lunedì 29 dicembre 2014
Estratto da "Anna Édes"
Oggi la rivista Letteratitudine di Massimo Maugeri ha pubblicato un estratto da "Anna Édes". E io sono molto contenta.
venerdì 26 dicembre 2014
Madonna Esterházy
Fino all’11 gennaio del 2015 nella Sala Alessi a Palazzo Marino, la cinquecentesca sede del Comune di Milano, è ospitata la Madonna Esterházy di Raffaello Sanzio. La splendida opera dipinta dal genio del Rinascimento nel 1508 proviene dal Museo delle Belle Arti di Budapest (Szépművészeti Múzeum). Si tratta di un prestito eccezionale, ma anche del preludio alla grande mostra di Palazzo Reale nel 2016 che porterà a Milano i capolavori conservati nel museo della capitale ungherese.
La mostra è anche l’occasione per ricordare le vicende legate a questa tela, soprattutto il clamoroso furto, considerato il più clamoroso furto d'arte dai musei del XX secolo. Nel 1983, approfittando dei lavori di restauro al museo di Budapest, un gruppo di malviventi italiani trafugò sei opere d’arte tutte di scuola italiana su commissione di un magnate greco, tra cui la Madonna Esterházy, insieme ad altri quadri di Raffaello, Giorgione, Tintoretto e Tiepolo. La notizia fece il giro del mondo e le indagini scattarono immediatamente finché questa sorta di intrigo internazionale non fu sciolto con il ritrovamento di tutti i capolavori in un convento in Grecia ormai sconsacrato e i ladri tutti arrestati.
Il catalogo che Skira ha pubblicato in occasione della mostra, è la prima monografia critica completa sull'opera, e io ho avuto il piacere di contribuire con la traduzione.
venerdì 12 dicembre 2014
Kosztolányi - Il male a giudizio
Onore ai piccoli. E anche ai piccolissimi. Da almeno una quindicina d'anni a garantire la diffusione italiana dell'ungherese Dezső Kosztolányi (1885-1936) ci pensano loro: i piccoli, a volte piccolissimi editori di qualità. Sellerio nel 2000 con la novella Allodola, Castelvecchi e Mimesis nel 2012 rispettivamente con il romanzo storico Nerone (che fu ammirato perfino da Thomas Mann) e con il mosaico di racconti Kornél Esti. Adesso tocca a una coraggiosa sigla milanese, Anfora, presentare in forma integrale il capolavoro Anna Édes nella curatela congiunta di Andrea Rényi e di Mónika Szilágyi (per informazioni www.edizionianfora.net). E' l'anello che mancava per apprezzare pienamente la grandezza e la complessità di uno scrittore che, nei primi decenni del Novecento, anticipò atmosfere e situazioni poi riprese dal più giovane connazionale Sándor Márai. Ma se l'autore delle Braci dispiega al meglio il suo talento nelle sottigliezze inespresse dei sentimenti maschili, la forza di Kosztolányi risalta in tutta la sua originalità nel tratteggio dei personaggi femminili. Anche Anna Édes è un romanzo prevalentemente di donne, a partire dalla protagonista, sorta di "mite" dostoevskijana scaraventata dal destino nella convulsa Budapest del primo dopoguerra. L'effimero regime comunista di Béla Kun è appena tramontato, i soldati romeni hanno occupato la capitale e intanto la borghesia locale cerca di rialzare la testa. In casa Vizy, nella fattispecie, c'è un problema con la servitù. La signora avrebbe bisogno di una buona domestica, ma che sia affidabile e lavoratrice, che non rubi né amoreggi, che non abbia pretese e non la pianti in asso troppo presto. Qualità che sembrano concentrarsi come per incanto nella dolce Anna (édes in magiaro significa appunto "dolce"), una campagnola di neppure vent'anni che sopporta più di quanto lasci trapelare. All'inizio, per esempio, resta quasi soffocata dall'odore di canfora che permea l'appartamento, ma dopo un po' finisce per adattarsi. Perché adattarsi è il talento di Anna e, nello stesso tempo, la condizione che la trascinerà nella tragedia.
Duro dramma sociale e raffinata indagine psicologica, Anna Édes non si esaurisce in nessuna di queste dimensioni, come giustamente osserva lo specialista András Veres nella nota riportata in appendice al volume. E' una meditazione sul male, piuttosto, e più precisamente sul segreto che ogni male - compiuto o subìto - nasconde dentro di sé. La trasformazione della ragazza da fedele fantesca a a spietata assassina non è spiegata e forse, lascia intendere Kosztolányi, non è neppure spiegabile, dato che la stessa Anna pare l'enigma di cui è portatrice. Da ultimo resta spazio solo per la pietà, per l'esercizio di una misericordia che renda possibile immaginare un paese "dove tutti sono padroni e servitori insieme". Questo è il regno di Cristo, spiega uno dei personaggi, il medico Moviszter, unica voce dissonante rispetto a una società votata, sia pure con sfumature e accenti differenti, al culto della "materia onnipotente".
Anna, che ogni notte osserva incantata la luce accesa sul muro di fronte alla sua finestra, potrebbe rappresentare l'eccezione a questa regola non scritta. Nella sua semplicità, capisce subito che "tutte le lampade sono più splendenti di una stella. Tener fede a questa intuizione, però, è più difficile di spazzare il pavimento o di preparare la cena. Anna non ce la farà e quella frase, incastonata da Kosztolányi in una prosa altrimenti asciutta e vigilata, resterà come l'indizio di un'occasione perduta per sempre. Noi tutti, infatti, siamo cattivi giudici degli altri, ma non ci inganniamo mai tanto come quando ci illudiamo di giudicare noi stessi.
Alessandro Zaccuri
Su "Avvenire", 12 dicembre 2014
domenica 7 dicembre 2014
Rudolf Balogh, fotografo di guerra
Rudolf Balogh (Budapest, 1879-1944) fu uno dei più grandi fotografi ungheresi del ventesimo secolo, autore anche di centinaia di immagini della Prima Guerra Mondiale. Pubblico tre delle foto di guerra attualmente esposte a Parigi.
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| Visita del principe Giuseppe in un ospedale di campo - Isonzo, 1916 |
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| Tomba di un commilitone |
giovedì 4 dicembre 2014
Dezső Kosztolányi, Anna Édes, recensione di Michele Lupo su Flanerì
Dezső Kosztolányi per chi scrive è stata una piacevole sorpresa.
Non lo avevo mai letto prima, sebbene in Italia circolassero da tempo traduzioni da diversi suoi libri. Si tratta di un poeta e narratore ungherese la cui vita è stata incastonata in un periodo (1885 - 1936) fra i più straordinari della letteratura europea. Nel romanzo Anna Édes(1926) ora tradotto da Anfora edizioni, sembra riassumerne alcuni temi decisivi: il crollo della vecchia borghesia mitteleuropea, la crepa rovinosa che si apre nel suo snobismo classista, la torbida pulsione erotica che ne scuote le fondamenta, l’intreccio fra preziosismo estetico (non ultima, la pretenziosità degli arredamenti privati che il bolscevismo pensava di smantellare) e un’insana, polverosa inquietudine verso l’esterno. Ma quel che più conta, per chi sa qualcosa della straordinaria narrazione culturale costruita intorno al Danubio, di finis Austriae e dintorni, il piano sociologico è interessante perché scivola ineluttabilmente verso quello esistenziale – e l’esito, feroce quanto inatteso del romanzo, lo conferma.
Nella casa di una famiglia benestante della Budapest del primo dopoguerra finisce Anna, una povera serva, timida e taciturna (per inclinazione personale e legge non scritta dei padroni). È costretta a vedersela con un funzionario ministeriale ligio al dovere, nemico dichiarato dei comunisti, e soprattutto con una donna francamente insopportabile, la di lui moglie, la cui vita, fatta eccezione per la parentesi di qualche ora passata in stato d’arresto come sospetta controrivoluzionaria (stava scrollando la tovaglia nel balcone e il gesto venne interpretato come un segnale per i suoi presunti complici) sembra concentrarsi nella ricerca di una domestica come si deve. Ai Vizy difatti nessuna sembra mai all’altezza della situazione – gli amici intanto tengono a sottolineare che andrebbero chiamate serve e basta, ché quella è la loro “natura” e che il mondo è sempre stato diviso fra servi e padroni, alla faccia del comunismo che per un breve lasso di tempo si era illuso di approfittare dello sfascio dell’Impero – asburgico – per prendere il potere nella città. La signora Vizy sottopone Anna a tutte le prove possibili, crea persino le condizioni perché ceda alla tentazione di rubare nella loro casa, ma niente, Anna è irreprensibile. Di sicuro poi è l’ultima a cui parrebbe venire in mente di concedere facilmente le proprie grazie con facilità a chiunque.
La tensione anche immotivata ma persistente in una casa di benestanti che non sanno però godere della loro condizione (specie la moglie), timorosi come sono, comunismo o meno, di perdere il loro status, proprio nel momento in cui sembra placarsi perché Anna dopo l’avvio farraginoso s’impone come la serva perfetta da sempre agognata, finisce per esplodere perché Anna serva perfetta lo è davvero, almeno se consideriamo perfetto un cliché: un giovane parente, estroso e malandrino quanto basta, prova a portarsela a letto e la ragazza, a dispetto della sua ritrosia e discrezione, sembra proprio non aspettare altro – che serva perfetta sarebbe sennò? Di lì si giunge a un esito che non riveliamo, degno però di un romanzo straniante che ci spalanca davanti l’abisso dell’irrazionale fin troppo noto al Novecento.
Un libro ben costruito, tragico ma ricco di tratti grotteschi; e di sicura abilità descrittiva. I personaggi hanno una riconoscibile cifra espressiva. Funzionano i dialoghi, ben calibrati nel contesto; l’ambientazione è ricca (senza essere prolissa) di dettagli che restituiscono bene il clima della casa (unità di luogo della vicenda). Una bella scoperta, che dobbiamo alla cura e alla traduzione di Mónika Szilágyi e Andrea Rényi.
(Dezső Kosztolányi, Anna Édes, a cura di Mónika Szilágyi, trad. di Andrea Rényi, Anfora edizioni, 2014, pp. 200, euro 15)
3 Dicembre 2014
martedì 2 dicembre 2014
Anna Édes, di Dezső Kosztolányi - recensione di Patrizia Rinaldi
Mentre l’Europa economica e politica offre incertezze, qualcuno prova a renderla unita con la letteratura. Così mentre l’Ungheria contemporanea sta attraversando un momento politico buio e poco detto, è evidente la necessità della pubblicazione del romanzo “Anna Édes” di Dezsö Kosztolányi, traduzione di Andrea Rényi e Mόnika Szilágyi, Edizioni Anfora.
Dezsö Kosztolányi è uno dei più grandi scrittori ungheresi del primo Novecento, amato da Sándor Márai, seguito con entusiasmo da Thomas Mann.
Kosztolányi dà inizio al romanzo con la fuga di Béla Kun che lascia Budapest e la caduta dei Rossi per passare poi a descrivere la vita e le abitudini sociali degli abitanti del quartiere borghese Krisztina a Buda dove padroni e serve conservano ruoli, cedimenti e cattivi presagi. Le vicende private dei personaggi principali accompagnano eventi storici determinanti: l’ultimo giorno della Comune, l’occupazione di Budapest da parte dell’esercito rumeno, l’entrata a Budapest di Miklós Horthy, la firma del Trattato del Trianon.
La signora Vizy, moglie di un consigliere ministeriale, cerca la cameriera sognata, che non rubi, soprattutto, che non sia individuo autonomo, che non abbia nessuna esigenza oltre quella di servirla al meglio. Il portiere del condominio, altra figura perfettamente narrata nella sua vocazione principale di seguire il vento più forte, le presenta sua nipote Anna Édes (édes in ungherese significa dolce).
La diciannovenne Anna diventa il sogno incarnato della incontentabile e avara signora Vizy. Sa produrre lavoro e pare le interessi solo questo. Sembra nata per accontentare le esigenze della signora, non ha grilli per la testa, non ruba. Non chiede.
La macchina familiare può procedere con il lavoro altrui che la alimenta, non ci sono distrazioni. Vizy può essere invidiata mentre conduce una vita immersa nell’assenza dell’attenzione dell’altro. Anna rinuncia addirittura a sposarsi e conferma il sogno di Vizy. La richiesta erotica di Jancsi, il nipote della padrona, ospite temporaneo degli zii, in fondo partecipa ai suoi compiti. La descrizione attenta degli incontri sessuali tra serva e padrone sono l’ennesimo monito del romanzo alla nostra contemporaneità. Eppure di Anna il lettore non sa: non coglie cosa la anima, i misteri dei suoi meccanismi in apparenza semplici. Forse l’unico dato è la lontananza dalla passione che poi la raggiungerà violenta, in un crescendo di gesti, di vortice inatteso.
Questo romanzo di grande valore, che preferisce in ogni pagina l’impressionismo alla retorica, ci annuncia e non svela il mistero dell’esplosione sottesa dei fatti privati e storici. La tensione, in apparenza distante, ci avverte che in ogni possibile apparenza antalgica si cela l’esplosione minuziosa del presente come nella disgregazione notissima della sequenza di Zabriskie Point.
martedì 18 novembre 2014
Daniele Petruccioli, Falsi d'autore
"E qui arriviamo a un'altra delle nostre scomode verità. Così come non possono esistere due musicisti che interpretino lo stesso brano nello stesso identico modo, così come mai ci saranno due messe in scena uguali dello stesso testo, così come è impossibile ascoltare due attori recitare uno stesso monologo alla stessa maniera, alla stessa stregua non possono esistere due traduzioni identiche.
…
E invece di godere di questa ricchezza, invece di bearci della creatività insita in questo mestiere, noi cosa facciamo? Andiamo in cerca della Traduzione Definitiva, della Traduzione Esemplare. Ci inventiamo cinquecento criteri di un'arbitrarietà allucinante pur di illuderci di poter arrivare a un unicum, allo specchio dell'Originale. Una volta è lo Stimatissimo Studioso, un'altra il Grande Letterato, un'altra ancora lo Scrittore che Traduce lo Scrittore."
"Bisogna uscire dalla menzogna che esista una traduzione neutra, più vicina all'originale, e una libera, per così dire autoriale. Non è così. Ogni traduzione è autoriale anche quando fa finta di no, a prescindere dai principi su cui si basa e dalle intenzioni che dichiara. Ogni traduttore produce una sua espressività diversa e specifica (nel senso di specificamente sua), legata al romanzo che traduce ma anche a se stesso, alla sua personalità e al suo talento. Inseguire la traduzione corretta, la traduzione neutrale, è una chimera."
mercoledì 12 novembre 2014
Miklós Radnóti, Non posso sapere...
Una delle più belle poesie ungheresi, qui interpretata da uno dei più bravi attori ungheresi, Áron Őze:
Nem tudhatom… (Non posso sapere…), con i sottotitoli in italiano. Per comodità, ne riporto qui la traduzione italiana di Gianni Toti e Marinka Dallos:
Io non posso sapere che
cosa significhi per un altro, questo paesaggio
per me è la patria, è
dove sono nato, questo piccolo Paese
abbracciato dalle fiamme,
il mondo della mia infanzia lontana.
Da lui sono cresciuto,
come un tenero ramo dal fusto dell'albero,
e spero che anche il mio
corpo affonderà dentro questa terra.
Sono a casa. E se qualche
volta si inginocchia ai miei piedi
un cespuglio, io ne
conosco anche il nome, e il fiore,
io so dove va e chi va
per la strada
e so che cosa può
significare in un tramonto d'estate
il rosseggiante dolore
che cola dai muri delle case.
Per chi vola qui sopra,
questo paesaggio è una carta geografica,
e non sa dove abitava,
qui, Mihály Vörösmarty1,
che cosa nasconde per lui
questa carta geografica? Una fabbrica, una caserma,
ma per me nascondo la
cavalletta, il bue, la torre, la mite fattoria;
lui vede la fabbrica
attraverso il binocolo, le terre coltivate,
e io vedo anche il
lavoratore, che trema per il suo lavoro,
il bosco e il
fischiettante frutteto, la vigna e le tombe,
e tra le tombe una nonna
che piange silenziosa,
e ciò che dall'alto è
solo una ferrovia da annientare o un'officina,
è la casa cantoniera, e
la guardia ferroviaria le sta davanti e manda messaggi,
bandiera rossa nella
mano, e intorno ci sono molti bambini,
e nel cortile delle
fabbriche un mastino si rotola per terra:
e là il parco, le tracce
dei vecchi amori,
il sapore dei baci d'una
volta sa di miele, una volta era d'uva orsina nella mia bocca
e andando a scuola,
sull'orlo dei marciapiedi
per non essere
interrogato quel giorno, feci un esorcismo saltando una pietra,
ecco qui la pietra, ma
dall'alto non è neppure visibile,
non esiste uno strumento
che veda tutto questo.
Ma anche noi siamo
colpevoli, come gli altri popoli,
e sappiamo in che cosa
abbiamo peccato, quando, dove e come,
ma anche qui vivono
lavoratori, e anche poeti, senza colpa,
e poppanti in cui cresce
l'intelletto,
e fa luce in loro e,
nascosti nelle cantine buie, lo conservano,
finché non scriverà un
segno sulla nostra patria il dito della pace
e sulle nostre parole
soffocate, un giorno con fresche parole essi risponderanno.
Vigilante nuvola
notturna, distendi su di noi le tue grandi ali.
17 gennaio 1944
domenica 2 novembre 2014
Tradurre la poesia
"Tradurre
è sempre difficile. Anche il poeta traduce qualcosa: dal mondo
apparentemente razionale trae folgorazioni liriche che apparentemente
sembrano allontanarsi da una razionale corrispondenza tra realtà e
parola, ma che in realtà scoprono rapporti prima segreti e in
effetti più veri, anche se la novità della loro rivelazione turba
la visione consueta delle cose. I traduttori che non comprendono ciò,
che si rifugiano in “operazioni lessicalizzanti”, e che
“trasferiscono” semplicemente, sciogliendo i nodi che il poeta ha
stretti, riconducono la folgore nella nuvola, aboliscono il gesto
creativo e liberatore."
Gianni Toti
lunedì 27 ottobre 2014
Miklós Radnóti, Scritto verso la morte
Cinquant’anni fa, nel novembre del 1964, correva il ventesimo anniversario della morte di una delle più belle voci poetiche ungheresi, Miklós Radnóti, e per la ricorrenza in Italia furono pubblicati ben due volumi di sue poesie, selezionate e tradotte da due coppie di poeti e traduttori italo-ungheresi: Edith Bruck con Nelo Risi, e Marinka Dallos con Gianni Toti.
Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944) fu uno dei massimi poeti ungheresi, a lui i lettori ungheresi sono grati anche per le ottime traduzioni di poesie francesi. In seguito alle leggi razziali dovette abbandonare la cattedra di insegnante, fu perseguitato, rinchiuso in campi di concentramento e infine ucciso. Rintracciato in una fossa comune, nella tasca del suo cappotto fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
Scritto verso la morte, la raccolta di Marinka Dallos e Gianni Toti, ebbe numerose recensioni, fra le quali quella molto favorevole del Premio Nobel Salvatore Quasimodo. Negli anni ’60 era opinione diffusa che la letteratura dell’antifascismo avesse prodotto solo testimonianze documentarie, ma non opere letterarie vere e proprie. Ne era convinta anche Ingeborg Bachmann, prima di ricevere una copia di Scritto verso la morte; Bachmann la apprezzò al punto di farne avere una copia anche a Hans Magnus Enzensberger, il quale rimase profondamente colpito e decise di promuovere la traduzione tedesca dei versi del grande poeta ungherese. Le poesie di Miklós Radnóti suscitarono l’entusiasmo anche del più importante poeta e romanziere islandese dei nostri tempi, Thor Vilhjálmsson, e il poeta irlandese Desmond O’Grady, che all’epoca viveva a Roma, usò termini superlativi per descrivere il genio di Radnóti.
I Dragomanni ripubblicano oggi questo volume sotto forma di ebook, per il 70° anniversario della morte del poeta e per il 50° anniversario della prima edizione, con l’aggiunta di una nuova prefazione di Andrea Rényi, che ricostruisce la storia della prima edizione e anche quella umana e professionale dei due traduttori, la cui memoria oggi è conservata nella casa-museo romana La Casa Totiana.
Il volume è scaricabile gratuitamente seguendo questo link: http://www.dragomanni.it/2014/10/27/scritto-verso-la-morte-di-miklos-radnoti/
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