I popoli hanno i governi che si meritano. Se, per un motivo qualsiasi, persone stolte o malvagie riuscissero a montare in groppa a un popolo onesto, esso manderebbe queste figure squallide presto all'inferno. Ma se un pessimo governo rimane a lungo in carica, la colpa sicuramente è della nazione.
(Conte István Széchenyi (Vienna, 21 settembre 1791 – Döbling, 8 aprile 1860) è stato un politico, scrittore, teorico e nobile ungherese, uno dei più grandi statisti d'Ungheria.)
giovedì 20 settembre 2012
mercoledì 19 settembre 2012
Péter Nàdas, LA BIBBIA
Riporto la lettera di un'amica veronese, Elvira Marinelli, su "La Bibbia" di Péter Nàdas, perché le sue parole compongono una recensione sensibile e molto interessante:
"ll primo racconto LA BIBBIA è uno straordinario universo sonoro. Sì, la cosa che mi ha subito stupito profondamente e coinvolto, inducendomi a immedesimarmi nel protagonista e a immergermi nei luoghi descritti, è stata la forte, costante presenza di suoni e rumori. Sono i suoni e i rumori a tratteggiare il profilo degli ambienti, a scandire la quotidianità nei suoi rituali e nelle sue sorprese, a segnare confini, a tracciare linee direttrici per il pensiero e per gli spostamenti/movimenti, a segnare il ritmo delle emozioni, a evocare ricordi, a permettere di orientarsi nella nebbia, nella confusione, nella paura. I suoni e i rumori costituiscono come una mappa entro cui il ragazzo si muove nella quotidianità che gli adulti che gli stanno intorno vorrebbero silenziosa. “I rumori componevano un insieme, si incolonnavano.” Rumori e suoni attesi, amati o temuti. Rumori e suoni che danno sicurezza ma talvolta spaventano. Che si impongono, che contrastano il grande silenzio che regna nella casa. Nel giardino. Il silenzio tra lui e suo padre, (“sempre fuori della sua portata”) tra lui e la madre (che capisce di non poter amare), che non hanno tempo e attenzione per lui, che non colgono le sue esigenze di piccolo adolescente curioso del mondo e bisognoso, com’è normale, di compagnia, di affetto, ascolto, fisicità nelle relazioni. Un silenzio “martellante nelle orecchie”, pregno di ipocrisia, formalità di rapporti, paure, sospetti, pregiudizi. Ma questo silenzio Andrea vuole forse rappresentare qualche cosa d’altro? È forse una metafora del silenzio a cui si è costretti sotto un regime? Non so se esagero e vedo anche quello che non c’è…
Davvero mirabile com’è tratteggiata la figura di questo ragazzino, come Nádas ce lo fa sentire da dentro, dall’interno profondo e misterioso delle sue emozioni, delle sensazioni, dei sentimenti. Ce li fa scoprire insieme a Gyuri, ne restiamo stupiti, angosciati o felici insieme a lui. Ne prendiamo atto e ci interroghiamo su di essi a mano a mano che lui stesso li prova e li scopre. Ma tutti i personaggi sono ben delineati. Contraddistinti da precisi gesti e parole. Sembrano pronti per un copione cinematografico. Pensavo mentre leggevo al “Barone rampante”, a Cosimo e al suo giardino, ma anche ad altri giardini luoghi di avventure e formazione e conquista delle proprie autonomie.
Insomma è un racconto intenso, profondo, coinvolgente scritto magistralmente con un grande senso di partecipazione da parte dello scrittore che sembra calarsi completamente nel personaggio e che lo descrive così bene da farcelo toccare, vedere e sentire. La scrittura è sapiente, talvolta così imprevedibile e perfino sconcertante, nelle dettagliate descrizioni che respingono una lettura superficiale e frettolosa . Un racconto silenzioso e assordante, forse in bianco e nero, o meglio con pochi colori, fatta forse eccezione per il giardino. Con quel color beige della valigetta del padre ch’è tutto un programma, con colori accesi solo nei sogni e nell’immaginazione del ragazzo (il velluto rosso, il tulle rosa), con quell’unica macchia di colore in casa, l’azzurro delle maioliche del bagno e della stufa. Unici punti caldi e accoglienti di quell’ambiente freddo, forse.
Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.
Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.
Il terzo racconto, scritto in un altro periodo, dopo anni, è difficile e misterioso. Filosofico. Un po’ onirico e surreale, a tratti assurdo. La stessa struttura sintattica delle frasi, l’alternanza dei tempi presente e passato, il passaggio continuo dalla prima alla terza persona… oltre al contenuto, contribuiscono a rendere complessa la lettura e la comprensione. Talvolta mi sembra di sentire un coro di voci, come in un dramma pirandelliano, in cui a stessa situazione viene vissuta e narrata da diversi, anche contrastanti punti di vista.. Turba e inquieta. Non so se è importante capire, o se lo scopo dello scrittore sia proprio quello di creare inquietudine, insicurezza, disagio. E ancora una volta ti chiedo se tutto questo sia funzionale ad un messaggio che lo scrittore vuole dare al di là della storia in sé. Quello stare alla finestra ad aspettare, o appartato, quasi nascosto nell’angolo, con gli occhi chiusi, alieno anche in mezzo alla gente, è forse una metafora del vivere sotto un regime, privati della libertà personale e della propria individualità? Penso che dovrò rileggerlo per orientarmi un po’ di più. Bello comunque vedere come lo scrittore scelga di usare una lingua diversa a seconda non solo della situazione e dei personaggi, ma anche delle reazioni ed emozioni che vuole suscitare nel lettore.
Per quanto riguarda invece la prefazione dell’auture posso dirti che sono bellissimi i dettagli del suo rapporto con le contadine e sul cibo. È un discorso importante sul valore delle cose semplici che sono così preziose nei momenti di difficoltà. ”Aspetto dignitoso” è l’espressione chiave. In una dimensione di vita “mordi e fuggi” come quella di oggi in cui non c’è tempo per gustare veramente le cose, di riflettere sul loro valore, di apprezzare le loro intrinseche caratteristiche, l’elenco dei frutti e delle verdure spicca, è una macchia di colore intenso nel grigio della vita senza libertà, che ridà dignità alla persona, in quanto permette di superare la semplice dimensione della sopravvivenza."
Péter Nàdas, La Bibbia, BUR, 2009, trad. A. Rényi
sabato 8 settembre 2012
Péter Nádas, Katlan
| Pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera il 2 settembre 2012 |
Péter Nádas
Katlan
La
parola che ho scelto, katlan,
in ungherese ha più
significati. É
il focolare scavato nella terra o costruito con le pietre, sul quale
poggiare un paiolo. Significa il cratere del vulcano e anche un'altra
formazione geologica, lo spazio ristretto delimitato da colline,
monti e pareti rocciose, la conca, dove inesorabilmente ristagna la
calura estiva. Dove vengono sospinte le truppe dell'esercito nemico
per annientarle fino all'ultimo uomo. Katlan
è senza pietà. Scocca la scintilla, non può essere spenta, arde il
lavoro, bolle il paiolo. Manda a fuoco qualsiasi cosa. Può essere
alimentato a legna, con la ramaglia, lo sterco seccato, la paglia, la
pannocchia, il gambo di mais. Produce calore forte con rapidità e
veemenza. D'autunno, fuori all'aperto, la marmellata di prugne viene
cotta nel paiolo. La cottura impiega giorni, la sera la tolgono dal
fuoco e ve la rimettono la mattina dopo, finché la frutta non perde
completamente il liquido e la sua polpa viola si trasforma in una
massa zuccherosa, compatta, quasi nera.
Vecchie
popolane sorvegliano i paioli bollenti, ogni tanto mescolano la
marmellata con lunghi cucchiai di legno, vigilano affinché la massa
non si attacchi al fondo. Per cuocere la marmellata, il corpo del
paiolo è lambito dal fuoco basso. Non è così nelle albe fredde e
buie dell'inverno, prima dell'uccisione del maiale, quando il fuoco
sotto il paiolo viene mantenuto vivo, perché l'acqua deve bollire
quando il maiale stride sotto l'accoratoio. Oppure in occasione di
nozze di cui si sente parlare in lungo e largo, con cento ospiti,
quando per cuocere il brodo nel paiolo vengono messe venti galline
intere.
All'epoca
della mia nascita, ben settant'anni fa, nel paiolo si faceva bollire
l'acqua per il bucato, e i vestiti bianchi venivano messi a bollire
nella liscivia. Nella puszta
i pastori cuocevano il gulyás
in piccoli paioli d'argilla. Non esistono neppure loro, ormai.
In
realtà, l'Ungheria intera era ed è rimasta katlan,
una conca nel significato geografico e climatico del termine. É
circondata da montagne alte, le Alpi all'occidente, i monti Tatra al
nord, i Carpazi all'est, e i monti innevati della Transilvania fin
giù al sud. D'estate nel bacino dei Carpazi il calore del sole
avvolge tutto, il corpo e l'anima si riscaldano velocemente e le
città diventano focolari ardenti. Ne risente anche la struttura
mentale. Vigile, focosa, distruttiva, si scalda oltre al punto
d'ebollizione, ma diventa cenere altrettanto rapidamente. Come se
nulla fosse successo. Arrivano i venti freddi dell'inverno,
impregnano il paiolo e il midollo. In un simile paesaggio le cose
stesse sono smemorate.
(Il Vocabolo Europeo ungherese, nell'ambito della serie "Vocabolario Europeo" di Festivaletteratura, programma a cura di Giuseppe Antonelli. Trad. di Andrea Rényi)
domenica 26 agosto 2012
Edit Domján, Grazie di tutto
Edit Domján (1932-1972) era un'attrice teatrale ungherese che fece anche qualche comparsa in televisione. Devo a lei la scoperta del teatro: da ragazzina e poi da ragazza, andavo a vederla in ogni sua interpretazione. Ammiravo il suo talento, la sua calda voce, la sua dolcezza. Questo video ripercorre alcuni dei suoi spettacoli e rende omaggio alle sue buone doti di cantante.
http://www.youtube.com/watch?v=bc2Voj15ce8
http://www.youtube.com/watch?v=bc2Voj15ce8
martedì 21 agosto 2012
Béla Hamvas, DICKENS
Charles Dickens
Una volta qualcuno paragonò Sofocle a Dickens senza indicarne il motivo. Forse perché Sofocle non aveva mai perdonato nulla alla vita, mentre Dickens le aveva perdonato tutto. Ne aveva, da perdonarle. Non aveva avuto una vita diversa dalle nostre, aveva sofferto al buio e era stato più volte travolto dalle onde. L'atmosfera dickensiana è pacificazione con il più difficile. China la testa davanti all'insopportabile e sorride. Il sorriso significa: non mi arrendo.
(Da "I cento libri" di Béla Hamvas; trad. A. Rényi)
Una volta qualcuno paragonò Sofocle a Dickens senza indicarne il motivo. Forse perché Sofocle non aveva mai perdonato nulla alla vita, mentre Dickens le aveva perdonato tutto. Ne aveva, da perdonarle. Non aveva avuto una vita diversa dalle nostre, aveva sofferto al buio e era stato più volte travolto dalle onde. L'atmosfera dickensiana è pacificazione con il più difficile. China la testa davanti all'insopportabile e sorride. Il sorriso significa: non mi arrendo.
(Da "I cento libri" di Béla Hamvas; trad. A. Rényi)
lunedì 20 agosto 2012
Béla Hamvas, Rolland
Romain Rolland
Fra i grandi angeli del ventesimo secolo: Tolstoj, Merezkovskij, Rilke, lui è l'arcangelo di giustizia, d'umanità, di cuore puro, d'onestà e di pietà. Ha trascorso la vita servendo, non ha mai scritto di se stesso ma solo del Maestro, di Beethoven, di Tolstoj, di Ramakrishna.
Jean Christophe, L'ame enchantée, Clérambault e Colas Breugnon sono omaggi a un grande spirito immaginario (più vero del reale). Gli uomini senza coscienza lo chiamavano la coscienza d'Europa, un'epoca che non sapeva fare altro che armarsi lo chiamava l'angelo della pace. Avrebbero dovuto dargli ascolto e seguire la sua guida. Non avrebbero fatto questa fine.
(R. Rolland, fu insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1915)
(Da "I cento libri" di Bèla Hamvas, trad. A. Rényi)
Fra i grandi angeli del ventesimo secolo: Tolstoj, Merezkovskij, Rilke, lui è l'arcangelo di giustizia, d'umanità, di cuore puro, d'onestà e di pietà. Ha trascorso la vita servendo, non ha mai scritto di se stesso ma solo del Maestro, di Beethoven, di Tolstoj, di Ramakrishna.
Jean Christophe, L'ame enchantée, Clérambault e Colas Breugnon sono omaggi a un grande spirito immaginario (più vero del reale). Gli uomini senza coscienza lo chiamavano la coscienza d'Europa, un'epoca che non sapeva fare altro che armarsi lo chiamava l'angelo della pace. Avrebbero dovuto dargli ascolto e seguire la sua guida. Non avrebbero fatto questa fine.
(R. Rolland, fu insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1915)
(Da "I cento libri" di Bèla Hamvas, trad. A. Rényi)
giovedì 26 luglio 2012
La Repubblica 25 luglio 2012-07-25
Lo scrittore dei “Demoni” rifiutò con orrore la concezione della Storia formulata dal padre dell’idealismo: l’idea che passi inosservata l’esistenza
La rivolta di Dostoevskij
Quel gesto disperato contro la filosofia di Hegel
Il principio perseguito dall’autore russo, secondo l’ungherese Laszló Foldényi, è che nessuno può essere estromesso dal corso delle vicende umane
di Alberto Manguel
Devo la scoperta di Làszló Földényi a Cees Nooteboom, che in uno dei suoi assalti epistolari insistette perché lo leggessi e mi inviò uno dei suoi saggi, Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, pubblicato in italiano dal Melangolo qualche anno fa. Tra le tante vie che ci portano a leggere un libro (che hanno tutte qualcosa di misterioso) c’è quella del titolo. Magari non ci sentiamo immediatamente attratti verso un testo intitolato la Divina Commedia o Le contemplazioni, ma solo un cuore di pietra può resistere a Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere.
Io lo lessi immediatamente, tutto di un fiato, e poi lo lessi una seconda volta, e poi una terza: il contenuto non faceva assolutamente torto allo splendido titolo. La mia ignoranza dell’ungherese è assoluta e mi dovetti limitare perciò a leggere qualcuna delle opere di Foldényi tradotte in spagnolo e in tedesco: sufficienti per giudicarlo un pensatore brillante, originale, lucido; ho seguito con piacere le sue illuminanti considerazioni filosofiche, storiche ed estetiche. I suoi libri sulla malinconia, l’arte e la critica sono dei capolavori.
Molto tempo fa, le scoperte di Copernico spostarono la visione autocentrata del nostro mondo su un’angolazione che da allora si è spostata sempre più in là, verso i margini dell’universo. La presa di coscienza che noi esseri umani siamo aleatori, minimali, un’apparecchiatura casuale per molecole autoreplicanti, non induce ad alte speranze o grandi ambizioni. Eppure, quello che Nicola Chiaromonte ha chiamato «il tarlo della coscienza» fa anch’esso parte del nostro essere, e pertanto, noi, queste particelle di pulviscolo cosmico, per quanto effimere e distanti siamo anche uno specchio in cui tutte le cose, noi stessi inclusi, ci riflettiamo. Questa modesta gloria dovrebbe bastarci. Il nostro passaggio (e, su una scala minuscola, il passaggio dell’universo insieme a noi) sta a noi registrarlo: un paziente e vano sforzo cominciato quando per la prima volta abbiamo iniziato a leggere il mondo. Chiamiamo Storia quella storia in svolgimento che pretendiamo di decifrare mentre la fabbrichiamo. Dostoevskij aveva capito tutto quando diceva che se la nostra fede nell’immortalità venisse distrutta, «tutto sarebbe permesso». Così come la Storia, non abbiamo bisogno che l’immortalità sia vera per credere in essa.
Fin dall’inizio, la Storia è la storia raccontata dai suoi testimoni, vera o falsa che sia. Nell’VIII libro dell’Odissea, Ulisse elogia l’aedo che canta le sventure dei greci: «Tu narri quello che i Danai patirono e quanto patirono; uno tu sembri che era presente o che abbia udito da loro». Quel «sembri» è essenziale. La Storia quindi è la storia di quello che noi diciamo che è successo, anche se le giustificazioni che diamo per la nostra testimonianza non possono, per quanto ci sforziamo, essere giustificate. Secoli dopo, in una polverosa aula di università in Germania, Hegel avrebbe diviso questa «invenzione di ciò che è avvenuto» in tre categorie: la prima è la Storia scritta dai presunti testimoni diretti (ursprünglische Geschichte); la seconda è la Storia come meditazione su se stessa (reflektierende Geschichte); la terza è la Storia come filosofia (philosophische Geschichte), che alla fine si trasforma in quella che tutti chiamiamo Storia mondiale (Welt-Geschichte), la storia infinita che include se stessa nel racconto.
Immanuel Kant, in precedenza, aveva immaginato due diverse concezioni della nostra evoluzione collettiva: la Historie, che indicava il mero resoconto dei fatti, e la Geschichte, un’elaborazione ragionata di quei fatti, perfino un’a-priori Geschichte, la cronaca di un corso annunciato di eventi a venire. Per Hegel, quello che importava era la comprensione (o l’illusione della comprensione) dell’intero flusso degli eventi, compreso il letto del fiume e gli osservatori sulla riva, e per potersi meglio concentrare sul corso principale escludeva i margini, le pozze laterali e gli estuari.
Foldény immagina che questo sia l’orrore scoperto da Dostoevskij: che la Storia, di cui sa di essere la vittima, ignora la sua esistenza, che la sua sofferenza passa inosservata o, ancora peggio, non assolve a nessuno scopo nel flusso generale della specie umana. Quello che Hegel propone, agli occhi di Dostoevskij (e di Foldényi) è quello che Kafka dirà poi a Max Brod: «C’è speranza, ma non per noi». Il caveat di Hegel è ancora più terribile dell’esistenza illusoria proposta dagli idealisti: veniamo percepiti, ma non veniamo visti.
Un presupposto del genere, per Földényi, (e altrettanto dovette sembrare a Dostoevskij) è inammissibile. Non solo la Storia non può estromettere nessuno dal suo corso, ma è vero anche l’inverso: è necessario il riconoscimento di tutti perché la Storia possa essere. La mia esistenza, l’esistenza di qualsiasi uomo, è condizionata al vostro essere, all’essere di qualsiasi altro uomo, ed entrambi dobbiamo esistere perché Hegel, Dostoevskij e Földényi esistano, dato che noi (gli anonimi altri) siamo la loro convalida e la loro zavorra, noi li portiamo in vita leggendoli. È questo il significato di quell’antica intuizione che siamo tutti parte di un insieme ineffabile in cui ogni singola morte e ogni sofferenza specifica influenza l’intera collettività umana, un insieme che non è limitato da ciascun io materiale. Il tarlo della coscienza mina la nostra esistenza, ma allo stesso tempo la convalida; non serve a nulla negarla, nemmeno come atto di fede. «Il mito che nega se stesso», dice Földényi saggiamente, «la fede che pretende di sapere: questo è l’inferno grigio, questa è la schizofrenia universale su cui è inciampato Dostoevskij».
La nostra immaginazione ci consente sempre una speranza in più, al di là della speranza spezzata o realizzata, una frontiera finora apparentemente irraggiungibile, che alla fine raggiungeremo solo per proporne un’altra ancora più in là. Dimenticare questa illimitatezza (come cercava di fare Hegel «potando» la sua concezione di quello che conta in quanto Storia) può riuscire a garantirci la piacevole illusione che ciò che avviene nel mondo e nella nostra vita sia pienamente comprensibile, ma riduce la contestazione dell’universo al catechismo e quella della nostra esistenza al dogma. Come sostiene Földényi, quello che vogliamo non è la consolazione di ciò che appare ragionevole e probabile, ma le inesplorate terre siberiane dell’impossibile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Il libro
Si intitola
“Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere” il libro di Làszló F. Földényi uscito nel 2009 (Il Nuovo Melangolo pagg. 59, euro 8), trad. Andrea Rényi
martedì 17 luglio 2012
Endre Ady, LA VILLEGGIATURA DEI SIGNORI
Il famoso professore di
medicina uscì con espressione mefistofelica da palazzo Dobróy.
Moglie e marito rimasero seduti a lungo muti e spaventati. Erano
terribilmente, mortalmente scossi. La donna, la signora Dobróy
si fece coraggio. Balzò in piedi dal sofà e afferrò il marito per
le spalle. Batté i piedi, pianse, diede in escandescenze, strillò.
“Sei
stato tu, tu, l'hai presa da qualcuna delle tue puttane!”
Dobróy,
un ometto nero e rachitico, stava per arrabbiarsi. Il coraggio della
donna gli fece tornare il sangue freddo. Si divincolò con
espressione ironica e fece alcuni giri del salone con risata
sardonica. Nel frattempo, fra uno svenimento e l'altro, la donna si
accasciò sul sofà. Dobróy
non era in pena, si fermò davanti alla donna colta dal malore e
domandò scandendo le parole con voce rauca, offensiva, della persona
abituata al comando.
“E
se dovesse sbagliarsi, cara baronessa? Dovrebbe frugare fra i suoi
ricordi. Tutti quei bellimbusti, tenori e pittori, tutti quei giovani
sventati?”
La
signora Dobróy
sprofondò la testa fra i cuscinetti del sofà. Gemeva e in risposta
calciava l'aria con i suoi piedini formosi. Sapeva che se suo marito
le dava della baronessa la situazione era seria. Preferì rifugiarsi
nel porto degli attacchi di nervi. Fra i cuscinetti mormorò, ormai
piuttosto remissiva:
“Maledetto,
maledetto, maledetto.”
Dobróy
sorrise, cercò un sigaro, si sedette e lo accese. I due rifletterono
una buona mezz'ora. La donna riparata sul sofà, l'uomo seduto,
piegato, fumando il sigaro. All'improvviso videro la storia della
loro vita in comune tutti e due nello stesso modo. La donna era una
baronessa nata, vera. I Dobróy
sposavano sempre solo discendenti di famiglie di magnati. Per il
resto Ákos
Dobróy
era un uomo ricco, un ciambellano. Anche sua moglie era ricca, ma
Dobróy
sapeva della sua fuga all'età di quindici anni con un attore di
Miskolc. In ogni caso si erano amati appassionatamente per un anno
intero. In seguito scelsero strade separate. Il mingherlino Dobróy
fece ritorno alle sue attricette di un tempo e la signora Dobróy
inaugurò un salone per accogliere giovani attori, pittori e altri
artisti. Erano sposati più o meno da quattro anni. Da due mesi erano
spaventati, ognuno per conto suo. Alla fine convocarono il famoso
professore che confermò il sospetto di entrambi. Era vero quello a
cui non avrebbero voluto credere. Il diavolo pestilenziale dell'amore
si era insinuato nei loro corpi. Erano malati, terribilmente malati
entrambi. Mi chi era il colpevole, il contaminatore? Ognuno sapeva
come viveva l'altro. Era un tacito accordo fra loro da tre anni.
Avevano la stessa possibilità di prendersi la malattia. Infine la
signora Dobróy
si mise seduta e guardò suo marito. Dobróy
avvicinò la sedia al sofà. Espose il suo progetto con tono
amichevole, quasi affettuoso, ma con una certa retorica:
“Senta,
Bella, non facciamoci del male. La malattia è abbastanza seria e
acuta. Non ho voglia di ritirarmi in sanatorio in queste condizioni.
Non lo consiglio neppure a lei, Bella. Abbiamo un villaggio che non
abbiamo mai visto: Kövérháza.
Un bel possedimento con bosco, casa e parco. Oggi stesso scrivo al
fattore affinché sistemi tutto il prima possibile. Portiamo con noi
un giovane medico, uno raccomandato dal professore. L'estate si sta
avvicinando e approfitteremo per farvi anche le vacanze. Una bella
zona, un bel villaggio ungherese. Vi restiamo per qualche mese e
torneremo a casa completamente guariti. Potremmo anche prenderci
qualche soddisfazione, viaggiare, star bene.”
Era
la prima metà della storia, ora sarebbe venuta la seconda. Kövérháza
accolse la notizia dell'arrivo dei signori con entusiasmo.
Finalmente, dopo tanto tempo il castello Dobróy
non sarebbe stato disabitato. Tutti si prepararono al grande evento.
Persino il prete chiese al vescovo di Kassa un nuovo cappellano. Uno
giovane, di modi signorili e di bell'aspetto. Il fattore assunse le
più belle ragazze del villaggio per i lavori al castello. E i
signori arrivarono davvero.
Naturalmente
nelle prime settimane si annoiarono infinitamente. La signora Dobróy
era tentata di ripartire. Sarebbe andata piuttosto in sanatorio, o si
sarebbe chiusa nel palazzo di Budapest per tutta l'estate. Ma un
giorno si accorse delle belle mani del cappellano. Del suo viso rosa
e degli occhi di fuoco. Prima di lei Dobróy
aveva già scoperto cose liete. Come le belle ragazze fresche che
abitavano al villaggio. Ne sapeva già qualcosa il cappellano. Perché
non si lasciava monopolizzare dall'attenzione di sua eccellenza, la
signor Dobróy.
Ma neppure i giovani campagnoli rinunciavano alle ragazze soltanto
perché i signori vi villeggiavano e c'era anche un nuovo cappellano.
La decadenza si diffuse nel villaggio vergine, sano, bello, come
fosse la Sodoma dell'Antico Testamento. Finché era possibile, la
gente spaventata tentava di nascondere anche a se stessa l'orrore con
la pudicizia delle persone primitive, semplici. Nessuno pensava ai
signori che erano ripartiti d'autunno. Gli abitanti di Kövérháza
sono dispiaciuti ancora oggi di non averli più rivisti. Questa è
una storia di quasi vent'anni fa. Il bel villaggio di un tempo ora è
solo decadenza e miseria nera. Al forestiero all'arrivo viene
consigliato di astenersi dai baci a Kövérháza.
1907
(Trad. di Andrea Rényi)
venerdì 25 maggio 2012
Péter Popper, Sette riflessioni sgradevoli sulle pene d'amore
Péter Popper, psicologo e psichiatra ungherese
(1933-2010)
- La storia dell'umanità inizia con un fratricidio: Caino uccide Abele perché Dio gradisce solo il sacrificio di suo fratello. La Bibbia sembra voler dire che il dolore più grande nella vita di un essere umano è il rifiuto. Perché i rifiuti comprendono anche giudizi: non sei alla mia altezza, non sei degno di me o degno di qualcosa, non ti voglio, c'è di meglio ecc. Se questo rifiuto riguarda una passione, un'ammirazione o anche solo un desiderio fisico dettato dagli istinti, il dolore si moltiplica e diventa una furia incommensurabile. Di conseguenza chi rifiuta un amore sottopone l'altro a grande sofferenza e gioca con un fuoco pericoloso.
- La saggezza millenaria dice che anche il viaggio di mille miglia inizia con un passo. Allo stesso modo la costruzione degli edifici di dieci piani comincia con la posa di una prima fila di mattoni. Non si deve mai giocare con la passione di un altro essere umano. Non va fatto il primo passo. Non va posta la prima fila di mattoni. In quel momento tutto può ancora essere risolto al costo di una piccola ferita, di un dolore lieve. Ma se non sistemiamo la faccenda perché siamo poco coraggiosi, perché pensiamo di risparmiare all'altro il dolore o perché siamo pigri e vogliamo affidare al tempo la soluzione delle situazioni fastidiose, insomma se ci lasciamo trascinare dalla corrente, il tempo non solo non sistemerà la questione ma ci farà precipitare in grandi tragedie.
- Credo nell'autosuggestione dell'essere umano. Capita molto raramente – di solito nei libri – di vedere qualcuno e innamorarsene di colpo. Gli autori mediocri ne parlano come di un fulmine che attraversa entrambi. Sarebbe bello se fosse vero, ma succede molto di rado. Accade invece che si ha voglia di amore e ci si apre davanti alla passione. Non per caso il famoso scrittore ungherese Milán Füst avrebbe voluto pubblicare quest'annuncio: “Si cerca oggetto per passione già esistente”.
- Un anziano psicologo – interpellato per lo più per delusioni amorose e per relazioni in crisi – tenderebbe a pensare che più delle volte gli innamorati non abbiano la più pallida idea dell'oggetto del loro amore. Perché prima di tutto vogliono amare e se finalmente compare un marcantonio o una sirenetta, vi proiettano tutte le loro fantasie erotiche, tutti i loro desideri immaginari e sogni relativi alla Persona cercata e si innamorano di un essere immaginario. Sapendo ben poco della persona reale dietro l'immagine della loro fantasia. Arrivano però i momenti drammatici della delusione e non se la prendono con se stessi ma con il partner: perché non sei quello o quella che immaginavo? Senza parlare del grandioso spettacolo teatrale dell'amore al culmine della passione, quando tutti danno il meglio di sé. Rimangono celati però i veri volti, i veri caratteri, le deviazioni presenti in tutti noi, le fissazioni, le abitudini a volte difficilmente sopportabili.Mi vergogno ma voglio ugualmente ammettere di non fare il tifo per le unioni d'amore. La simpatia reciproca, l'amicizia o la comunanza di interessi permettono una migliore conoscenza del partner.
- Il regno dell'amore è pieno di inganni. Cinquecento anni fa un drammaturgo inglese raccontò la storia di un amore vero. Ancora oggi la gente va al teatro per assistere al destino di Romeo e Giulietta. L'amore esiste ma è un fenomeno raro. Oggigiorno qualcuno ha inventato però che un uomo retto, una donna decente vanno a letto solo per amore. E allora bisogna chiamare amore tutto, il piacere del momento, il desiderio, l'attrazione, il flirt, l'eccitazione. Che senso ha?
- Sotto sotto la pigrizia uccide l'amore. La sicurezza della felicità acquisita distrugge la vita quotidiana. Quando siamo pigri per fare la corte, per conquistare, per renderci desiderabili, compresa la pulizia della persona, l'uso del profumo, dell'abbigliamento e della biancheria attraenti. Perché? Tanto è ormai è nostro/nostra. Suona allora la campana a morto della relazione fra uomo e donna. Perché nel nostro cuore dovrebbe essere scritto a lettere cubitali che L'ESSERE UMANO NON E' PROPRIETA' DI NESSUNO.
- Il vero amore è passione, estasi, felicità. Tutto questo però non è mai permanente, sono solo momenti. E quando sono passati? Dobbiamo far finta del contrario? O cercare nuove eccitazioni? Eravamo abituati ad averle, ne “abbiamo diritto”. Dicono che l'amore si trasforma in affetto. A volte. Ma per lo più diventa indifferenza, alienazione, odio come dimostrano i divorzi e le lotte spregevoli per i figli, per la divisione dei beni.Cosa possiamo fare? L'importante è non ascoltare nessuno, neppure l'anziano “specialista”, lo psicologo. Nessuno deve dare retta a nessuno, né ai genitori né agli amici, che vorrebbero tarpargli le ali quando vuole volare verso il cielo e il sole per raggiungere l'uccello azzurro della felicità. Innanzitutto perché la passione è più forte delle parole sagge. Poi perché l'uccello azzurro è imprevedibile. Qualche volta si lascia catturare, qualche altra si posa lui stesso sulla spalla dell'eletto, e comunque non esiste.Devo darvi una notizia triste. Non esiste La Persona. Non c'è. Non esiste una donna o un uomo che ci appartenga, che potremmo incontrare. Una persona fortunata incontra due o tre persone nel corso della propria esistenza che potrebbero fare per il suo caso. Ci vuole però molta pazienza, rinuncia, comprensione, abnegazione, perché alla fine possa nascere un rapporto in cui l'altro o l'altra diventi indispensabile, ovvero La Persona.
(Trad. Andrea Rényi)
martedì 15 maggio 2012
Attila Jòzsef, Saluto a Thomas Mann
Come un bambino bisognoso di riposo
che già ha raggiunto il quieto letto
ancora chiede: "Non andar via, racconta" -
(perché la notte non gli piombi subito addosso)
e fin che il cuoricino batte ansioso
e non sa cosa desideri di più:
se il racconto o che tu sia qui,
parimenti ti chiediamo: Siedi tra noi, e narra.
Di' ciò che dici sempre (e noi l'abbiam scordato)
parlaci del fatto di essere con noi
e noi tutti quanti insieme a te,
tutti coloro che hanno pensieri degli dell'uomo.
Tu lo sai bene, il poeta mai mente,
dice il vero, non solo il genuino,
la luce che ci illumina la mente
ché, senza l'uno dell'altro siamo al buio.
Come Hans Castorp sul corpo di madame Chauchat
stasera possiamo vederci in trasparenza.
Nella felpa della tua parola non passa il rumore -
Raccontaci del bello e di ciò che è problematico
alzando il nostro cuore dal lutto al desiderio.
Abbiamo appena seppellito il povero Kosztolànyi
e sull'umanità come su lui il cancro
non rode lo stato-orrore,
rabbrividendo ci chiediamo cos'altro può accadere
quali nuove idee annientatrici si scateneranno
che nuovo veleno bolle che penetri tra noi -
fin quando avremo un posto dove tu puoi leggere?...
Se tu parli, non ci scoraggiamo,
noi maschi restiamo maschi
e le donne libere, gentili
e tutti gli esseri umani, di cui c'è sempre penuria...
Accomodati. Inizia ben bene il racconto.
Siamo in ascolto, e ci sarà chi semplicemente
ti guarda, perché felice di vedere
oggi qui tra i bianchi un europeo.
(Trad. di Edith Bruck)
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