mercoledì 5 dicembre 2012

Una storiella di destino e di superstizione

Il 13 dicembre anche in Ungheria si festeggia Santa Lucia, è "il giorno di Luca" ("c" in ungherese si pronuncia "z"). Santa Lucia in Ungheria ha due vesti: santa buona, quella delle agiografie, e strega. Alla seconda interpretazione sono legate alcune antiche usanze con profonde radici anche nella cultura popolare, come la cosiddetta "sedia di Luca": una seggiola che si comincia a fabbricare il 13 dicembre seguendo un criterio particolare, ovvero la lavorazione prevede una sola mossa al giorno. Lo sgabello deve essere pronto per la vigilia e ci si monta sopra durante la messa di mezzanotte per avvistare le eventuali streghe, per cacciare gli spiriti maligni guastafeste.
Sgabello di Luca


Una seconda usanza ha trovato anche un'applicazione metropolitana: in campagna le ragazze preparano dodici grandi gnocchi di patate, con dentro dodici biglietti con dodici nomi maschili. Gli gnocchi vanno cucinati e il nome nascosto in quello che per primo sale a galla sarà il nome del futuro sposo.
In città, e soprattutto all'epoca del socialismo reale quando nelle case si cucinava poco perché si ricorreva prevalentemente alle mense aziendali e scolastiche, circolava la versione dei bigliettini da tirare a sorte.
Il gioco del nome del futuro marito lo feci anch'io. Una sola volta, a quasi diciotto anni, giusto per prendere in giro l'usanza e per farmi beffa della superstizione. Non avevo nessuno "papabile" in quel momento, solo qualche preferenza, ragazzi che mi piacevano e un amore già finito. Scrissi quindi nomi a caso, per metà nomi esistenti in natura in Ungheria e per metà nomi che mai avrei incontrato in carne e ossa a Budapest. Il biglietto vincente portava uno di questi nomi assurdi: Jeromos. Non ho mai incontrato un ungherese con questo nome. E' Girolamo, in italiano. Mio marito si chiama Girolamo.

lunedì 3 dicembre 2012

Attila József, Ti benedico...

Per il settantacinquesimo anniversario della scomparsa del poeta ungherese Attila József (1905-1937)
Traduzione di Umberto Albini

domenica 25 novembre 2012

Un'intervista


le intervisteRivista— 23 novembre 2012
L’importanza del lavoro di traduzione: Laura Costantini intervista Andrea Rényi
Ci stanno provando in tanti a sensibilizzare gli editori, i critici, gli addetti ai lavori e, non ultimi, i lettori, sull’importanza del lavoro di traduzione editoriale. Ci stiamo provando anche noi, proseguendo le nostre interviste a questi professionisti della trasformazione, del traghettare sentimenti ed emozioni da una lingua all’altra. Oggi ne parliamo con Andrea Rényi, ungherese di nascita ma poliglotta per formazione. Lei ha fondato la pagina “Il nome del Traduttore” alla quale, da qualche settimana, collabora anche Leonardo Marcello Pignataro, esponente del Sindacato Traduttori Editoriali STRADE.

  • Quando hai deciso di dedicarti alla traduzione e perché?
  • Traduco da quando so parlare, perché la mia è una famiglia mitteleuropea multilingue. Mio padre era trilingue e mia madre bilingue dalla nascita, a Babele sono abituata da sempre. Uno dei primi concetti chiari e incontrovertibili della mia infanzia era la necessità di imparare lingue diverse, indipendentemente dal mestiere che avrei scelto. In Ungheria avevo cominciato gli studi di Giurisprudenza ma per praticità – conoscevo già bene tre lingue oltre alla mia lingua madre e l’italiano -, a Roma preferii frequentare la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne. Dopo molti anni di insegnamento e numerosi altri trascorsi in un’azienda internazionale come traduttrice, interprete e corrispondente con l’estero, mi ritrovai con la necessità di scegliere una nuova professione e mi avvicinai all’editoria quasi per gioco. Dopo una serie di letture fu un redattore a offrirmi l’opportunità di proporre un libro da tradurre, e da allora ne ho tradotti altri quattordici.

  • Che tipo di libri traduci, ti sei specializzata in un genere particolare?
  • No, nel caso di una lingua non veicolare sarebbe un lusso. Ho tradotto narrativa e saggistica, romanzi contemporanei e classici.

  • Esistono traduttori che hanno legato il loro nome a quello di un autore (mi viene in mente Tullio Dobner con Stephen King). Come traduttrice hai un TUO autore?
  • Purtroppo no, in un solo caso sono riuscita a tradurre tre libri dello stesso autore, Péter Nádas. Lui rimane comunque il mio autore preferito.

  • Ritieni esista e sia individuabile una metodologia della traduzione, oppure ogni traduttore ha il suo modus operandi?
  • Non vengo da una scuola e ho avuto pochi confronti, alcuni felici e altri no, con altri traduttori dall’ungherese. Ci tengo a menzionare l’esperienza felice: l’Officina di Traduzione dell’Accademia d’Ungheria condotta impeccabilmente e con affetto, da Nóra Pálmai. Seguo a specchio il metodo di una grande traduttrice dall’italiano e dal russo all’ungherese, mia carissima amica di vecchia data.

  • Perché in un paese che legge soprattutto narrativa straniera, nessuno mai ricorda chi ha tradotto cosa?
  • Non è mai stata dedicata sufficiente attenzione alla figura del traduttore, persino i recensori ne parlano raramente pur sapendo che la qualità della traduzione influenza molto il risultato finale. Una giusta valutazione richiederebbe tempo, molto tempo; sarebbe necessario prendere almeno stralci dal testo originale e confrontarli con il testo tradotto. Il tempo scarseggia sempre, si sorvola, a volte forse con qualche rimorso, e con la rimozione persino del nome del traduttore.

  • Che rapporto esiste tra gli editori, gli autori e i traduttori, posto che esista?
  • Nel mio caso il rapporto con l’editore è spesso anche propositivo, ovvero sono io a suggerire il libro da tradurre. Ho un ottimo rapporto con alcuni degli autori vivi e il rapporto è idilliaco con i morti.

  • Come si vive di traduzione letteraria?
  • Ho sempre cercato di fare anche altri lavori, perché pensare di poter vivere solo di traduzione editoriale dall’ungherese è impensabile. Per lo meno a me non è mai riuscito.

  • Esiste un albo dei traduttori letterari professionisti? Oppure traduttore ci si improvvisa tra un esame e l’altro all’università?
  • Un albo vero e proprio non esiste ma c’è un sindacato, STRADE, che sta guadagnando spazio. Tradurre non è certo un mestiere per improvvisatori. Da tempo esistono ottimi corsi post-laurea, sia nel campo delle lingue veicolari che in quelle più rare e poi c’è la gavetta, a volte lunga e dolorosa.

  • L’opera da te tradotta che hai amato di più in assoluto.
  • La Bibbia” di Péter Nádas. Mi emoziona ancora. Peccato che il libro sia uscito senza il nome del traduttore.

  • I tempi, i modi e le scelte per le opere da tradurre rincorrono quelli del marketing?
  • Troppo. Chiaramente una lingua così particolare come l’ungherese ne risente molto.

  • Hai mai rifiutato di tradurre un libro perché lo trovavi di scarsa qualità? Un traduttore professionista con un nome ormai noto agli addetti ai lavori ha un margine di scelta? Avresti tradotto la saga di Twilight o le 50 sfumature?
  • Ho proposto io i libri da tradurre e non me sono (quasi) mai pentita. Non avrei declinato le 50 sfumature e nemmeno Twilight, è pur sempre lavoro, ma probabilmente mi sarei divertita poco.

  • Definisci, in poche parole, cosa significa tradurre un’opera. Il traduttore è uno strumento, un varco oppure un ri-creatore?
  • Tutti e tre, la percentuale cambia secondo il libro.

  • Parlaci del libro che stai traducendo adesso.
  • Sto rivedendo le bozze di un grande classico del Novecento, “Anna Édes” di Dezső Kosztolányi, che uscirà per i tipi delle Edizioni Anfora. Di altro preferisco non parlare. Lo farò quando i tempi saranno maturi.

Grazie
http://www.scrivendovolo.com/limportanza-del-lavoro-di-traduzione-laura-costantini-intervista-andrea-renyi/

venerdì 16 novembre 2012

Péter Nádas, La Bibbia - incipit


Péter Nádas
La Bibbia



«No Innate Principles in the Mind.»
John Locke
An Essay Concerning Human Understanding

1.

Le rose appassite con le loro fragili radici, i rampicanti oscillanti e le foglie sgargianti di acanto frusciavano a lungo, con fragore, ogni volta che il monumentale cancello di ferro, così difficile da spostare nell'una e nell'altra direzione, veniva aperto o chiuso. I suoni confusi del metallo non oliato si facevano stra attraverso il giardino silenzioso e rimbombavano quindi stanchi sulle pareti della villa a un piano, ricoperte di stucchi.
La villa, fiera delle proprie dimensioni, si adagiava comodamente sul giardino, ma chi l'aveva costruita aveva avuto sufficiente senso della misura da non ostentare quella superbia dal lato della strada. La facciata si mimetizzava perfettamente fra gli abeti dagli alti fusti, gli arbusti ornamentali e il giardino roccioso. La veranda e il giardino d'inverno, delimitato da una fitta recinzione, si affacciavano invece sul profilo della città avvolto nella nebbia.
Le sei stanze, chiaramente progettate per uno stile di vita molto diverso dal nostro, sembravano fuori moda a confronto dell'appartamento che avevamo in città e restammo a bocca aperta di fronte all'ingresso in marmo e all'enorme sala da bagno con le maioliche azzurre. I nostri mobili si perdevano fra le pareti imponenti di quelle sei stanze dal soffitto tanto alto che riscaldarle era impossibile; e così la gioia e lo stupore iniziali pian piano vennero mutando in disappunto. Alla fine i miei rinunciarono a due camere e le diedero in affitto a una giovane coppia. A volte non ci incontravamo per mesi.
Il giardino era molto grande.
Bighellonavo per intere giornate senza meta. Fumavo di nascosto, oppure portavo fuori la sedia a sdraio e leggevo.
Mi annoiavo, alla ricerca di qualcosa da fare, tuttavia programmavo le mie giornate. Tornato a casa da scuola pranzavo, passeggiavo nel giardino battendomi svogliatamente un bastone contro le gambe, contemplavo impettito le fioriere, mentre il fox-terrier dal pelo corto mi seguiva dappertutto.
Dopo aver fatto più volte il giro del giardino mi cambiavo, indossavo una vecchia tuta e correvo fuori. Meta mi aspettava davanti alla porta, seduto composto e scodinzolando felice. Quello era il momento della «corrida».
Sventolavo una pezza rossa e cominciavo a correre. Meta mi saltava dietro, la acchiappava e la tirava, la lasciava andare, io la facevo vorticare sopra la sua testa e lui seguiva quel movimento con tutto il corpo, in una giravolta frenetica. Guaiva, uggiolava, ringhiava, la afferrava di nuovo. Io tiravo e lui la serrava tra i denti. Io non mollavo la presa, gli strappavo la pezza di bocca, poi correvo via, il cane sempre dietro; mi atterrava, ci rotolavamo nell'erba, mi agguantava il polso, mi saltava addosso, poi partiva al galoppo con la pezza... e questo è quello che succedeva, giorno dopo giorno. Andavamo avanti finché il fianco non cominciava a farmi male per il troppo ridere e per la corsa.
A volte Meta dimenticava le regole, prendeva sul serio la lotta; ringhiava, guaiva, digrignava i denti, mostrava minaccioso le spaventevoli gengive e il palato maculato.
La paura mi eccitava persino più di quanto facesse con il cane. E così non stavo al gioco, non cedevo. Fu in una di quelle occasioni che mi aggredì.
La stoffa gli si era impigliata nei denti. Io continuai a tirare finché sollevai in aria anche lui. Guaiva per il dolore e, dopo aver raccolto tutte l forze, riuscì a liberarsi. Dalla bocca gli penzolava un brandello di stoffa rossa.
Mi morse una gamba. Per qualche secondo persi conoscenza. Per lo spavento, perché in realtà non sentivo dolore; infatti mi fece appena un graffio. Accanto a me c'era una zappa abbandonata sull'erba. La afferrai con gesti lenti, a mente fredda. Meta si appiattì a terra con gli occhi imploranti. Cominciai a colpirlo. Sanguinava. Ai primi colpi guaiva ancora, poi chiuse gli occhi e sopportò in silenzio il lacerarsi della pelle e della carne sotto la zappa affilata.
Fu la ripugnanza a fermarmi. Se non fosse stato per quel senso di disgusto, non so cosa avrei fatto, spinto dal furore e dal desiderio di vendetta. Lo lasciai lì.
Non lo trovammo per giorni. Mio padre lo scorse il sabato pomeriggio dietro a un mucchio di fieno. Lo tirò fuori e lo portò nell'ingresso.
Gli occhi del cane brillavano di paura, il corpo bruciava di febbre, pagliuzze di fieno si erano attaccate alle ferite, sul pelo c'era sangue raggrumato. Respirava a fatica, con la lingua penzoloni si leccava il muso.
Mia madre lo lavò, lo bendò, gli diede da bere, poi cercarono di capire chi avesse potuto ridurlo così. Forse era stata colpa di Meta, che aveva rubato un pollo... Io non dissi nulla.
La mattina dopo, mentre andavo in bagno, quasi inciampai nel corpo irrigidito di Meta. Si era trascinato fino alla porta, forse voleva morire all'aperto... Entrai nella stanza dei miei atteggiando un'espressione tragica. Erano ancora a letto. Era domenica mattina.
«É morto» dissi e scoppiai a piangere. Mi accucciai vicino a mia madre, ma sottrassi la testa alle sue carezze. Non sentivo bisogno di consolazione.

(La Bibbia e altri racconti, con una prefazione inedita dell'autore, BUR, 2009, trad. di Andrea Rényi)

mercoledì 14 novembre 2012

Copio e incollo con molto piacere una lettera di Elvira Marinelli (Verona):

"Cara Andrea, 
questo libro di Földényi, sai, mi ha fatto una bella compagnia nei giorni in cui l’ho letto e riletto e anche ora alla sera quando vado a letto spesso mi piace portarlo con me e magari leggere anche solo qualche riga prima di dormire. Ho voglia di ritrovare quella tensione emotiva, quel desiderio di capire in profondità. E in effetti ad ogni lettura mi si apre un nuovo, piccolo squarcio. Mi è capitato poche volte, ma si è creato anche per me un rapporto intimo con questo testo. Forse ha suscitato in me ricordi, emozioni antiche e profonde, forse ha evocato letture a partire da Puškin e il suo Viaggio d’inverno, immagini, atmosfere. Mi ha anche ricordato Nàdas, così come lui stesso si racconta nella prefazione a La Bibbia, in quel suo soggiorno in campagna, povero di cose, ma pieno di senso e dignità, tempo privilegiato di elaborazioni letterarie.
Questo di Földényi è stato un libro per me difficile per la riflessione filosofica, per certi passaggi dati per scontati. Troppi anni dagli studi liceali sono passati, Hegel è un ricordo vago… di recente infatti ho letto solo filosofi contemporanei. Però questa difficoltà non mi ha scoraggiato, è diventata anzi una sfida.
Quando prendo in mano il libro, anche senza leggere, ormai mi capita sempre di immaginare Dostoevskij in quelle sue lunghe giornate e serate di lettura e riflessione, forse mi immedesimo in lui. Sento il freddo. Vedo il tremolare della fiammella di candela, vivo la precarietà di quella situazione, cogliendone però la potenzialità creativa. Lo vedo piangere quando scopre che la sua storia personale e quella di tutti quelli come lui in Siberia non è considerata dal famoso filosofo. Risento l’antica questione del rapporto tra microstorie e macrostoria, microcosmi e macrocosmo. Lo sento chiedersi se sia mai possibile che di tanta sofferenza e tanta ricerca personale, di tanta fatica di vivere e tante elaborazioni di idee per superare la pura sopravvivenza, nulla abbia valore e sia davvero degno di entrare nella storia. Lo sento prima piangere, ma poi reagire e ribellarsi e mettersi ostinatamente a cercare nella filiera del pensiero hegeliano, smontato pezzo per pezzo, l’errore, la contraddizione, l’omissione.
Ed ecco la prima contraddizione: per Dostoevskij sfugge a Hegel che la storia, in tutte le sue articolazioni, può essere compresa proprio e solo da chi, per usare le sue stesse parole, ne è fuori. La storia con il suo senso profondo si rivela solo a chi ne è stato secondo Hegel escluso. Sì, perché non la può comprendere chi la affronta solo con la razionalità e non vuole riconoscere la complessità della vicenda umana e la sua infinita varietà, chi volutamente ignora tutto ciò che non appaia come strutturabile e pianificabile, come incasellabile in un modello precostituito. Chi non sa confrontarsi con l’esistenza in ogni sua forma. Chi avendo paura di ciò che gli appare nuovo e inaspettato, diverso e non classificabile, sfuggente e non controllabile, prima lo rifiuta e poi lo cancella, relegandolo nella dimensione dell’inesistente.
Da Hegel, attraverso la mediazione sofferta di Dostoevskij, Földényi arriva fino a noi, a me, perché è a noi che viviamo qui e ora che vuole parlare. All’uomo della società europea di oggi, all’uomo sicuro di poter controllare tutto con il suo progresso tecnologico e scientifico, all’uomo ambizioso e appagato dei suoi mezzi, all’uomo in realtà fragilissimo e profondamente angosciato -senza esserne tuttavia sempre consapevole-, senza immaginazione e senza Dio.
Földényi, lucido e accorato, osserva, con l’immagine e il pensiero di Hegel e Dostoevskij vivi davanti a sé (e per la potenza delle sue parole e del suo stile vivi davanti a noi, a me), come l’uomo di oggi sembri aver portato alle estreme conseguenze “il modello di rimozione” di Hegel: è diventato potente e arrogante (nei confronti della natura per esempio), si sente forte dei suoi mezzi tecnici, sicuro di poter controllare tutto, non vuole accettare il limite della morte, della vecchiaia, della malattia, rimuove il dolore, non vuole essere turbato dalla sofferenza altrui, bandisce altruismo e umana solidarietà, sembra costruire la sua storia sulla sequenza di successi scientifici e tecnologici, tanto da non voler vedere le conseguenze a volte catastrofiche che con questi ha provocato in tanti campi. Rigetta il senso del limite, annulla Dio e la trascendenza. Non crede, perché ritiene di non averne bisogno, all’inferno e al paradiso, perché ha pure cancellato il senso della giustizia. Come Hegel esclude tutto ciò che non riesce a comprendere, la parte oscura che è in noi, ciò da cui si sente minacciato.
Földényi sembra chiedersi se ci sia una via d’uscita?
Lo chiede a Dostoevskij, ma la risposta è un po’ misteriosa: forse la speranza e la fede nel miracolo? O piuttosto nel valore liberatorio della sofferenza che fa capire il senso vero di ciò che conta?
Se Hegel inventa una storia che nega la complessità, la diversità, la sofferenza, la morte, i lati oscuri, Dostoevskij risponde avvilito e arrabbiato che non si può negare né tutto questo né l’esistenza dei singoli individui che questi aspetti della storia negati invece incarnano.
Hegel nega anche desideri e speranze? E invece proprio questi potrebbero forse essere la strada verso la redenzione, verso il riscatto.
Se fosse vero quello che sostiene Hegel, chi vive “fuori della storia” come chi sta in Africa, in Siberia, non avrebbe salvezza e invece proprio chi vive la sofferenza può intraprendere un cammino di conoscenza di sé, di consapevolezza che gli permette di accettare il senso del limite umano –al di fuori del quale c’è alienazione-, la complessità e la diversità della vita e in questa condizione costruire una speranza e un desiderio, un progetto per il futuro.
Libro enorme, cara Andrea, questo di Földényi, nonostante le sue poche pagine. Ogni pagina, ogni riga ha una tridimensionalità che scava in profondità in tutte le direzioni. Ogni pensiero si allarga ad altri pensieri, altri autori, annuncia e apre nuovi percorsi, lancia ponti, costruisce reti. La sua lettura non è lineare, ma ipertestuale. Nella tua traduzione splendida si sente la partecipazione e il coinvolgimento. Sei caduta anche tu nella sua rete.
Certi libri sono così potenti!
Ti abbraccio, 
Elvira"

sabato 27 ottobre 2012

Esiste un solo rimedio al dolore per l'assenza di una persona: smettere di amarla. Quando pensiamo al potere del tempo che guarisce, pensiamo a questo. Che riusciamo a dimenticarla. Ma se la amiamo veramente, non la dimenticheremo. La medicina della mancanza d'amore è rivedere la persona amata. Il prossimo anno, fra vent'anni, in un'altra vita. La mancanza si fa sentire fino al nuovo incontro. Ciò che conserviamo di questa persona non è il suo ricordo, ma la sua mancanza.
Péter Müller

mercoledì 10 ottobre 2012

Péter Nádas fotografo

Una piccola galleria di foto scattate dallo scrittore magiaro negli anni '60 e '70, quando faceva il fotoreporter














lunedì 8 ottobre 2012

Per i settant'anni di Péter Nádas - 14 ottobre 2012

"Az igazságot nem kíséri égzengés, fénye nem világítja át az éjszakánkat. Szürkén, bágyadtan, csaknem unalmasan érkezik közénk. Sokan vannak, akik észre sem veszik." Nádas Péter, Évkönyv.
"La verità non è annunciata da fulmini e saette, la sua luce non illumina la nostra notte. Giunge fra noi sbiadita, fiacca, scialba. Molti non la notano neppure." (Trad. A.R.)

giovedì 20 settembre 2012

I popoli hanno i governi che si meritano. Se, per un motivo qualsiasi, persone stolte o malvagie riuscissero a montare in groppa a un popolo onesto, esso manderebbe queste figure squallide presto all'inferno. Ma se un pessimo governo rimane a lungo in carica, la colpa sicuramente è della nazione.

(Conte István Széchenyi (Vienna21 settembre 1791 – Döbling8 aprile 1860) è stato un politicoscrittoreteorico e nobile ungherese, uno dei più grandi statisti d'Ungheria.)

mercoledì 19 settembre 2012

Péter Nàdas, LA BIBBIA

Riporto la lettera di un'amica veronese, Elvira Marinelli, su "La Bibbia" di Péter Nàdas, perché le sue parole compongono una recensione sensibile e molto interessante:

"ll primo racconto LA BIBBIA è uno straordinario universo sonoro. Sì, la cosa che mi ha subito stupito profondamente e coinvolto, inducendomi a immedesimarmi nel protagonista e a immergermi nei luoghi descritti, è stata la forte, costante presenza di suoni e rumori. Sono i suoni e i rumori a tratteggiare il profilo degli ambienti, a scandire la quotidianità nei suoi rituali e nelle sue sorprese, a segnare confini, a tracciare linee direttrici per il pensiero e per gli spostamenti/movimenti, a segnare il ritmo delle emozioni, a evocare ricordi, a permettere di orientarsi nella nebbia, nella confusione, nella paura. I suoni e i rumori costituiscono come una mappa entro cui il ragazzo si muove nella quotidianità che gli adulti che gli stanno intorno vorrebbero silenziosa. “I rumori componevano un insieme, si incolonnavano.” Rumori e suoni attesi, amati o temuti. Rumori e suoni che danno sicurezza ma talvolta spaventano. Che si impongono, che contrastano il grande silenzio che regna nella casa. Nel giardino. Il silenzio tra lui e suo padre, (“sempre fuori della sua portata”) tra lui e la madre (che capisce di non poter amare), che non hanno tempo e attenzione per lui, che non colgono le sue esigenze di piccolo adolescente curioso del mondo e bisognoso, com’è normale, di compagnia, di affetto, ascolto, fisicità nelle relazioni. Un silenzio “martellante nelle orecchie”, pregno di ipocrisia, formalità di rapporti, paure, sospetti, pregiudizi. Ma questo silenzio Andrea vuole forse rappresentare qualche cosa d’altro? È forse una metafora del silenzio a cui si è costretti sotto un regime? Non so se esagero e vedo anche quello che non c’è… 
Davvero mirabile com’è tratteggiata la figura di questo ragazzino, come Nádas ce lo fa sentire da dentro, dall’interno profondo e misterioso delle sue emozioni, delle sensazioni, dei sentimenti. Ce li fa scoprire insieme a Gyuri, ne restiamo stupiti, angosciati o felici insieme a lui. Ne prendiamo atto e ci interroghiamo su di essi a mano a mano che lui stesso li prova e li scopre. Ma tutti i personaggi sono ben delineati. Contraddistinti da precisi gesti e parole. Sembrano pronti per un copione cinematografico. Pensavo mentre leggevo al “Barone rampante”, a Cosimo e al suo giardino, ma anche ad altri giardini luoghi di avventure e formazione e conquista delle proprie autonomie.
Insomma è un racconto intenso, profondo, coinvolgente scritto magistralmente con un grande senso di partecipazione da parte dello scrittore che sembra calarsi completamente nel personaggio e che lo descrive così bene da farcelo toccare, vedere e sentire. La scrittura è sapiente, talvolta così imprevedibile e perfino sconcertante, nelle dettagliate descrizioni che respingono una lettura superficiale e frettolosa . Un racconto silenzioso e assordante, forse in bianco e nero, o meglio con pochi colori, fatta forse eccezione per il giardino. Con quel color beige della valigetta del padre ch’è tutto un programma, con colori accesi solo nei sogni e nell’immaginazione del ragazzo (il velluto rosso, il tulle rosa), con quell’unica macchia di colore in casa, l’azzurro delle maioliche del bagno e della stufa. Unici punti caldi e accoglienti di quell’ambiente freddo, forse.

Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.

Il terzo racconto, scritto in un altro periodo, dopo anni, è difficile e misterioso. Filosofico. Un po’ onirico e surreale, a tratti assurdo. La stessa struttura sintattica delle frasi, l’alternanza dei tempi presente e passato, il passaggio continuo dalla prima alla terza persona… oltre al contenuto, contribuiscono a rendere complessa la lettura e la comprensione. Talvolta mi sembra di sentire un coro di voci, come in un dramma pirandelliano, in cui a stessa situazione viene vissuta e narrata da diversi, anche contrastanti punti di vista.. Turba e inquieta. Non so se è importante capire, o se lo scopo dello scrittore sia proprio quello di creare inquietudine, insicurezza, disagio. E ancora una volta ti chiedo se tutto questo sia funzionale ad un messaggio che lo scrittore vuole dare al di là della storia in sé. Quello stare alla finestra ad aspettare, o appartato, quasi nascosto nell’angolo, con gli occhi chiusi, alieno anche in mezzo alla gente, è forse una metafora del vivere sotto un regime, privati della libertà personale e della propria individualità? Penso che dovrò rileggerlo per orientarmi un po’ di più. Bello comunque vedere come lo scrittore scelga di usare una lingua diversa a seconda non solo della situazione e dei personaggi, ma anche delle reazioni ed emozioni che vuole suscitare nel lettore.

Per quanto riguarda invece la prefazione dell’auture posso dirti che sono bellissimi i dettagli del suo rapporto con le contadine e sul cibo. È un discorso importante sul valore delle cose semplici che sono così preziose nei momenti di difficoltà. ”Aspetto dignitoso” è l’espressione chiave. In una dimensione di vita “mordi e fuggi” come quella di oggi in cui non c’è tempo per gustare veramente le cose, di riflettere sul loro valore, di apprezzare le loro intrinseche caratteristiche, l’elenco dei frutti e delle verdure spicca, è una macchia di colore intenso nel grigio della vita senza libertà, che ridà dignità alla persona, in quanto permette di superare la semplice dimensione della sopravvivenza."

Péter Nàdas, La Bibbia, BUR, 2009, trad. A. Rényi