Péter Müller
sabato 27 ottobre 2012
Esiste un solo rimedio al dolore per l'assenza di una persona: smettere di amarla. Quando pensiamo al potere del tempo che guarisce, pensiamo a questo. Che riusciamo a dimenticarla. Ma se la amiamo veramente, non la dimenticheremo. La medicina della mancanza d'amore è rivedere la persona amata. Il prossimo anno, fra vent'anni, in un'altra vita. La mancanza si fa sentire fino al nuovo incontro. Ciò che conserviamo di questa persona non è il suo ricordo, ma la sua mancanza.
Péter Müller
Péter Müller
mercoledì 10 ottobre 2012
Péter Nádas fotografo
Una piccola galleria di foto scattate dallo scrittore magiaro negli anni '60 e '70, quando faceva il fotoreporter
lunedì 8 ottobre 2012
Per i settant'anni di Péter Nádas - 14 ottobre 2012
"Az igazságot nem kíséri égzengés, fénye nem világítja át az éjszakánkat. Szürkén, bágyadtan, csaknem unalmasan érkezik közénk. Sokan vannak, akik észre sem veszik." Nádas Péter, Évkönyv.
"La verità non è annunciata da fulmini e saette, la sua luce non illumina la nostra notte. Giunge fra noi sbiadita, fiacca, scialba. Molti non la notano neppure." (Trad. A.R.)
"La verità non è annunciata da fulmini e saette, la sua luce non illumina la nostra notte. Giunge fra noi sbiadita, fiacca, scialba. Molti non la notano neppure." (Trad. A.R.)
giovedì 20 settembre 2012
I popoli hanno i governi che si meritano. Se, per un motivo qualsiasi, persone stolte o malvagie riuscissero a montare in groppa a un popolo onesto, esso manderebbe queste figure squallide presto all'inferno. Ma se un pessimo governo rimane a lungo in carica, la colpa sicuramente è della nazione.
(Conte István Széchenyi (Vienna, 21 settembre 1791 – Döbling, 8 aprile 1860) è stato un politico, scrittore, teorico e nobile ungherese, uno dei più grandi statisti d'Ungheria.)
(Conte István Széchenyi (Vienna, 21 settembre 1791 – Döbling, 8 aprile 1860) è stato un politico, scrittore, teorico e nobile ungherese, uno dei più grandi statisti d'Ungheria.)
mercoledì 19 settembre 2012
Péter Nàdas, LA BIBBIA
Riporto la lettera di un'amica veronese, Elvira Marinelli, su "La Bibbia" di Péter Nàdas, perché le sue parole compongono una recensione sensibile e molto interessante:
"ll primo racconto LA BIBBIA è uno straordinario universo sonoro. Sì, la cosa che mi ha subito stupito profondamente e coinvolto, inducendomi a immedesimarmi nel protagonista e a immergermi nei luoghi descritti, è stata la forte, costante presenza di suoni e rumori. Sono i suoni e i rumori a tratteggiare il profilo degli ambienti, a scandire la quotidianità nei suoi rituali e nelle sue sorprese, a segnare confini, a tracciare linee direttrici per il pensiero e per gli spostamenti/movimenti, a segnare il ritmo delle emozioni, a evocare ricordi, a permettere di orientarsi nella nebbia, nella confusione, nella paura. I suoni e i rumori costituiscono come una mappa entro cui il ragazzo si muove nella quotidianità che gli adulti che gli stanno intorno vorrebbero silenziosa. “I rumori componevano un insieme, si incolonnavano.” Rumori e suoni attesi, amati o temuti. Rumori e suoni che danno sicurezza ma talvolta spaventano. Che si impongono, che contrastano il grande silenzio che regna nella casa. Nel giardino. Il silenzio tra lui e suo padre, (“sempre fuori della sua portata”) tra lui e la madre (che capisce di non poter amare), che non hanno tempo e attenzione per lui, che non colgono le sue esigenze di piccolo adolescente curioso del mondo e bisognoso, com’è normale, di compagnia, di affetto, ascolto, fisicità nelle relazioni. Un silenzio “martellante nelle orecchie”, pregno di ipocrisia, formalità di rapporti, paure, sospetti, pregiudizi. Ma questo silenzio Andrea vuole forse rappresentare qualche cosa d’altro? È forse una metafora del silenzio a cui si è costretti sotto un regime? Non so se esagero e vedo anche quello che non c’è…
Davvero mirabile com’è tratteggiata la figura di questo ragazzino, come Nádas ce lo fa sentire da dentro, dall’interno profondo e misterioso delle sue emozioni, delle sensazioni, dei sentimenti. Ce li fa scoprire insieme a Gyuri, ne restiamo stupiti, angosciati o felici insieme a lui. Ne prendiamo atto e ci interroghiamo su di essi a mano a mano che lui stesso li prova e li scopre. Ma tutti i personaggi sono ben delineati. Contraddistinti da precisi gesti e parole. Sembrano pronti per un copione cinematografico. Pensavo mentre leggevo al “Barone rampante”, a Cosimo e al suo giardino, ma anche ad altri giardini luoghi di avventure e formazione e conquista delle proprie autonomie.
Insomma è un racconto intenso, profondo, coinvolgente scritto magistralmente con un grande senso di partecipazione da parte dello scrittore che sembra calarsi completamente nel personaggio e che lo descrive così bene da farcelo toccare, vedere e sentire. La scrittura è sapiente, talvolta così imprevedibile e perfino sconcertante, nelle dettagliate descrizioni che respingono una lettura superficiale e frettolosa . Un racconto silenzioso e assordante, forse in bianco e nero, o meglio con pochi colori, fatta forse eccezione per il giardino. Con quel color beige della valigetta del padre ch’è tutto un programma, con colori accesi solo nei sogni e nell’immaginazione del ragazzo (il velluto rosso, il tulle rosa), con quell’unica macchia di colore in casa, l’azzurro delle maioliche del bagno e della stufa. Unici punti caldi e accoglienti di quell’ambiente freddo, forse.
Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.
Anche il secondo racconto mi è piaciuto, anche questo ragazzino mi ha conquistato con il suo impegno “a comprendere il mondo da solo”, non compreso, trattato come un adulto, senza alcun rispetto da parte del padre per il suo dolore, senza alcuna attenzione per il suo diverso modo di soffrire, senza alcun accompagnamento verso l’elaborazione di un lutto e il mistero della morte… questo ragazzino e quel suo pianto liberatorio, finalmente, fino allo sfinimento e la sua voglia di aiutare non compresa, la sua tristezza e consapevolezza di non essere capito scambiate per freddezza… in una casa in cui dopo la morte della madre l’allegria appartiene forse solo alle gocce che cadono dalla grondaia. Terribile e stilisticamente incisiva, a sottolineare inequivocabilmente l’estraneità e la distanza di quel padre, la scelta dello scrittore di chiamarlo sempre “il giardiniere”. La paratassi insistente sembra ulteriormente scarnificare insieme ai discorsi tutte le possibili relazioni umane.
Il terzo racconto, scritto in un altro periodo, dopo anni, è difficile e misterioso. Filosofico. Un po’ onirico e surreale, a tratti assurdo. La stessa struttura sintattica delle frasi, l’alternanza dei tempi presente e passato, il passaggio continuo dalla prima alla terza persona… oltre al contenuto, contribuiscono a rendere complessa la lettura e la comprensione. Talvolta mi sembra di sentire un coro di voci, come in un dramma pirandelliano, in cui a stessa situazione viene vissuta e narrata da diversi, anche contrastanti punti di vista.. Turba e inquieta. Non so se è importante capire, o se lo scopo dello scrittore sia proprio quello di creare inquietudine, insicurezza, disagio. E ancora una volta ti chiedo se tutto questo sia funzionale ad un messaggio che lo scrittore vuole dare al di là della storia in sé. Quello stare alla finestra ad aspettare, o appartato, quasi nascosto nell’angolo, con gli occhi chiusi, alieno anche in mezzo alla gente, è forse una metafora del vivere sotto un regime, privati della libertà personale e della propria individualità? Penso che dovrò rileggerlo per orientarmi un po’ di più. Bello comunque vedere come lo scrittore scelga di usare una lingua diversa a seconda non solo della situazione e dei personaggi, ma anche delle reazioni ed emozioni che vuole suscitare nel lettore.
Per quanto riguarda invece la prefazione dell’auture posso dirti che sono bellissimi i dettagli del suo rapporto con le contadine e sul cibo. È un discorso importante sul valore delle cose semplici che sono così preziose nei momenti di difficoltà. ”Aspetto dignitoso” è l’espressione chiave. In una dimensione di vita “mordi e fuggi” come quella di oggi in cui non c’è tempo per gustare veramente le cose, di riflettere sul loro valore, di apprezzare le loro intrinseche caratteristiche, l’elenco dei frutti e delle verdure spicca, è una macchia di colore intenso nel grigio della vita senza libertà, che ridà dignità alla persona, in quanto permette di superare la semplice dimensione della sopravvivenza."
Péter Nàdas, La Bibbia, BUR, 2009, trad. A. Rényi
sabato 8 settembre 2012
Péter Nádas, Katlan
| Pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera il 2 settembre 2012 |
Péter Nádas
Katlan
La
parola che ho scelto, katlan,
in ungherese ha più
significati. É
il focolare scavato nella terra o costruito con le pietre, sul quale
poggiare un paiolo. Significa il cratere del vulcano e anche un'altra
formazione geologica, lo spazio ristretto delimitato da colline,
monti e pareti rocciose, la conca, dove inesorabilmente ristagna la
calura estiva. Dove vengono sospinte le truppe dell'esercito nemico
per annientarle fino all'ultimo uomo. Katlan
è senza pietà. Scocca la scintilla, non può essere spenta, arde il
lavoro, bolle il paiolo. Manda a fuoco qualsiasi cosa. Può essere
alimentato a legna, con la ramaglia, lo sterco seccato, la paglia, la
pannocchia, il gambo di mais. Produce calore forte con rapidità e
veemenza. D'autunno, fuori all'aperto, la marmellata di prugne viene
cotta nel paiolo. La cottura impiega giorni, la sera la tolgono dal
fuoco e ve la rimettono la mattina dopo, finché la frutta non perde
completamente il liquido e la sua polpa viola si trasforma in una
massa zuccherosa, compatta, quasi nera.
Vecchie
popolane sorvegliano i paioli bollenti, ogni tanto mescolano la
marmellata con lunghi cucchiai di legno, vigilano affinché la massa
non si attacchi al fondo. Per cuocere la marmellata, il corpo del
paiolo è lambito dal fuoco basso. Non è così nelle albe fredde e
buie dell'inverno, prima dell'uccisione del maiale, quando il fuoco
sotto il paiolo viene mantenuto vivo, perché l'acqua deve bollire
quando il maiale stride sotto l'accoratoio. Oppure in occasione di
nozze di cui si sente parlare in lungo e largo, con cento ospiti,
quando per cuocere il brodo nel paiolo vengono messe venti galline
intere.
All'epoca
della mia nascita, ben settant'anni fa, nel paiolo si faceva bollire
l'acqua per il bucato, e i vestiti bianchi venivano messi a bollire
nella liscivia. Nella puszta
i pastori cuocevano il gulyás
in piccoli paioli d'argilla. Non esistono neppure loro, ormai.
In
realtà, l'Ungheria intera era ed è rimasta katlan,
una conca nel significato geografico e climatico del termine. É
circondata da montagne alte, le Alpi all'occidente, i monti Tatra al
nord, i Carpazi all'est, e i monti innevati della Transilvania fin
giù al sud. D'estate nel bacino dei Carpazi il calore del sole
avvolge tutto, il corpo e l'anima si riscaldano velocemente e le
città diventano focolari ardenti. Ne risente anche la struttura
mentale. Vigile, focosa, distruttiva, si scalda oltre al punto
d'ebollizione, ma diventa cenere altrettanto rapidamente. Come se
nulla fosse successo. Arrivano i venti freddi dell'inverno,
impregnano il paiolo e il midollo. In un simile paesaggio le cose
stesse sono smemorate.
(Il Vocabolo Europeo ungherese, nell'ambito della serie "Vocabolario Europeo" di Festivaletteratura, programma a cura di Giuseppe Antonelli. Trad. di Andrea Rényi)
domenica 26 agosto 2012
Edit Domján, Grazie di tutto
Edit Domján (1932-1972) era un'attrice teatrale ungherese che fece anche qualche comparsa in televisione. Devo a lei la scoperta del teatro: da ragazzina e poi da ragazza, andavo a vederla in ogni sua interpretazione. Ammiravo il suo talento, la sua calda voce, la sua dolcezza. Questo video ripercorre alcuni dei suoi spettacoli e rende omaggio alle sue buone doti di cantante.
http://www.youtube.com/watch?v=bc2Voj15ce8
http://www.youtube.com/watch?v=bc2Voj15ce8
martedì 21 agosto 2012
Béla Hamvas, DICKENS
Charles Dickens
Una volta qualcuno paragonò Sofocle a Dickens senza indicarne il motivo. Forse perché Sofocle non aveva mai perdonato nulla alla vita, mentre Dickens le aveva perdonato tutto. Ne aveva, da perdonarle. Non aveva avuto una vita diversa dalle nostre, aveva sofferto al buio e era stato più volte travolto dalle onde. L'atmosfera dickensiana è pacificazione con il più difficile. China la testa davanti all'insopportabile e sorride. Il sorriso significa: non mi arrendo.
(Da "I cento libri" di Béla Hamvas; trad. A. Rényi)
Una volta qualcuno paragonò Sofocle a Dickens senza indicarne il motivo. Forse perché Sofocle non aveva mai perdonato nulla alla vita, mentre Dickens le aveva perdonato tutto. Ne aveva, da perdonarle. Non aveva avuto una vita diversa dalle nostre, aveva sofferto al buio e era stato più volte travolto dalle onde. L'atmosfera dickensiana è pacificazione con il più difficile. China la testa davanti all'insopportabile e sorride. Il sorriso significa: non mi arrendo.
(Da "I cento libri" di Béla Hamvas; trad. A. Rényi)
lunedì 20 agosto 2012
Béla Hamvas, Rolland
Romain Rolland
Fra i grandi angeli del ventesimo secolo: Tolstoj, Merezkovskij, Rilke, lui è l'arcangelo di giustizia, d'umanità, di cuore puro, d'onestà e di pietà. Ha trascorso la vita servendo, non ha mai scritto di se stesso ma solo del Maestro, di Beethoven, di Tolstoj, di Ramakrishna.
Jean Christophe, L'ame enchantée, Clérambault e Colas Breugnon sono omaggi a un grande spirito immaginario (più vero del reale). Gli uomini senza coscienza lo chiamavano la coscienza d'Europa, un'epoca che non sapeva fare altro che armarsi lo chiamava l'angelo della pace. Avrebbero dovuto dargli ascolto e seguire la sua guida. Non avrebbero fatto questa fine.
(R. Rolland, fu insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1915)
(Da "I cento libri" di Bèla Hamvas, trad. A. Rényi)
Fra i grandi angeli del ventesimo secolo: Tolstoj, Merezkovskij, Rilke, lui è l'arcangelo di giustizia, d'umanità, di cuore puro, d'onestà e di pietà. Ha trascorso la vita servendo, non ha mai scritto di se stesso ma solo del Maestro, di Beethoven, di Tolstoj, di Ramakrishna.
Jean Christophe, L'ame enchantée, Clérambault e Colas Breugnon sono omaggi a un grande spirito immaginario (più vero del reale). Gli uomini senza coscienza lo chiamavano la coscienza d'Europa, un'epoca che non sapeva fare altro che armarsi lo chiamava l'angelo della pace. Avrebbero dovuto dargli ascolto e seguire la sua guida. Non avrebbero fatto questa fine.
(R. Rolland, fu insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1915)
(Da "I cento libri" di Bèla Hamvas, trad. A. Rényi)
giovedì 26 luglio 2012
La Repubblica 25 luglio 2012-07-25
Lo scrittore dei “Demoni” rifiutò con orrore la concezione della Storia formulata dal padre dell’idealismo: l’idea che passi inosservata l’esistenza
La rivolta di Dostoevskij
Quel gesto disperato contro la filosofia di Hegel
Il principio perseguito dall’autore russo, secondo l’ungherese Laszló Foldényi, è che nessuno può essere estromesso dal corso delle vicende umane
di Alberto Manguel
Devo la scoperta di Làszló Földényi a Cees Nooteboom, che in uno dei suoi assalti epistolari insistette perché lo leggessi e mi inviò uno dei suoi saggi, Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, pubblicato in italiano dal Melangolo qualche anno fa. Tra le tante vie che ci portano a leggere un libro (che hanno tutte qualcosa di misterioso) c’è quella del titolo. Magari non ci sentiamo immediatamente attratti verso un testo intitolato la Divina Commedia o Le contemplazioni, ma solo un cuore di pietra può resistere a Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere.
Io lo lessi immediatamente, tutto di un fiato, e poi lo lessi una seconda volta, e poi una terza: il contenuto non faceva assolutamente torto allo splendido titolo. La mia ignoranza dell’ungherese è assoluta e mi dovetti limitare perciò a leggere qualcuna delle opere di Foldényi tradotte in spagnolo e in tedesco: sufficienti per giudicarlo un pensatore brillante, originale, lucido; ho seguito con piacere le sue illuminanti considerazioni filosofiche, storiche ed estetiche. I suoi libri sulla malinconia, l’arte e la critica sono dei capolavori.
Molto tempo fa, le scoperte di Copernico spostarono la visione autocentrata del nostro mondo su un’angolazione che da allora si è spostata sempre più in là, verso i margini dell’universo. La presa di coscienza che noi esseri umani siamo aleatori, minimali, un’apparecchiatura casuale per molecole autoreplicanti, non induce ad alte speranze o grandi ambizioni. Eppure, quello che Nicola Chiaromonte ha chiamato «il tarlo della coscienza» fa anch’esso parte del nostro essere, e pertanto, noi, queste particelle di pulviscolo cosmico, per quanto effimere e distanti siamo anche uno specchio in cui tutte le cose, noi stessi inclusi, ci riflettiamo. Questa modesta gloria dovrebbe bastarci. Il nostro passaggio (e, su una scala minuscola, il passaggio dell’universo insieme a noi) sta a noi registrarlo: un paziente e vano sforzo cominciato quando per la prima volta abbiamo iniziato a leggere il mondo. Chiamiamo Storia quella storia in svolgimento che pretendiamo di decifrare mentre la fabbrichiamo. Dostoevskij aveva capito tutto quando diceva che se la nostra fede nell’immortalità venisse distrutta, «tutto sarebbe permesso». Così come la Storia, non abbiamo bisogno che l’immortalità sia vera per credere in essa.
Fin dall’inizio, la Storia è la storia raccontata dai suoi testimoni, vera o falsa che sia. Nell’VIII libro dell’Odissea, Ulisse elogia l’aedo che canta le sventure dei greci: «Tu narri quello che i Danai patirono e quanto patirono; uno tu sembri che era presente o che abbia udito da loro». Quel «sembri» è essenziale. La Storia quindi è la storia di quello che noi diciamo che è successo, anche se le giustificazioni che diamo per la nostra testimonianza non possono, per quanto ci sforziamo, essere giustificate. Secoli dopo, in una polverosa aula di università in Germania, Hegel avrebbe diviso questa «invenzione di ciò che è avvenuto» in tre categorie: la prima è la Storia scritta dai presunti testimoni diretti (ursprünglische Geschichte); la seconda è la Storia come meditazione su se stessa (reflektierende Geschichte); la terza è la Storia come filosofia (philosophische Geschichte), che alla fine si trasforma in quella che tutti chiamiamo Storia mondiale (Welt-Geschichte), la storia infinita che include se stessa nel racconto.
Immanuel Kant, in precedenza, aveva immaginato due diverse concezioni della nostra evoluzione collettiva: la Historie, che indicava il mero resoconto dei fatti, e la Geschichte, un’elaborazione ragionata di quei fatti, perfino un’a-priori Geschichte, la cronaca di un corso annunciato di eventi a venire. Per Hegel, quello che importava era la comprensione (o l’illusione della comprensione) dell’intero flusso degli eventi, compreso il letto del fiume e gli osservatori sulla riva, e per potersi meglio concentrare sul corso principale escludeva i margini, le pozze laterali e gli estuari.
Foldény immagina che questo sia l’orrore scoperto da Dostoevskij: che la Storia, di cui sa di essere la vittima, ignora la sua esistenza, che la sua sofferenza passa inosservata o, ancora peggio, non assolve a nessuno scopo nel flusso generale della specie umana. Quello che Hegel propone, agli occhi di Dostoevskij (e di Foldényi) è quello che Kafka dirà poi a Max Brod: «C’è speranza, ma non per noi». Il caveat di Hegel è ancora più terribile dell’esistenza illusoria proposta dagli idealisti: veniamo percepiti, ma non veniamo visti.
Un presupposto del genere, per Földényi, (e altrettanto dovette sembrare a Dostoevskij) è inammissibile. Non solo la Storia non può estromettere nessuno dal suo corso, ma è vero anche l’inverso: è necessario il riconoscimento di tutti perché la Storia possa essere. La mia esistenza, l’esistenza di qualsiasi uomo, è condizionata al vostro essere, all’essere di qualsiasi altro uomo, ed entrambi dobbiamo esistere perché Hegel, Dostoevskij e Földényi esistano, dato che noi (gli anonimi altri) siamo la loro convalida e la loro zavorra, noi li portiamo in vita leggendoli. È questo il significato di quell’antica intuizione che siamo tutti parte di un insieme ineffabile in cui ogni singola morte e ogni sofferenza specifica influenza l’intera collettività umana, un insieme che non è limitato da ciascun io materiale. Il tarlo della coscienza mina la nostra esistenza, ma allo stesso tempo la convalida; non serve a nulla negarla, nemmeno come atto di fede. «Il mito che nega se stesso», dice Földényi saggiamente, «la fede che pretende di sapere: questo è l’inferno grigio, questa è la schizofrenia universale su cui è inciampato Dostoevskij».
La nostra immaginazione ci consente sempre una speranza in più, al di là della speranza spezzata o realizzata, una frontiera finora apparentemente irraggiungibile, che alla fine raggiungeremo solo per proporne un’altra ancora più in là. Dimenticare questa illimitatezza (come cercava di fare Hegel «potando» la sua concezione di quello che conta in quanto Storia) può riuscire a garantirci la piacevole illusione che ciò che avviene nel mondo e nella nostra vita sia pienamente comprensibile, ma riduce la contestazione dell’universo al catechismo e quella della nostra esistenza al dogma. Come sostiene Földényi, quello che vogliamo non è la consolazione di ciò che appare ragionevole e probabile, ma le inesplorate terre siberiane dell’impossibile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
Il libro
Si intitola
“Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere” il libro di Làszló F. Földényi uscito nel 2009 (Il Nuovo Melangolo pagg. 59, euro 8), trad. Andrea Rényi
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