giovedì 26 luglio 2012


La Repubblica 25 luglio 2012-07-25
 Lo scrittore dei “Demoni” rifiutò con orrore la concezione della Storia formulata dal padre dell’idealismo: l’idea che passi inosservata l’esistenza
 La rivolta di Dostoevskij
Quel gesto disperato contro la filosofia di Hegel
 Il principio perseguito dall’autore russo, secondo l’ungherese Laszló Foldényi, è che nessuno può essere estromesso dal corso delle vicende umane
 di Alberto Manguel

Devo la scoperta di Làszló Földényi a Cees Nooteboom, che in uno dei suoi assalti epistolari insistette perché lo leggessi e mi in­viò uno dei suoi saggi, Dostoevskij leg­ge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, pubblicato in italiano dal Melangolo qualche anno fa. Tra le tante vie che ci portano a leggere un libro (che hanno tutte qualcosa di misterioso) c’è quella del titolo. Magari non ci sentiamo im­mediatamente attratti verso un testo intitolato la Divina Commedia o Le contemplazioni, ma solo un cuore di pietra può resistere a Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere.
Io lo lessi immediatamente, tutto di un fiato, e poi lo lessi una seconda vol­ta, e poi una terza: il contenuto non fa­ceva assolutamente torto allo splendi­do titolo. La mia ignoranza dell’unghe­rese è assoluta e mi dovetti limitare perciò a leggere qualcuna delle opere di Foldényi tradotte in spagnolo e in te­desco: sufficienti per giudicarlo un pensatore brillante, originale, lucido; ho seguito con piacere le sue illumi­nanti considerazioni filosofiche, stori­che ed estetiche. I suoi libri sulla ma­linconia, l’arte e la critica sono dei ca­polavori.
Molto tempo fa, le scoperte di Co­pernico spostarono la visione auto­centrata del nostro mondo su un’an­golazione che da allora si è spostata sempre più in là, verso i margini dell’u­niverso. La presa di coscienza che noi esseri umani siamo aleatori, minimali, un’apparecchiatura casuale per mole­cole autoreplicanti, non induce ad alte speranze o grandi ambizioni. Eppure, quello che Nicola Chiaromonte ha chiamato «il tarlo della coscienza» fa anch’esso parte del nostro essere, e pertanto, noi, queste particelle di pul­viscolo cosmico, per quanto effimere e distanti siamo anche uno specchio in cui tutte le cose, noi stessi inclusi, ci ri­flettiamo. Questa modesta gloria do­vrebbe bastarci. Il nostro passaggio (e, su una scala minuscola, il passaggio dell’universo insieme a noi) sta a noi registrarlo: un paziente e vano sforzo cominciato quando per la prima volta abbiamo iniziato a leggere il mondo. Chiamiamo Storia quella storia in svol­gimento che pretendiamo di decifrare mentre la fabbrichiamo. Dostoevskij aveva capito tutto quando diceva che se la nostra fede nell’immortalità ve­nisse distrutta, «tutto sarebbe permes­so». Così come la Storia, non abbiamo bisogno che l’immortalità sia vera per credere in essa.
Fin dall’inizio, la Storia è la storia rac­contata dai suoi testimoni, vera o falsa che sia. Nell’VIII libro dell’Odissea, Ulisse elogia l’aedo che canta le sven­ture dei greci: «Tu narri quello che i Da­nai patirono e quanto patirono; uno tu sembri che era presente o che abbia udito da loro». Quel «sembri» è essen­ziale. La Storia quindi è la storia di quel­lo che noi diciamo che è successo, an­che se le giustificazioni che diamo per la nostra testimonianza non possono, per quanto ci sforziamo, essere giusti­ficate. Secoli dopo, in una polverosa aula di università in Germania, Hegel avrebbe diviso questa «invenzione di ciò che è avvenuto» in tre categorie: la prima è la Storia scritta dai presunti te­stimoni diretti (ursprünglische Ge­schichte); la seconda è la Storia come meditazione su se stessa (reflektieren­de Geschichte); la terza è la Storia come filosofia (philosophische Geschichte), che alla fine si trasforma in quella che tutti chiamiamo Storia mondiale (Welt-Geschichte), la storia infinita che include se stessa nel racconto.
Immanuel Kant, in precedenza, ave­va immaginato due diverse concezioni della nostra evoluzione collettiva: la Historie, che indicava il mero resocon­to dei fatti, e la Geschichte, un’elabora­zione ragionata di quei fatti, perfino un’a-priori Geschichte, la cronaca di un corso annunciato di eventi a venire. Per Hegel, quello che importava era la comprensione (o l’illusione della com­prensione) dell’intero flusso degli eventi, compreso il letto del fiume e gli osservatori sulla riva, e per potersi me­glio concentrare sul corso principale escludeva i margini, le pozze laterali e gli estuari.
Foldény immagina che questo sia l’orrore scoperto da Dostoevskij: che la Storia, di cui sa di essere la vittima, ignora la sua esistenza, che la sua soffe­renza passa inosservata o, ancora peg­gio, non assolve a nessuno scopo nel flusso generale della specie umana. Quello che Hegel propone, agli occhi di Dostoevskij (e di Foldényi) è quello che Kafka dirà poi a Max Brod: «C’è speran­za, ma non per noi». Il caveat di Hegel è ancora più terribile dell’esistenza illu­soria proposta dagli idealisti: veniamo percepiti, ma non veniamo visti.
Un presupposto del genere, per Földényi, (e altrettanto dovette sem­brare a Dostoevskij) è inammissibile. Non solo la Storia non può estromette­re nessuno dal suo corso, ma è vero an­che l’inverso: è necessario il riconosci­mento di tutti perché la Storia possa es­sere. La mia esistenza, l’esistenza di qualsiasi uomo, è condizionata al vo­stro essere, all’essere di qualsiasi altro uomo, ed entrambi dobbiamo esistere perché Hegel, Dostoevskij e Földényi esistano, dato che noi (gli anonimi al­tri) siamo la loro convalida e la loro za­vorra, noi li portiamo in vita leggendo­li. È questo il significato di quell’antica intuizione che siamo tutti parte di un insieme ineffabile in cui ogni singola morte e ogni sofferenza specifica in­fluenza l’intera collettività umana, un insieme che non è limitato da ciascun io materiale. Il tarlo della coscienza mi­na la nostra esistenza, ma allo stesso tempo la convalida; non serve a nulla negarla, nemmeno come atto di fede. «Il mito che nega se stesso», dice Földényi saggiamente, «la fede che pretende di sapere: questo è l’inferno grigio, questa è la schizofrenia univer­sale su cui è inciampato Dostoevskij».
La nostra immaginazione ci consen­te sempre una speranza in più, al di là della speranza spezzata o realizzata, una frontiera finora apparentemente irraggiungibile, che alla fine raggiun­geremo solo per proporne un’altra an­cora più in là. Dimenticare questa illi­mitatezza (come cercava di fare Hegel «potando» la sua concezione di quello che conta in quanto Storia) può riusci­re a garantirci la piacevole illusione che ciò che avviene nel mondo e nella no­stra vita sia pienamente comprensibi­le, ma riduce la contestazione dell’uni­verso al catechismo e quella della no­stra esistenza al dogma. Come sostiene Földényi, quello che vogliamo non è la consolazione di ciò che appare ragio­nevole e probabile, ma le inesplorate terre siberiane dell’impossibile.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Il libro
Si intitola
“Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere” il libro di Làszló F. Földényi uscito nel 2009 (Il Nuovo Melangolo pagg. 59, euro 8), trad. Andrea Rényi

martedì 17 luglio 2012

Endre Ady, LA VILLEGGIATURA DEI SIGNORI



Il famoso professore di medicina uscì con espressione mefistofelica da palazzo Dobróy. Moglie e marito rimasero seduti a lungo muti e spaventati. Erano terribilmente, mortalmente scossi. La donna, la signora Dobróy si fece coraggio. Balzò in piedi dal sofà e afferrò il marito per le spalle. Batté i piedi, pianse, diede in escandescenze, strillò.
Sei stato tu, tu, l'hai presa da qualcuna delle tue puttane!”
Dobróy, un ometto nero e rachitico, stava per arrabbiarsi. Il coraggio della donna gli fece tornare il sangue freddo. Si divincolò con espressione ironica e fece alcuni giri del salone con risata sardonica. Nel frattempo, fra uno svenimento e l'altro, la donna si accasciò sul sofà. Dobróy non era in pena, si fermò davanti alla donna colta dal malore e domandò scandendo le parole con voce rauca, offensiva, della persona abituata al comando.
E se dovesse sbagliarsi, cara baronessa? Dovrebbe frugare fra i suoi ricordi. Tutti quei bellimbusti, tenori e pittori, tutti quei giovani sventati?”
La signora Dobróy sprofondò la testa fra i cuscinetti del sofà. Gemeva e in risposta calciava l'aria con i suoi piedini formosi. Sapeva che se suo marito le dava della baronessa la situazione era seria. Preferì rifugiarsi nel porto degli attacchi di nervi. Fra i cuscinetti mormorò, ormai piuttosto remissiva:
Maledetto, maledetto, maledetto.”
Dobróy sorrise, cercò un sigaro, si sedette e lo accese. I due rifletterono una buona mezz'ora. La donna riparata sul sofà, l'uomo seduto, piegato, fumando il sigaro. All'improvviso videro la storia della loro vita in comune tutti e due nello stesso modo. La donna era una baronessa nata, vera. I Dobróy sposavano sempre solo discendenti di famiglie di magnati. Per il resto Ákos Dobróy era un uomo ricco, un ciambellano. Anche sua moglie era ricca, ma Dobróy sapeva della sua fuga all'età di quindici anni con un attore di Miskolc. In ogni caso si erano amati appassionatamente per un anno intero. In seguito scelsero strade separate. Il mingherlino Dobróy fece ritorno alle sue attricette di un tempo e la signora Dobróy inaugurò un salone per accogliere giovani attori, pittori e altri artisti. Erano sposati più o meno da quattro anni. Da due mesi erano spaventati, ognuno per conto suo. Alla fine convocarono il famoso professore che confermò il sospetto di entrambi. Era vero quello a cui non avrebbero voluto credere. Il diavolo pestilenziale dell'amore si era insinuato nei loro corpi. Erano malati, terribilmente malati entrambi. Mi chi era il colpevole, il contaminatore? Ognuno sapeva come viveva l'altro. Era un tacito accordo fra loro da tre anni. Avevano la stessa possibilità di prendersi la malattia. Infine la signora Dobróy si mise seduta e guardò suo marito. Dobróy avvicinò la sedia al sofà. Espose il suo progetto con tono amichevole, quasi affettuoso, ma con una certa retorica:
Senta, Bella, non facciamoci del male. La malattia è abbastanza seria e acuta. Non ho voglia di ritirarmi in sanatorio in queste condizioni. Non lo consiglio neppure a lei, Bella. Abbiamo un villaggio che non abbiamo mai visto: Kövérháza. Un bel possedimento con bosco, casa e parco. Oggi stesso scrivo al fattore affinché sistemi tutto il prima possibile. Portiamo con noi un giovane medico, uno raccomandato dal professore. L'estate si sta avvicinando e approfitteremo per farvi anche le vacanze. Una bella zona, un bel villaggio ungherese. Vi restiamo per qualche mese e torneremo a casa completamente guariti. Potremmo anche prenderci qualche soddisfazione, viaggiare, star bene.”

Era la prima metà della storia, ora sarebbe venuta la seconda. Kövérháza accolse la notizia dell'arrivo dei signori con entusiasmo. Finalmente, dopo tanto tempo il castello Dobróy non sarebbe stato disabitato. Tutti si prepararono al grande evento. Persino il prete chiese al vescovo di Kassa un nuovo cappellano. Uno giovane, di modi signorili e di bell'aspetto. Il fattore assunse le più belle ragazze del villaggio per i lavori al castello. E i signori arrivarono davvero.
Naturalmente nelle prime settimane si annoiarono infinitamente. La signora Dobróy era tentata di ripartire. Sarebbe andata piuttosto in sanatorio, o si sarebbe chiusa nel palazzo di Budapest per tutta l'estate. Ma un giorno si accorse delle belle mani del cappellano. Del suo viso rosa e degli occhi di fuoco. Prima di lei Dobróy aveva già scoperto cose liete. Come le belle ragazze fresche che abitavano al villaggio. Ne sapeva già qualcosa il cappellano. Perché non si lasciava monopolizzare dall'attenzione di sua eccellenza, la signor Dobróy. Ma neppure i giovani campagnoli rinunciavano alle ragazze soltanto perché i signori vi villeggiavano e c'era anche un nuovo cappellano. La decadenza si diffuse nel villaggio vergine, sano, bello, come fosse la Sodoma dell'Antico Testamento. Finché era possibile, la gente spaventata tentava di nascondere anche a se stessa l'orrore con la pudicizia delle persone primitive, semplici. Nessuno pensava ai signori che erano ripartiti d'autunno. Gli abitanti di Kövérháza sono dispiaciuti ancora oggi di non averli più rivisti. Questa è una storia di quasi vent'anni fa. Il bel villaggio di un tempo ora è solo decadenza e miseria nera. Al forestiero all'arrivo viene consigliato di astenersi dai baci a Kövérháza.

1907

(Trad. di Andrea Rényi)

venerdì 25 maggio 2012

Péter Popper, Sette riflessioni sgradevoli sulle pene d'amore


Péter Popper, psicologo e psichiatra ungherese
(1933-2010)


  1. La storia dell'umanità inizia con un fratricidio: Caino uccide Abele perché Dio gradisce solo il sacrificio di suo fratello. La Bibbia sembra voler dire che il dolore più grande nella vita di un essere umano è il rifiuto. Perché i rifiuti comprendono anche giudizi: non sei alla mia altezza, non sei degno di me o degno di qualcosa, non ti voglio, c'è di meglio ecc. Se questo rifiuto riguarda una passione, un'ammirazione o anche solo un desiderio fisico dettato dagli istinti, il dolore si moltiplica e diventa una furia incommensurabile. Di conseguenza chi rifiuta un amore sottopone l'altro a grande sofferenza e gioca con un fuoco pericoloso.
  2. La saggezza millenaria dice che anche il viaggio di mille miglia inizia con un passo. Allo stesso modo la costruzione degli edifici di dieci piani comincia con la posa di una prima fila di mattoni. Non si deve mai giocare con la passione di un altro essere umano. Non va fatto il primo passo. Non va posta la prima fila di mattoni. In quel momento tutto può ancora essere risolto al costo di una piccola ferita, di un dolore lieve. Ma se non sistemiamo la faccenda perché siamo poco coraggiosi, perché pensiamo di risparmiare all'altro il dolore o perché siamo pigri e vogliamo affidare al tempo la soluzione delle situazioni fastidiose, insomma se ci lasciamo trascinare dalla corrente, il tempo non solo non sistemerà la questione ma ci farà precipitare in grandi tragedie.
  3. Credo nell'autosuggestione dell'essere umano. Capita molto raramente – di solito nei libri – di vedere qualcuno e innamorarsene di colpo. Gli autori mediocri ne parlano come di un fulmine che attraversa entrambi. Sarebbe bello se fosse vero, ma succede molto di rado. Accade invece che si ha voglia di amore e ci si apre davanti alla passione. Non per caso il famoso scrittore ungherese Milán Füst avrebbe voluto pubblicare quest'annuncio: “Si cerca oggetto per passione già esistente”.
  4. Un anziano psicologo – interpellato per lo più per delusioni amorose e per relazioni in crisi – tenderebbe a pensare che più delle volte gli innamorati non abbiano la più pallida idea dell'oggetto del loro amore. Perché prima di tutto vogliono amare e se finalmente compare un marcantonio o una sirenetta, vi proiettano tutte le loro fantasie erotiche, tutti i loro desideri immaginari e sogni relativi alla Persona cercata e si innamorano di un essere immaginario. Sapendo ben poco della persona reale dietro l'immagine della loro fantasia. Arrivano però i momenti drammatici della delusione e non se la prendono con se stessi ma con il partner: perché non sei quello o quella che immaginavo? Senza parlare del grandioso spettacolo teatrale dell'amore al culmine della passione, quando tutti danno il meglio di sé. Rimangono celati però i veri volti, i veri caratteri, le deviazioni presenti in tutti noi, le fissazioni, le abitudini a volte difficilmente sopportabili.
    Mi vergogno ma voglio ugualmente ammettere di non fare il tifo per le unioni d'amore. La simpatia reciproca, l'amicizia o la comunanza di interessi permettono una migliore conoscenza del partner. 
  5. Il regno dell'amore è pieno di inganni. Cinquecento anni fa un drammaturgo inglese raccontò la storia di un amore vero. Ancora oggi la gente va al teatro per assistere al destino di Romeo e Giulietta. L'amore esiste ma è un fenomeno raro. Oggigiorno qualcuno ha inventato però che un uomo retto, una donna decente vanno a letto solo per amore. E allora bisogna chiamare amore tutto, il piacere del momento, il desiderio, l'attrazione, il flirt, l'eccitazione. Che senso ha?
  6. Sotto sotto la pigrizia uccide l'amore. La sicurezza della felicità acquisita distrugge la vita quotidiana. Quando siamo pigri per fare la corte, per conquistare, per renderci desiderabili, compresa la pulizia della persona, l'uso del profumo, dell'abbigliamento e della biancheria attraenti. Perché? Tanto è ormai è nostro/nostra. Suona allora la campana a morto della relazione fra uomo e donna. Perché nel nostro cuore dovrebbe essere scritto a lettere cubitali che L'ESSERE UMANO NON E' PROPRIETA' DI NESSUNO.
  7. Il vero amore è passione, estasi, felicità. Tutto questo però non è mai permanente, sono solo momenti. E quando sono passati? Dobbiamo far finta del contrario? O cercare nuove eccitazioni? Eravamo abituati ad averle, ne “abbiamo diritto”. Dicono che l'amore si trasforma in affetto. A volte. Ma per lo più diventa indifferenza, alienazione, odio come dimostrano i divorzi e le lotte spregevoli per i figli, per la divisione dei beni.
    Cosa possiamo fare? L'importante è non ascoltare nessuno, neppure l'anziano “specialista”, lo psicologo. Nessuno deve dare retta a nessuno, né ai genitori né agli amici, che vorrebbero tarpargli le ali quando vuole volare verso il cielo e il sole per raggiungere l'uccello azzurro della felicità. Innanzitutto perché la passione è più forte delle parole sagge. Poi perché l'uccello azzurro è imprevedibile. Qualche volta si lascia catturare, qualche altra si posa lui stesso sulla spalla dell'eletto, e comunque non esiste.
    Devo darvi una notizia triste. Non esiste La Persona. Non c'è. Non esiste una donna o un uomo che ci appartenga, che potremmo incontrare. Una persona fortunata incontra due o tre persone nel corso della propria esistenza che potrebbero fare per il suo caso. Ci vuole però molta pazienza, rinuncia, comprensione, abnegazione, perché alla fine possa nascere un rapporto in cui l'altro o l'altra diventi indispensabile, ovvero La Persona.

    (Trad. Andrea Rényi)




martedì 15 maggio 2012

Attila Jòzsef, Saluto a Thomas Mann



Come un bambino bisognoso di riposo
che già ha raggiunto il quieto letto
ancora chiede: "Non andar via, racconta" -
(perché la notte non gli piombi subito addosso)
e fin che il cuoricino batte ansioso
e non sa cosa desideri di più:
se il racconto o che tu sia qui,
parimenti ti chiediamo: Siedi tra noi, e narra.
Di' ciò che dici sempre (e noi l'abbiam scordato)
parlaci del fatto di essere con noi
e noi tutti quanti insieme a te,
tutti coloro che hanno pensieri degli dell'uomo.
Tu lo sai bene, il poeta mai mente,
dice il vero, non solo il genuino,
la luce che ci illumina la mente
ché, senza l'uno dell'altro siamo al buio.
Come Hans Castorp sul corpo di madame Chauchat
stasera possiamo vederci in trasparenza.
Nella felpa della tua parola non passa il rumore -
Raccontaci del bello e di ciò che è problematico
alzando il nostro cuore dal lutto al desiderio.
Abbiamo appena seppellito il povero Kosztolànyi
e sull'umanità come su lui il cancro
non rode lo stato-orrore,
rabbrividendo ci chiediamo cos'altro può accadere
quali nuove idee annientatrici si scateneranno
che nuovo veleno bolle che penetri tra noi -
fin quando avremo un posto dove tu puoi leggere?...
Se tu parli, non ci scoraggiamo,
noi maschi restiamo maschi
e le donne libere, gentili
e tutti gli esseri umani, di cui c'è sempre penuria...
Accomodati. Inizia ben bene il racconto.
Siamo in ascolto, e ci sarà chi semplicemente
ti guarda, perché felice di vedere
oggi qui tra i bianchi un europeo.

(Trad. di Edith Bruck)

lunedì 7 maggio 2012

István Örkény, Un lettore scrupoloso



  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Non posso passarglielo ora ma le dico subito che se si tratta di un incidente, la macchina la possiamo prendere in consegna solo nel mese prossimo.
  • Mi ha cercato lui.
  • Perché non ha detto subito che vi conoscete? Che cosa ha la macchina che non va?
  • Non si tratta di un incidente. Sono appena tornato a casa e ho trovato un biglietto con il nome di Mihály Szlávik e un numero di telefono.
  • La prego di richiamare fra venti minuti, adesso tutta l'officina è in intervallo per il pranzo.
    *
  • Vorrei parlare con Mihály Szlávik.
  • Glielo passo subito.
  • Pronto, sono Mihály Szlávik.
  • Mi ha lasciato lei il suo numero?
  • Sì, mi sono permesso di farlo per domandarle una cosa.
  • Prego.
  • Ha tradotto lei il romanzo di Truman Capote, vero?
  • Sì, sono io il traduttore di Altre voci, altre stanze. L'ha letto?
  • L'ho letto e mi è piaciuto molto, ma ho notato qualcosa. Vorrei sapere perché i neri nel libro parlano diversamente rispetto agli altri?
  • Parlano diversamente?
  • Parlano come se fossero stranieri. Vorrei solo capire meglio, per questo glielo sto chiedendo.
  • Mi sembra di ricordare qualcosa. Vede, la traduzione risale a tre anni fa, l'ho dimenticata un po' ma mi ricordo di una cameriera con una cicatrice sul collo. Si sta riferendo a lei?
  • Anche a lei.
  • Allora si tranquillizzi pure. Mi ricordo molto bene che questa ragazza anche nel testo originale parla in un inglese stentato.
  • Cosa significa stentato?
  • Stentato è stentato. O no?
  • Non del tutto. Parliamo in modo stentato una lingua che non conosciamo bene. Può parlare male anche la propria lingua madre chi non ha studiato, chi è ignorante o è limitato. Ma sono due cose ben distinte.
  • Come parla allora quella nera?
  • Parla come una straniera che non conosce bene l'inglese. Questo mi ha colpito e mi sono permesso di chiamarla. I neri vivono negli Stati Uniti, in un ambiente anglofono, sono dunque di lingua madre inglese.
  • Ho incontrato degli zingari che vivono qui, in Ungheria, eppure parlano un ungherese stentato come se fossero stranieri.
  • Questo ragionamento sembra corretto ma non dimostra nulla. Gli zingari hanno infatti una loro lingua, ma non i neri.
  • Capisco. Non so cosa dire. Vorrei che mi credesse che sono un traduttore molto preciso, persino maniacale. Può ben credermi che la ragazza anche nel testo originale parla male l'inglese. In più, i revisori controllano la traduzione parola per parola...
  • I revisori possono commettere errori. La prego di dare un'occhiata a Hook Finn. Se non erro, l'ha tradotto Karinthy. In ogni caso, in Hucklebbery Finn il nero parla come un analfabeta, un uomo primitivo e non come uno straniero. Oppure quest'aspetto è irrilevante per un traduttore?
  • No, ma non ho tradotto io Huckleberry Finn. Che tra l'altro un romanzo di cent'anni fa.
  • Mi deve perdonare, ma questo conferma solo che ho ragione io. A cent'anni di distanza i neri  hanno imparato a parlare l'inglese solo meglio, e non peggio.
  • Credo che lei abbia ragione anche su questo.
  • Spero di non averla offesa.
  • Affatto. Ha detto cose su cui riflettere.
  • Purtroppo non parlo l'inglese, non ho potuto controllare il testo originale ma quei dialoghi mi hanno colpito. Volevo parlare con lei perché per me la chiarezza viene prima di tutto.
  • Ha fatto bene a chiamarmi.
  • Devo lasciarla perché il capoofficina mi sta bussando sul vetro. Per il resto la traduzione è ottima.
  • Arrivederci.
  • Le faccio tanti auguri.

    (Da "Novelle da un minuto", trad. di Andrea Rényi)


venerdì 4 maggio 2012

István Örkény, Sondaggio

Anche in Ungheria è stato istituito ed è già attivo il primo istituto di sondaggi dell'opinione pubblica.
Contiamo sulla vostra gentile collaborazione.
A scopo dimostrativo comunichiamo i risultati del primo sondaggio relativo all'opinione dei nostri cittadini sul passato, presente e futuro del nostro Paese. Per l'affidabilità del risultato, abbiamo chiesto a 2975 persone dalle più varie estrazioni, posizioni sociali, occupazioni e fedi religiose, di rispondere ai quesiti del seguente modulo:

1. Com'è il sistema attuale?
a) Buono
b) Cattivo
c) Non è né buono, né cattivo, ma potrebbe essere un tantino migliore
d) Vorrebbe emigrare a Vienna

2. Percepisce la solitudine dell'uomo del XX secolo?
a) Si sente molto solo
b) Si sente quasi del tutto solo
c) Per così dire, si sente completamente solo
d) A volte scambia due parole con il portiere dello stabile

3. Le sue esigenze culturali
a) Frequenta i cinema, le partite di calcio e le osterie
b) Qualche volta guarda fuori dalla finestra
c) Non si affaccia neppure alla finestra
d) Non è d'accordo con le tesi di Mao Tse-tung

4. Che formazione filosofica possiede?
a) Marxista
b) Antimarxista
c) Legge solo romanzi di Jenő Rejtő
d) E' alcolizzato

Risultato:
1. Negli ultimi vent'anni tutto è andato a meraviglia.
2. Anche ora va tutto benissimo, soltanto le corse della linea 19 sono rare.
3. Il futuro sarà persino migliore se infittiscono le corse della linea 19. 

(Dalle "Novelle da un minuto"; trad. di Andrea Rényi)

mercoledì 25 aprile 2012

Béla Hamvas, Boccaccio

Béla Hamvas (1897-1968)
Non conosciamo più il buonumore, quello autentico, sereno. Tutto il ridere, quello di Sterne, di Joyce, di Dickens, di Molière, è una pagliacciata un po' (molto?) amara, lacrimevole, forzata e forse disperata. La fine di queste risate penose è la spiritosaggine del vecchio Karamazov e di Foma Fomic. Con il Medioevo è finita l'epoca della serenità pura, senza riserve. Boccaccio ci insegna come sapevano ridere gli antichi.

(Da "I cento libri"; trad. A. Rényi)

mercoledì 18 aprile 2012

Dezső Kosztolányi, Il Pasticciere


Torta Dobos

(Nella sala principale della pasticceria siedono in tutto due uomini, due bambini e sei donne. Bravi padri fanno fare merenda ai figli immersi fino al gomito nel piacere delle bavaresi, dei bignè e dei rollè con panna. Donne dall’aria sognatrice tengono i gomiti poggiati sui tavolini di marmo, davanti a loro canne d’argento con dentro il tè fumante. Tutte bevono il tè senza zucchero. Sono assorte nel pensiero dei loro quarantasei chili, della bilancia della piscina, dell’ideale di bellezza. Ogni tanto tirano fuori lo specchietto dalla borsa, si incipriano il naso, si mettono il rossetto, poi sorseggiano un cucchiaino di liquido amaro dando l’impressione di gradire il tè con la polvere ciprigna accompagnato dal sapore di rossetto. Sto parlando con il pasticciere dietro le quinte, piano, per non farmi sentire dai clienti.)

  • Mi dica, perché non mangiano le signore?
  • (Sussurra.) Non osano. Hanno paura.
  • Di che cosa?
  • Della panna, della crema, della cioccolata. Di tutto.
  • Vengono ugualmente? Qui, dove le tentazioni sono tante e con un gesto imprudente potrebbero riprendere quello che è costato mesi di digiuno, ginnastica e nuoto? Vede, questo è vero eroismo.
  • Sa quindici anni fa cosa prendevano queste signore? Cominciavano con un caffè con doppia panna, vicino ci mangiavano due sfoglie con ricotta, poi ordinavano tre-quattro paste. A volte anche cinque o sei. Oggi nulla. (Schiocca le dita.) Neppure una.
  • Dovrebbe tenere anche lei il passo con i tempi.
  • Come?
  • Dovrebbe sfornare paste amare.
  • Ci ho provato. L’anno scorso ho fatto dei tranci di torta secca, di mandorla amara. Dura come la pietra, amara come il chinino. Non li hanno nemmeno toccati.
  • Allora dovrebbe ricorrere a mezzi più efficaci. Vede, le fabbriche di birra l’hanno già capito. Un tempo pubblicizzavano i loro prodotti dicendo: la birra X è nutriente. Ora invece reclamizzano birre che non fanno ingrassare. Potrebbe provare con panne che fanno dimagrire, con bignè lassativi, paste con un pizzico di veleno per topi sopra al posto dei pistacchi. Potrebbero avere successo.
  • Crede?
  • Si. E chi consuma tutta questa roba?
  • Gli uomini e i bambini. E quelle donne che hanno tentato invano le cure dimagranti. Dopo il fallimento definitivo delle cure tornano qui pentite e mangiano fino a scoppiare. (Con aria severa.) Fino alla nausea.
  • Qual è il paese più goloso di dolci?
  • Ancora l’Ungheria. Prima della guerra c’erano 114 pasticcerie a Budapest, ora sono 300 e nessuna è in difficoltà.
  • Ci sono delle mode anche in questo settore?
  • Ogni epoca ha il suo stile. Quando ero giovane, andava per la maggiore la mezzaluna ripiena di noci e di semi di papavero e i bambini amavano le caramelle d’orzo. Oggi riesco a vendere al massimo tre o quattro mezzelune alla noce o al papavero al giorno, le altre rimangono. Piacciono molto le creme, le caramelle ripiene, i bignè, e soprattutto le bavaresi, di cui solo noi vendiamo 1400 pezzi al giorno. (Neoromanticismo.) Il futuro? Forse il marzapane. Ultimamente c’è stata molto richiesto un tipo di pasta che imita la pesca ed è ripiena di spuma di cioccolato. Non è quello che sembra. (Espressionismo.) Naturalmente la torta Dobos è imbattibile. (Resiste la Dobos, il classico di Budapest dei vecchi tempi.)
  • Torte nuziali?
  • Ne vendiamo qua e là qualcuna. Oggigiorno il pasticciere non erige più torri, né costruisce cattedrali di zucchero con figure, colombe e con il ritratto degli sposi. (Rococò.) Non va più neppure la “spanische Windtorte”. Solo la materia conta, deve essere tutto commestibile, anche la scritta.

(Dal laboratorio arriva un dolce profumo alla vaniglia. Chiedo di poter entrare. Vedo gelatiere ad ammoniaca in funzione, paté di fegato di Limburg, carpe in gelatina, sbattitori elettrici, la pasta pallida della torta di Linz sotto il matterello, il ripieno color oro delle bavaresi in calderoni d’ottone. La macchina del cioccolato romba. Versano dall’alto la polvere del cacao delle colonie e il cioccolato arricchito di burro e addolcito sgocciola da sotto e macchia di marrone il grembiule bianco dei pasticcieri. Oh, se da bambino mi avessero chiuso in una prigione di cioccolato per almeno due settimane! Eliminano oltre sette etti di scorie di cioccolato al giorno. Anche sulla parete ci sono schizzi di cioccolato. Qui si potrebbe leccare tutto.)

(Traduzione di Andrea Rényi)

martedì 17 aprile 2012

László F. Földényi, La capacità di stupirsi



Massa e potere – cinquant’anni dopo
Il libro di Elias Canetti non è un romanzo, anche se a tratti il suo tessuto è romanzesco. Ha una drammaturgia ben definita che però non è lineare, non segue le regole di un dramma ben costruito e basato sulla logica razionale. La definirei piuttosto una drammaturgia del sogno. Non vi è un punto centrale, al quale subordinare tutto. Eppure l’opera non manca di una certa unità. Potrei paragonarla agli esperimenti dell’avanguardia o ai libri di Karl Kraus.
Provo difficile definirla un’opera scientifica. Già nel primo capitolo Canetti evidenzia – peraltro con la lucida logica propria degli scienziati – che la scienza ha dei limiti che però non fissa essa stessa. In base alla mia esperienza universitaria posso affermare che se oggi Canetti presentasse questa sua opera da anonimo presso una qualsiasi università come tesi di un dottorato di ricerca o d’abilitazione, essa verrebbe unanimemente respinta.
Non è un romanzo e non è un lavoro scientifico. Che cos’è allora? Canetti definì Massa e potere come “l’opera della sua vita”. Il suo libro è la copia della vita reale, palpitante; il risultato di trenta (!) anni di lavoro. Questa palpitazione viva contava più di tutto per lui. Secondo il suo titolo il libro parla di massa e di potere. Ha però un nucleo centrale che come un focolaio, attizza ogni rigo, ogni affermazione e ogni pensiero del libro. Si tratta di una domanda mai esplicitamente formulata ma presente in ogni pensiero del libro: che cos’è l’uomo? Questa domanda, come una grande visione, rende tuttora vivo il libro di Canetti pubblicato mezzo secolo fa.
Partendo da questa domanda diventa comprensibile la difficoltà di catalogare l’opera. Perché Canetti a metà del ventesimo secolo, si rivolge a un genere che all’epoca era considerato anacronistico, pur avendo una grande tradizione europea. Che cos’è l’uomo? La domanda fu posta da Montaigne, Hobbes, Luis de Vives, Pico della Mirandola, Thomas Browne, Robert Burton e John Donne, insieme a molti predecessori. Li accomunava il fatto di non essere più “di moda”, insieme al quesito da loro posto. Naturalmente non del tutto. Perché Canetti aveva dei compagni di viaggio, seppure viandanti solitari come lui. Il polacco Miłosz, l’argentino Borges, l’ungherese Béla Hamvas, il polacco Kołakowski, la spagnola Maria Zambrano e il colombiano Nicolàs Gòmez Dàvila: percorrevano strade diverse ma si ponevano la stessa domanda e nessuno di loro era disposto a rinunciare al libero pensiero a favore della sistematicità accademica.
Esiste un punto in comune nel pensiero dei filosofi appena menzionati che è presente anche nell’opera di Canetti: l’apertura nei confronti delle questioni metafisiche, che è stata la tradizione più forte del pensiero europeo per duemilacinquecento anni e che proprio nella seconda metà del ventesimo secolo stava correndo seri rischi. La forza di quest’opera sta nella sua apertura. Questo libro si distingue dalla prima all’ultima pagina per la sua capacità di stupirsi di fronte al mondo. Può darsi che la scienza dell’etnologia giudichi sorpassate molte delle sue affermazioni; può darsi che i politologi non sappiano che farsene nel corso delle loro analisi e commenti giornalieri; può darsi che la psicologia odierna veda tutto diversamente ed è probabile che gli antropologi non saranno d’accordo su molti punti, ma per quanto riguarda la capacità di stupirsi, Canetti può insegnare molto agli addetti. È un insegnamento tuttora valido e tutti dovrebbero imparare la sua lezione. In questo Canetti è un professore.
Dal 1960 i rappresentanti delle discipline più varie stanno cercando di venire a patti con questo libro. Ha avuto molti critici e molti ammiratori. Alcuni considerano Canetti l’ultimo poliedrico, altri sottolineano il suo dilettantismo. Il lettore farebbe fatica a rispondere alla domanda: di quale branca è scienziato Canetti? È un antropologo? Etnologo? Storico? Psicologo? Uno storico delle religioni? Sociologo? Politologo? È studioso di tutto e di niente. Dispone di notevoli conoscenze,e il suo coraggio è ammirevole quando ignora semplicemente ciò che non riguarda direttamente il suo tema. Al posto della logica deduttiva e di ampio raggio, imprescindibile nelle scienze, si affida all’istinto e all’intuito; come i boscimani, e interpreto il capitolo sulle loro intuizioni anche come una velata confessione autobiografica.
La definizione dei due temi principali del libro: massa e potere, dà il quadro del modo particolare di procedere di Canetti. Secondo lui la massa non è una formazione storica, non è una categoria sociologica o politica, ma un turbinio opaco specifico non solo della società degli uomini ma che compone ogni manifestazione di vita. Per Canetti la massa è una costante sempiterna presente in tutte le epoche e la sua caratteristica principale non è necessariamente la quantità o la misura ma la sensazione dello spazio che l’accompagna. La massa offre la sensazione del contatto fisico. La prima frase del libro recita: “Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto” (trad. di F. Jesi). È dato un essere vivente, nella fattispecie l’uomo, che prima di tutto ha paura: teme il contatto fisico con un Altro che entra nel cerchio magico della sua unicità. L’Altro non è ancora entrato, ma può farlo in qualsiasi momento – è questo a causare la paura incessante. Come può liberarsene? Andandole incontro. Come è possibile evitare il contatto? Non allontanandoci dall’Altro – perché siamo circondati dall’Altro, da estranei -, ma avvicinandoci. Tanto da far cessare l’essenza dell’Altro. Per farlo tutti gli Altri devono unirsi. Ed ecco che si forma la massa, dove entro in contatto fisico con altri, ma non come individuo, né l’altro mi tocca come individuo. “Appena ci abbandoniamo alla massa cessa il rifiuto del contatto. Nella teoria diventiamo tutti uguali.”
Riguardo alla massa Canetti fa valere fino alla fine un pensiero profondamente patetico: la massa non è un fenomeno umano ma universale. Quando gli uomini si riuniscono per formare una massa non eseguono un semplice movimento politico e sociale bensì si imitano. I boscimani gli africani, questi gli europei che a loro volta imitano gli indiani che a loro volta imitano i musulmani – e tutti insieme imitano gli animali, i loro branchi riuniti per motivi vari – ma anche gli animali imitano la natura e i suoi fenomeni. Canetti fa anche degli esempi: il fuoco, il mare, la pioggia, il fiume, il bosco, il grano, il vento, la sabbia. La massa, la massificazione non sono fenomeni esclusivamente umani ma cosmici. Ne consegue che la massa non significa solamente l’insieme di molti uomini, l’esistenza nella massa è una componente della vita.
Gli storici, i sociologi e i politologi trovano problematica quest’interpretazione della massa. Sta proprio qui la chiave dell’importanza di Massa e potere, quale uno dei libri determinanti del ventesimo secolo. Perché senza renderlo evidente, rappresenta la massa come una sorta di condition humaine, e disegnando delle analogie profonde fra l’uomo, l’animale e la natura inorganica dà voce a un’importante esperienza del ventesimo secolo. Massa e potere non parla del ventesimo secolo, ma ha origine nel ventesimo secolo, è una voce di quell’epoca. Sulla massa sono state scritte altre opere – citate da Canetti - non solo nel diciottesimo e diciannovesimo secolo, ma anche nell’antichità. L’esperienza della massa come forma esclusiva di esistenza, alla quale non c’è scampo perché con l’aiuto valido dei media l’uomo viene raggiunto anche nei luoghi più isolati, è stata vissuta e raccontata solo nel ventesimo secolo.
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Lo stesso vale per la questione del potere. Qual è la manifestazione più elementare del potere? La risposta di Canetti: che inghiottisce l’altro. Cosa occorre per inghiottire? Una bocca. E cosa serve per digerire? Denti che tritano. I denti sono buoni se sono lisci e duri, resistenti – e sono efficaci perché mettono ordine. Il potere può consolidarsi solo se è levigato e ordinato. Ciò che i denti tritano finisce nella cavità orale – che è una prigione. Che è pure uno strumento indispensabile del potere. La stazione successiva alla cavità orale è la gola che ingoia – come il potere ingoia il suddito. Il cibo viene digerito nello stomaco, il corpo fa definitivamente suo e interno ciò che prima era ancora estraneo. Il prodotto finale sono gli escrementi dove l’unione diventa completa. “Nulla è appartenuto a un uomo più di ciò che si è trasformato in escremento.” Per Canetti la relazione fra l’uomo i suoi escrementi è l’analogia del funzionamento del potere. “Qualcosa di estraneo viene afferrato, sminuzzato, incorporato, e assimilato dall’interno: si vive soltanto grazie a questo processo.” Le citazioni provengono dall’inizio del capitolo Gli organi del potere. Qui si parla anche della mano, della pazienza della mano, degli esercizi delle dita delle scimmie e della psicologia del mangiare. Ma ci sono anche argomenti non trattati. Per esempio l’esercizio del potere, la natura politica del potere, la divisione, la rappresentazione e la psicologia del potere. Quando cercano di attaccare il libro, i critici parlano dell’interpretazione del potere e chiamano Hannah Arendt in aiuto, o l’opera classica dell’austriaco Friedrich von Hayek, The Road to Serfdom (1944). A mio avviso sbagliano. Ci rivolgiamo a questo libro in modo appropriato se non vi cerchiamo le verità storiche, non esaminiamo i suoi insegnamenti politici, sociologici, ma valutiamo soltanto se l’autore è riuscito a trasmettere al lettore con precisione la propria visione della natura del potere. Ciò che avevo detto riguardo alla massa, vale anche per il potere: Canetti poteva avere questa visione solo nel ventesimo secolo, e non ha scritto del potere, ma ha guardato fuori dallo stomaco del potere, considerandolo il suo escremento. Invece dell’esatta analisi storica del potere, Canetti offre al lettore l’esperienza esistenziale del potere. Non lo paragonerei a Hannah Arendt ma a Kafka.

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Canetti non usa mai la prima persona singolare, eppure il suo libro è molto personale. La visione menzionata prima lo rende tale. Lavorando al libro per tre decenni Canetti ha cercato di mantenere viva questa visione fino alla fine. Cosa poteva essere questa visione? Un mistero. È sicuro però che la paura dell’Altro, dello Sconosciuto ha avuto un ruolo così come il timore di essere ingoiato. Questa visione non solo rende il libro personale, ma anche un vero e proprio prodotto del ventesimo secolo. Poteva essere scritto solo in quel secolo che non solo si riteneva il più evoluto della storia dell’umanità, ma ha prodotto anche gli orrori più spaventosi. Canetti è sorprendentemente di poche parole quando, raramente, parla delle due guerre mondiali, dei regimi totalitari e degli eccidi senza precedenti, eppure il suo libro è una forte presa di posizione pessimista: l’uomo è incorreggibile perché si ripete sempre, con strumenti sempre più sofisticati. Per l’autore di Massa e potere l’illuminismo europeo ha esaurito le sue potenzialità emancipatorie.
Il tono personale è particolarmente accentuato in un capitolo, dal titolo rivelatore Il comando. Che cos’è il comando? Per Canetti non è un giudizio astratto, ma una manifestazione dolorosamente concreta che punge come una spina. Il comando come spina è una formazione dell’anima che rimane nell’uomo per sempre: i comandi eseguiti si radicano definitivamente nella memoria. I bambini sono i più esposti e la sua voce di solito asciutta qui si ammorbidisce: “Sembra un miracolo che essi [i bambini] non crollino sotto il carico di comandi e sopravvivano alle iniziative degli educatori. Ma tutto ciò è per loro naturale come il mordere o il parlare, e non è meno crudele di ciò che a suo tempo imporranno ai loro figli. … Ogni bambino, anche il più comune, non dimentica né disperde alcuno degli ordini con cui gli è stata fatta violenza.”
Il comando è il cemento di ogni essere vivente che sia animale o uomo. Possono sopravvivere solo se obbediscono, se soddisfano le regole del gioco dettate dai comandi. Altrimenti si sbriciolerebbero, si annienterebbero. Qui, in questo punto la descrizione fenomenologica è anche un giudizio di valore che per il resto l’autore evita dove può. Perché Canetti definisce il comando cosa negativa fin dall’inizio. Ciò che è cattivo lo considero tale però soltanto se conosco il bene. Che cosa può essere il bene? Un mondo senza comandi, che però non per questo cade a pezzi. Esperimentarlo? No, dice Canetti. Ma nel frattempo suggerisce che malgrado ogni argomento ragionevole deve pur esserci un mondo del genere. Bisogna sconfiggere il dominio del comando, dice Canetti, non con la voce di uno storico o politologo, ma di un predicatore. “Si devono trovare mezzi e vie per liberare da esso la maggior parte degli uomini. Non gli si può permettere altro che di scalfire la pelle. Le sue spine devono trasformarsi solo in lappole di cui ci si sbarazza con un gesto.” Finché non sarà successo la nostra individualità sarà sempre minacciata e noi usciremo di scena sempre come un escremento del potere.
Il titolo del libro fa pensare alla natura sempiterna della massa e del potere. La visione, “il nocciolo ardente” che mantiene in vita le sue riflessioni, è legata strettamente all’epoca: attraversa il ventesimo secolo come il raggio di una radiografia. Lo scopo ultimo del libro è un’accusa. Massa e potere è un atto d’accusa nei confronti di quello che contemporaneamente anche Cioran ha chiamato creazione errata.

(Traduzione di Andrea Rényi)