martedì 4 agosto 2020

Il Vesuvio e il caso. Indagini di un astronauta

Il Vesuvio e il caso. Indagini di un astronautaIl mondo si sta preparando a Lem2021, ossia al centenario della nascita, che sarà celebrata il 12 settembre 2021, del brillante e prolifico autore polacco famoso in particolare per aver creato Solarise in generale per aver saputo coniugare la fantascienza con la filosofia.

Le cifre relative alla diffusione dei libri di Lem – traduzioni in 41 lingue e 27 milioni di copie vendute – lo rendono uno degli scrittori di fantascienza più letti, non per caso era fra i preferiti di Wisława Szymborska. Tuttavia Febbre da fieno,che Voland ha dato alle stampe nell'ottima traduzione di Lorenzo Pompeo, non fa parte della produzione fantascientifica di Lem. Anche se di scienza dentro le meno di 180 pagine di questo romanzo ce n'è, e la fantasia del lettore è stimolata a sufficienza.

 


 

Uscita in Polonia nel 1975, Febbre da fieno è un'opera dell'età matura e del genere meno facilmente classificabile rispetto alle altre di Lem: forse potremmo definirla un noir psichedelico, o meglio la storia di un'indagine su una dozzina di morti misteriose avvenute nei dintorni di Napoli.

«– E dunque perché dubitare che in realtà non si tratti di un crimine?

Come dire... è come una fotografia. Intendo la sua riproduzione retinata. A occhio nudo si coglie il quadro generale del soggetto, ma non i dettagli. Se si guarda con la lente d’ingrandimento, qualcosa sembra migliorare, ma nello stesso tempo si dissolve. Se prendiamo lenti più potenti anche l’immagine scompare, perché si disperde in singoli puntini. Ognuno per sé, perché insieme non significano più nulla.»

Il Vesuvio e il caso. Indagini di un astronauta

Il protagonista è un astronauta al tramonto della sua carriera, i casi sono descritti con logica meticolosità, le pagine sono intrise di colti rimandi, la scrittura è così perfetta da far trattenere il fiato. La soluzione sottace molto prima di manifestarsi apertamente, nulla è violento o scabroso, è tutto un gioco della mente, arricchito di messaggi filosofici. Atmosfere che rievocano Simenon, una panoramica dell'Europa degli anni Sessanta (una chicca la notte di nozze in pubblico), considerazioni di un astronauta fra i primi, e storie di tante vite simili fra di loro, eppure con spiccate caratteristiche individuali, e tutte che finiscono tragicamente. È preferibile non rivelare altro per non guastare la festa, perché per gli amanti del genere, e soprattutto della buona letteratura, questo libro è davvero una festa.

 


Il Vesuvio e il caso. Indagini di un astronauta

Merita un capitolo a parte la postfazione di Lorenzo Pompeo, il traduttore del libro. Io l'ho letta là dov'è, cioè alla fine del libro, tuttavia al lettore desideroso di un approccio più preparato forse è consigliabile anticiparne la lettura. La postfazione ha gettato luce su gran parte dei dubbi e curiosità sorti mentre leggevo, ma se l'avessi letta prima probabilmente sarebbe aumentata anche la mia capacità di apprezzamento del testo. Avrei sentito l'autore e anche il libro più vicini, più familiari. In ogni caso l'ho trovata un aiuto importante, un supporto molto valido, al pari della presentazione online del libro fatta da Leonardo Fredduzzi dell'Istituto di Cultura e Lingua Russa di Roma, Lorenzo Pompeo, e Livia Lommi della redazione di Voland.

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L'articolo sul blog di SUL ROMANZO


sabato 25 luglio 2020

Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati

Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziatiL'11 marzo 1955 scomparve Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina. L'allora direttore del «Corriere d'Informazione», Gaetano Afeltra, fece uscire un titolo in prima a tutta pagina: «Alt lettore, fermati! È morto Fleming, forse anche tu gli devi la vita!» Non era solo il doveroso omaggio a un grande scienziato, il titolo evidenziava anche il nesso, a volte dimenticato, fra le scoperte e il diretto, fondamentale beneficio che l'umanità ne trae. Che la scienza non è un'entità astratta, qualcosa di distante da tutti tranne che da chi la coltiva, ma la può avvicinare anche l'uomo della strada, sempre che chi ne parla o scrive la sappia raccontare. Oggi la letteratura scientifica a portata di semplici interessati, chiamata comunemente divulgativa, ammonta infatti a una biblioteca vera e propria, e fra i volumi che la compongono si contano anche diversi bestseller.
Priva di ogni preparazione, anni fa anch'io mi cimentai nella lettura di un saggio scientifico sull'origine dell'universo. Convinta di doverlo abbandonare dopo una decina di pagine, constatai invece con piacere che era un libro interessante e persino affascinante. Quasi un giallo. Non apprendevo molto, senza solide basi e l'intento di uno studio mirato di una lettura del genere potevano rimanere soltanto impressioni, spunti di partenza, ma nacque in me la voglia di leggere di temi prima ritenuti di competenza solo degli addetti ai lavori. Da allora ogni anno leggo una mezza dozzina di saggi scientifici rigorosamente divulgativi, traendone sempre più profitto, in primo luogo un approccio generale più rigoroso, e la consapevolezza di sapere poco, pochissimo, pur facendo parte, come ogni essere vivente, di un mistero infinito, di cui però poter scoprire briciole ammalianti.
Nelle prime settimane di lockdown non riuscivo a leggere romanzi, quindi mi guardai intorno alla ricerca di un saggio che mi aiutasse a recuperare la capacità di concentrazione. La scelta cadde su Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati (Laterza), perché avevo già letto sei dei diciannove libri che Francesco Guglieri, giovane editor di Einaudi e pubblicista, riassume e presenta al lettore come «diciannove sentieri verso il nuovo sublime», quel sublime che è «...l'esperienza di un fenomeno o di un'idea che trascende la finitezza umana, i suoi confini abituali. È qualcosa che ci strappa dalla dimensione quotidiana, dal modo solito di vedere le cose, di pensare il rapporto tra noi e il mondo, dall'abitudine di misurare tutto secondo il nostro piccolo metro». Ossia il sublime kantiano che è trascendente, un misto di bello e terribile. Ero quindi curiosa di confrontare le mie reminiscenze con il sommario e le sottolineature di un lettore forte di libri scientifici ormai con competenze di divulgatore scientifico, e di avere anche un'idea di massima di altri tredici, fra i quali poter scegliere letture future. Nel frattempo uno dei diciannove, Spillover di David Quammen, è diventato persino un bestseller ma a febbraio, quando Leggere la terra e il cielo uscì nelle librerie, il coronavirus non dominava ancora le nostre vite e il libro risultava solo ben inserito in una biblioteca che tocca i grandi temi dello scibile scientifico.
Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati
La biblioteca di Francesco Guglieri è racchiusa in sei sezioni che val la pena citare per dare un'idea degli argomenti trattati: 1. L'infinitamente grande e l'origine dell'universo, 2. L'infinitamente piccolo e la fine del tempo, 3. L'infinito matematico e le dimensioni superiori, 4. L'origine della vita e le sue infinite forme, 5. L'animale uomo: dall'infinito a qui, 6. La fine della terra: natura, cambiamento e Atropocene.
Il seducente concetto dell'infinito è il leitmotiv, e lo sviluppo dei diciannove capitoli – uno per libro – è un connubio di narrativa e saggistica da capogiro: scienza narrata, resa quindi una lettura accattivante, quasi romanzesca. Non riporto i titoli dei libri trattati perché formerebbero solo un elenco arido, preferisco piuttosto riportare le parole dell'autore:
«Ci sono diciannove titoli: più o meno i libri che si possono leggere in un anno, senza sforzarsi troppo concedendosi il giusto tempo per assimilare e approfondire cosa c'è scritto. Immaginatelo come un anno di detox intellettuale, un corso accelerato per imparare a tenere gli occhi aperti davanti al nuovo.» Mi sembra un ottimo proposito.
Parte dal libro, anche se non strettamente legato a esso, il ciclo di conversazioni che Francesco Guglieri ha tenuto dal 27 aprile al 1° maggio su RSI (la radio della Svizzera Italiana). Cinque puntate per poco più di un'ora in tutto che regalano all'ascoltatore tante riflessioni molto utili in questo nostro tempo difficile e confuso. Il podcast può essere ascoltato qui.
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Il link al testo originale su SUL ROMANZO

giovedì 9 luglio 2020

STORIA SENTIMENTALE DI TRADUZIONE

«Il traduttore è l’unico autentico lettore d’un testo»

di  2 luglio 2020

Fin dai miei primi ricordi lo scambio fra lingue è un elemento ricorrente, la presenza di una seconda, una terza, persino di una quarta lingua oltre all’ungherese è costante. Poi arriva anche la quinta, l’italiano, con cui divento adulta, che mi accompagna ormai da quasi mezzo secolo. Dopo decenni di traffici con le lingue nella vita privata e nel lavoro, approdo alla traduzione editoriale quindici anni fa sbagliando, pur amandolo, il primo libro, e avendone in mente altri da tradurre, tutti con qualche legame affettivo. Questi affetti hanno molto a che fare con la peculiarità della mia combinazione linguistica: di solito si traduce da una lingua straniera verso la lingua madre, io però faccio il contrario, anche in virtù dei due terzi di vita trascorsi in Italia. Per me tradurre dall’ungherese è più di un lavoro, a torto o a ragione mi sento investita del ruolo di rappresentanza della storia, della letteratura, in generale della cultura del Paese in cui sono nata.
L’evento storico ungherese più importante fra la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro è indubbiamente la rivoluzione del 1956. Colgo dunque al volo l’occasione offerta da Baldini Castoldi Dalai di tradurre un libro a mia scelta per commemorarne il cinquantenario. Scelgo Il caso Bang-Jensen. Ungheria 1956, un Paese lasciato solo, il brillante risultato di dieci anni di ricerche svolte dal drammaturgo e filosofo András Nagy. Apparentemente un giallo storico sulla misteriosa morte del diplomatico danese Povl Bang-Jensen, in realtà è un saggio romanzato che attraverso la vicenda personale di Bang-Jensen ripercorre la storia della rivoluzione ungherese, della crudele repressione messa in atto dal governo Kádár dopo la sconfitta, delle iniziative o piuttosto della loro assenza, da parte del mondo ritenuto libero, e soprattutto dell’ONU. Un voluminoso saggio ben documentato e strutturato come uno spettacolo teatrale, che insieme alla mole di riferimenti storici e letterari, ai corposi apparati e alla complessità della storia sarebbe stato un compito difficilissimo da affrontare per un traduttore provetto, figurarsi per un’esordiente.
Un esperto avrebbe capito subito che la traduzione pedissequa di un saggio costruito con tecniche teatrali, praticamente una pièce, per giunta ungherese, non avrebbe prodotto una lettura godibile per i lettori italiani, quindi sarebbe stata bocciata dall’editore. E così è stato. Per fortuna l’autore si è messo subito a disposizione, abbiamo riscritto il libro, e io la traduzione, facendolo diventare se non un saggio di facile fruizione, ma almeno a portata del pubblico italiano. Ricordo i pianti mentre traducevo; non piangevo per le difficoltà incontrate, bensì per i destini tragici delle persone coinvolte in quelle vicende storiche. Una figura in particolare mi fa venire i lucciconi ancora oggi: Valéria Friedl, una traduttrice che non aveva combattuto con le armi, ma negli anni immediatamente dopo traduceva e inviava rapporti a Vienna facendo sapere al mondo che cosa stava succedendo in Ungheria. Per questo è stata condannata a morte e impiccata a 47 anni a Budapest il 21 luglio 1959.
Nella storia delle mie traduzioni l’anno d’oro è stato il 2009: uscirono un libro tradotto con amore e ben tre libri tradotti per amore, due per amore filiale e il terzo perché opera dello scrittore che è in cima alla mia classifica di autori ungheresi, allora come ora. Li passo in rassegna.
Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere di László F. Földényi, studioso della letteratura, storico d’arte e saggista prolifico insignito di numerosi premi, è un libretto di poche pagine con dentro un mondo di uomini in esilio. Pubblicato da Il Melangolo, è il mio omaggio alla memoria di mio padre, avido lettore di Hegel e di Dostoevskij. Alberto Manguel scrive nel 2012 su Repubblica: «Devo la scoperta di László Földényi a Cees Nooteboom, che in uno dei suoi assalti epistolari insistette perché lo leggessi…». Un titolo folgorante che mantiene la promessa, recensioni molto favorevoli di penne illustri, crescono quindi le speranze di vedere altri libri di Földényi pubblicati in italiano. Allo scopo traduco brevi saggi dell’autore anche per l’indimenticata rivista di Goffredo Fofi, Lo Straniero. Ma nonostante delle opere di Földényi si occupi un’agenzia letteraria italiana abbastanza agguerrita, non succede nulla, mentre la crescente popolarità internazionale di Földényi viene confermata dalle numerose traduzioni. L’ultima per la Yale University Press seguita da una lunga recensione sul New Yorker. Tuttavia Földényi ancora oggi è un illustre sconosciuto in Italia. Cito di nuovo Manguel sul nostro autore: «La mia ignoranza dell’ungherese è assoluta e mi dovetti limitare perciò a leggere qualcuna delle opere di Földényi tradotte in spagnolo e in tedesco: sufficienti per giudicarlo un pensatore brillante, originale, lucido; ho seguito con piacere le sue illuminanti considerazioni filosofiche, storiche ed estetiche. I suoi libri sulla malinconia, l’arte e la critica sono dei capolavori».
Azarel di Károly Pap, uscito in Ungheria nel 1937, avvicinò la mia mamma adolescente alla lettura: ancora parlandone mezzo secolo dopo le si illuminavano gli occhi. Piaceva anche a me ma l’ho capito e apprezzato veramente solo traducendolo, e difatti ho dato ragione a Gesualdo Bufalino che in Il malpensante scriveva: «Il traduttore è l’unico autentico lettore d’un testo. Non dico i critici, che non hanno voglia né tempo di cimentarsi in un corpo a corpo altrettanto carnale, ma nemmeno l’autore ne sa, su ciò che ha scritto, più di quanto un traduttore innamorato indovini».
Azarel, pubblicato da Fazi con la prefazione di Moni Ovadia per il Giorno della Memoria del 2009, è un libro completamente fuori dagli schemi a partire dalla trama e per finire con la scrittura, una prosa ritmata, un’atmosfera senza pari nella letteratura ungherese. Trasmette un messaggio singolare e molto audace, tant’è vero che nel 1937 il libro viene giudicato dalla comunità ebraica e trovato eretico. Un romanzo di educazione sentimentale di un bambino nato e cresciuto nell’ortodossia di cui però scopre il rovescio, un bilancio poco rassicurante dell’ebraismo mitteleuropeo degli anni Trenta. Il capolavoro unico di Károly Pap che perisce a Bergen-Belsen nel 1945.
«Nádas è uno dei maggiori scrittori al mondo» Susan Sontag – recita la scritta in piccolo sulla copertina de La Bibbia di Péter Nádas, un volume con tre racconti lunghi della produzione giovanile dell’autore corredato della sua prefazione, un importante documento storico-letterario, edito da BUR nel 2009. La troppa fretta di vederlo pubblicato produce due errori: un verbo sbagliato nella prima frase del racconto che dà il titolo alla raccolta e l’omissione del nome del traduttore. Ho avuto più fortuna con gli altri due libri del mio autore preferito –Minotauro (un’altra raccolta di novelle giovanili) e il breve romanzo psichedelico Amore –, tradotti per Zandonai in anni successivi. La sfortunata vicenda editoriale italiana di Péter Nádas, da anni costantemente fra i probabili vincitori del premio Nobel per la Letteratura, è stata raccontata già in altre sedi. Grazie a Bompiani che ha pubblicato il primo volume delle sue Storie parallele nella traduzione di Laura Sgarioto, Nádas è tornato nelle librerie italiane, e spero che pian piano anche le sue opere già tradotte potranno rivedere la luce. La traduzione del microcosmo de La Bibbia e dell’antisemitismo lessicale de L’agnello rimangono due momenti indimenticabili delle migliaia di ore dedicate alla traduzione.
Per un certo periodo da adolescente il mio romanzo preferito era Ballo in maschera di Magda Szabó, quindi con la proposta di Salani di tradurlo si avverava un sogno. L’autrice non ha bisogno di presentazioni, da tempo i suoi romanzi svettano nelle classificheMagda Szabó scriveva anche per quelli che oggi vengono definiti young adults, adattandosi ai criteri della letteratura giovanile comunista. Li seguiva però senza scadere nella letteratura di propaganda tanto diffusa negli anni Cinquanta e in buona parte anche dei Sessanta, arricchiva i suoi romanzi di elementi non di stretta osservanza politica e li confezionava secondo i canoni della letteratura di qualità. La prima edizione in ungherese del Ballo in maschera risale al 1961, è ambientato a Budapest nell’anno precedente, e la protagonista è una delle tante figure femminili indimenticabili – insieme alla nonna e l’insegnante – che hanno reso la scrittrice una delle più importanti del Novecento. Tradurlo è stato bellissimo perché mi ha fatto tornare adolescente ma con la capacità di comprensione e di analisi di un’adulta, scoprendo lo straordinario coraggio della Szabó di parlare anche dell’amore fra vecchi. Un tema decisamente insolito in quegli anni, in particolare in un’opera destinata ai giovani.
Con l’eccezione di due titoli che ho scoperto di non apprezzare in corso d’opera per motivi che qui tralascio, ero e sono rimasta affezionata anche a tutte le altre traduzioni seppure in assenza di un qualsiasi legame affettivo diretto. Concludo dicendomi onorata e molto soddisfatta di aver potuto tradurre György Konrád perché questo scrittore, sociologo e giornalista scomparso nel 2019 somma con il suo destino e i suoi scritti gran parte della storia politica e letteraria ungherese del Novecento e dell’inizio del Duemila. Perseguitato perché ebreo prima e durante la Seconda guerra mondiale, è stato dissidente durante il regime comunista, ha vissuto in esilio e ha contribuito all’avvento della democrazia in Ungheria dopo la caduta del Muro. Della sua vasta produzione in italiano sono stati tradotti solo tre romanzi, Il visitatore (1975), Il perdente (1995), e il terzo, l’autobiografico Partenza e ritorno, l’ho tradotto io per Keller nel 2015. Confesso che di lui avrei tradotto qualsiasi cosa, tanta è la stima e la considerazione, ma ho avuto fortuna perché Partenza e ritorno, la storia di Konrád bambino che attraversa l’Olocausto e riesce a ritornare a casa, è uno degli affreschi storici e umani più belli nella letteratura magiarofona.
(Post scriptum: forse tradurrò ancora o forse no, colgo comunque l’occasione per ringraziare, in ordine alfabetico, Raffaella Belletti, Giuliano Geri, Daniele Petruccioli, Laura Senserini e Nadia Terranova per il loro altruismo.)
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L'articolo su FLANERI'

sabato 6 giugno 2020

«LIVING IN A GHOST TOWN»

“In occasione dell’epidemia” di Francesco M. Cataluccio

di  5 giugno 2020
Copertina di In occasione dell'epidemia di Francesco M. Cataluccio
«Questo libretto è stato scritto prevalentemente in cucina, la stanza dell’appartamento dove, a causa dell’isolamento forzato, sono stato relegato col compito anche di preparare da mangiare».
È la frase introduttiva della chiusa del libro intitolata “Chiarimenti e ringraziamenti”emblematica della situazione creatasi in tante case durante il lockdown, al quale il virus ha costretto gran parte dell’umanità per un periodo più o meno lungo.
Ero titubante e sono ancora perplessa alla vista della mole letteratura già pubblicata e in attesa di vedere la luce sulla pandemia causata dal Covid-19: è opportuno, è arrivato già il momento per tirare le somme di un evento, un fenomeno che ha scosso violentemente il mondo ma che è ben lontano da poter essere considerato compiuto, finito, quindi circoscrivibile? Se però lo si suddivide in periodi e si racconta solo il passato recente, appena trascorso, quella fase almeno si presta alla narrazione con una ragionevole affidabilità, di quel tempo è possibile, e anche utile, fare già il bilancio.
In occasione dell’epidemia (Edizioni Casagrande, 2020) del pubblicista e scrittore Francesco Matteo Cataluccio, autore di ottimi saggi su arte e letteratura e vincitore dei premi Dessì e Kapuściński, viene incontro proprio a questa esigenza: parlare dei due mesi abbondanti del lockdown da angolazioni diverse toccando i suoi vari aspetti, per avere un quadro d’insieme di un flagello dalla portata e dalla complessità straordinarie. Con divagazioni e incisi che rendono il racconto più ricco, più vivace, a volte persino ironico e decisamente istruttivo, fino a faro sembrare un’opera di un nuovo Umanesimo.
Cataluccio inizia con il raccontare un sogno strano – quei giorni angoscianti, silenziosi e introspettivi ne producevano tanti –, dice cose del Carnevale, perché tutto ha avuto inizio proprio nei giorni del Carnevale, che non molti ricordano, poi racconta di suo padre partigiano, ma poco dopo ci troviamo immersi di nuovo nelle settimane dell’epidemia, nei provvedimenti, nella bulimia di decreti passando per una del tutto condivisile analisi e sintesi del paese Italia.
La narrazione procede con l’abilità di un funambolo sfiorando con delicatezza quasi tutto lo scibile umano ma senza pedanteria. Strada facendo ci imbattiamo persino in Jim Morrison e Lucio Fontana, e invece di far perdere la concentrazione sul tema centrale le divagazioni aiutano a recuperare le forze per affrontare sempre nuovi spunti e cenni, persino gli aspetti spirituali e teologici della sciagura che ci ha colpito.
Lo stile colloquiale e non cattedratico fanno il resto: il lettore non si perde d’animo e non si annoia, può affrontare senza particolare impegno ma con costrutto il breve trattato sul ruolo della vecchiaia in questa pandemia e riceve pure un regalo: la breve presentazione di un racconto pressoché sconosciuto di Franz Kafka, Un vecchio foglio.
Si apprezzano curiosi camei autobiografici come il racconto legato al “teatro povero” di Grotowski, apparentemente fuori tema, eppure la narrazione non procede a scossoni. Per un qualche miracolo, un segreto che non sono riuscita da scoprire, tutto si lega. Il lettore scivola dalla proposta della commissione d’inchiesta sulla sanità lombarda e dalla constatazione della pochissima attenzione dedicata ai bambini e ai giovani in questi tempi sciagurati, al saggio di Millard Meiss sulla pittura di Firenze e Siena dopo la morte nera, e all’ipotesi intrigante che quello che era successo nella storia dell’arte medievale dopo la peste potrebbein qualche forma e misura ripetersi nella nostra arte dopo il passaggio del coronavirus.
In questo libro di poco più di un centinaio di pagine corredato anche di un ricco apparato, non si fanno previsioni sul nostro futuro. Il libro si limita alla coscienziosa e puntuale ricostruzione, è una testimonianza da poter riprendere in mano quando la memoria comincerà ad affievolirsi, o quando qualcuno vorrà alterare la storia per smemoratezza o per altri motivi. E un punto di partenza per approfondire le curiose riflessioni e scoperte che l’autore ha disseminato con generosità fra un fatto di cronaca e l’altro.
(Francesco M. Cataluccio, In occasione dell’epidemia, Edizioni Casagrande, 2020, pp. 128, euro 14,50, articolo di Andrea Rényi)

L'articolo sul sito di Flanerì

mercoledì 13 maggio 2020

Judith Schalansky, Inventario di alcune cose perdute

TUTTO CIÒ CHE ANCORA ESISTE È SEMPLICEMENTE CIÒ CHE È RIMASTO

“Inventario di alcune cose perdute” di Judith Schalansky

di  11 maggio 2020


«Mentre lavoravo a questo libro la sonda spaziale Cassini si disintegrò nell’atmosfera di Saturno; il lander marziano Schiaparelli si schiantò sul roccioso paesaggio color ruggine del pianeta che avrebbe dovuto analizzare; un Boeing 777 scomparve senza lasciare tracce mentre volava tra Kuala Lumpur e Pechino; a Palmira vennero rasi al suolo i templi di Bel e Baalshamin, antichi di duemila anni, la facciata del teatro romano, l’arco di trionfo, il tetrapilo e parti del colonnato».
Judith Schalansky, quarantenne scrittrice e designer tedesca, inizia con un lungo elenco di cose appena scomparse la nota che in Inventario di alcune cose perdute (nottetempo, 2020) precede la prefazione.
Conosciuta soprattutto per il suo Atlante delle isole remote, un bestseller in Italia pubblicato da Bompiani e venduto finora in trentamila copie, in questo volume elegante e ingegnoso dal genere impuro – un misto di memoir, saggio, catalogo e novella –, erige un monumento a dodici cose scomparse fra elementi naturali e opere dell’uomo in tempi epici o ben concreti e in circostanze immaginate o testimoniate. Come a dimostrare che è possibile rimpiangere o piangere non soltanto quello che ci manca perché è stato perduto lasciando indietro una traccia qualsiasi, quindi la consapevolezza di essere stato, ma anche ciò della cui esistenza non ci è rimasto nulla, ma che percepiamo come probabile esistenza nel passato.
«Il mondo in sé è, per così dire, l’immenso archivio di se stesso – e tutta la materia animata e inanimata sulla Terra è il documento di un immane e oltremodo laborioso sistema di scrittura, pieno di tentativi di trarre insegnamenti e conclusioni dalle esperienze passate».
Judith Schalansky è nata a Greifswald, una cittadina della Pomerania sul mare Baltico, che diede i natali anche a uno dei pittori tedeschi più apprezzati: il romantico Caspar David Friedrich. Rappresentante del “paesaggio simbolico”, dipinse quel Viandante sul mare di nebbia che restituisce lo spirito di questo libro: uno sguardo in un altrove che vede e può raccontarci in immagini solo il viandante di Friedrich e con le parole solo Judith Schalansky. La quale in questo libro dedica infatti una storia poetica anche a Greifswald, al suo porto.
Inventario di alcune cose perdute è un libro organizzato con molta cura: la lunga prefazione dell’autrice ne spiega le ragioni e la filosofia, i capitoli sono corredati di inserti grafici e introdotti con un asterisco e una croce che narrano la nascita e la morte dell’oggetto ricordato. Dopodiché giunge la narrazione, che a volte è strettamente legata allo smarrimento, altre volte si tratta invece di un excursus, l’oggetto comunque fedelmente rievocato è quasi un pretesto per un racconto che può portarci anche lontano.
Judith Schalansky è munita di tutti i mezzi necessari per un intrattenimento scientifico, storico e letterario di eccellente livello. Dà dimostrazione di una preparazione che sfiora l’inverosimile, padroneggia più stili e linguaggi dando più volte l’impressione di volersi mettere alla prova, superandola sempre; come per confermare di essere in grado di usare tutte le chiavi narrative con disinvoltura, ovvero se in qualche caso lo stile è aspro lo è per scelta, e se è ridondante lo è per mostrare un lessico fin troppo vasto.
Queste dodici storie non costituiscono un filone, non vi è uniformità né nei temi né nella forma, l’unico denominatore comune è il principio di base che ha guidato Judith Schalansky, ovvero mettere insieme un repertorio, un catalogo non sentimentale eppure a tratti addirittura molto coinvolgente, e sfoggiare una bravura impressionante in tutto quello che tocca. In ogni caso questo libro è una delle creature stampate più originali oggi in circolazione, frutto di una mente che già con le precedenti produzioni ha saputo stupire.
Corro il rischio di suonare contraddittoria, in particolare dopo la fila di lodi appena pronunciate, ma proprio tutta questa bravura, questa capacità di ricerca, quest’attitudine di mettere in fila cose fra le più disparate, di legarle e di fare nodi invisibili, questo talento scientifico e letterario, insomma quest’insieme alla fine crea un effetto debordante, l’impressione di aver fatto una magnifica scorpacciata che però lascia dei postumi. Quindi Inventario di alcune cose perdute è un pasto luculliano da consumare a piccole dosi: un capitolo alla volta.

(Judith Schalansky, Inventario di alcune cose perdute, trad. di Flavia Pantanella, nottetempo, 2020, 258 pp., euro 19, articolo di Andrea Rényi)

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sabato 9 maggio 2020

Michael Kohlhaas

Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist

Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von KleistMichael Kohlhaas è una delle colonne portanti della letteratura tedesca ottocentesca di quello spirito geniale e irrequieto che fu Heinrich von Kleist, definito da Hermann Hesse «il massimo dei molti poeti atemporali tedeschi che sfuggono a qualsiasi inquadratura storica» e modello, fra gli altri, di Franz Kafka e Thomas Mann. In una conferenza tenuta al Politecnico di Zurigo nel 1954 quest'ultimo pronunciò le seguenti parole su Kleist: «Egli fu infatti uno dei più grandi, più arditi, più ambiziosi poeti di lingua tedesca, un drammaturgo senza eguali – anzi, senza eguali anche nella prosa, nell’arte narrativa – assolutamente unico, fuori di ogni ordine e tradizione, radicale nella dedizione ai suoi eccentrici soggetti fino alla pazzia, fino all’isterismo».
Questo Kurzroman, ovvero romanzo breve, del 1810, si ispira a un fatto vero accaduto nel Cinquecento, e racconta di un uomo onesto che, dopo aver subito un sopruso, diventa fuorilegge e assassino. La storia ruota intorno attorno all'ambiguità tra giustizia e vendetta, e il destino del protagonista è al tempo stesso logico e assurdo, appropriato e profondamente ingiusto.
L'opera in traduzione è presente nel catalogo di molte case editrici italiane. Nei decenni è stata tradotta dai migliori germanisti come Gabriella Bemporad, Paola Capriolo o Ervino Pocar, per menzionarne qualcuno, ma nessuna traduzione è mai definitiva, sono tutte superabili, come disse Samuel Beckett: «Try again. Fail again. Fail better». La ritraduzione dei classici è un tema ampiamente discusso in traduttologia. In un convegno del 2010 dal titolo “Ritradurre i classici: quando e perché?”, a proposito delle traduzioni delle opere di Kleist la scrittrice, traduttrice e accademica italiana Anna Maria Carpi, che in quel periodo curava una nuova edizione di opere kleistiane per Mondadori, disse che la ritraduzione era dovuta per la «folle interpunzione» del testo e per la «sovrabbondanza dei suoi periodi». Sempre secondo lei Kleist è uno di quei casi in cui chi ritraduce non può fare a meno di un «aggiornamento» con buona pace del “lettore filologo”. Di tanto in tanto i classici vanno ringiovaniti, in quanto garanti “di un noi storico da conservare e da tramandare”.
Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist
Una delle traduzioni più diffuse di Michael Kohlhaas è contenuta nel volume I racconti edito da Garzanti, a cura dello scrittore e traduttore Andrea Casalegno, che ha tradotto in italiano anche il Faust di Goethe. La traduzione risale al 1977, era precisa e conforme alle esigenze espressive di quel tempo. Per fare un confronto con la traduzione di Federico Ferraguto appena pubblicata da Fazi, ne riportiamo qui l'incipit:
«Lungo le rive della Havel viveva, intorno alla metà del sedicesimo secolo, un mercante di cavalli, chiamato Michele Kohlhaas, figlio di un maestro di scuola: uno degli uomini più onesti e al tempo stesso più spaventevoli del tempo suo. – Quest’uomo fuori dell’ordinario sarebbe potuto passare fino al suo trentesimo anno per il modello del buon cittadino. Possedeva una fattoria, in un villaggio che porta ancora oggi il suo nome, e vi si manteneva pacificamente, con i frutti del suo lavoro; i fanciulli che sua moglie gli aveva dato li tirava su nel timor di Dio, laboriosi e leali; non c’era uno dei suoi vicini che non avesse provato i benefici della sua generosità, o della sua giustizia; il mondo, in breve, avrebbe dovuto benedire la memoria se non avesse ecceduto in una virtù. Il senso di giustizia, infatti, fece di lui un brigante e un assassino.»
Le traduzioni invecchiano più dei testi originali. “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist
Vediamo ora la nuova traduzione dello stesso incipit che suona più vicina ai lettori dell'anno 2020:
«Verso la metà del sedicesimo secolo, sulle rive del fiume Havel, viveva un mercante di cavalli, chiamato Michael Kohlhaas. Figlio di un maestro elementare, fu uno degli uomini più onesti e nello stesso tempo più terribili del suo tempo. Fino ai trent'anni, quest'uomo straordinario avrebbe potuto rappresentare il modello di buon cittadino. In un villaggio che porta ancora il suo nome possedeva una fattoria e lì viveva tranquillamente grazie ai frutti del suo lavoro. Educava i figli, che la moglie gli aveva dato nel timore di Dio, nell'onestà e nella laboriosità. Tra i suoi vicini non ce n'era uno che non avesse beneficiato della sua magnanimità e della sua giustizia. In breve: se non avesse esagerato in una delle sue virtù, il mondo avrebbe dovuto benedire la sua memoria. Ma il suo senso di giustizia lo rese un bandito e un assassino.»

E non ci rimane altro che invitare il lettore a cimentarsi con le non molte pagine di quest'opera intramontabile, un testo felicemente ringiovanito nella nuova traduzione.

L'articolo su SUL ROMANZO

lunedì 20 aprile 2020

E' solo un cane (dicono)

È solo un cane (dicono)

È solo un cane (dicono)Seguo Marina (Zot) Morpurgo su Facebook da anni: il suo accattivante senso dell'umorismo, la sua ironia che conserva sempre un fondo di grande dolcezza e umanità, la sua schiettezza e il suo spirito di osservazione l'hanno resa una figura molto apprezzata e seguita, addirittura familiare anche senza conoscerla di persona. Ex-giornalista, oggi Marina Morpurgo è un'affermata e prolifica traduttrice dall'inglese, editor, e autrice di libri per ragazzi e adulti. La sua popolarità su Facebook si deve in particolare alle cronache delle avventure del suo cane Blasco, un cane dal culotto bianco e nero, che con la sua spavalda tenerezza mi ha ricordato il cane Barone che Carlo Levi adotta in esilio, di cui racconta anche in Cristo si è fermato a Eboli. Il legame casuale fra Barone e Blasco è dovuto alle storie di fascismo e antifascismo che assurgono a protagoniste nel romanzo di Carlo Levi e anche in quello di Marina Morpurgo, perché in quest'ultimo il filo conduttore è un amorevole cagnaccio, che però, per una curiosa coincidenza, ci porta indietro nel tempo, alla Shoah.
Ma andiamo per ordine. Nel 2016 Astoria pubblica È solo un cane (dicono), un piccolo volume delizioso che prende spunto dai post giornalieri su Blasco che Marina Morpurgo pubblica su Facebook. Blasco proveniva dal cortile di un uomo che non voleva più tenerlo; era nato, l'11 marzo 2008, a Gambassi, il borgo toscano dove nel 1943 la famiglia materna di Marina si rifugia durante l'occupazione nazifascista. Questa coincidenza offre all'autrice l'occasione di condurre un secondo filo narrativo che, per quanto possa sembrare irriverente incrociare un destino canino con la storia a tratti tragica di una famiglia, non solo “regge” ma risulta addirittura naturale, spontaneo. I nonni, la mamma e la zia dell'autrice non muoiono grazie alla concatenazione di eventi fortunati e grazie al coraggio di tanti, come alcune suore “consapevoli e silenziosamente eroiche”. La narrazione è arricchita di interessanti camei dedicati a personaggi, fra noti, meno conosciuti o del tutto ignoti, i quali però avevano avuto un qualche ruolo nella tormentata vicenda della famiglia negli anni bui del fascismo. Alcuni anche da soli potrebbero costituire un romanzo a parte.
È solo un cane (dicono)
A sette anni e mezzo il simpatico cane Blasco si ammala di osteosarcoma e inizia una lotta lunga, complessa ed estenuante per salvarlo. «I numeri delle statistiche sono tutti contro di noi. Io però non smetto di sperare che il nome di Gambassi per me significhi sempre la vittoria del bene sul male, qualunque esso sia, dai nazisti al cancro». Il libro edito nel 2016 termina con Blasco malconcio ma vivo e vivace. Questa prima edizione riscuote ampi consensi, diventa bestseller, e la storia di Blasco, come anche quella della famiglia di Marina Morpurgo, prosegue su Facebook ormai davanti a una vasta platea. Noi che la seguiamo partecipiamo prima alla scomparsa dei genitori di Marina, e in seguito a quella dell'amato cane.
È solo un cane (dicono)
Una manciata di settimane fa Astoria ha pubblicato la seconda e riveduta edizione del libro con il sottotitolo E la storia continua, che è il libro già noto, con l'aggiunta di nuovi capitoli che annunciano anche l'arrivo di ben tre nuovi cani in casa Morpurgo. «A questo punto com'è andata la storia lo sapete. Blascone è vissuto abbastanza per assistere all'uscita del libro, quasi che da bravo cane affettuoso avesse deciso di non guastarmi l'emozione del momento.» Anche quest’edizione è corredata di apparati utili per comprendere la storia della famiglia, nonché di affascinanti fotografie d'epoca.

Con il suo felice tratto leggero, indulgente e autoironico, Marina Morpurgo racconta un capitolo determinante della Storia, schizza ritratti senza comporre miti o mostri, ma riconoscendo e attribuendo solo meriti o demeriti, e rende immortale umanizzando, senza cadere in esagerazione, un cane, il suo cane Blasco, che noi tutti avremmo voluto avere anche solo per un'ora, per vederlo correre per i prati prima con quattro, poi con tre zampe.
L'articolo sul sito di Sul Romanzo

domenica 12 aprile 2020

Intervista a Silvia Cuttin

«AVEVA FATTO COME FIUME: AVEVA ACCOLTO IL MALE DENTRO DI SÉ E NON L’AVEVA RESTITUITO»


Intervista a Silvia Cuttin

di  9 aprile 2020

copertina di il vento degli altri di silvia cuttin
Il termine città-stato viene immancabilmente associato all’antica Grecia, ad Atene, a Sparta, o in tempi moderni al Vaticano o a Singapore. A pochi viene in mente che una novantina d’anni fa esisteva una città che apparteneva alla Corona d’Ungheria ma godeva di uno status autonomo riconosciuto dalle grandi potenze europee: Rijeka, o Fiume, nel golfo del Carnaro, annessa dagli Asburgo nel 1466. È sempre stata una città cosmopolita, dove il mondo latino rappresentato dagli italiani si incontrava con il mondo panslavo dei croati e sloveni, con la cultura germanica degli austriaci, e con lo stato emotivo siamo un’isola degli ungheresi. E in più c’è il mare, che stimola la sensazione di vicinanza al mondo intero. Una città di mille colori, la Mitteleuropa in miniatura. Un corpus separatum nell’Impero che nel Settecento diventa porto libero, acquisisce autonomia commerciale, e viene annesso al Regno d’Ungheria. Nel 1848, per un ventennio, diventa croato per tornare, nel 1868, alla corona ungherese. È l’unico porto, l’unico sbocco al mare dell’Ungheria, e sotto l’amministrazione ungherese si dota di importanti strutture produttive.
Fiume/Rijeka era anche una città laica, lo dimostra il numero esiguo di chiese. Una città in cui convivevano pacificamente cattolici, protestanti, greco-ortodossi ed ebrei, immigrati prevalentemente dai territori del Regno d’Ungheria. Verso la fine dell’Ottocento molti parlavano quattro lingue: l’italiano, il croato, il tedesco e l’ungherese. La società fiumana era aperta, e anche le donne godevano di una certa libertà inconsueta altrove.
Nel 1918 si dissolve la monarchia Austro-Ungarica e il destino di Fiume diventa incerto. La sua appartenenza diviene una questione complessa e discussa fra italiani e croati. Gabriele D’Annunzio lancia l’impresa volta a occupare la città, ed è questo il capitolo di storia fiumana che dà l’inizio al romanzo di Silvia Cuttin, Il vento degli altri (Pendragon, 2017) una lettura che rappresenta un ottimo modo per accostarsi alla città capitale europea della cultura 2020, oggi ufficialmente Rijeka, e porto principale della Croazia indipendente.
Anche se non è strettamente collegato con il libro, da ungherese non posso non dedicare due parole anche alla funzione fondamentale che la città di Fiume ha avuto negli scambi letterari fra italiani e ungheresi. Si forma in questa città la prima generazione di intellettuali bilingui italo-ungheresi cui deve molto la letteratura di entrambe le lingue. Alla simbiosi della cultura italiana con quella ungherese a Fiume si deve la grande fortuna della letteratura ungherese in Italia fra le due guerre mondiali, quando decine di romanzi diventano bestseller nelle librerie italiane, grazie all’instancabile lavoro di traduttori, appunto, fiumani. Il primo grande successo italiano delle opere di Sándor Márai risale proprio a quest’epoca ed è attribuibile a questo contesto.
Con Il vento degli altri la bolognese Silvia Cuttin, di origini disparate compresa quella fiumana, già autrice di due titoli e forte di esperienze lavorative che richiedono una buona padronanza della scrittura, erge un monumento all’identità irriducibile di una città chiave della storia del Novecento. Silvia Cuttin si definisce una tessitrice che scrive storie con innumerevoli fili, e difatti ne tiene ben tesi diversi anche in questo romanzo che abbraccia un secolo di storia fiumana, quindi europea. Un’opera solida che mette a frutto un notevole impegno preparatorio e matura con le pagine. Dopo un inizio inibito, la trama e la scrittura si irrobustiscono, con lo scorrere delle pagine cresce il coinvolgimento, i personaggi e l’ambientazione acquisiscono peso e solidità. Il filo conduttore è la vicenda di Elena aspirante cantante lirica che per la prima volta incontriamo bambina, e la accompagniamo fino al termine della sua lunga esistenza avventurosa eppure statica perché interamente trascorsa nella sua città natale. «Aveva vissuto anni bellissimi e, allo stesso tempo, terribili: la storia di quei luoghi di confine era stata particolarmente dura e dolorosa. E ancora guerra, dopo, quella che c’era stata qualche anno prima che aveva influito anche su Fiume, con gli ennesimi spostamenti di popolazione. Ma Elena, di quella guerra recente, non aveva voluto sapere, la sua vita era già stata troppo piena così».
La lettura del romanzo ha stimolato alcune curiosità che hanno assunto la forma di domande, che Silvia Cuttin ha accolto, e le sue risposte sono tutte fuorché scontate:

Nei due capitoli intitolati Note al testo e Ringraziamenti e riconoscimenti, il lettore può farsi un’idea di massima del tuoi legami con la città di Fiume, ma credo che dietro ci sia una storia ricca di elementi interessanti.  Puoi svelarne qualcuno, come le ragioni per cui i tuoi avi scelsero Fiume e perché decisero di andarsene?
Le mie origini fiumane sono legate alla famiglia materna, sebbene abbia avuto qualche lontano avo di quelle zone anche per parte di padre. I nonni materni si sono sposati a Fiume nel 1925 e dopo qualche anno si sono trasferiti a Trieste; hanno dunque vissuto l’esodo solo attraverso i loro familiari, quasi tutti rimasti in quella città. Da quel che so, la famiglia di mia nonna era mista: fiumana di lingua italiana come la maggioranza della popolazione di allora, cognomi tipicamente italiani, anche se sembra che la bisnonna fosse croata. Mia nonna aveva frequentato le scuole ungheresi, conservo un libretto bilingue con la composizione delle classi. Era cattolica e per sposare mio nonno si era convertita all’ebraismo. Aveva dieci fratelli, che rimasero a Fiume. Non so molto di loro, in famiglia si è sempre parlato poco di quella parte di storie tragiche. Nel 1945 riuscirono a fuggire tutti, ad eccezione di sua madre e di due fratelli che non fecero in tempo: furono arrestati dai titini e uccisi in carcere. Erano fascisti? Può essere, sicuramente erano benestanti, possedevano una villetta con giardino, sono andata a vederla in una delle mie recenti peregrinazioni a Fiume. Ora ci abitano diverse famiglie, ho guardato i campanelli, c’è pure un B&B. Ho avuto per un attimo la curiosità di ricostruire come li avessero avuti, quegli appartamenti. In realtà, anche se si potesse, non vorrei sapere. Come non pensare al bellissimo film Ida (del regista Pawel Pawlikowski, ambientato in Polonia), che racconta di persone che hanno colto l’occasione di una situazione orribile per stare meglio, anche se a danno di altri. Un esempio mutuabile ad altri contesti e che, in maniera diversa, credo si sia verificato anche a Fiume. Di fatto, non tanto e non solo una questione etnica, quanto economica.
La famiglia di mio nonno materno, invece, era arrivata a Fiume nel 1913 dalla Transilvania ungherese. Il mio bisnonno era panettiere al servizio delle Regie Ferrovie ungheresi e si spostava lungo le direttrici della costruzione delle linee ferroviarie. Per questo motivo i suoi dieci figli erano nati ognuno in un villaggio diverso. Nell’ultimo paese in cui si erano fermati facevano la fame, si trasferirono così a Fiume. In famiglia si dice che da lì volessero emigrare per gli Stati Uniti, sta di fatto che in quella città si stabilirono. Lì si trovava lavoro e c’era molta più tolleranza verso gli ebrei che nell’Ungheria rurale. Erano ebrei ortodossi, i bisnonni continuarono a parlare in yiddish anche a Fiume, oltre che a mangiare borsht e cetrioli in salamoia. La comunità ebraica ortodossa era numerosa, c’erano addirittura due comunità e due sinagoghe distinte, una Neolog e l’altra ortodossa.
Nel 1938 agli ebrei di quelle zone, a differenza che nel resto d’Italia, venne ritirata la cittadinanza italiana, divennero apolidi oppure stranieri, a seconda dei diversi casi burocratici. Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra, tutti i maschi di età compresa tra 18 e 60 anni vennero mandati in campi di internamento fascisti nel Sud Italia in quanto ebrei stranieri/apolidi. Forse fu per quello che, pur non in maniera facile, i fratelli di mio nonno si salvarono. Nel 1943 la Germania annesse (a differenza del resto d’Italia che fu occupato) il Trentino, parte della Venezia Giulia e Fiume, Istria e Dalmazia. A Fiume di ebrei ce ne erano ormai pochi: tra questi i miei bisnonni insieme con una delle figlie rimasta con loro per accudirli. Furono presi dai nazisti e deportati ad Auschwitz; non si sa se siano mai arrivati o se siano morti prima, già alla Risiera di San Sabba o in treno: avevano ottant’anni.
Finita la guerra o poco dopo nella Fiume occupata dall’esercito di Tito, della mia famiglia non era rimasto nessuno e nessuno di loro, ovviamente, tornò. Se non mia nonna che un paio di volte andò a cercare la madre e i fratelli “spariti”, senza ottenere nessuna informazione se non l’avvertimento di non tornare più altrimenti l’avrebbero arrestata. Un piccolo racconto che ho inserito, romanzandolo, in Il vento degli altri.
Tornando alla domanda, non si è trattato di decisioni prese ma di fatalità dovute ai conflitti intrecciati che si ebbero in quelle zone in periodo di guerra e prima a causa delle leggi razziali: chi perse la vita, chi perse tutto quello che aveva a fatica costruito. Sei dei ragazzi ebrei emigrarono negli Stati Uniti e non tornarono, i loro genitori rimasero in Italia dove dal 1943 erano stati nascosti. Gli altri furono esuli e si stabilirono in diverse città italiane.



Il titolo del romanzo ricorda il titolo del film di Florian Henckel von Donnersmarck, Das Leben der Anderen, La vita degli altri, che in italiano è diventato Le vite degli altri, una pietra miliare nella cinematografia storiografica. Come è nato il titolo del libro?
Le vite degli altri racconta di vite spiate, di vite controllate. Sotto il regime fascista e in seguito sotto quello comunista di Tito il controllo c’era, ed era invadente. Nel libro ne accenno, ma il livello di controllo non raggiungeva quello più moderno adottato nella DDR. È anche vero che si può immaginare di essere degli spettatori nascosti quando si legge un romanzo, entrando non visti nelle vite dei personaggi!
Riguardo al titolo, avevo buttato lì un titolo banale, sperando di avere una folgorazione in corso d’opera o che venisse un suggerimento dall’editore. Quando mi sono resa conto che nessuna delle due possibilità si verificava, ho cominciato a pensarci sul serio. Ci sono arrivata dopo tre giorni, concatenando parole e idee. Ho pensato che quelle zone sono famose per la bora, un vento davvero forte, a raffiche: il vento era un buon punto di partenza. E lì c’è il mare, si va in barca a vela, il vento cambia e ti puoi trovare al largo senza vento, o sbattuto contro gli scogli per un mutamento improvviso di vento. Il vento può essere a favore o contrario e può cambiare, questo insegna il mare. Chi ha il vento a favore in un determinato periodo, può trovarsi poco dopo con il vento contrario. E ti può capitare, insieme al vento che cambia, di trasformarti negli altri, dall’oggi al domani. Effettivamente così è successo lì, e più volte.
In un paio di occasioni, a una presentazione e in una scuola, mi hanno dato un’interpretazione del titolo diversa da quella che avevo pensato io: entrambe potevano essere giuste, mi ci ritrovavo, mi erano piaciute, erano attinenti a quello che avevo raccontato. Purtroppo non me le sono scritte e mi sono subito scappate di mente, come accade spesso con qualcosa che colpisce nel giusto.

Il vento degli altri è anche lo specchio della complessità della Storia, che a Fiume sembra aver persino esagerato. Come la vedi oggi la città, la Rijeka croata? Conserva ancora i connotati del passato
Conosco poco la città attuale e soprattutto non conosco i suoi abitanti, al di là dei rimasti, che però non considero un esempio di croaticità.
La prima volta che sono stata a Fiume avevo quindici o sedici anni, ero con mia madre e uno dei suoi cugini nato e cresciuto lì, fino a che gli è stato permesso abitarvi. La città era grigia, le case cadenti, tristi. Questo mi ricordo: il grigiore diffuso. Non capivo quella visita, una città così brutta! Ero troppo giovane e disattenta per cogliere quello che vedevano loro, qualcosa che non c’era più se non nei loro ricordi. La seconda volta che ci sono andata è stato moltissimi anni dopo, la Jugoslavia non esisteva più e Fiume era in Croazia. Gli edifici più belli erano stati restaurati, erano state create piacevoli isole pedonali, la gente passeggiava e si fermava nei bar del Corso, i negozi avevano vetrine come le nostre. Una città completamente diversa da quella che avevo visto, da quella che ricordavo. Simile a Trieste, anche se più piccola e certamente meno bella. L’Impero austro-ungarico è rimasto preponderante in entrambe le città. Ho notato la mancanza dei cafè in stile viennese o di Budapest e che a Trieste ci sono ancora; la gente è molto diversa, con tipiche caratteristiche slave. Mi hanno detto che, oltre ai venuti, cioè chi ha sostituito i circa 30.000 esuli di Fiume tra il 1945 e il 1948, c’è stato un altro cambiamento di popolazione con la guerra degli anni Novanta.
A questa tua domanda rispondo che il contenitore ricorda ancora molto la città che era, ma le caratteristiche che la rendevano speciale non ci sono più. Non si parlano più quattro lingue, non è più una città multiculturale, non so se sia tollerante ma propendo per il no, non credo che sia particolarmente accogliente con i diversi.
Porto un esempio che credo possa far capire qualcosa in più. Da febbraio 2020 e per un anno, Fiume/Rijeka è Capitale europea della cultura con un progetto dal titolo Il porto delle diversità. Ebbene, la Comunità degli italiani di Fiume ha presentato diverse iniziative da inserire nel cartellone generale. Non ne è stata accettata neanche una e non credo che fossero tutte poco interessanti. Saranno presenti ufficialmente solo con un banchetto gastronomico che presenta le specialità italiane (italiane di quella zona, intendiamoci). Se faranno qualcosa, lo faranno autonomamente; agli italiani è stata negata una presenza nella storia della città. Perché questo? Perché il nazionalismo croato continua a negare il fatto che lì ci sia stata una presenza italiana antecedente a quella fascista. Era un’italianità soprattutto di lingua, un’italianità mista ma che esisteva da secoli. Una storia che i croati tentano di cancellare – compresa quella della presenza veneziana che però non ha toccato Fiume – e direi che ci sono per la gran parte riusciti. Forse non crediamo a un Marko Polo croato ma è già indicativo che anche in italiano si dica spesso Zagreb e non Zagabria o Krk invece di Veglia. Mentre diciamo Parigi, e non Paris.



Il lettore avverte più di un nesso fra le vicende di Fiume e la storia attuale. Secondo te quali sono i legami fra il passato e il presente? Che cosa ci insegna Fiume?
Secondo me, innanzitutto Fiume ci insegna che le situazioni si ripetono, anche se non uguali.  Bisogna prestare attenzione, analizzare e riflettere per individuare le somiglianze e per comprenderle. Nel caso di questo libro si tratta di Fiume ma probabilmente ci sono altri luoghi che potrebbero avere lo stesso ruolo. Ci insegna che, come dicevo riguardo al titolo del libro, i fortunati possiamo essere noi in un determinato momento e non troppo tempo dopo potremmo non esserlo più. Questo, in teoria, ci dovrebbe rendere più attenti verso l’altro, verso chi fortunato lo è meno. Porsi nei confronti dell’altro cercando di capire davvero, non da superiori. Sarà forse idealismo, il mio, o buonismo? Forse sì, io credo però che chi come me ha una provenienza così mista e che ha vissuto – anche se non direttamente – così tante difficoltà e drammi non possa non identificarsi perennemente con l’altro, con il dolore dell’altro. E anche l’identità ha una diversa connotazione, non è legata alla nazione, non è unica, ma è altro; forse è una perenne ricerca.
La Fiume dei secoli scorsi ci insegna anche che la mescolanza di popoli, di lingue, di usanze e di tradizioni è positiva e ci arricchisce. Sono consapevole di avere un po’ idealizzato l’atmosfera della città che ho ricostruito nel romanzo, ma mi è venuta dalle letture fatte, dai racconti che ho raccolto in tanti anni e forse anche da quanto ho respirato in famiglia. Mi piacerebbe potere affermare che se riuscissimo a ricostruire quel clima di accoglienza e di accettazione delle differenze senza necessariamente cancellarle potremmo risolvere in parte la situazione odierna. Quell’atmosfera esisteva anche a Sarajevo o a Istanbul, faceva parte dell’epoca dei grandi imperi, tempi scomparsi e non recuperabili, al di là che non sarebbe il caso di recuperare. Leggendo un romanzo (e prima scrivendolo) ci si permette di sognare un po’, e allora, facciamolo.
(Silvia Cuttin, Il vento degli altri, Pendragon, 2017. pp. 334, € 16.00 | Intervista di )

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