, pittori, quell’estate. Era un ragazzo alto, in gamba, sui venticinque-ventisei anni, l’unico non del mestiere nella casa di villeggiatura.
Consideravamo Felicia una di noi, eppure lei si intendeva d’arte quanto Orsolya di moda. Poco. Era una di noi ugualmente.
Un anno e mezzo prima, all’età di trentotto anni, Imre Eleőd aveva sposato una ventenne sorprendentemente bella e viziata. Imre era un bravo pittore ma non aveva le fattezze di Romeo. Di solito aggrottava le sopracciglia come un clown, o meglio metà delle sopracciglia perché l’altra metà mancava quasi del tutto. Tempo addietro si era ustionato il viso e macchie appassite color fegato deturpavano la parte sinistra della sua fronte, della sua tempia e sotto gli occhi. Le sopracciglia mancavano per un lungo tratto, le orecchie a forma delicata di conchiglia erano piegate all’indietro con punte lacere, i capelli stavano diventando bianchi e la pelle screpolata era coperta da rughe.
Una mattina di febbraio dell’anno scorso suonai impaziente alla sua porta, la aprì ciabattando e facendo cenno con il capo mi condusse nella grande camera troppo riscaldata. Con un tonfo sprofondò nella poltrona senza togliere le mani dalle tasche dell’abito da camera, e si girò in direzione del letto:
«Mia moglie.»
Vi giaceva una ragazza sotto una tenda dorata di capelli, dallo sguardo meravigliato e sospettoso, che cercò di sorridere. Aveva la pelle color burro, senza trucco. Mi inchinai e pronunciai il mio nome.
«Passa una tazza» disse Eleőd senza girarsi. «Dà una tazza anche a questo ragazzo, figlia mia.»
Sette volte sette mutazioni - come tante onde sotto il sole nel mare - attraversarono il volto della ragazza, che notò il mio imbarazzo e scoppiò in una risata ardente, rivolta a se stessa.
«Si volti dall’altra parte» disse, di nuovo mite. Si alzò e apparecchiò anche per me. La vestaglia blu cobalto frusciò a ogni suo movimento, e lei si muoveva senza sosta, si dava da fare, sotto il lamé il suo corpo ondeggiava incessantemente.
Si prendevano in giro e ridevano.  Ciononostante apparivano entrambi indifferenti e troppo sicuri di sé. Il matrimonio è uno scherzo malriuscito, pensavo, un capriccio, una frivolezza. Guardavo con avversione quel cerbiatto elastico e biondo. Allontanava la pancetta, riempiva il piatto di marmellata ma non la mangiava. Si rivolse a Imre:
«Non mangiare la pancetta.»
Ma l’uomo non le badò e continuò a rivolgersi a me.
«Perché mangi la pancetta?» lo tormentò di nuovo.
«Come?» Imre si girò verso di lei. «Non devo mangiarla?»
«No.»
«Sì, invece.»
«Ti piace?» domandò la ragazza. «Allora mangiala. Tieni, mangia anche questa.»
Fissò Imre dimentica di sé, a bocca aperta, mentre diede un morso alla pancetta. Questa sciocchezza mi mise a disagio, lei mi infastidiva. Decisi di andarmene. Imre rimase seduto e la ragazza mi accompagnò alla porta. Mi diede la mano.
«Arrivederci.»
«Arrivederci» risposi con rigidità malcelata nella voce.
Chiuse la porta dietro di me ma poi la riaprì per un istante. Per mia grande sorpresa tirò fuori la lingua e sussurrò:
«Lei è un grande asino, ma torni pure!»
Questa era Felicia.
Orsolya Kispéter aveva l’atelier nello stesso edificio e quando, a marzo, l’esercito straniero occupò il paese e la polizia politica deportò Imre Eleőd, la donna prese con sé Felicia. Eleőd aveva vissuto a lungo a Monaco di Baviera, dopodiché aveva trascorso due anni a New York dove era in stretti rapporti di amicizia con artisti che avevano scelto l’esilio volontario abbandonando la patria che era dei nostri occupanti. Il suo nome figurava anche fra i firmatari di un manifesto. Non avrei scommesso un centesimo sulla sua vita prigioniero dei militari. Infatti, una settimana dopo l’arresto scomparve dalla prigione dove era stato tradotto.
Passò un anno, i conquistatori divennero vinti, ma non ci furono notizie di Imre.
Passarono mesi, giunsero notizie e smentite, e pian piano ci convincemmo che Imre Eleőd era morto senza lasciare tracce.
Incontrai Felicia per la seconda volta nella primavera del quarantacinque. Cercai di essere amichevole.
«Si ricorda ancora di me?» domandai.
«Come no» rispose calma e gentile. «La consideravo un vero amico. Anche mio, non soltanto di …»
Orsolya Kispéter intervenne all’improvviso:
«Felicia, non fare l’adulatrice.»
«Non soltanto di Imre» Felicia concluse la frase.
Ci fu una breve pausa prima di sentire la voce profonda, irritata e arrochita dal fumo di Orsolya.
«Rassegnati, Imre se n’è andato all’altro mondo.»
Calò di nuovo il silenzio, fuori qualcuno stava battendo un tappeto e io contavo i colpi. Un giovanotto si alzò in piedi nell’angolo opposto della stanza e si avvicinò a noi. Felicia si voltò verso di lui.
«Gyula, mi aspetti e si presenti come si deve.»
Ci demmo la mano e facendo scintillare i suoi trentadue denti, il ragazzo esclamò:
«Kispéter.»
Felicia impiegò del tempo per indossare il cappotto. Parlai di cinema, di pace e dei prezzi degli alimentari con Gyula Kispéter. Orsolya non disse più una parola. Sapevo che aveva voluto molto bene a Imre Eleőd. Scendemmo in tre dalla Collina delle Rose. Felicia chiacchierava di buonumore, il vento primaverile agitava il soprabito del giovanotto. Prendeva in giro tutto, ma con intelligenza. Gyula era un ragazzo capace e di bell’aspetto. Vicino a lui Felicia mise giudizio, si liberò della sua irritante antipatia, senza perdere l’aspetto grazioso. Questi due sono fatti l’uno per l’altra, pensai seguendoli con lo sguardo nel vortice polveroso, da fiera di paese, di corso Margit.
Felicia preparava torte che vendeva ai bar e con il denaro ricavato comprava altro zucchero e burro. Non doveva fare sacrifici, con le torte guadagnava bene. Chissà perché non era tornata con i genitori. Forse perché le piaceva l’indipendenza, ma pensavo che anche il giovanotto c’entrasse in qualche modo.
Eravamo già da tre settimane in villeggiatura al Balaton, ma solo Orsolya aveva menzionato Imre Eleőd, e anche lei solo di rado e con tono amaro.  Felicia giocava a pingpong con Gyula, andava in barca con Gyula, gironzolava con Gyula. Il ragazzo aveva un gesto caratteristico: afferrava il polso della ragazza con fare intimo e non lo lasciava finché non finivano di parlare. Felicia lo tollerava, a volte liberava la mano, ma visibilmente non le dispiaceva quando Gyula catturava di nuovo il suo polso sottile. Una sera lei disse:
«Ragazzi, dopo cena potremmo andare a fare un bagno, che ne dite? C’è una luna splendida. Vi va?»
«Sì, va bene.»
«Non ha senso» disse Gyula Kispéter inaspettatamente. «Io non vengo.»
«Ma sì, venga anche lei.»
«No, non vengo.»
«Se glielo chiedo io, viene?»
Con i suoi occhi magici gettò uno sguardo così mite e implorante al ragazzo che stavo per commuovermi persino io. Ma Orsolya intervenne prima.
«Andate al diavolo» disse con voce rauca. «Avete sentito? Andate al diavolo con tutte le vostre smancerie.»
Felicia scoppiò in una risata, con la testa piegata all’indietro. Poi venne a sedersi vicino a me facendo le moine, perché avvertiva la mia ostilità. Eravamo in otto a tavola, tutti fra i trenta e i quaranta, e la vista di una coppia di innamorati ci faceva sentire vecchi. Quell’amore era sotto il nostro naso, ci infastidiva ma non potevamo negare il loro fascino.  La conversazione riprese dopo la brusca interruzione provocata dal loro bisticcio. Ogni tanto Orsolya Kispéter rimproverava suo fratello:
«Gyula, non parlare così tanto! Mi hai sentito? Non parlare così tanto.»
Vennero giorni piovosi che trascorremmo giocando a carte, ma poi un po’ per volta si asciugarono le pozzanghere e tornò l’estate calda, più torrida che mai.  Ci abituammo a considerare Felicia e Gyula una coppia, non ci badavamo più, prendevamo il sole senza dire una parola.
 Un pomeriggio si sentirono delle grida provenienti dal cancello del giardino. Il sole stava tramontando e noi stavamo oziando in spiaggia come sempre a quell’ora.
Qualcuno strillò a squarciagola:
«Venite qui! Orsolya, Felicia! Su, venite!»
Ci avviammo esitanti in direzione del cancello.
Il nostro compagno grasso in costume da bagno, che prima aveva urlato, ora stava palpando e abbracciando un uomo impolverato in abito di lino. Per terra giaceva una bicicletta capovolta. Lo sconosciuto diede una pacca sulla schiena dell’uomo nudo in delirio e si liberò. Era Imre Eleőd.
Cercava qualcuno con gli occhi. Felicia, che si stava avvicinando al fianco di Gyula Kispéter, si arrestò e accennò un gesto meccanico per afferrare il braccio del giovane. Imre Eleőd fece un sorriso e disse:
«Datemi una sigaretta.»
Cominciammo a strillare e circondammo Imre.
I suoi capelli erano più lunghi e più bianchi del solito, ma null’altro era cambiato in lui. Le sue delicate orecchie lacere e la bruciatura marrone si erano coperte di polvere durante il viaggio, perché era arrivato in bicicletta. Anche Felicia si accostò ma riuscirono a comunicare solo urlando sopra le teste.
«Ti ho lasciato un pacchetto nel cassetto.»
«L’ho trovato.»
«Non sei stanco.»
«Come no!»
Quella sera facemmo fatica a coricarci, mentre Imre Eleőd dormiva già da un pezzo; non aveva neppure cenato. Trasportammo il grammofono in terrazza. Felicia era allegra come sempre. Sembrava che ballasse più delle altre volte con Gyula Kispéter.
Vidi Imre fare colazione verso le dieci del mattino dopo. Probabilmente si era svegliato poco prima. Aveva i capelli arruffati e la barba non ancora fatta. Felicia salì in terrazza con una grossa frittata, gli fece qualche domanda, lo lasciò e si mise a giocare a pingpong con Gyula Kispéter.
Verso mezzogiorno e mezzo ci avviammo nell’acqua bassa del lago con Imre che stava mangiando delle albicocche da una busta di carta. Felicia prese a remare nella nostra direzione, con Gyula sdraiato a fumare nella barca. Imre Eleőd gettò loro nella barca tre albicocche, li salutò con la mano e noi riprendemmo a camminare.
Nel pomeriggio andammo al villaggio per comperare del tabacco. Faceva caldo. Tornammo in fretta per fare il bagno. La giornata trascorse così. Dopo cena eravamo in sei-sette nella camera di Felicia. Era una grande stanza angolare, con finestre che davano a sud e a ovest. Chiacchieravamo a tavola, Felicia era seduta sul divano con Gyula Kispéter che, come d’abitudine, teneva la ragazza per il polso. Versai il vino procurato da Orsolya in una bottiglia da un litro e mezzo, con il tappo con il gancio. Imre parlava con tono calmo e noi lo ascoltavamo. All’improvviso troncò la frase  e si girò, perché era seduto dando le spalle al divano. Volgemmo lo sguardo anche noi. Felicia era in piedi, fissava Imre incantata e vidi che la bocca le tremava. Imre la raggiunse con due balzi.
«Che sta succedendo?» domandò qualcuno.
Tutto questo avvenne con una tale rapidità che Gyula Kispéter non fece in tempo neppure ad alzarsi. La ragazza circondò con le braccia il collo di Imre Eleőd, si abbandonò sulla spalla dell’uomo, la cascata d’oro dei suoi capelli ricoprì l’abito consunto dell’uomo e il suo esile corpo fu scosso da un pianto che veniva dal profondo.
Aspettammo immobili, in piedi, nella stanza. Una cicala cantava sotto le finestre. Felicia alzò il viso in lacrime e si strinse all’uomo.
«Mio unico» sussurrò.
«Sciocchina» disse Imre Eleőd.
Tutti e due scoppiarono in una risata. Smisero e ricominciarono a ridere di nuovo. Risero guardandosi negli occhi, da matti, ansimanti, a perdifiato. Ebbi la stessa sensazione spiacevole e irritante che avevo provato al nostro primo incontro. E di nuovo mi venne la voglia di fuggire. Anche gli altri si resero conto di essere inopportuni.
Eravamo già fuori quando sentii la voce dell’uomo: «Ma dove state andando?» Ma non disse altro. Seduta sul divano con Gyula Kispéter, Felicia avrà finalmente realizzato che l’uomo che stava parlando con noi era Imre Eleőd. Fu quello l’istante della consapevolezza. Aveva sempre saputo che lui sarebbe tornato sano e salvo. Un’automobile americana aveva riportato Eleőd a Budapest a metà estate. Sulla porta della loro abitazione di Buda aveva trovato un pezzo di carta fissato con una puntina da disegno.Sopra c’era scritto: “La chiave è al negozio di alimentari. Ho messo fuori il tuo abito di lino, mettitelo e vieni subito a trovarmi. Tesoro, ti ho comprato una bicicletta perché i treni funzionano ancora a singhiozzo, la trovi in bagno. F.”
(Traduzione di Andrea Rényi)

Róbert Hász, Passeggiata settembrina

Foto di Angela Cossiri

Titolo originale: Szeptemberi séta
Tratto dal volume “Sok vizeknek zùgása”, Kortárs kiadó, Budapest, 2008

   Le giornate estive si accorciano, l’autunno arriva in strada furtivo, zoppo e  rasente il muro come un vecchio scaltro, e come sempre, in questo periodo dell’anno mi sento addosso lo sguardo del tempo. Quando il mondo rallenta per un po’, le particelle sentono freddo e si restringono, i fuochi si smorzano fino a diventare brace e bruciano appena, i fluidi circolano più lentamente nei propri canali e il Potere, questa Entità Superiore a volte cinica, ma tutto sommato indifferente, si toglie un attimo la maschera – come una vedova che per un istante alza il velo per tergere le lacrime con il fazzoletto.
   Quanto detesto questo suo gioco con i mortali!
   Di solito faccio la mia passeggiata la sera, quando il sole è ormai una palla di fuoco sfilacciata rosso sangue dietro i muri delle case e gli uomini affrettano il passo verso casa. La quiete della casa, la sicurezza della caverna: una sensazione antica, piacevole. Il calore del fuoco, il tremolio delle fiaccole davanti all’ingresso della caverna…che il male non può raggiungere.
   All’angolo, davanti al negozio di alimentari, un bambino gioca accanto al mucchio di ghiaia e sabbia rimasta dopo i lavori stradali. Lo vedo tutti i giorni. Scorgo in lui la morte. Si muove nelle sue vene, nel suo sangue. A volte vedo la sua testa bionda, a volte il suo cranio con l’infossatura degli occhi e gli alberi che cresceranno sopra. Vedo il bambino nel tempo, non soltanto nel presente; lo vedo ovunque e sempre.
   Passo accanto al bambino che salta in piedi e corre da suo padre sull’altro marciapiede, davanti al tabaccaio dove sta parlando con il negoziante.
   «Papà, quel tizio mi guarda sempre!»
   La voce era più irritata che lamentosa. Il padre, un uomo con i capelli rossi e il ventre tipico dei bevitori di birra, con l’anima in pena dalla mattina alla sera per il desiderio insoddisfatto di paesaggi lontani, detesta la quotidianità e le notti banali, ha un’ulcera e un principio di emorroidi, possiede un esiguo conto in banca, accarezza la testa del bambino.
   «Di chi stai parlando, figliolo?» domanda distratto e guarda in giro.
   Non lontano, ai bordi del parco, sotto il vecchio castagno alto, sulla panchina mezza marcia siede il vecchio vagabondo. Mi riconosce sempre. Lui è in pace con me. Alza la testa e sorride, con la pelle tanto tesa che sembra spaccarsi. Mi siedo sulla panca, vicino a lui. Ha ancora lo sguardo rivolto in alto, sembra mirare il caduco tramonto autunnale. Strizza e batte le palpebre guardando fuori dal profondo della sua anima. Respira rapidamente, ansimante. Il viso è coperto da una barba crespa di diversi giorni. Il corpo è incurvato, sporgono le spalle da sotto il cappotto liso come se le articolazioni fossero troppo stanche per tenere le ossa al loro posto. Vedo che la stoffa è consumata. Il vecchio inclina la testa, fissa prima le sue scarpe sformate, poi la cicca fumante fra le sue dita. Sento i suoi pensieri dolorosi. Le sue ossa temono il gelo. Se potessi, lo consolerei. Gli sfioro invece solo la fronte. Si tranquillizza, come se lo sentisse. Per lui è facile ormai, se ne andrà come era venuto: puro.
   Quando il semaforo sul marciapiede opposto diventa verde dozzine di gambe attraversano le strisce pedonali. Un paio fra loro precedono le altre. Salta svelto sul marciapiede opposto e mi passa accanto velocemente. Un ometto con i capelli radi, con occhiali tondi sulla punta del naso. Fa ciondolare la borsa nella mano destra come se anche questo servisse ad acquistare velocità. Deve avere fretta. Gira intorno la gente, giro intorno a lui anch’io. Dopo un po’ lo raggiungo e ormai camminiamo uno al fianco dell’altro. Guarda fisso davanti a sé, si concentra sulla strada sotto i piedi. Qualche goccia di sudore esalta la sua fretta. Lancia un’occhiata di sfuggita all’orologio ma non vede il quadrante; non è un’azione consapevole, ma solo il movimento istintivo del polso. Ansima piano. Questa corsa non fa per lui. Lo sa ed è arrabbiato con se stesso, sente di nascosto la manica della camicia e ora ce l’ha con sé anche per l’odore del sudore. Eppure non rallenta. Svolta l’angolo, tanto all’improvviso da fare quasi cadere la signora corpulenta che gli si para di fronte. La signora protesta ad alta voce e gesticola con la borsa carica di patate. L’ometto prosegue, mormora solo qualcosa fra sé mentre aggiusta gli occhiali sul naso. Il marciapiede pende un po’ e lo costringe ad allungare il passo, con la cravatta che sembra volare dietro di lui.
   Si ferma finalmente dopo un secondo angolo, davanti a un portone. Rimane immobile per qualche istante, solo il suo petto sale e scende mentre ritmicamente riprende fiato. Poi fa un ultimo profondo respiro e suona uno dei campanelli.
   Quando il portone si apre con un rombo io sono già all’interno. Lo osservo entrare dalla tromba delle scale. Sale le scale lanciando delle occhiate in alto. Al secondo piano si accosta alla porta di fronte e bussa piano. La porta si apre subito, ma solo una fessura sufficiente per far entrare l’ometto.
   La donna che ha aperto la porta ora si poggia alla parete del corridoio con una mano sul seno e ansima imbarazzata. È frastornata, i capelli sono in disordine come i suoi pensieri. Esita se dire qualcosa, attende con occhi spalancati.
   L’uomo guarda di nuovo l’orologio, ora però osserva attentamente la posizione delle lancette.
   «Trenta…» vorrebbe dire, ma appena sente la propria voce sottile e sfiatata si raschia la gola e ricomincia: «Abbiamo quaranta minuti».
   «Quaranta…» ripete la donna senza sapere perché lo sta dicendo. Ansima e guarda l’uomo.
   In quell’istante l’uomo fa cadere la borsa per terra e abbraccia improvvisamente la donna. Quando la sua bocca tocca la bocca di lei, o meglio quando i loro denti si urtano, gli occhi aperti della donna continuano a fissare il punto dove prima c’era la testa dell’uomo. Per qualche istante rimane paralizzata nel tempo, mentre l’uomo ansima e spinge la lingua nella sua bocca. Tutti i suoi pensieri, tutta la sua volontà si condensano in una sola parola: No! che si agita nel suo cervello come un grido imprigionato che gira in tondo e non riesce a erompere, poi l’eco si smorza,  viene coperta dalla volontà, dalla vicinanza fisica dell’uomo che le crolla addosso. Diventa un leggero sospiro di resa, come se con l’aria esalata dissolvesse la sua resistenza. Ormai è lei ad aiutare l’uomo, lo tira per la camicia, dentro, sempre più dentro la casa, ma non raggiungono le camere, crollano davanti alla porta della cucina, cadono uno dentro l’altra come le stelle infuocate.
   Vado via.
   Fuori, nella via, c’è una folla. All’incrocio macchine abbandonate, alcune con le ruote ferite, di traverso, come fossero animali morti. La gente indica con le dita, spiega con voce sommessa, serietà commossa, comprensiva, come ai funerali: dalla via vicina sta arrivando il suono della sirena di un’ambulanza. Accanto al marciapiede giace una persona con le membra allargate. Mi avvicino, mi piego. Respira piano; la vita che si sta mescolando all’aria colma di odore di nafta, lo sta abbandonando. Non ho tempo per riflettere. Lo tocco per aiutarlo, ma guardandolo vedo quello che è stato e quello che sarà, che lascio che venga. Lo porto in alto, sempre più in alto, lascio la città e il cielo settembrino sotto di noi.

Traduzione di Andrea Rényi