sabato 8 settembre 2012

Péter Nádas, Katlan

Pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera il 2 settembre  2012
Péter Nádas

Katlan



La parola che ho scelto, katlan, in ungherese ha più significati. É il focolare scavato nella terra o costruito con le pietre, sul quale poggiare un paiolo. Significa il cratere del vulcano e anche un'altra formazione geologica, lo spazio ristretto delimitato da colline, monti e pareti rocciose, la conca, dove inesorabilmente ristagna la calura estiva. Dove vengono sospinte le truppe dell'esercito nemico per annientarle fino all'ultimo uomo. Katlan è senza pietà. Scocca la scintilla, non può essere spenta, arde il lavoro, bolle il paiolo. Manda a fuoco qualsiasi cosa. Può essere alimentato a legna, con la ramaglia, lo sterco seccato, la paglia, la pannocchia, il gambo di mais. Produce calore forte con rapidità e veemenza. D'autunno, fuori all'aperto, la marmellata di prugne viene cotta nel paiolo. La cottura impiega giorni, la sera la tolgono dal fuoco e ve la rimettono la mattina dopo, finché la frutta non perde completamente il liquido e la sua polpa viola si trasforma in una massa zuccherosa, compatta, quasi nera.
Vecchie popolane sorvegliano i paioli bollenti, ogni tanto mescolano la marmellata con lunghi cucchiai di legno, vigilano affinché la massa non si attacchi al fondo. Per cuocere la marmellata, il corpo del paiolo è lambito dal fuoco basso. Non è così nelle albe fredde e buie dell'inverno, prima dell'uccisione del maiale, quando il fuoco sotto il paiolo viene mantenuto vivo, perché l'acqua deve bollire quando il maiale stride sotto l'accoratoio. Oppure in occasione di nozze di cui si sente parlare in lungo e largo, con cento ospiti, quando per cuocere il brodo nel paiolo vengono messe venti galline intere.
All'epoca della mia nascita, ben settant'anni fa, nel paiolo si faceva bollire l'acqua per il bucato, e i vestiti bianchi venivano messi a bollire nella liscivia. Nella puszta i pastori cuocevano il gulyás in piccoli paioli d'argilla. Non esistono neppure loro, ormai.
In realtà, l'Ungheria intera era ed è rimasta katlan, una conca nel significato geografico e climatico del termine. É circondata da montagne alte, le Alpi all'occidente, i monti Tatra al nord, i Carpazi all'est, e i monti innevati della Transilvania fin giù al sud. D'estate nel bacino dei Carpazi il calore del sole avvolge tutto, il corpo e l'anima si riscaldano velocemente e le città diventano focolari ardenti. Ne risente anche la struttura mentale. Vigile, focosa, distruttiva, si scalda oltre al punto d'ebollizione, ma diventa cenere altrettanto rapidamente. Come se nulla fosse successo. Arrivano i venti freddi dell'inverno, impregnano il paiolo e il midollo. In un simile paesaggio le cose stesse sono smemorate.

(Il Vocabolo Europeo ungherese, nell'ambito della serie "Vocabolario Europeo" di Festivaletteratura, programma a cura di Giuseppe Antonelli. Trad. di Andrea Rényi)


domenica 26 agosto 2012

Edit Domján, Grazie di tutto

Edit Domján (1932-1972) era un'attrice teatrale ungherese che fece anche qualche comparsa in televisione. Devo a lei la scoperta del teatro: da ragazzina e poi da ragazza, andavo a vederla in ogni sua interpretazione. Ammiravo il suo talento, la sua calda voce, la sua dolcezza. Questo video ripercorre alcuni dei suoi spettacoli e rende omaggio alle sue buone doti di cantante.
http://www.youtube.com/watch?v=bc2Voj15ce8

martedì 21 agosto 2012

Béla Hamvas, DICKENS

Charles Dickens

Una volta qualcuno paragonò Sofocle a Dickens senza indicarne il motivo. Forse perché Sofocle non aveva mai perdonato nulla alla vita, mentre Dickens le aveva perdonato tutto. Ne aveva, da perdonarle. Non aveva avuto una vita diversa dalle nostre, aveva sofferto al buio e era stato più volte travolto dalle onde. L'atmosfera dickensiana è pacificazione con il più difficile. China la testa davanti all'insopportabile e sorride. Il sorriso significa: non mi arrendo.

(Da "I cento libri" di Béla Hamvas; trad. A. Rényi)

lunedì 20 agosto 2012

Béla Hamvas, Rolland

Romain Rolland

Fra i grandi angeli del ventesimo secolo: Tolstoj, Merezkovskij, Rilke, lui è l'arcangelo di giustizia, d'umanità, di cuore puro, d'onestà e di pietà. Ha trascorso la vita servendo, non ha mai scritto di se stesso ma solo del Maestro, di Beethoven, di Tolstoj, di Ramakrishna.
Jean Christophe, L'ame enchantée, Clérambault e Colas Breugnon sono omaggi a un grande spirito immaginario (più vero del reale). Gli uomini senza coscienza lo chiamavano la coscienza d'Europa, un'epoca che non sapeva fare altro che armarsi lo chiamava l'angelo della pace. Avrebbero dovuto dargli ascolto e seguire la sua guida. Non avrebbero fatto questa fine.

(R. Rolland, fu insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1915)

(Da "I cento libri" di Bèla Hamvas, trad. A. Rényi)

giovedì 26 luglio 2012


La Repubblica 25 luglio 2012-07-25
 Lo scrittore dei “Demoni” rifiutò con orrore la concezione della Storia formulata dal padre dell’idealismo: l’idea che passi inosservata l’esistenza
 La rivolta di Dostoevskij
Quel gesto disperato contro la filosofia di Hegel
 Il principio perseguito dall’autore russo, secondo l’ungherese Laszló Foldényi, è che nessuno può essere estromesso dal corso delle vicende umane
 di Alberto Manguel

Devo la scoperta di Làszló Földényi a Cees Nooteboom, che in uno dei suoi assalti epistolari insistette perché lo leggessi e mi in­viò uno dei suoi saggi, Dostoevskij leg­ge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, pubblicato in italiano dal Melangolo qualche anno fa. Tra le tante vie che ci portano a leggere un libro (che hanno tutte qualcosa di misterioso) c’è quella del titolo. Magari non ci sentiamo im­mediatamente attratti verso un testo intitolato la Divina Commedia o Le contemplazioni, ma solo un cuore di pietra può resistere a Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere.
Io lo lessi immediatamente, tutto di un fiato, e poi lo lessi una seconda vol­ta, e poi una terza: il contenuto non fa­ceva assolutamente torto allo splendi­do titolo. La mia ignoranza dell’unghe­rese è assoluta e mi dovetti limitare perciò a leggere qualcuna delle opere di Foldényi tradotte in spagnolo e in te­desco: sufficienti per giudicarlo un pensatore brillante, originale, lucido; ho seguito con piacere le sue illumi­nanti considerazioni filosofiche, stori­che ed estetiche. I suoi libri sulla ma­linconia, l’arte e la critica sono dei ca­polavori.
Molto tempo fa, le scoperte di Co­pernico spostarono la visione auto­centrata del nostro mondo su un’an­golazione che da allora si è spostata sempre più in là, verso i margini dell’u­niverso. La presa di coscienza che noi esseri umani siamo aleatori, minimali, un’apparecchiatura casuale per mole­cole autoreplicanti, non induce ad alte speranze o grandi ambizioni. Eppure, quello che Nicola Chiaromonte ha chiamato «il tarlo della coscienza» fa anch’esso parte del nostro essere, e pertanto, noi, queste particelle di pul­viscolo cosmico, per quanto effimere e distanti siamo anche uno specchio in cui tutte le cose, noi stessi inclusi, ci ri­flettiamo. Questa modesta gloria do­vrebbe bastarci. Il nostro passaggio (e, su una scala minuscola, il passaggio dell’universo insieme a noi) sta a noi registrarlo: un paziente e vano sforzo cominciato quando per la prima volta abbiamo iniziato a leggere il mondo. Chiamiamo Storia quella storia in svol­gimento che pretendiamo di decifrare mentre la fabbrichiamo. Dostoevskij aveva capito tutto quando diceva che se la nostra fede nell’immortalità ve­nisse distrutta, «tutto sarebbe permes­so». Così come la Storia, non abbiamo bisogno che l’immortalità sia vera per credere in essa.
Fin dall’inizio, la Storia è la storia rac­contata dai suoi testimoni, vera o falsa che sia. Nell’VIII libro dell’Odissea, Ulisse elogia l’aedo che canta le sven­ture dei greci: «Tu narri quello che i Da­nai patirono e quanto patirono; uno tu sembri che era presente o che abbia udito da loro». Quel «sembri» è essen­ziale. La Storia quindi è la storia di quel­lo che noi diciamo che è successo, an­che se le giustificazioni che diamo per la nostra testimonianza non possono, per quanto ci sforziamo, essere giusti­ficate. Secoli dopo, in una polverosa aula di università in Germania, Hegel avrebbe diviso questa «invenzione di ciò che è avvenuto» in tre categorie: la prima è la Storia scritta dai presunti te­stimoni diretti (ursprünglische Ge­schichte); la seconda è la Storia come meditazione su se stessa (reflektieren­de Geschichte); la terza è la Storia come filosofia (philosophische Geschichte), che alla fine si trasforma in quella che tutti chiamiamo Storia mondiale (Welt-Geschichte), la storia infinita che include se stessa nel racconto.
Immanuel Kant, in precedenza, ave­va immaginato due diverse concezioni della nostra evoluzione collettiva: la Historie, che indicava il mero resocon­to dei fatti, e la Geschichte, un’elabora­zione ragionata di quei fatti, perfino un’a-priori Geschichte, la cronaca di un corso annunciato di eventi a venire. Per Hegel, quello che importava era la comprensione (o l’illusione della com­prensione) dell’intero flusso degli eventi, compreso il letto del fiume e gli osservatori sulla riva, e per potersi me­glio concentrare sul corso principale escludeva i margini, le pozze laterali e gli estuari.
Foldény immagina che questo sia l’orrore scoperto da Dostoevskij: che la Storia, di cui sa di essere la vittima, ignora la sua esistenza, che la sua soffe­renza passa inosservata o, ancora peg­gio, non assolve a nessuno scopo nel flusso generale della specie umana. Quello che Hegel propone, agli occhi di Dostoevskij (e di Foldényi) è quello che Kafka dirà poi a Max Brod: «C’è speran­za, ma non per noi». Il caveat di Hegel è ancora più terribile dell’esistenza illu­soria proposta dagli idealisti: veniamo percepiti, ma non veniamo visti.
Un presupposto del genere, per Földényi, (e altrettanto dovette sem­brare a Dostoevskij) è inammissibile. Non solo la Storia non può estromette­re nessuno dal suo corso, ma è vero an­che l’inverso: è necessario il riconosci­mento di tutti perché la Storia possa es­sere. La mia esistenza, l’esistenza di qualsiasi uomo, è condizionata al vo­stro essere, all’essere di qualsiasi altro uomo, ed entrambi dobbiamo esistere perché Hegel, Dostoevskij e Földényi esistano, dato che noi (gli anonimi al­tri) siamo la loro convalida e la loro za­vorra, noi li portiamo in vita leggendo­li. È questo il significato di quell’antica intuizione che siamo tutti parte di un insieme ineffabile in cui ogni singola morte e ogni sofferenza specifica in­fluenza l’intera collettività umana, un insieme che non è limitato da ciascun io materiale. Il tarlo della coscienza mi­na la nostra esistenza, ma allo stesso tempo la convalida; non serve a nulla negarla, nemmeno come atto di fede. «Il mito che nega se stesso», dice Földényi saggiamente, «la fede che pretende di sapere: questo è l’inferno grigio, questa è la schizofrenia univer­sale su cui è inciampato Dostoevskij».
La nostra immaginazione ci consen­te sempre una speranza in più, al di là della speranza spezzata o realizzata, una frontiera finora apparentemente irraggiungibile, che alla fine raggiun­geremo solo per proporne un’altra an­cora più in là. Dimenticare questa illi­mitatezza (come cercava di fare Hegel «potando» la sua concezione di quello che conta in quanto Storia) può riusci­re a garantirci la piacevole illusione che ciò che avviene nel mondo e nella no­stra vita sia pienamente comprensibi­le, ma riduce la contestazione dell’uni­verso al catechismo e quella della no­stra esistenza al dogma. Come sostiene Földényi, quello che vogliamo non è la consolazione di ciò che appare ragio­nevole e probabile, ma le inesplorate terre siberiane dell’impossibile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Il libro
Si intitola
“Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere” il libro di Làszló F. Földényi uscito nel 2009 (Il Nuovo Melangolo pagg. 59, euro 8), trad. Andrea Rényi

martedì 17 luglio 2012

Endre Ady, LA VILLEGGIATURA DEI SIGNORI



Il famoso professore di medicina uscì con espressione mefistofelica da palazzo Dobróy. Moglie e marito rimasero seduti a lungo muti e spaventati. Erano terribilmente, mortalmente scossi. La donna, la signora Dobróy si fece coraggio. Balzò in piedi dal sofà e afferrò il marito per le spalle. Batté i piedi, pianse, diede in escandescenze, strillò.
Sei stato tu, tu, l'hai presa da qualcuna delle tue puttane!”
Dobróy, un ometto nero e rachitico, stava per arrabbiarsi. Il coraggio della donna gli fece tornare il sangue freddo. Si divincolò con espressione ironica e fece alcuni giri del salone con risata sardonica. Nel frattempo, fra uno svenimento e l'altro, la donna si accasciò sul sofà. Dobróy non era in pena, si fermò davanti alla donna colta dal malore e domandò scandendo le parole con voce rauca, offensiva, della persona abituata al comando.
E se dovesse sbagliarsi, cara baronessa? Dovrebbe frugare fra i suoi ricordi. Tutti quei bellimbusti, tenori e pittori, tutti quei giovani sventati?”
La signora Dobróy sprofondò la testa fra i cuscinetti del sofà. Gemeva e in risposta calciava l'aria con i suoi piedini formosi. Sapeva che se suo marito le dava della baronessa la situazione era seria. Preferì rifugiarsi nel porto degli attacchi di nervi. Fra i cuscinetti mormorò, ormai piuttosto remissiva:
Maledetto, maledetto, maledetto.”
Dobróy sorrise, cercò un sigaro, si sedette e lo accese. I due rifletterono una buona mezz'ora. La donna riparata sul sofà, l'uomo seduto, piegato, fumando il sigaro. All'improvviso videro la storia della loro vita in comune tutti e due nello stesso modo. La donna era una baronessa nata, vera. I Dobróy sposavano sempre solo discendenti di famiglie di magnati. Per il resto Ákos Dobróy era un uomo ricco, un ciambellano. Anche sua moglie era ricca, ma Dobróy sapeva della sua fuga all'età di quindici anni con un attore di Miskolc. In ogni caso si erano amati appassionatamente per un anno intero. In seguito scelsero strade separate. Il mingherlino Dobróy fece ritorno alle sue attricette di un tempo e la signora Dobróy inaugurò un salone per accogliere giovani attori, pittori e altri artisti. Erano sposati più o meno da quattro anni. Da due mesi erano spaventati, ognuno per conto suo. Alla fine convocarono il famoso professore che confermò il sospetto di entrambi. Era vero quello a cui non avrebbero voluto credere. Il diavolo pestilenziale dell'amore si era insinuato nei loro corpi. Erano malati, terribilmente malati entrambi. Mi chi era il colpevole, il contaminatore? Ognuno sapeva come viveva l'altro. Era un tacito accordo fra loro da tre anni. Avevano la stessa possibilità di prendersi la malattia. Infine la signora Dobróy si mise seduta e guardò suo marito. Dobróy avvicinò la sedia al sofà. Espose il suo progetto con tono amichevole, quasi affettuoso, ma con una certa retorica:
Senta, Bella, non facciamoci del male. La malattia è abbastanza seria e acuta. Non ho voglia di ritirarmi in sanatorio in queste condizioni. Non lo consiglio neppure a lei, Bella. Abbiamo un villaggio che non abbiamo mai visto: Kövérháza. Un bel possedimento con bosco, casa e parco. Oggi stesso scrivo al fattore affinché sistemi tutto il prima possibile. Portiamo con noi un giovane medico, uno raccomandato dal professore. L'estate si sta avvicinando e approfitteremo per farvi anche le vacanze. Una bella zona, un bel villaggio ungherese. Vi restiamo per qualche mese e torneremo a casa completamente guariti. Potremmo anche prenderci qualche soddisfazione, viaggiare, star bene.”

Era la prima metà della storia, ora sarebbe venuta la seconda. Kövérháza accolse la notizia dell'arrivo dei signori con entusiasmo. Finalmente, dopo tanto tempo il castello Dobróy non sarebbe stato disabitato. Tutti si prepararono al grande evento. Persino il prete chiese al vescovo di Kassa un nuovo cappellano. Uno giovane, di modi signorili e di bell'aspetto. Il fattore assunse le più belle ragazze del villaggio per i lavori al castello. E i signori arrivarono davvero.
Naturalmente nelle prime settimane si annoiarono infinitamente. La signora Dobróy era tentata di ripartire. Sarebbe andata piuttosto in sanatorio, o si sarebbe chiusa nel palazzo di Budapest per tutta l'estate. Ma un giorno si accorse delle belle mani del cappellano. Del suo viso rosa e degli occhi di fuoco. Prima di lei Dobróy aveva già scoperto cose liete. Come le belle ragazze fresche che abitavano al villaggio. Ne sapeva già qualcosa il cappellano. Perché non si lasciava monopolizzare dall'attenzione di sua eccellenza, la signor Dobróy. Ma neppure i giovani campagnoli rinunciavano alle ragazze soltanto perché i signori vi villeggiavano e c'era anche un nuovo cappellano. La decadenza si diffuse nel villaggio vergine, sano, bello, come fosse la Sodoma dell'Antico Testamento. Finché era possibile, la gente spaventata tentava di nascondere anche a se stessa l'orrore con la pudicizia delle persone primitive, semplici. Nessuno pensava ai signori che erano ripartiti d'autunno. Gli abitanti di Kövérháza sono dispiaciuti ancora oggi di non averli più rivisti. Questa è una storia di quasi vent'anni fa. Il bel villaggio di un tempo ora è solo decadenza e miseria nera. Al forestiero all'arrivo viene consigliato di astenersi dai baci a Kövérháza.

1907

(Trad. di Andrea Rényi)

venerdì 25 maggio 2012

Péter Popper, Sette riflessioni sgradevoli sulle pene d'amore


Péter Popper, psicologo e psichiatra ungherese
(1933-2010)


  1. La storia dell'umanità inizia con un fratricidio: Caino uccide Abele perché Dio gradisce solo il sacrificio di suo fratello. La Bibbia sembra voler dire che il dolore più grande nella vita di un essere umano è il rifiuto. Perché i rifiuti comprendono anche giudizi: non sei alla mia altezza, non sei degno di me o degno di qualcosa, non ti voglio, c'è di meglio ecc. Se questo rifiuto riguarda una passione, un'ammirazione o anche solo un desiderio fisico dettato dagli istinti, il dolore si moltiplica e diventa una furia incommensurabile. Di conseguenza chi rifiuta un amore sottopone l'altro a grande sofferenza e gioca con un fuoco pericoloso.
  2. La saggezza millenaria dice che anche il viaggio di mille miglia inizia con un passo. Allo stesso modo la costruzione degli edifici di dieci piani comincia con la posa di una prima fila di mattoni. Non si deve mai giocare con la passione di un altro essere umano. Non va fatto il primo passo. Non va posta la prima fila di mattoni. In quel momento tutto può ancora essere risolto al costo di una piccola ferita, di un dolore lieve. Ma se non sistemiamo la faccenda perché siamo poco coraggiosi, perché pensiamo di risparmiare all'altro il dolore o perché siamo pigri e vogliamo affidare al tempo la soluzione delle situazioni fastidiose, insomma se ci lasciamo trascinare dalla corrente, il tempo non solo non sistemerà la questione ma ci farà precipitare in grandi tragedie.
  3. Credo nell'autosuggestione dell'essere umano. Capita molto raramente – di solito nei libri – di vedere qualcuno e innamorarsene di colpo. Gli autori mediocri ne parlano come di un fulmine che attraversa entrambi. Sarebbe bello se fosse vero, ma succede molto di rado. Accade invece che si ha voglia di amore e ci si apre davanti alla passione. Non per caso il famoso scrittore ungherese Milán Füst avrebbe voluto pubblicare quest'annuncio: “Si cerca oggetto per passione già esistente”.
  4. Un anziano psicologo – interpellato per lo più per delusioni amorose e per relazioni in crisi – tenderebbe a pensare che più delle volte gli innamorati non abbiano la più pallida idea dell'oggetto del loro amore. Perché prima di tutto vogliono amare e se finalmente compare un marcantonio o una sirenetta, vi proiettano tutte le loro fantasie erotiche, tutti i loro desideri immaginari e sogni relativi alla Persona cercata e si innamorano di un essere immaginario. Sapendo ben poco della persona reale dietro l'immagine della loro fantasia. Arrivano però i momenti drammatici della delusione e non se la prendono con se stessi ma con il partner: perché non sei quello o quella che immaginavo? Senza parlare del grandioso spettacolo teatrale dell'amore al culmine della passione, quando tutti danno il meglio di sé. Rimangono celati però i veri volti, i veri caratteri, le deviazioni presenti in tutti noi, le fissazioni, le abitudini a volte difficilmente sopportabili.
    Mi vergogno ma voglio ugualmente ammettere di non fare il tifo per le unioni d'amore. La simpatia reciproca, l'amicizia o la comunanza di interessi permettono una migliore conoscenza del partner. 
  5. Il regno dell'amore è pieno di inganni. Cinquecento anni fa un drammaturgo inglese raccontò la storia di un amore vero. Ancora oggi la gente va al teatro per assistere al destino di Romeo e Giulietta. L'amore esiste ma è un fenomeno raro. Oggigiorno qualcuno ha inventato però che un uomo retto, una donna decente vanno a letto solo per amore. E allora bisogna chiamare amore tutto, il piacere del momento, il desiderio, l'attrazione, il flirt, l'eccitazione. Che senso ha?
  6. Sotto sotto la pigrizia uccide l'amore. La sicurezza della felicità acquisita distrugge la vita quotidiana. Quando siamo pigri per fare la corte, per conquistare, per renderci desiderabili, compresa la pulizia della persona, l'uso del profumo, dell'abbigliamento e della biancheria attraenti. Perché? Tanto è ormai è nostro/nostra. Suona allora la campana a morto della relazione fra uomo e donna. Perché nel nostro cuore dovrebbe essere scritto a lettere cubitali che L'ESSERE UMANO NON E' PROPRIETA' DI NESSUNO.
  7. Il vero amore è passione, estasi, felicità. Tutto questo però non è mai permanente, sono solo momenti. E quando sono passati? Dobbiamo far finta del contrario? O cercare nuove eccitazioni? Eravamo abituati ad averle, ne “abbiamo diritto”. Dicono che l'amore si trasforma in affetto. A volte. Ma per lo più diventa indifferenza, alienazione, odio come dimostrano i divorzi e le lotte spregevoli per i figli, per la divisione dei beni.
    Cosa possiamo fare? L'importante è non ascoltare nessuno, neppure l'anziano “specialista”, lo psicologo. Nessuno deve dare retta a nessuno, né ai genitori né agli amici, che vorrebbero tarpargli le ali quando vuole volare verso il cielo e il sole per raggiungere l'uccello azzurro della felicità. Innanzitutto perché la passione è più forte delle parole sagge. Poi perché l'uccello azzurro è imprevedibile. Qualche volta si lascia catturare, qualche altra si posa lui stesso sulla spalla dell'eletto, e comunque non esiste.
    Devo darvi una notizia triste. Non esiste La Persona. Non c'è. Non esiste una donna o un uomo che ci appartenga, che potremmo incontrare. Una persona fortunata incontra due o tre persone nel corso della propria esistenza che potrebbero fare per il suo caso. Ci vuole però molta pazienza, rinuncia, comprensione, abnegazione, perché alla fine possa nascere un rapporto in cui l'altro o l'altra diventi indispensabile, ovvero La Persona.

    (Trad. Andrea Rényi)




martedì 15 maggio 2012

Attila Jòzsef, Saluto a Thomas Mann



Come un bambino bisognoso di riposo
che già ha raggiunto il quieto letto
ancora chiede: "Non andar via, racconta" -
(perché la notte non gli piombi subito addosso)
e fin che il cuoricino batte ansioso
e non sa cosa desideri di più:
se il racconto o che tu sia qui,
parimenti ti chiediamo: Siedi tra noi, e narra.
Di' ciò che dici sempre (e noi l'abbiam scordato)
parlaci del fatto di essere con noi
e noi tutti quanti insieme a te,
tutti coloro che hanno pensieri degli dell'uomo.
Tu lo sai bene, il poeta mai mente,
dice il vero, non solo il genuino,
la luce che ci illumina la mente
ché, senza l'uno dell'altro siamo al buio.
Come Hans Castorp sul corpo di madame Chauchat
stasera possiamo vederci in trasparenza.
Nella felpa della tua parola non passa il rumore -
Raccontaci del bello e di ciò che è problematico
alzando il nostro cuore dal lutto al desiderio.
Abbiamo appena seppellito il povero Kosztolànyi
e sull'umanità come su lui il cancro
non rode lo stato-orrore,
rabbrividendo ci chiediamo cos'altro può accadere
quali nuove idee annientatrici si scateneranno
che nuovo veleno bolle che penetri tra noi -
fin quando avremo un posto dove tu puoi leggere?...
Se tu parli, non ci scoraggiamo,
noi maschi restiamo maschi
e le donne libere, gentili
e tutti gli esseri umani, di cui c'è sempre penuria...
Accomodati. Inizia ben bene il racconto.
Siamo in ascolto, e ci sarà chi semplicemente
ti guarda, perché felice di vedere
oggi qui tra i bianchi un europeo.

(Trad. di Edith Bruck)

lunedì 7 maggio 2012

István Örkény, Un lettore scrupoloso



  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Non posso passarglielo ora ma le dico subito che se si tratta di un incidente, la macchina la possiamo prendere in consegna solo nel mese prossimo.
  • Mi ha cercato lui.
  • Perché non ha detto subito che vi conoscete? Che cosa ha la macchina che non va?
  • Non si tratta di un incidente. Sono appena tornato a casa e ho trovato un biglietto con il nome di Mihály Szlávik e un numero di telefono.
  • La prego di richiamare fra venti minuti, adesso tutta l'officina è in intervallo per il pranzo.
    *
  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Glielo passo subito.
  • Pronto, sono Mihály Szlávik.
  • Mi ha lasciato lei il suo numero?
  • Sì, mi sono permesso di farlo per domandarle una cosa.
  • Prego.
  • Ha tradotto lei il romanzo di Truman Capote, vero?
  • Sì, sono io il traduttore di Altre voci, altre stanze. L'ha letto?
  • L'ho letto e mi è piaciuto molto, ma ho notato qualcosa. Vorrei sapere perché i neri nel libro parlano diversamente rispetto agli altri?
  • Parlano diversamente?
  • Parlano come se fossero stranieri. Vorrei solo capire meglio, per questo glielo sto chiedendo.
  • Mi sembra di ricordare qualcosa. Vede, la traduzione risale a tre anni fa, l'ho dimenticata un po' ma mi ricordo di una cameriera con una cicatrice sul collo. Si sta riferendo a lei?
  • Anche a lei.
  • Allora si tranquillizzi pure. Mi ricordo molto bene che questa ragazza anche nel testo originale parla in un inglese stentato.
  • Cosa significa stentato?
  • Stentato è stentato. O no?
  • Non del tutto. Parliamo in modo stentato una lingua che non conosciamo bene. Può parlare male anche la propria lingua madre chi non ha studiato, chi è ignorante o è limitato. Ma sono due cose ben distinte.
  • Come parla allora quella nera?
  • Parla come una straniera che non conosce bene l'inglese. Questo mi ha colpito e mi sono permesso di chiamarla. I neri vivono negli Stati Uniti, in un ambiente anglofono, sono dunque di lingua madre inglese.
  • Ho incontrato degli zingari che vivono qui, in Ungheria, eppure parlano un ungherese stentato come se fossero stranieri.
  • Questo ragionamento sembra corretto ma non dimostra nulla. Gli zingari hanno infatti una loro lingua, ma non i neri.
  • Capisco. Non so cosa dire. Vorrei che mi credesse che sono un traduttore molto preciso, persino maniacale. Può ben credermi che la ragazza anche nel testo originale parla male l'inglese. In più, i revisori controllano la traduzione parola per parola...
  • I revisori possono commettere errori. La prego di dare un'occhiata a Hook Finn. Se non erro, l'ha tradotto Karinthy. In ogni caso, in Hucklebbery Finn il nero parla come un analfabeta, un uomo primitivo e non come uno straniero. Oppure quest'aspetto è irrilevante per un traduttore?
  • No, ma non ho tradotto io Huckleberry Finn. Che tra l'altro un romanzo di cent'anni fa.
  • Mi deve perdonare, ma questo conferma solo che ho ragione io. A cent'anni di distanza i neri  hanno imparato a parlare l'inglese solo meglio, e non peggio.
  • Credo che lei abbia ragione anche su questo.
  • Spero di non averla offesa.
  • Affatto. Ha detto cose su cui riflettere.
  • Purtroppo non parlo l'inglese, non ho potuto controllare il testo originale ma quei dialoghi mi hanno colpito. Volevo parlare con lei perché per me la chiarezza viene prima di tutto.
  • Ha fatto bene a chiamarmi.
  • Devo lasciarla perché il capoofficina mi sta bussando sul vetro. Per il resto la traduzione è ottima.
  • Arrivederci.
  • Le faccio tanti auguri.

    (Da "Novelle da un minuto", trad. di Andrea Rényi)