mercoledì 26 febbraio 2014
Giorgio Montefoschi, La casa del padre
Vincitore del Premio Strega nel 1994, è un libro bellissimo, etereo, fatto di minuziose descrizioni di una comune quotidianità, di vite e morti ordinarie, di sogni e ambizioni di tanti, narrati però con una capacità di scrittura da rendere tutto ammantato di mistero e di profondità tali da perdervisi. Aria che acquista peso, sensazioni soavi alle quali il lettore non si può sottrarre. Al centro geografico della storia è Roma, le belle vie vicine al mio quartiere, piazza Ungheria con il bar Hungaria, e i loro abitanti che camminano e vivono in punta di piedi.
lunedì 24 febbraio 2014
Firenze e gli scrittori
Non sono andata a Firenze con l'intento di vedere case di scrittori ma le case hanno trovato me, mi ci sono imbattuta in loro. Palazzi anonimi in punti bellissimi e strategici della città che con targhe discrete ricordano la nascita o i soggiorni di grandi classici della letteratura mondiale.
Immaginare Dostoevskij aggirarsi nei pressi di Palazzo Pitti negli anni de L'idiota commuove anche il più insensibile dei suoi lettori. L'omaggio è doveroso, l'incipit è travolgente:
"Verso le nove del mattino di una giornata di fine novembre, in tempo di disgelo, il treno della linea ferroviaria Pietroburgo-Varsavia marciava a tutto vapore verso Pietroburgo. Il tempo era così umido e nebbioso che il giorno faticava a mostrarsi; già a una decina di passi di distanza dalla strada ferrata, sia a destra che a sinistra, era difficile scorgere qualcosa dai finestrini del vagone. Tra i passeggeri ve n'erano alcuni che tornavano in patria dall'estero, ma i piú pieni di tutti erano gli scompartimenti di terza classe, affollati di gente abbastanza misera che viaggiava per le proprie faccende e non veniva da molto lontano. Tutti, com'è naturale, erano stanchi, infreddoliti, con gli occhi cerchiati per la notte passata in bianco, e i loro volti apparivano giallastri in quella luce filtrata dalla nebbia.
In uno dei vagoni di terza classe fin dall'alba si erano ritrovati seduti, l'uno di fronte all'altro, accanto al finestrino, due passeggeri entrambi giovani, entrambi quasi senza bagaglio, vestiti senza eleganza, con delle fisionomie piuttosto notevoli ed entrambi, infine, desiderosi di attaccar discorso. Se ognuno dei due avesse saputo che cosa proprio in quel momento li rendeva reciprocamente interessanti, certo si sarebbero entrambi meravigliati dello strano caso che li aveva fatti incontrare, seduti l'uno di fronte all'altro, in un vagone del treno Varsavia-Pietroburgo."
In uno dei vagoni di terza classe fin dall'alba si erano ritrovati seduti, l'uno di fronte all'altro, accanto al finestrino, due passeggeri entrambi giovani, entrambi quasi senza bagaglio, vestiti senza eleganza, con delle fisionomie piuttosto notevoli ed entrambi, infine, desiderosi di attaccar discorso. Se ognuno dei due avesse saputo che cosa proprio in quel momento li rendeva reciprocamente interessanti, certo si sarebbero entrambi meravigliati dello strano caso che li aveva fatti incontrare, seduti l'uno di fronte all'altro, in un vagone del treno Varsavia-Pietroburgo."
[Fëdor Dostoevskij, L'idiota, traduzione di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, 1998.]
Avevo letto quasi tutti i romanzi di Vasco Pratolini da giovane, ancora in Ungheria, e ovviamente in ungherese, e la mia Firenze, la città viva e non fatta solo di meravigliosi monumenti, è rimasta principalmente quella descritta nei suoi romanzi.
"Il rione di Sanfrediano è "di là d'Arno", è quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo; dall'alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l'Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la cura dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine. Quanto v'è di perfetto, in una civiltà diventata essa stessa natura, l'immobilità terribile e affascinante del sorriso di Dio, avvolge Sanfrediano, e lo esalta. Ma non tutto è oro quel che riluce. Sanfrediano, per contrasto, è il quartiere più malsano della città; nel cuore delle sue strade, popolate come formicai, si trovano il Deposito Centrale delle Immondizie, Il Dormitorio Pubblico, le Caserme. Gran parte dei suoi fondaci ospitano i raccoglitori di stracci, e coloro che cuociono le interiora dei bovini per farne commercio, assieme al brodo che ne ricavano. E che è gustoso, tuttavia, i sanfredianini lo disprezzano ma se ne nutrano, lo acquitano a fiaschi." Le ragazze di Sanfrediano
A pochi passi dal punto dove sorgeva la dimora fiorentina di Dostoevskij, in un palazzetto abbastanza insignificante che guarda però su Palazzo Pitti, Carlo Levi scrisse Cristo si è fermato a Eboli, opera fondamentale della narrativa italiana del Novecento. Levi era anche pittore, e per non angustiare il lettore con la vista di altre mura, preferisco inserire qui uno dei suoi autoritratti, quello datato 1945, anno di composizione del libro in questione.
Avevo letto quasi tutti i romanzi di Vasco Pratolini da giovane, ancora in Ungheria, e ovviamente in ungherese, e la mia Firenze, la città viva e non fatta solo di meravigliosi monumenti, è rimasta principalmente quella descritta nei suoi romanzi.
"Il rione di Sanfrediano è "di là d'Arno", è quel grosso mucchio di case tra la riva sinistra del fiume, la Chiesa del Carmine e le pendici di Bellosguardo; dall'alto, simili a contrafforti, lo circondano Palazzo Pitti e i bastioni medicei; l'Arno vi scorre nel suo letto più disteso, vi trova la cura dolce, ampia e meravigliosa che lambisce le Cascine. Quanto v'è di perfetto, in una civiltà diventata essa stessa natura, l'immobilità terribile e affascinante del sorriso di Dio, avvolge Sanfrediano, e lo esalta. Ma non tutto è oro quel che riluce. Sanfrediano, per contrasto, è il quartiere più malsano della città; nel cuore delle sue strade, popolate come formicai, si trovano il Deposito Centrale delle Immondizie, Il Dormitorio Pubblico, le Caserme. Gran parte dei suoi fondaci ospitano i raccoglitori di stracci, e coloro che cuociono le interiora dei bovini per farne commercio, assieme al brodo che ne ricavano. E che è gustoso, tuttavia, i sanfredianini lo disprezzano ma se ne nutrano, lo acquitano a fiaschi." Le ragazze di Sanfrediano
A pochi passi dal punto dove sorgeva la dimora fiorentina di Dostoevskij, in un palazzetto abbastanza insignificante che guarda però su Palazzo Pitti, Carlo Levi scrisse Cristo si è fermato a Eboli, opera fondamentale della narrativa italiana del Novecento. Levi era anche pittore, e per non angustiare il lettore con la vista di altre mura, preferisco inserire qui uno dei suoi autoritratti, quello datato 1945, anno di composizione del libro in questione.
venerdì 21 febbraio 2014
Miklós Radnóti, Tra le frasche chiassose d'una palma
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| Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 - Abda, 10 novembre 1944) |
Quanto mi piacerebbe accoccolarmi
tra le frasche chiassose d'una palma,
anima celeste che s'accuccia
in un corpo terreno e tremebondo.
In un consesso di scimmie sapienti
me ne starei seduto lassù in cima
e il loro stridente schiamazzare
mi pioverebbe addosso come luce;
apprenderei la loro cantilena
e insieme a loro lancerei il mio grido,
osserverei con gaia meraviglia
che han naso e culo dello stesso blu.
E un gigantesco sole splenderebbe
sugli alberi gremiti in ogni ramo,
e proverei una vergogna immane
per quel che fa laggiù il genere umano;
le scimmie sì che avrebber compassione,
in loro è ancora sana la ragione,
e forse se io fossi uno di loro,
anche a me potrebbe esser concessa
la grazia d'una mite e dolce morte.
Traduzione di Laura Sgarioto
* * *
Testo originale ungherese:
Zsivajgó pálmafán
Zsivajgó pálmafán
ülnék legszívesebben,
didergő földi testben
kuporgó égi lélek.
Tudós majmok körében
ülhetnék fenn a fán
és éles hangjuk fényes
záporként hullna rám;
tanulnám dallamuk
és vélük zengenék,
csodálkoznék vidáman,
hogy orruk és faruk
egyforma kék.
És óriás nap égne
a megszállt fák felett,
s szégyenleném magam
az emberfaj helyett;
a majmok értenének,
bennük még ép az elme, -
s talán ha köztük élnék,
nekem is megadatnék
a jó halál kegyelme.
1944. április 5.
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| Il poeta con Fanny, sua moglie |
lunedì 17 febbraio 2014
Emily Holmes Coleman, Lo stagno (per un bambino)
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| Paesaggio islandese (fonte: http://iceland.for91days.com) |
- Lievemente tremolante al sole Sparsa d’ombre di nuvole Appena tralucente in superficie Balugina la stesa dello stagno Sotto il paesaggio rovesciatoQuando il vento ne lambisce le correnti Nel suo andirivieni sulle acque Come una luna dolce sopra loro Sensibili all’unisono Queste ritmicamente si affrettanoNegli stagni risplendenti Sotto il piano invetriato Ci son rane, lucertole e tritoni Pesci e rospi, falaschi e malerbe Ci sono palazzi e siepi Corallo nel fango stellantePosati sui rami del corallo Cadaveri dai denti scopertiCi son navi affogate e le città son rare A proliferare nel fondo C’è oro deposto e si trovano reGuarda la brezza pesar sulle acque Sfiorando avanti e indietro le correnti Degli incantevoli stagniMa la forza, la vita al di sotto Non si vede in superficie Non gioca con le correnti Non è sofferta dalle acqueTraduzione di Piero Ambrogio Pozzi
martedì 11 febbraio 2014
Katalin Karády, un'artista dimenticata e ritrovata
L'attrice e cantante Katalin Karády è tuttora una figura molto discussa della canzone e del cinema ungherese del ventesimo secolo.
Nata Katalin Kanczler (Budapest, 8 dicembre 1910 – New York, 8 febbraio 1990), è cresciuta in un sobborgo di Budapest in una famiglia proletaria come una dei sette figli di un calzolaio noto per i suoi comportamenti violenti e dispotici. Grazie ad alcune organizzazioni umanitarie da bambina riuscì a trascorrere cinque anni all'estero fra l'Olanda e la Svizzera, poi frequentò a Budapest l'istituto commerciale. Nel 1931, dopo la morte di suo padre, sposò un funzionario della dogana trent'anni più vecchio di lei, ma divorziarono presto. Iniziò a prendere lezioni di recitazione nel 1936 e poco dopo venne scoperta dall'editore Egyed che le suggerì di cambiare cognome. Fra il 1939 e il 1941 recita in vari ruoli nei migliori teatri di Budapest, ma il vero successo arriva con il suo primo film, tratto dal romanzo di Lajos Zilahy, "Primavera mortale", che la trasforma in star e sex symbol. In appena nove anni sarà la protagonista in venti film.
La sua vita privata è avvolta nel mistero ma era noto il suo legame con il generale István Ujszászy, il capo dei servizi segreti di Miklós Horthy.
Nel marzo del 1944 i tedeschi occupano l'Ungheria e l'attrice, che nel frattempo ha conquistato il pubblico anche con la sua voce ruvida - Mindig az a perc, Hiába menekülsz, viene messa in disparte. Il 18 aprile la Gestapo la arresta per sospetto spionaggio, nei tre mesi di detenzione la torturano quasi a morte e si salva solo grazie all'intervento degli amici di Ujszászy. Sta molto male, ma trova ugualmente la forza di salvare un gruppo di bambini ebrei portati sul lungodanubio dove li attende morte sicura: li riscatta offrendo ai nazisti oro e gioielli e li porta a casa sua dove si prende cura di loro fino alla fine della guerra.
Nell'estate del 1945 le giunge la notizia dell'assassinio di Ujszászy che la getta nella disperazione. Subisce un crollo tale da costringerla al letto per nove mesi. Nonostante i tentativi di integrarsi nel nuovo corso artistico filo-sovietico- esegue anche Katyusha, il potere la isola, il pubblico non le perdona la fulgida carriera sotto il regime di Horthy e non le rimane altra scelta che l'espatrio illegale, molto rischioso. Dopo un lungo vagabondaggio si stabilisce a New York dove apre un negozio di cappelli e trascorre ritirata gli anni che le rimangono.
Quando le autorità ungheresi la invitano per il suo settantesimo compleanno, manda loro solo un cappello in risposta simbolica. Un'intera generazione di ungheresi - la mia - imparerà il suo nome solo dopo la caduta del Muro, con lei già morta. Riposa nel cimitero Farkasréti di Budapest, e per aver salvato la vita di bambini ebrei nel 2004 Yad Vashem l'ha insignito, postumo, del titolo di Giusto tra le Nazioni.
domenica 9 febbraio 2014
Scuola materna per senzatetto a Budapest
Secondo statistiche ufficiali, in Ungheria ci sono circa mille bambini senzatetto. Per i bambini privi di domicilio una fondazione religiosa con sede a Budapest ha organizzato la scuola materna János Wesley, dove i bambini trascorrono le giornate dalle sette del mattino alle quattro del pomeriggio. La mattina vengono lavati, vestiti e subito rifocillati, perché la maggior parte non mangia dal pomeriggio precedente.
sabato 8 febbraio 2014
Good Night and Good Day, Budapest
Good Night, Budapest! - un video di appena quattro minuti sulla città in una notte d'inverno.
Qui invece il panorama della città visto dal cielo: http://www.budapest.skyviewair.com
Qui invece il panorama della città visto dal cielo: http://www.budapest.skyviewair.com
venerdì 31 gennaio 2014
Morto Miklós Jancsó, regista di Vizi privati, pubbliche virtù
Budapest, 31 gen. (TMNews) - E' morto a 92 anni il regista ungherese Miklós Jancsó, Leone d'oro alla Carriera a Venezia nel 1990 e autore, tra i molti, del film "Vizi privati, pubbliche virtù" (ispirato al titolo dell'omonimo poemetto di Bernard de Mandeville), che fece scandalo nel 1976 al Festival di Cannes, dove era in concorso per l'Italia (soggetto e sceneggiatura erano dell'allora moglie italiana Giovanna Gagliardo) per le scene di nudo che vedono anche la partecipazione di una giovanissima Ilona Staller, in arte, ma solo più tardi, "Cicciolina".
Jancsó, che ricevette per due volte il premio Kossuth, più alto riconoscimento artistico in Ungheria, si separò dalla Gagliardo, conosciuta a Budapest nel 1968 e con cui visse e lavorò per dieci anni a Roma, nel 1980, per sposare l'anno dopo Zsuzsa Csákány. Negli anni successivi si dedicò soprattutto al teatro e alla televisione.
Il regista, nato a Vàc, in Ungheria centrale, nel 1921, firmò anche "Salmo rosso" (1972), con cui si aggiudicò il premio la miglior regia al 25esimo Festival di Cannes.
Ha vinto il Leone d'oro alla carriera a Venezia nel 1990.
Filmografia parziale (fonte: Wikipedia):
Jancsó, che ricevette per due volte il premio Kossuth, più alto riconoscimento artistico in Ungheria, si separò dalla Gagliardo, conosciuta a Budapest nel 1968 e con cui visse e lavorò per dieci anni a Roma, nel 1980, per sposare l'anno dopo Zsuzsa Csákány. Negli anni successivi si dedicò soprattutto al teatro e alla televisione.
Il regista, nato a Vàc, in Ungheria centrale, nel 1921, firmò anche "Salmo rosso" (1972), con cui si aggiudicò il premio la miglior regia al 25esimo Festival di Cannes.
Ha vinto il Leone d'oro alla carriera a Venezia nel 1990.
Filmografia parziale (fonte: Wikipedia):
- Le campane sono partite per Roma (A harangok Romaba mentek) (1958)
- Tre stelle (Harom csillag) (1960), co-regia di Zoltan Varkonyi e Karoly Wiedermann
- Sciogliere e legare (Oldas es kotes) (1963)
- Sono venuto così (Igy jottem) (1965)
- I disperati di Sandór (Szegénylegények) (1966)
- Silenzio e grido (Csend és kialtas) (1967)
- L'armata a cavallo (Csillagosok, katonak) (1968)
- Scirocco d'inverno (Sirokko) (1969
- Decameron '69 (F 1969), regia collettiva
- Venti lucenti (Fenyes szelek) (1969)
- La pacifista (IT/F/RDT 1970)
- Agnus Dei (Egi barany) (1971)
- Salmo rosso (Meg kér a nép) (1972)
- La tecnica e il rito (IT 1972)
- Roma rivuole Cesare (IT 1974)
- Elettra, amore mio (Szerelmem, Elektra) (1974)
- Vizi privati, pubbliche virtù (IT/YUG 1976)
- Rapsodia ungherese (Magyar rapszodia) (1979)
- Allegro barbaro (1979)
- Il cuore del tiranno (A zsarnok szive, avagy Boccaccio Magyarorszagon) (1981)
- Omega, Omega, Omega (1984) - Film TV
- L'aube (F/Ungheria/Israele 1985)
- La stagione dei mostri (Szornyek evadja) (1987)
- Jézus Krisztus horoszkopja (1989)
- Isten hatrafele megy (1991)
- Kék Duna keringo (1992), co-regia di Istvan Marton
- Szeressuk egymast, gyerekek! (segmento Anagy agyalal / The Great Brain Death) (1996)
- Nekem lampast adott kezembe az Ur, Pesten (1999)
- Anyad! A szunyogok (2000), co-regia di Istvan Marton
- Utolso vacsora az Arabs Szurkenel (2001), co-regia di Istvan Marton
- Kelj fel, komam, ne aludjal (2002), co-regia di Istvan Marton
- A mohacsi vesz (2004)
- Ede megevé ebédem (2006), co-regia di Istvan Marton
- Oda az igazsag (2010)
- Giovanni Buttafava, Miklós Jancsó, Il Castoro Cinema n. 10, La Nuova Italia, 1975
Bibliografia[modifica | modifica sorgente]
martedì 28 gennaio 2014
Un video su Budapest
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| Budapest (Bogart foto) |
Ancora una recensione di "Confini incerti" di Agi Berta
AGI
BERTA
CONFINI
INCERTI
Romanzo
- Edizioni Uroboros - pagg. 203
La
scrittrice ungherese Agi (è il diminutivo di Agnese) Berta ha
scritto un libro che, attraverso la complessa storia della sua
famiglia di origine, ci racconta la Storia dell’Europa Centrale a
partire dalla fine della prima guerra mondiale fino a poco oltre la
fine della seconda.
Anni
che hanno modificato profondamente l’assetto dell’Europa e che
continuano a produrre i loro effetti ancora oggi; anni rivissuti
nell’ottica di una famiglia della piccola nobiltà ungherese di
origine croata, gli Harmath. Dopo la fine della prima guerra gli
Harmath sono costretti ad abbandonare la città di Cakovec, in
Croazia, per divenire profughi a Budapest, abbandonando tutti i loro
beni.
La
famiglia è composta dal padre Nandor, dalla madre Cecilia e dai
figli Eugenio, Irene, Dusi e Nandor Junior; genitori e figli
cercheranno con ostinazione di superare il passato e di costruire un
difficile presente. Le loro vite incontreranno delle traiettorie
assai differenti: Eugenio, superando i dubbi che provengono dal suo
razionale approccio all’esistenza, sceglie le idee socialiste, il
fratello più piccolo Nandor abbraccia la carriera militare sulla
spinta di una forte idea nazionalista e revanchista che lo porterà
nel terreno del nazismo, delle due sorelle Irene punta tutto sulla
bellezza e su un buon matrimonio, mentre Dusi (la nonna dell’autrice)
sceglie l’indipendenza che viene dal lavoro e dal ritiro in un
piccolo borgo.
Quando
sembra che nuovi, fragili confini abbiano sostituito quelli vecchi
non solo sul piano geografico ma anche su quello esistenziale, arriva
qualche nuovo cambiamento o qualche stravolgimento che mischia le
carte e sconvolge i destini.
Il
lettore è catturato dal racconto della grande Storia e più ancora
dalle esistenze dei protagonisti con le loro debolezze, il loro
coraggio e la voglia – malgrado tutto – di andare avanti e di
conquistare un piccolo spazio per sé e per i successori.
L’autrice
poi guarda alla sua piccola epopea familiare con la giusta
benevolenza, ma anche con occhio sereno e con un filo di ironia che
aiuta a stemperare anche i momenti più drammatici; aiutata forse dai
suoi, personali “confini incerti” che l’hanno accompagnata
dall’Ungheria alla Polonia fino all’attuale e – sembra –
stabile rapporto con la città di Napoli dove vive e insegna.
Girolamo
L’Occaso
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