domenica 22 settembre 2013

Amicizia

... è lo spreco della parola amica, che meriterebbe ben altra considerazione. Io la uso di rado, con un certo tremito del cuore, come se parlassi di un dono prezioso che mi è stato fatto. Mi rammarico per la faciloneria con la quale ci si proclama amici quando si è solo vicini di ombrellone o di tapis roulant. Mi piacerebbe, per quei pochi amici che ho e che ho avuto - anche gli amici si perdono come gli amori - una specie di cerimonia pubblica, a sancire davanti al mondo l'impegno di quel legame. Un celebrante che proclami: "Vi dichiaro amici", con festona a seguire. E il giusto cordoglio quando l'amicizia si rompe. Un amico raddoppia il potenziale della nostra vita, di vite ne vivremo due, partecipando anche alla sua. E' lo specchio che ci riflette fedelmente e, se è sincero, anche duramente. E' la forma umana affettuosa che ci contiene, sa evitarci il peggio e dare chance al nostro meglio. ...

Marina Terragni

mercoledì 11 settembre 2013

Fanni Gyarmati

L'8 settembre ha compiuto 101 anni la vedova di Miklós Radnóti, Fanni Gyarmati. Dopo la tragica morte di suo marito si ritirò a vita privata per curare il lascito poetico e intellettuale di Radnóti, e per insegnare recitazione, francese e russo. A lei dobbiamo l'eccellente curatela dell'opera omnia del poeta.   

Questa sua foto 
fu trovata nella fossa comune nelle tasche di suo marito, un anno mezzo dopo la sua morte avvenuta ad Abda, il 10 novembre 1944.


Miklós Radnóti nacque nel 1909, studiò filosofia all'Università di Szeged. Ebreo, non poté esercitare la professione d'insegnante; fu perseguitato, rinchiuso in vari campi di concentramento in Ungheria e in Serbia e infine fucilato. Nei suoi vestiti, rintracciati in una fossa comune, fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
Nella contemporanea poesia ungherese, Radnóti va collocato tra le voci nuove della corrente di ispirazione popolare, manifestatasi a partire dagli anni '30 del secolo scorso, e precisamente tra i poeti la cui tematica è più legata ai problemi e alle trasformazioni delle città.
Lirico pregevole, scrisse anche un libro autobiografico e fu ottimo traduttore, specialmente di poeti francesi.

Da
SETTIMA EGLOGA

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,
tra un'onda e l'altra di pulci quando l'orda delle mosche s'è placata.
Vedi, è sera, un giorno di prigionia
e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.
Sul paesaggio splende la luna e a quella sua luce il filo
spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
le ombre delle guardie armate tra le voci della notte. 

(Trad. Edith Bruck)

martedì 10 settembre 2013

Budapest

Un breve video su Budapest in inglese per scoprire punti interessanti e poco frequentati dai turisti:
BUDAPEST

Manolis Glezos


Manolis Glezos ieri ha compiuto 91 anni. Nato nel 1922,  il 30 maggio del 1941, insieme al suo amico e compagno Apostolos Santas, si arrampicò sull'Acropoli, strappò via la bandiera con la svastica e la sostituì quella nazionale greca. Fu il primo clamoroso atto della resistenza in Grecia, uno dei primi in Europa. Oggi siede nel Parlamento greco come deputato del Syriza (Coalizione della sinistra radicale), il primo partito di opposizione. Il gesto eroico di Glezos è oggi ricordato da una targa che si trova sullo spuntone di roccia alle spalle del Partenone, ai piedi della bandiera greca.

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P.S.
Del compleanno di Manolis Glezos ho parlato ieri anche su Facebook. Quattordici persone hanno cliccato un "mi piace" e una, un bravo traduttore del neogreco, ha anche aggiunto un commento, quello sulla targa commemorativa. Un mio contatto, con pari numero di "amicizie" al mio, ha riscosso trentaquattro "mi piace" per il compleanno del suo cane. Occorre commentare? Direi di no. 

giovedì 5 settembre 2013

György Somlyó, Favola sulla pioggia




Il pomeriggio sul corpo metallico della caffettiera. Attravreso le tende appena spostate il muro giallo di fronte è colorato in grigio dalla pioggia sottile. Sul balcone una gialappa si arrampica sul filo teso. Una è più avanti dell'altra. Come tanto tempo fa nel Parco Inglese le navi spinte dall'acqua. Ma l'estremità delle piante si separa dal filo senza foglie, un po' inchinata, come la testa del serpente; quasi quasi si sente il sibilo. Piove. Piove anche qua dentro, anche se qui dentro la pioggia non ci bagna. Assorbiamo il suo colore, il suo peso, come se impercettibilmente tutto fosse inzuppato d'acqua. Anche l'aria. Il crepuscolo che sprofonda lentamente. Le note soavi del pianoforte, che traboccano umilmente, come se fossero pieni d'acqua. Piove.
Quante volte ho già detto che mi piace fissare la pioggia lenta. Chi sa, se irrimediabilmente riesco ad amare soltanto cià che è lontano da me? O di tutto riesco soltanto a credere che lo amo?
Desidero grandi cieli che si aprono, con il grande colore rosso della sera liberata dalla pioggia. E desidero che almeno per un momento io non debba vedere sullo scintillio opaco del corpo di metallo della caffettiera,
che il tempo sta passando.
Traduzione di Nóra Pálmai
("Favole contro la favola", Lithos, 2007)

venerdì 30 agosto 2013

Sulla traduzione dall'ungherese all'italiano - dal blog di Giuseppe Dimola




Traduttori: "traditori" indispensabili.



Secondo lo scrittore e critico letterario svedese Olof Lagercrantz , per studiare un testo straniero in profondità lo si deve tradurre nella propria lingua, ma subito il compito si rivela impossibile, “ci si può avvicinare al testo, ma non si può mai raggiungerlo”.
Più prosaicamente il tedesco Carl Bertrand, che a fine ‘800 ha tradotto in tedesco la Divina Commedia, sentenziò: “Le traduzioni sono come le donne. Quando sono belle non sono fedeli, e quando sono fedeli non sono belle”.
Ancor più drastica una sentenza proverbiale che gioca sulle parole: “Traduttori: traditori”.

Per Sándor Márai il traduttore (fordító) è un ‘artista ma “è sempre anche uno scrittore mancato”. Il traduttore è spinto dalla passione e, per vivere, deve fare altri lavori, anche perché tradurre (fordítani) è difficile ma ancor più duro è trovare un editore disponibile a pubblicare l’opera tradotta.
Anche se la correlazione tra lingua e cultura non è ancora scientificamente definita, un fatto appare certo: tradurre non è un semplice lavoro di mediazione linguistica ma anche culturale (è la ragione del fallimento dei traduttori automatici).
Il fondatore della moderna linguistica, Ferdinand de Saussurre (1857-1913), ha sostenuto che è la cultura a forgiare una parola (significato e significante). Ciò pone diversi problemi alla “comunità dei traduttori”, tra cui uno di principio: se ogni lingua codifica i propri significati sulla base di una specifica esperienza culturale, tali forme proprie – idiomatiche – sono in senso stretto intraducibili.
Come fare allora per applicare – nella traduzione (fordítás) – il fondamentale principio del rispetto del vero e del bello in letteratura?
Si tratta, basandosi su una cultura fondata sul rispetto tra pari, di comprendere le intenzioni dell’opera. Qui sta il “bello e il vero” in una traduzione, non in quello che piace al traduttore o al lettore, e nemmeno all’autore. Operazione difficile, che richiede al traduttore capacità di autocritica e umiltà (l’espressione “parlare come un libro stampato” segnala che occorrerebbe liberarsi di una concezione sacerdotale di chi scrive o traduce).
Il traduttore, infine, deve rendersi trasparente, invisibile al lettore. È inevitabile però che il suo essere “mediatore culturale” eserciti un’influenza sul testo. È opportuno quindi avere un atteggiamento critico verso la traduzione, ma sarebbe anche utile conoscere il lavoro dei traduttori, oscuro ma prezioso e indispensabile (cosa sarebbe la civiltà umana senza la circolazione della cultura attraverso la traduzione dei testi?).

I più noti traduttori letterari dall’ungherese all’italiano a cavallo del 2000 sono indicati dalla ricercatrice universitaria Cinzia Franchi nel contributo “Tradurre la letteratura ungherese” sullaRivista di Studi Ungheresi del 2008. Si tratta di docenti o ricercatori universitari - madrelingua o italiani - o linguisti professionisti (alcuni scomparsi).
Eccone i nomi: Gianpiero CavagliàMarinella D’AlessandroStefano De BartoloEszter De MartinCinzia FranchiÉva GácsAlfredo LavariniMatteo MasiniArmando NuzzoNóra PálmaiAndrea RényiZsuzsanna RozsnyóiKrisztina SándorPéter SárközyMariarosaria SciglitanoBeatrice TöttössyBruno Ventavoli.
A questo elenco aggiungo: Paolo Santarcangeli, che ha fondato nel ’65 la Cattedra di Lingua e Letteratura Ungherese dell'Università di Torino e ha tradotto le poesie di Endre Ady; Antonio Donato Sciacovelli, che ha tradotto tra l’altro La Sorella di Sándor Márai; Laura Sgarioto che – anche con Krisztina Sándor – ha tradotto altri romanzi di Márai (La donna giusta, Truciolo, Divorzio a Buda).
Ne cito ancora altri, che hanno dato un contributo alla traduzione, o traducendo testi anche non letterari o occupandosi dei relativi problemi nei due sensi (ungherese-italiano e italiano-ungherese): Umberto AlbiniSauro AlbisaniFederigo ArgentieriPaolo AgostiniRaffaele BorrelliEdith BruckCarlo CamilliGabriella CaramoreAndrea CsillaghyEdoarda Dala KisfaludiPaolo DriussiZsuzsanna FábiánNicoletta FerroniAlexandra ForestoDanilo GhenoTomaso KeményIrén KissKatalin KissMárta KöszegiZsuzsanna Kovács RomanoSilvia LeviAndrea LókiMaya NagyGiorgo PressburgerBrian Stefen Paul,Roberto RuspantiMargherita StoccoGyózó SzabóTibor SzabóAndrás SzeghyMelinda Tamás-Tarr BonaniPaolo TellinaDag TessoreLászló TóthÉva TörzsökImre Várady,Júlia VásárhelyiNicoletta VastaUmberto Viotti.

È possibile conoscere la storia delle traduzioni italiane delle opere letterarie ungheresi, leggendo l’articolo di Péter Sárközy sulla Rivista di Studi Ungheresi del 2004.

Infine, per approfondire natura e origine della mediazione culturale (in senso ampio) tra Italia e Ungheria, segnalo gli atti di un convegno del 2002 a Udine pubblicati dall’”Associazione italoungherese Vergerio”: Hungarica varietas. Mediatori culturali tra Italia e Ungheria (Edizioni della Laguna, 2004), a cura di Adriano Papo e Gizella Németh.

lunedì 26 agosto 2013

Per i cent'anni di Boris Pahor

Oggi compie cent'anni uno dei grandi uomini del ventesimo secolo, lo scrittore sloveno Boris Pahor. Tanti auguri di buon compleanno e grazie infinite! 

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schirmeck; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch'io, con la mia macchina faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l'immagine onirica che dalla fine della guerra riposa nell'ombra della mia coscienza. Lo ammetto, non riesco ad accettare fino in fondo l'idea che questo posto di montagna, cardine del mio mondo interiore, sia visitabile da chiunque; e soffro anche un po' di gelosia non soltanto perché occhi estranei percorrono uno scenario che fu testimone della nostra anonima prigionia, ma anche perché questi sguardi curiosi (ne sono assolutamente certo) non potranno mai penetrare nell'abisso di abiezione in cui fu gettata la nostra fiducia nella dignità umana. Ecco che però, giunta da chissà dove, inizia a insinuarsi nel mio animo anche una piccola soddisfazione per il fatto che questa altura dei Vosgi non sia più il territorio segreto di una lontana dannazione consumatasi tutta in se stessa, ma sia diventata un luogo verso cui si dirigono i passi di innumerevoli persone. E queste persone, anche se la loro immaginazione sarà insufficiente per la visita che li attende, riusciranno tuttavia a intuire, attraverso le vie del cuore, l'inconcepibile realtà del destino di quei loro figli perduti.
Necropoli, traduzione di Ezio Martin, revisione di Valerio Aiolli, Fazi, 2008

sabato 24 agosto 2013

Cesare Zavattini su Marinka Dallos

Un dipinto di Marinka Dallos (1929-1992)
Scriveva Cesare Zavattini in merito alla pittura di Marinka Dallos:

"(Gianni Toti) sarebbe rimasto stupito se si fosse accorto che sua moglie nell'esordire aveva chiuso gli occhi anziché aprirli di più. Era andata a vedere dentro di sé. Mise poi del bianco sulla tela bianca, una corta pennellata, e resto lì a guardare. Il suo destino era forse quello dell'arte astratta o dell'arte informale? Voleva rappresentare una pozzanghera, mi ha detto, larga non più di dieci metri e lunga altrettanto, che nel suo villaggio natale ai primi freddi diventava di ghiaccio e tale restava fino a marzo, i fanciulli vi pattinavano sopra con un lampo da uccelli, e i ferri dei pattini la rigavano di un bianco più bianco del bianco. La testa le si riempì subito di grida, di voci indimenticabili e su quel candore a poco a poco, senza che sapesse disegnare, sorgevano le strade, le case, gli alberi e gli abitanti di Nograd coi loro usi e costumi. Era dunque una narratrice lirica, questa ungherese che vive in Italia, questa persona colta che dipinge ingenuo, che diffida del folclore e lo affronta come una realtà primaria. La sposa che le amiche stanno vestendo, immensa, ha le calze locali, ma più sposa di così, in assoluto, non potrebbe essere anche per queste calze locali. Che bel quadro, sessuale e favoloso, con un soffitto preciso, di legno tangibile e una prospettiva insolita nei naifs, sempre frontali. Voglio dire che questa ambiguità sarà sempre più il suo stile e la nostra meraviglia."

venerdì 23 agosto 2013

Sulla traduzione

Vedo la traduzione come il tentativo di produrre un testo così trasparente da non sembrare tradotto. Una buona traduzione è come una lastra di vetro. Si nota che c'è solamente quando ci sono delle imperfezioni: graffi, bolle. L'ideale è che non ce ne siano affatto. Non dovrebbe mai richiamare l'attenzione su di sé.
Norman Shapiro
Trad. Marina Guglielmi

giovedì 22 agosto 2013

Egon Schiele e l'arte

Egon Schiele (1890-1918) 
"L'arte non può essere moderna, l'arte è eterna."
(Kunst kann nicht modern sein, Kunst ist urewig.)