venerdì 21 febbraio 2014

Miklós Radnóti, Tra le frasche chiassose d'una palma



Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 - Abda, 10 novembre 1944)

Quanto mi piacerebbe accoccolarmi 
tra le frasche chiassose d'una palma,
anima celeste che s'accuccia
in un corpo terreno e tremebondo.

In un consesso di scimmie sapienti
me ne starei seduto lassù in cima
e il loro stridente schiamazzare
mi pioverebbe addosso come luce;

apprenderei la loro cantilena
e insieme a loro lancerei il mio grido,
osserverei con gaia meraviglia
che han naso e culo dello stesso blu.

E un gigantesco sole splenderebbe
sugli alberi gremiti in ogni ramo,
e proverei una vergogna immane
per quel che fa laggiù il genere umano;

le scimmie sì che avrebber compassione,
in loro è ancora sana la ragione, 
e forse se io fossi uno di loro,
anche a me potrebbe esser concessa
la grazia d'una mite e dolce morte.

Traduzione di Laura Sgarioto

* * *
Testo originale ungherese:

Zsivajgó pálmafán

Zsivajgó pálmafán
ülnék legszívesebben,
didergő földi testben
kuporgó égi lélek.

Tudós majmok körében
ülhetnék fenn a fán
és éles hangjuk fényes
záporként hullna rám;

tanulnám dallamuk
és vélük zengenék,
csodálkoznék vidáman,
hogy orruk és faruk
egyforma kék.

És óriás nap égne
a megszállt fák felett,
s szégyenleném magam
az emberfaj helyett;

a majmok értenének,
bennük még ép az elme, -
s talán ha köztük élnék,
nekem is megadatnék
a jó halál kegyelme.

1944. április 5.       
Il poeta con Fanny, sua moglie

lunedì 17 febbraio 2014

Emily Holmes Coleman, Lo stagno (per un bambino)

Paesaggio islandese (fonte: http://iceland.for91days.com)

  • Lievemente tremolante al sole Sparsa d’ombre di nuvole Appena tralucente in superficie Balugina la stesa dello stagno Sotto il paesaggio rovesciato
    Quando il vento ne lambisce le correnti Nel suo andirivieni sulle acque Come una luna dolce sopra loro Sensibili all’unisono Queste ritmicamente si affrettano
    Negli stagni risplendenti Sotto il piano invetriato Ci son rane, lucertole e tritoni Pesci e rospi, falaschi e malerbe Ci sono palazzi e siepi Corallo nel fango stellante
    Posati sui rami del corallo Cadaveri dai denti scoperti
    Ci son navi affogate e le città son rare A proliferare nel fondo C’è oro deposto e si trovano re
    Guarda la brezza pesar sulle acque Sfiorando avanti e indietro le correnti Degli incantevoli stagni
    Ma la forza, la vita al di sotto Non si vede in superficie Non gioca con le correnti Non è sofferta dalle acque

    Traduzione di Piero Ambrogio Pozzi



martedì 11 febbraio 2014

Katalin Karády, un'artista dimenticata e ritrovata

L'attrice e cantante Katalin Karády è tuttora una figura molto discussa della canzone e del cinema ungherese del ventesimo secolo.
Nata Katalin Kanczler (Budapest, 8 dicembre 1910 – New York, 8 febbraio 1990), è cresciuta in un sobborgo di Budapest in una famiglia proletaria come una dei sette figli di un calzolaio noto per i suoi comportamenti violenti e dispotici. Grazie ad alcune organizzazioni umanitarie da bambina riuscì a trascorrere cinque anni all'estero fra l'Olanda e la Svizzera, poi frequentò a Budapest l'istituto commerciale. Nel 1931, dopo la morte di suo padre, sposò un funzionario della dogana trent'anni più vecchio di lei, ma divorziarono presto. Iniziò a prendere lezioni di recitazione nel 1936 e poco dopo venne scoperta dall'editore Egyed che le suggerì di cambiare cognome. Fra il 1939 e il 1941 recita in vari ruoli nei migliori teatri di Budapest, ma il vero successo arriva con il suo primo film, tratto dal romanzo di Lajos Zilahy, "Primavera mortale", che la trasforma in star e sex symbol. In appena nove anni sarà la protagonista in venti film.
La sua vita privata è avvolta nel mistero ma era noto il suo legame con il generale István Ujszászy, il capo dei servizi segreti di Miklós Horthy.  

Nel marzo del 1944 i tedeschi occupano l'Ungheria e l'attrice, che nel frattempo ha conquistato il pubblico anche con la sua voce ruvida - Mindig az a perc, Hiába menekülsz, viene messa in disparte. Il 18 aprile la Gestapo la arresta per sospetto spionaggio, nei tre mesi di detenzione la torturano quasi a morte e si salva solo grazie all'intervento degli amici di Ujszászy. Sta molto male, ma trova ugualmente la forza di salvare un gruppo di bambini ebrei portati sul lungodanubio dove li attende morte sicura: li riscatta offrendo ai nazisti oro e gioielli e li porta a casa sua dove si prende cura di loro fino alla fine della guerra. 

Nell'estate del 1945 le giunge la notizia dell'assassinio di Ujszászy che la getta nella disperazione. Subisce un crollo tale da costringerla al letto per nove mesi. Nonostante i tentativi di integrarsi nel nuovo corso artistico filo-sovietico- esegue anche Katyusha, il potere la isola, il pubblico non le perdona la fulgida carriera sotto il regime di Horthy e non le rimane altra scelta che l'espatrio illegale, molto rischioso. Dopo un lungo vagabondaggio si stabilisce a New York dove apre un negozio di cappelli e trascorre ritirata gli anni che le rimangono. 

Quando le autorità ungheresi la invitano per il suo settantesimo compleanno, manda loro solo un cappello in risposta simbolica. Un'intera generazione di ungheresi - la mia - imparerà il suo nome solo dopo la caduta del Muro, con lei già morta. Riposa nel cimitero Farkasréti di Budapest, e per aver salvato la vita di bambini ebrei nel 2004 Yad Vashem l'ha insignito, postumo, del titolo di Giusto tra le Nazioni.







domenica 9 febbraio 2014

Scuola materna per senzatetto a Budapest

Secondo statistiche ufficiali, in Ungheria ci sono circa mille bambini senzatetto. Per i bambini privi di domicilio una fondazione religiosa con sede a Budapest ha organizzato la scuola materna János Wesley, dove i bambini trascorrono le giornate dalle sette del mattino alle quattro del pomeriggio. La mattina vengono lavati, vestiti e subito rifocillati, perché la maggior parte non mangia dal pomeriggio precedente.

sabato 8 febbraio 2014

Good Night and Good Day, Budapest

Good Night, Budapest! - un video di appena quattro minuti sulla città in una notte d'inverno.

Qui invece il panorama della città visto dal cielo: http://www.budapest.skyviewair.com

venerdì 31 gennaio 2014

Morto Miklós Jancsó, regista di Vizi privati, pubbliche virtù

Budapest, 31 gen. (TMNews) - E' morto a 92 anni il regista ungherese Miklós Jancsó, Leone d'oro alla Carriera a Venezia nel 1990 e autore, tra i molti, del film "Vizi privati, pubbliche virtù" (ispirato al titolo dell'omonimo poemetto di Bernard de Mandeville), che fece scandalo nel 1976 al Festival di Cannes, dove era in concorso per l'Italia (soggetto e sceneggiatura erano dell'allora moglie italiana Giovanna Gagliardo) per le scene di nudo che vedono anche la partecipazione di una giovanissima Ilona Staller, in arte, ma solo più tardi, "Cicciolina".

Jancsó, che ricevette per due volte il premio Kossuth, più alto riconoscimento artistico in Ungheria, si separò dalla Gagliardo, conosciuta a Budapest nel 1968 e con cui visse e lavorò per dieci anni a Roma, nel 1980, per sposare l'anno dopo Zsuzsa Csákány. Negli anni successivi si dedicò soprattutto al teatro e alla televisione.

Il regista, nato a Vàc, in Ungheria centrale, nel 1921, firmò anche "Salmo rosso" (1972), con cui si aggiudicò il premio la miglior regia al 25esimo Festival di Cannes.

Ha vinto il Leone d'oro alla carriera a Venezia nel 1990. 

Filmografia parziale (fonte: Wikipedia):

martedì 28 gennaio 2014

Un video su Budapest

Budapest (Bogart foto)
Una registrazione realizzata e diffusa tramite un evento creato su Facebook. Nei punti più famosi della capitale ungherese, dal piazzale degli Eroi al mercato centrale passando per il Ponte delle Catene, i "passanti" ballano a tempo della canzone "Happy" di Pharrell Williams. Il video è stato realizzato da Funzine, rivista gratuita in lingua inglese distribuita a Budapest e in Ungheria ed è online da oggi. La durata è di 4 minuti, non di 24 come l'ambizioso capostipite di quello che, prevedibilmente, diventerà un fenomeno globale: la clip, del resto, si conclude con un invitante "Where are you happy"? Happy We Are from Budapest

Ancora una recensione di "Confini incerti" di Agi Berta

AGI BERTA
CONFINI INCERTI
Romanzo - Edizioni Uroboros - pagg. 203


La scrittrice ungherese Agi (è il diminutivo di Agnese) Berta ha scritto un libro che, attraverso la complessa storia della sua famiglia di origine, ci racconta la Storia dell’Europa Centrale a partire dalla fine della prima guerra mondiale fino a poco oltre la fine della seconda.
Anni che hanno modificato profondamente l’assetto dell’Europa e che continuano a produrre i loro effetti ancora oggi; anni rivissuti nell’ottica di una famiglia della piccola nobiltà ungherese di origine croata, gli Harmath. Dopo la fine della prima guerra gli Harmath sono costretti ad abbandonare la città di Cakovec, in Croazia, per divenire profughi a Budapest, abbandonando tutti i loro beni.
La famiglia è composta dal padre Nandor, dalla madre Cecilia e dai figli Eugenio, Irene, Dusi e Nandor Junior; genitori e figli cercheranno con ostinazione di superare il passato e di costruire un difficile presente. Le loro vite incontreranno delle traiettorie assai differenti: Eugenio, superando i dubbi che provengono dal suo razionale approccio all’esistenza, sceglie le idee socialiste, il fratello più piccolo Nandor abbraccia la carriera militare sulla spinta di una forte idea nazionalista e revanchista che lo porterà nel terreno del nazismo, delle due sorelle Irene punta tutto sulla bellezza e su un buon matrimonio, mentre Dusi (la nonna dell’autrice) sceglie l’indipendenza che viene dal lavoro e dal ritiro in un piccolo borgo.
Quando sembra che nuovi, fragili confini abbiano sostituito quelli vecchi non solo sul piano geografico ma anche su quello esistenziale, arriva qualche nuovo cambiamento o qualche stravolgimento che mischia le carte e sconvolge i destini.
Il lettore è catturato dal racconto della grande Storia e più ancora dalle esistenze dei protagonisti con le loro debolezze, il loro coraggio e la voglia – malgrado tutto – di andare avanti e di conquistare un piccolo spazio per sé e per i successori.
L’autrice poi guarda alla sua piccola epopea familiare con la giusta benevolenza, ma anche con occhio sereno e con un filo di ironia che aiuta a stemperare anche i momenti più drammatici; aiutata forse dai suoi, personali “confini incerti” che l’hanno accompagnata dall’Ungheria alla Polonia fino all’attuale e – sembra – stabile rapporto con la città di Napoli dove vive e insegna.

Girolamo L’Occaso



lunedì 27 gennaio 2014

Miklós Radnóti, Settima egloga



Traduzione di Edith Bruck

Vedi, imbrunisce, e l’atroce barriera di quercia
col fregio di filo spinato sta così sospesa che nel buio si dilegua.
Lo sguardo va lento oltre la cornice del campo,
la mente, la mente soltantoconosce la tensione del filo.
Vedi, cara, qui è così che si libera l’immaginazione, il sogno,
il bel liberatore, scioglie i nostri corpi sfatti,
e allora il campo si avvia alla volta di casa.
A brandelli e calvi, russando, volano i prigionieri
dell’alto della cieca Serbia verso il paesaggio di casa che si cela.
Paesaggio di casa che si cela! Ma c’è ancora una casa? Una bomba
non l’avrà colpita? E’ come quando ci arruolammo? Lo stremato
compagno di destra, quello a sinistra vedranno mai una casa?
Dimmi, laggiù c’è una casa dove ancora qualcuno intende l’esametro?

Senza strumenti, riga dopo riga, tastando,
scrivo i miei versi nella penombra così come vivo, cieco
come un bruco che striscia le sue dieci dita sulla carta,
il quaderno, la torcia, tutto mi fu tolto dagli scherani del campo
non arriva più neanche la posta, solo la nebbia scende sulle nostre baracche.

Tra notizie allarmanti e cimici, qui nelle montagne convivono
il francese e il polacco, l’italiano chiassoso, l’ebreo assorto,
il serbo scismatico, febbricitanti e con i corpi piagati-,
nonostante tutto, vivono la stessa vita in attesa di una buona nuova,
una bella parola di donna, un destino libero e umano, una fine irraggiungibile,
aspettando il miracolo.

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,
tra un’onda e l’altra di pulci quando l’orda delle mosche s’è placata.
Vedi, è sera, un giorno di prigionia
e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.
Sul paesaggio splende la luna e quella sua luce il filo
spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro
le ombre delle guardie armate tra le voci della notte.

Vedi, cara, il campo dorme, i sogni frusciano,
chi si sveglia di soprassalto si rigira nel suo stretto lembo,
e di nuovo sprofonda nel sonno con il volto che si illumina. Io solo
sono sveglio, seduto assaporo la cicca in bocca invece di un tuo bacio
e il sonno tarda a portarmi conforto, perché
ormai non posso più morire né vivere senza di te.

giovedì 23 gennaio 2014

Sulla complessità della Storia, ovvero i tedeschi d'Ungheria nel 1946

Non è una foto della deportazione di ebrei ma la ripresa di un istante storico successivo in Ungheria. Siamo nel 1946, probabilmente alla fine di gennaio, ed è in corso l'esecuzione di un provvedimento preso dal governo ungherese nei confronti dei cosiddetti "svevi", i tedeschi d'Ungheria che vi dimoravano da generazioni, parlavano le due lingue e più delle volte non erano di origine sveva ma di altre regioni tedesche. Come mio nonno materno, la cui famiglia proveniva dai dintorni di Hannover e si era trasferita un secolo prima in un villaggio vicino alla capitale  in cerca di terre fertili da coltivare senza doverle pagare; c'erano vasti appezzamenti di terra abbandonati, incolti dopo il lungo dominio turco, e le comunità li mettevano a disposizione per la bonifica.

Con un decreto firmato dal ministro degli Interni Imre Nagy, in seguito martire della rivoluzione del '56,  nel gennaio del 1946 185 mila ungheresi di origine tedesca furono privati della cittadinanza ungherese perché presunti complici, solo in base alle loro origini, della Germania nazista. Espropriati i loro beni, furono stipati in vagoni con i loro bagagli essenziali, per essere deportati nei territori tedeschi controllati dai sovietici.