domenica 2 novembre 2014

Tradurre la poesia




"Tradurre è sempre difficile. Anche il poeta traduce qualcosa: dal mondo apparentemente razionale trae folgorazioni liriche che apparentemente sembrano allontanarsi da una razionale corrispondenza tra realtà e parola, ma che in realtà scoprono rapporti prima segreti e in effetti più veri, anche se la novità della loro rivelazione turba la visione consueta delle cose. I traduttori che non comprendono ciò, che si rifugiano in “operazioni lessicalizzanti”, e che “trasferiscono” semplicemente, sciogliendo i nodi che il poeta ha stretti, riconducono la folgore nella nuvola, aboliscono il gesto creativo e liberatore."

Gianni Toti  

lunedì 27 ottobre 2014

Miklós Radnóti, Scritto verso la morte


Cinquant’anni fa, nel novembre del 1964, correva il ventesimo anniversario della morte di una delle più belle voci poetiche ungheresi, Miklós Radnóti, e per la ricorrenza in Italia furono pubblicati ben due volumi di sue poesie, selezionate e tradotte da due coppie di poeti e traduttori italo-ungheresi: Edith Bruck con Nelo Risi, e Marinka Dallos con Gianni Toti.
Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944) fu uno dei massimi poeti ungheresi, a lui i lettori ungheresi sono grati anche per le ottime traduzioni di poesie francesi. In seguito alle leggi razziali dovette abbandonare la cattedra di insegnante, fu perseguitato, rinchiuso in campi di concentramento e infine ucciso. Rintracciato in una fossa comune, nella tasca del suo cappotto fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
Scritto verso la morte, la raccolta di Marinka Dallos e Gianni Toti, ebbe numerose recensioni, fra le quali quella molto favorevole del Premio Nobel Salvatore Quasimodo. Negli anni ’60 era opinione diffusa che la letteratura dell’antifascismo avesse prodotto solo testimonianze documentarie, ma non opere letterarie vere e proprie. Ne era convinta anche Ingeborg Bachmann, prima di ricevere una copia di Scritto verso la morte; Bachmann la apprezzò al punto di farne avere una copia anche a Hans Magnus Enzensberger, il quale rimase profondamente colpito e decise di promuovere la traduzione tedesca dei versi del grande poeta ungherese. Le poesie di Miklós Radnóti suscitarono l’entusiasmo anche del più importante poeta e romanziere islandese dei nostri tempi, Thor Vilhjálmsson, e il poeta irlandese Desmond O’Grady, che all’epoca viveva a Roma, usò termini superlativi per descrivere il genio di Radnóti.
I Dragomanni ripubblicano oggi questo volume sotto forma di ebook, per il 70° anniversario della morte del poeta e per il 50° anniversario della prima edizione, con l’aggiunta di una nuova prefazione di Andrea Rényi, che ricostruisce la storia della prima edizione e anche quella umana e professionale dei due traduttori, la cui memoria oggi è conservata nella casa-museo romana La Casa Totiana.
Il volume è scaricabile gratuitamente seguendo questo link: http://www.dragomanni.it/2014/10/27/scritto-verso-la-morte-di-miklos-radnoti/

giovedì 23 ottobre 2014

Valerio Magrelli, Ricevo da te questa tazza

RICEVO DA TE QUESTA TAZZA

Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.

E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.

Valerio Magrelli

martedì 21 ottobre 2014

Sulla società ungherese - da un'intervista a Péter Nádas

Da un'intervista a Péter Nádas
- La nostra società è sgretolata, malmostosa, e priva di solidarietà. Ci sono delle cause storiche?
– Le cause storiche vivono in forma personale in ciascuno di noi. Ognuno deve provvedere alla propria storia personale. Se non lo fa, ne risulta una lacuna al livello collettivo. Di fatto viviamo in una società borghese, in cui non ci sono borghesi. Non è solo la caratteristica della società ungherese ma di tutta la nostra regione di appartenenza. E' difficile immaginare l'ordine democratico senza borghesia. A causa dei regimi e delle dittature che si sono susseguiti, e della ripetuta privazione ed annichilamento delle classi abbienti, la società ha perso l'alta borghesia. Non funzionano più i modelli strutturali classici, ossia organizzativi, della società, e non ci sono nuovi modelli. L'unico modello classico della borghesia benestante è l'aristocrazia.
Nelle due dittature l'aristocrazia è scomparsa senza lasciare nemmeno quei modelli culturali i quali ora potrebbero essere scimmiottati almeno dai politici e dagli oligarchi. Nella parte occidentale dell'Europa il modello classico di struttura della società è rimasto ben radicato. Nella Francia liberatasi piuttosto radicalmente del potere politico dell'aristocrazia il presidente della Repubblica si comporta ancora oggi come se fosse il re. E' molto importante, seppure è un po' ridicolo. La mancanza di struttura in una società ha sempre gravi conseguenze.

lunedì 13 ottobre 2014

Per i 72 anni di Péter Nádas - 14 ottobre 2014


"La mia situazione non era semplice, anche perché avevo osato protestare contro la sorveglianza della polizia a cui tutti i miei amici scettici erano stati sottoposti subito dopo l'invasione della Cecoslovacchia, e di conseguenza mi fu fatto divieto assoluto di pubblicare alcunché per sette anni. Ma anche dopo, e per decenni, mi controllavano severamente e decidevano quando potevo pubblicare, che cosa e in quante copie. Mi avrebbero autorizzato a fare viaggi all'estero solo se avessi accettato di lavorare come agente segreto, ovvero se mi fossi prestato a spiare e denunciare i miei amici e se avessi presentato relazioni dettagliate dei miei viaggi. Poiché risposi con un no deciso, per molto tempo mi fu negato il passaporto. Fino alla caduta del muro di Berlino le mie opere non potevano essere trasmesse alla radio e non potevo rilasciare interviste in televisione. Lavoravo senza la speranza di poter pubblicare, ma non avevo altra scelta. Ero tormentato dall'idea di dovermi dare al lavoro febbrile per mettere a frutto la calma mortale che regnò per ben due decenni su quell'estesa regione, privata di ogni libertà." Péter Nádas

Dalla prefazione inedita dell'autore a La Bibbia e altri racconti, BUR, 2009, traduzione di A. Rényi

sabato 4 ottobre 2014

La bellezza e l'orrore


La testimonianza di un ufficiale ungherese dopo l'offensiva di Caporetto, un trionfo senza pari per la Monarchia Austroungarica

Da "La bellezza e l'orrore" di Peter Englund, Einaudi, 2012, traduzione di Katia De Marco e Laura Cangemi

Giovedì 1° novembre 1917

Pál Kelemen vede un battaglione di fanteria tornare dalla prima linea sull'Isonzo

Una pioggerellina continua cade da un cielo grigio sopra una montagna grigia. Sono le prime ore della sera, e un battaglione della fanteria austroungarica sta per tornare dal fronte dopo l'ennesimo periodo in prima linea… Il battaglione che scende dalle montagne non ha preso parte direttamente all'attacco, ma è comunque segnato. Kelemen annota sul suo diario:

   Che i soldati continuano a scendere o si fermino, bloccati da quelli che hanno davanti, o che si sdraino sul ciglio della strada, sembra impossibile che sia con il loro contributo che gli statisti e i generali difendono la monarchia. Che questi uomini sparuti e macilenti, con le barbe lunghe e le uniformi stazzonate, sporche e bagnate, gli stivali logori e i volti stanchi siano ciò che viene abitualmente definito "la nostra prode fanteria".
   Adesso si fa una sosta. L'intero battaglione si accascia sul pendio. Alcuni soldati tirano fuori barattoli di conserva dagli zaini e si portano il cibo alla bocca con l'aiuto delle lunghe lame dei coltelli a serramanico. Hanno le mani nere di sudiciume, callose e goffe. Mentre masticano, le rughe appaiono e scompaiono sui loro volti. Sono seduti sulle rocce bagnate e fissano senza espressione le lattine aperte che hanno in mano.
   Le uniformi sono in un tessuto di qualità inferiore a quanto prescritto dal regolamento. Le suole degli stivali sono di cartone,  fatte per il profitto dei fornitori dell'esercito, esentati dal servizio militare.
   Nello stesso momento in patria, in case non toccate dalla guerra, si sta apparecchiando per la cena. Le lampade elettriche brillano. Tovaglioli bianchi, bicchieri di vetro sottile, forchette e coltelli d'argento scintillano alla luce. Uomini puliti in abiti civili accompagnano le signore a tavola. Forse c'è perfino una piccola orchestra che suona in un angolo. Il vino spumeggia nei calici. Con sorrisi lievi la gente parla di frivolezze, perché in compagnia la conversazione dev'essere leggera e piacevole.
   Pensano mai, in serate simili, ai soldati cenciosi che portando un fardello sovrumano fanno sì che così tante cose in patria rimangano le stesse di un tempo? Anzi, per molta gente la vita è addirittura migliorata.

martedì 23 settembre 2014

La guerra alla fame di József il proletario

Attila József (1905-1937)
E' considerato tra i maggiori rappresentanti della moderna poesia ungherese. Studiò lettere e filosofia a Parigi e Vienna a lavorò presso la rivista Szép Szó ("Parola bella"). Morì suicida.
di Walter Siti 

Quando József scrive "da ventotto anni patisco la fame", la biografia ce lo conferma: rimasto prestissimo senza padre, allevato da una madre lavandaia che morirà quando lui è appena adolescente, si è mantenuto facendo lavori disparati e precari: guardiano di porci, mozzo su un rimorchiatore fluviale. Studi seri ma mai finiti, studente indebitato a Vienna e a Parigi, sottopagato dalle riviste letterarie; criticato e censurato dal governo contro-rivoluzionario di Horthy ma anche dal partito comunista clandestino (che lo accusa di pessimismo e radicalismo), è il prototipo del poeta vagabondo e controcorrente. Quando scrive sulla miseria degli operai si sente che la sua è fratellanza vera, corroborata da comunanza di abitudini e sacrifici; nei momenti di esaltazione non è immune dalla retorica ribellistica ("alla mia nascita avevo un coltello in mano/ma ho preso la penna perché il coltello era poco"). Ha una vitalità debordante, ai suoi vent'anni la rivoluzione in Europa era ancora pensabile; c'era la fiducia nell'Uomo con la maiuscola, nel mondo a venire come liberazione dallo sfruttamento, nell'uguaglianza come creatività e lotta. József sa essere poeta proletario di ballate violentissime, usa un linguaggio espressionista e futurista per rinnovare i ritmi delle canzoni popolari ungheresi (ammira la musica di Bartók) - ma c'è sempre una parte nera che lo segue, l'ombra di una condanna sconosciuta.

In questo desolato e sarcastico Bilancio non c'è bisogno di ricorrere alla biografia per essere sicuri dell'autenticità di chi scrive: basta la forza inconsueta delle immagini, l'impertinenza spiazzante dei ragionamenti. Il doppio passato ette-ittam (ho mangiato-ho bevuto) è un'invenzione verbale di densa di materia, che fa groppo mentre si pronuncia e dà il senso del soffocamento; il "liquame della concimaia" è metaforico ma brutale di odori e concretezza. La traduzione non rende lo scontro di suoni dell'originale, né l'equilibrio tra un lessico estremamente semplice ("non sono mai stato felice") e una metrica colta, disciplinatrice (quartine a rima incrociata). Il "maiale" del v.8 è un ribaldo simbolo di benessere; in un'altra poesia József identifica la felicità con una scrofa da un quintale e mezzo ("bionda, tenera"), distesa nel brago mentre la luce gioca tra i suoi peli. L'onestà indefettibile lo isola dalla morale comune, che tutti invita al compromesso; l'accenno all'"arma" del v.12 si riferisce ai ricorrenti pensieri di suicidio ma è anche l'eco che rintocca di un'invocazione collettiva alle "armi" - cioè all'azione rivoluzionaria che per il momento è abortita.

Dal 1931 József era in analisi e l'analista si dichiarava sconcertato dalla sua forma di grave nevrastenia, incerto se attribuirla a traumi infantili o alle perenni ristrettezze economiche; per József non c'è dubbio, alla base ci sono le condizioni materiali. Al v.13 non dice "sono psicotico per questo non riesco a integrarmi nella società trovando un lavoro soddisfacente" ma "da ventott'anni patisco la fame a per questo sono psicotico"; usa la parola vaga ("dolgo", cose) di chi non vuole approfondire, e traduce immediatamente la psicosi in una scena familiare quasi diabolica. A quel tempo conviveva con Judit Szántó, un'operaia che fu l'unica relazione duratura della sua vita; in altri testi non nasconde l'insofferenza e il disamore suscitati in entrambi dalla povertà - qui la responsabilità del disagio è tutta a carico suo: lui sorride ma il sorriso è così inquietante che alla ragazza vengono i brividi. "Kedvesem" (mia cara, mia amata) al plurale può significare "parenti" (come in italiano "i miei cari"): sotto l'erotismo gioca un più profondo ricordo della madre. József sembra uno di quei pazienti già perduti a cui la psicanalisi non può che fare del male riattivando sopiti sensi di colpa. Il cielo severo è un tribunale, la stessa semi-volontaria derelizione è una prova contro di lui, da cui si sgancia con una botta di arrogante strapotenza: mi assolvo perché tanto il giudizio "utolsó"(ultimo, estremo)non ci sarà. Il che significa però, purtroppo, che non ci sarà giustizia.

Dio è sempre stato per lui solo un padre terreno, da chiamare a soccorso o con cui litigare; se pensa al dopo-morte, sogna di vagare negli spazi cosmici come quando navigava sul Danubio, salutando stelle e nebulose come allora vedeva cocomeri e peperoni galleggiare sulla corrente. "Per questo", conclude in quella poesia, "la mia anima è un bene comune". József non distingue tra armonia interna ed esterna - la liberazione dell'Uomo è la sua liberazione. "Mi sei necessaria", scrive all'ultima donna unilateralmente e disperatamente amata, "come ai borghi la luce elettrica,/come ai lavoratori la coscienza umana". La sua paranoia lo fa più grande di altri poeti comunisti militanti. "Megváltott" del v.5 è un participio che significa "mutato, salvato" - è la redenzione dovuta a Cristo o al socialismo? In ogni caso, in quel mondo non c'è posto per lui. Solo nell'ultima poesia, dicembre 1937, accetterà l'esclusione senza più lottare ("l'inverno/è la stagione più bella per chi solo per gli altri/sogna una famiglia, un focolare"). Ma la mattina dopo si butta sotto il treno.

Attila József

da Poesie complete II, 1955-1958

Bilancio

Ho mangiato-bevuto nera, schifosa
sporcizia, acre liquame della concimaia;
uno non può essere più temerario.
Eppure mai, finora, sono stato felice.

In questo mondo redento
non ho avuto un attimo di elevatezza;
né di tepore, dolcezza o piacere -
ce l'ha il maiale nella pozzanghera.

La morale mi insegna a essere furbo
(così credo che capiti anche a te).
Da ventott'anni patisco la fame.
Solo un'arma può risolvere il mio caso.

Per questo pesano tante cose oscure,
tante ossessioni sul mio cuore,
che la mia amata dal tenero viso si angoscia
se la guardo; benché io sorrida.

Sto seduto sotto un cielo severo,
come un senzatetto sotto il ponte.
Assolvo me stesso da tutto
perché il giudizio universale non ci sarà.
1933

Traduzione di Umberto Albini (?)

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Articolo pubblicato su la Repubblica, p. 62, domenica 21 settembre 2014

mercoledì 10 settembre 2014

Mozart, K 331 - manoscritto ritrovato


Biblioteca Nazionale Széchényi, Budapest


A Buda, nella Biblioteca Nazionale Széchényi, è stato ritrovato un frammento del manoscritto della sonata K 331 di Wolfgang Amedeus Mozart.
Balázs Mikusi, il fortunato musicologo autore della scoperta, presenterà il manoscritto della sonata in A maggiore, nota soprattutto per il Rondò alla Turca, il 26 settembre, nell'ambito della Notte dei Ricercatori a Budapest, insieme al direttore scientifico del Mozarteum, Ulrich Leisinger. Con l'occasione il pianista ungherese di fama internazionale, Zoltán Kocsis, eseguirà l'intera sonata.
Wolfgang Amadeus Mozart
La scoperta modifica le interpretazioni finora ritenute autentiche, di questa popolare sonata del grande compositore austriaco. 

venerdì 5 settembre 2014

Beethoven, Arancia meccanica e Fricsay




Quando Fricsay si dirigeva al confine tra il bene e il male

Claudio Strinati

   La Nona Sinfonia di Beethoven è uno dei personaggi principali di Arancia meccanica, il film di Stanley Kubrick



Il giovane Alex, delinquente allo stato puro, amante dell'ultravioletta, sadico torturatore di inermi indifesi, è un appassionato intransigente della musica di Ludovico van, come lo chiama lui, e la protegge dalle incomprensioni del mondo. Poi, costretto a ascoltare la Nona combinata a immagini di orrore e morte, si riabiliterà in maniera altrettanto drastica.

La Nona, nel film, è sottoposta a distorsioni, ma in alcuni momenti cruciali si sente nella sua realtà ed è bello ricordare come Kubrick utilizzasse una registrazione diretta da Ferenc Fricsay nel 1958 e forse si può capire perché. Fricsay era ungherese, di Budapest, naturalizzato austriaco e già scomparso, a quarantanove anni nel 1963, quando il film fu girato. Fu uno dei grandi direttori e la Deutsche Grammophon pubblica un cofanetto di 45 cd dove c'è la Nona e una quantità di musica suprema.

E' bello soprattutto ricordare il rapporto tra Fricsay e Béla Bartók, ungherese come lui e tra i suoi primi insegnanti, che spiega bene quello che Kubrick deve aver sentito nell'arte direttoriale di Fricsay: una commovente capacità di individuazione di quel dominio della saggezza, della bontà e dell'altruismo che non è mai scindibile dall'abiezione e dalla disperazione che minacciano sempre e comunque l'esistenza. Proprio l'inflessibile esattezza di Fricsay dimostra come a fronte della inevitabile dimensione della problematicità non si possa mai configurare quella della soluzione. Bartók ha scritto sempre e soltanto su questo immane rovello interiore, come una bussola del percorso di ognuno di noi, confronto privo di illusioni ma densissimo di arte. Qui i tre sublimi Concerti per pianoforte e orchestra di Bartók sono eseguiti con Géza Anda al pianoforte, altra figura dolce e luminosa di questa cultura ungherese, così carica di orgoglio e delusioni, che Fricsay ha consegnato al mondo nel corso della sua breve ma intensa vita. Le registrazioni Bartók sono un vero patrimonio dell'umanità.

* * *

Ferenc Fricsay dirige il Quarto Movimento della Nona.

sabato 2 agosto 2014

László Krasznahorkai

Lo scrittore ungherese László Krasznahorkai è stato insignito del premio America Award in Literature, istituito nel 1994 in alternativa al Nobel per la letteratura. Fra i premiati troviamo Ko Un (2011), Javier Marías (2010), José Saramago (2004), Adonis (2003), Peter Handke (2002), Inger Christensen (2001), Jacques Roubaud (1999), Rafael Alberti (1998), Friederike Mayröcker (1997), Harold Pinter (1995) és Aimé Cesaire (1994).
Cfr. http://www.greeninteger.com/america.cfm