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Oh quanto amo te
che sei riuscita a far parlare
la cavità più fonda del mio cuore
dove l'intricante solitudine tesse le sue trame
e l'universo.
Tu che come salto d'acqua dal suo fragore
da me ti disgiungi, vai via sommessa
nell'atto che tra le vette della mia esistenza
in lontana vicinanza tuono, grido,
in un dibattermi tra cielo e terra,
che ti amo - tu dolce matrigna!
(Trad. Edith Bruck)
venerdì 10 febbraio 2012
mercoledì 8 febbraio 2012
György Somlyó, Favola sull'amore e sull'affetto
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché lo amano.
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché lo amano.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'odio.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'affetto.
C'é qualcuno che confonde l'amore con l'affetto e non comprende che altri, per risposta, confondono l'odio con l'amore.
C'é chi ama come una lepre finita in autostrada e caduta nella trappola delle luci.
C'é chi è come il leone che sbrana ciò che ama.
C'é chi ama come il pilota la città su cui lancia le bombe.
C'é chi è come il radar che guida gli aerei nell'aria.
C'é chi ama pacificamente come la capra che permette al bambino affamato di succhiare il latte.
C'é chi va alla cieca come l'ameba che ingoia l'altra nella sua esistenza informe.
C'é chi in modo insensato come la farfalla notturna ama la favilla.
C'é chi saggiamente come l'orso il letargo.
C'é chi ama se stesso nell'altro,
e chi in se stesso quell'altro che diventerà attraverso l'altro.
(Trad. di Andrea Rényi)
Dell'autore (in inglese)
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché lo amano.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'odio.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'affetto.
C'é qualcuno che confonde l'amore con l'affetto e non comprende che altri, per risposta, confondono l'odio con l'amore.
C'é chi ama come una lepre finita in autostrada e caduta nella trappola delle luci.
C'é chi è come il leone che sbrana ciò che ama.
C'é chi ama come il pilota la città su cui lancia le bombe.
C'é chi è come il radar che guida gli aerei nell'aria.
C'é chi ama pacificamente come la capra che permette al bambino affamato di succhiare il latte.
C'é chi va alla cieca come l'ameba che ingoia l'altra nella sua esistenza informe.
C'é chi in modo insensato come la farfalla notturna ama la favilla.
C'é chi saggiamente come l'orso il letargo.
C'é chi ama se stesso nell'altro,
e chi in se stesso quell'altro che diventerà attraverso l'altro.
(Trad. di Andrea Rényi)
Dell'autore (in inglese)
mercoledì 1 febbraio 2012
István Örkény, Pensieri in cantina
La palla, attraverso una finestra rotta, cadde nel corridoio di uno scantinato.
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
"Micetto!" disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. "Come sei capitato qui, micettino?"
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente - lui che era stato scambiato per un micino - rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l'avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l'avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti, continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nata figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Cavaglià
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
"Micetto!" disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. "Come sei capitato qui, micettino?"
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente - lui che era stato scambiato per un micino - rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l'avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l'avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti, continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nata figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Cavaglià
venerdì 27 gennaio 2012
Orsolya Karafiáth, I confini della baia
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| Foto di Sibnath Basu |
il sole forma una baia, secondo le luci.
Ogni gesto segnala una boa, ora:
fino ad essa, non oltre. Poi di nuovo fin qui.
Nuotare quasi immobile.
Nel mare aperto, se c'è pericolo.
Acque eccitanti, oltre confine;
non serve l'onda, travolgo me stessa.
E ci sarà un dopo, quando il colore della notte
Come il vino di mandorle, trasformato in sorsi freschi.
Dipinge la mia ombra nelle orme nella sabbia:
pulizia di rive delineate dal fango.
E nemmeno qui riesco ad amarti bene.
Ho il piede freddo, gela la piscina fresca.
La falesia si è quasi richiusa
un cielo più terso perché possa dilatare il suo specchio.
(Trad. Andrea Rényi)
sabato 21 gennaio 2012
István Örkény, Gli ungheresi
I gelati li ha inventati un pasticcere di Catania, di nome Ugo Riccardo Salvatore Giulio Girolamo B.
Quando li abbia inventati è ancora materia dibattuta, ma adesso non perdiamo tempo con questo, diciamo che era più o meno l'epoca in cui inventarono la stampa.
Ugo non inventò solo il gelato ma anche il cono di cialda e l'annesso carrettoni. (Questo è l'ordine delle cose. Non è neanche immaginabile, ad esempio che Irinyi inventasse i fiammiferi e qualcun altro la scatola. O che Ehrlich inventasse solo il salvarsan e qualcun altro la sifilide. Cose simili non capitano). Dopo avr completato in tal modo l'opera, Ugo la portò in giro per il mondo.
Percorse la Lodomeria, la Bessarabia, il Tirolo, la Borgogna, il Brandeburgo e la Capitaneria dei Vendi. L'accoglienza che ricevette è immaginabile ma non descrivibile! Dovunque arrivava lui con il suo carrettino si radunavano grandi e piccini del luogo, denaro alla mano, l'acquolina in bocca e aspettavano con il cuore pulsante i gelati di lampone, fragola, cioccolata, limone o pistacchio. Ugo dava a tutti quello che chiedevano e, per evitare ai suoi clienti esperimenti inutili, insegnava anche loro che il gelato va semplicemente leccato.
Lo accoglievano dovunque con grida di gioia, erano tristi quando se ne andava e non vedevano l'ora che ritornasse.
Una volta infine capitò anche nella terra dei magiari, ovvero in Ungheria. Qui però il re aveva appena imposto una nuova tassa sul sale e in tutto il paese grandi e piccini non volevano parlar d'altro che della tassa sul sale e la cosa in se stessa era già un'offesa per la vanità di Ugo. In grane ambascia, provvide il carrettoni di un campanello, e a quelli che a gran fatica si radunavano al suono del campanello lui mostrava con infiammato zelo i suoi gelati.
I magiari però non lo degnavano di uno sguardo. Non sentivano la calura estiva e quindi non desideravano neppure il refrigerio dei gelati, perché avevano in mente soltanto la tassa sul sale. Invano Ugo spiegava che potevano pensare a quel che volevano, perché il gelato basta leccarlo; loro dicevano, grazie, abbiamo ben altro da leccare. Ma, rispondeva Ugo, mortalmente ferito da quella sorda indifferenza, i suoi gelati erano di gusti differenti. A loro invece - rispondevano quelle teste di legno degli ungheresi - bastava leccarsi le dita, perché anche quelle avevano tutte e cinque un gusto diverso. E quando Ugo volle continuare a illustrare la verità di quel che diceva, gli tirarono dello sterco di cavallo, convinti com'erano che gelati in quella lingua primitiva significasse "viva la tassa sul sale!". E una cosa del genere non si poteva lasciare impunita.
Il povero Ugo, fiaccato nel corpo e nell'animo, spinse il suo carrettino fino alla contea di Zara e lì lo caricò su una nave per tornare in patria. Sul letto di morte, circondato dai gelatai italiani, riuscì a dire soltanto: "Gli ungheresi... gli ungheresi...". E poi rese l'anima.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Caviglià
Quando li abbia inventati è ancora materia dibattuta, ma adesso non perdiamo tempo con questo, diciamo che era più o meno l'epoca in cui inventarono la stampa.
Ugo non inventò solo il gelato ma anche il cono di cialda e l'annesso carrettoni. (Questo è l'ordine delle cose. Non è neanche immaginabile, ad esempio che Irinyi inventasse i fiammiferi e qualcun altro la scatola. O che Ehrlich inventasse solo il salvarsan e qualcun altro la sifilide. Cose simili non capitano). Dopo avr completato in tal modo l'opera, Ugo la portò in giro per il mondo.
Percorse la Lodomeria, la Bessarabia, il Tirolo, la Borgogna, il Brandeburgo e la Capitaneria dei Vendi. L'accoglienza che ricevette è immaginabile ma non descrivibile! Dovunque arrivava lui con il suo carrettino si radunavano grandi e piccini del luogo, denaro alla mano, l'acquolina in bocca e aspettavano con il cuore pulsante i gelati di lampone, fragola, cioccolata, limone o pistacchio. Ugo dava a tutti quello che chiedevano e, per evitare ai suoi clienti esperimenti inutili, insegnava anche loro che il gelato va semplicemente leccato.
Lo accoglievano dovunque con grida di gioia, erano tristi quando se ne andava e non vedevano l'ora che ritornasse.
Una volta infine capitò anche nella terra dei magiari, ovvero in Ungheria. Qui però il re aveva appena imposto una nuova tassa sul sale e in tutto il paese grandi e piccini non volevano parlar d'altro che della tassa sul sale e la cosa in se stessa era già un'offesa per la vanità di Ugo. In grane ambascia, provvide il carrettoni di un campanello, e a quelli che a gran fatica si radunavano al suono del campanello lui mostrava con infiammato zelo i suoi gelati.
I magiari però non lo degnavano di uno sguardo. Non sentivano la calura estiva e quindi non desideravano neppure il refrigerio dei gelati, perché avevano in mente soltanto la tassa sul sale. Invano Ugo spiegava che potevano pensare a quel che volevano, perché il gelato basta leccarlo; loro dicevano, grazie, abbiamo ben altro da leccare. Ma, rispondeva Ugo, mortalmente ferito da quella sorda indifferenza, i suoi gelati erano di gusti differenti. A loro invece - rispondevano quelle teste di legno degli ungheresi - bastava leccarsi le dita, perché anche quelle avevano tutte e cinque un gusto diverso. E quando Ugo volle continuare a illustrare la verità di quel che diceva, gli tirarono dello sterco di cavallo, convinti com'erano che gelati in quella lingua primitiva significasse "viva la tassa sul sale!". E una cosa del genere non si poteva lasciare impunita.
Il povero Ugo, fiaccato nel corpo e nell'animo, spinse il suo carrettino fino alla contea di Zara e lì lo caricò su una nave per tornare in patria. Sul letto di morte, circondato dai gelatai italiani, riuscì a dire soltanto: "Gli ungheresi... gli ungheresi...". E poi rese l'anima.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Caviglià
venerdì 20 gennaio 2012
Károly Pap, Azarel
Talvolta mi sembra di vedere uno di quei volti in una via che assomiglia a quelle del ghetto. Allora, da bambino, percepivo quello che più tardi mi diventò chiaro: questi scolari apparivano stranamente molto simili tra loro, quasi fossero tante copie di uno solo, e una voce sola si moltiplicasse nella litania. Tutte le volte che odo di nuovo questo lamento torno a pensare a nonno Geremia, alla chiesa, al cortile in comune con il cimitero, sotto le acacie polverose, fra gli scolari che recitavano quelle preghiere.
Queste erano la mia ninna nanna e i canti del mio risveglio, insieme alle orazioni borbottate da mio nono accovacciato fuori, davanti alla tenda, con i suoi libri in grembo. Trotterellavo e girellavo come un estraneo intorno a lui sul rado prato polveroso bruciato dal sole, fra le erbacce che ricoprivano il grande cortile e diventavano più alte verso il cimitero. Il cimitero ne era ormai completamente invaso, tra le lapidi spuntavano rigogliosi e inebriati il citiso, il timo, il cardo, la gramigna, la cicoria, il papavero. Il mare di colori creato da questa vegetazione selvatica era tanto bizzarro per me quanto le nenie incessanti che ondeggiavano nell'angolo più lontano del cortile e che si univano al mormorio del nonno. Avevo paura di tutto, dei colori, dei suoni, non osavo restare né fuggire via. Il muro che circondava il cortile del cimitero, elevato dai padri della comunità probabilmente con i resti di costruzioni antiche, era fatto di pietre ciclopiche dalle forme ancora più terrificanti del retro aperto del cortile, che conduceva al cimitero dove si ergevano minacciosi cespugli ebbri dei proprio colori.
(Pagg. 25 e 26, "Azarel" di Károly Pap, Fazi, Roma, 2009, traduzione di Andrea Rényi)
Queste erano la mia ninna nanna e i canti del mio risveglio, insieme alle orazioni borbottate da mio nono accovacciato fuori, davanti alla tenda, con i suoi libri in grembo. Trotterellavo e girellavo come un estraneo intorno a lui sul rado prato polveroso bruciato dal sole, fra le erbacce che ricoprivano il grande cortile e diventavano più alte verso il cimitero. Il cimitero ne era ormai completamente invaso, tra le lapidi spuntavano rigogliosi e inebriati il citiso, il timo, il cardo, la gramigna, la cicoria, il papavero. Il mare di colori creato da questa vegetazione selvatica era tanto bizzarro per me quanto le nenie incessanti che ondeggiavano nell'angolo più lontano del cortile e che si univano al mormorio del nonno. Avevo paura di tutto, dei colori, dei suoni, non osavo restare né fuggire via. Il muro che circondava il cortile del cimitero, elevato dai padri della comunità probabilmente con i resti di costruzioni antiche, era fatto di pietre ciclopiche dalle forme ancora più terrificanti del retro aperto del cortile, che conduceva al cimitero dove si ergevano minacciosi cespugli ebbri dei proprio colori.
(Pagg. 25 e 26, "Azarel" di Károly Pap, Fazi, Roma, 2009, traduzione di Andrea Rényi)
giovedì 19 gennaio 2012
Krisztina Tóth, Corsa evanescente
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| Foto di Angela Cossiri |
La tua camicia sulla sedia la mattina.
Non ho mai visto i contorni
dei tuoi mobili nell'oscurità.
Non avvicinarmi verso di te,
non appoggiarmi su di te,
corrimano senza scale.
(Trad. di Andrea Rényi)
domenica 15 gennaio 2012
Sulla poetica di Péter Nádas
“Molte volte ho sentito adulti esterrefatti affermare che la società dei bambini è molto crudele. Sono del parere che non eravamo più crudeli dei nostri genitori, e che le nostre azioni rappresentavano l’opinione sul signor Róth che tutti loro avevano maturato negli anni. Diciamo che eravamo meno consapevoli del valore delle nostre azioni rispetto ai membri più maturi della società. Indubbiamente la sincerità che distingue la crudeltà dei bambini da quella subdola, più calcolata degli adulti, accelerò gli avvenimenti. Li accelerò perché credevamo di confermare le loro idee, di mettere in pratica i loro pensieri e quelli, invece di ritirarsi spaventati, presero coraggio”.(“L’agnello”, tratto dal volume Minotauro di Péter Nádas, p. 79)
“Meno libri più lettori”, articolo a p. 57 de la Repubblica del 7 ottobre 2010: “Intanto anche qui arriva l’ultima eco del toto Nobel. Il premio, che sarà annunciato oggi, vede ancora super favoriti dai bookmaker McCarthy e Ngugi. Con l’incognita dell’outsider ungherese Péter Nádas.”
Sono molto affezionata ai ricordi di gioventù, anche a quelli meno belli. Sono nata in Ungheria in piena epoca staliniana, sono stata bambina negli anni della dura repressione post-rivoluzionaria e adolescente sotto la dittatura dal volto appena più umano di János Kádár. Nelle sue prime opere Péter Nádas, definito da Susan Sontag “uno dei più importanti autori del secolo” (il ventesimo), da anni in odore di Nobel, racconta storie che potrei anche definire tipiche della mia infanzia, restituendone magistralmente i colori, gli odori, i sapori e l’atmosfera. Quando rileggo le novelle de La Bibbia (Bur, 2009) e del Minotauro (Zandonai, 2010), rivivo sensazioni ben note, rivedo figure familiari. Tradurle è stato infatti un immenso piacere e naturalmente un grande privilegio.
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| Péter Nádas (ph. Dömötör Mihály) |
Péter Nádas è nato nel 1942 in una famiglia di origine ebraica, ma è stato battezzato nella chiesa protestante. Dopo una lunga malattia sua madre muore nel 1955 e suo padre, attivo nella Resistenza durante l’assedio di Budapest nel 1944, poi alto funzionario del partito unico nel dopoguerra, si toglie la vita nel 1958 in seguito a un processo farsa e alla conseguente perdita di ogni illusione e speranza. Rimasto orfano di entrambi i genitori a soli sedici anni, Nádas impara il mestiere di fotografo (la fotografia rimarrà sempre una sua grande passione), inizia a lavorare come fotoreporter e poi anche come giornalista, ma non accetta di scrivere articoli menzogneri, e per poter continuare a scrivere sceglie la strada della narrativa. Non amato dal regime, si rifugia in campagna; per anni i suoi libri non vengono pubblicati e non gli viene dato neppure il permesso di viaggiare all’estero. A vent’anni, nel 1962, scrive la lunga novella (o breve romanzo) La Bibbia che dà anche il titolo al volume comprensivo di tre racconti pubblicato da Bur (da me tradotto) nel 2009. La Bibbia è in cima alla mia classifica delle opere letterarie ungheresi, negli anni l’ho imparata quasi a memoria. Inizia con una citazione di John Locke tratta da An Essay Concerning Human Understanding: “No Innate Principles in the Mind”; l’essere umano è solo un prodotto delle circostanze, dell’ambiente e dell’educazione. In questa storia narrata dal bambino protagonista con l’occhio fotografico convivono tre generazioni di una famiglia nell’Ungheria rozza e soffocante dell’era Rákosi. I genitori sono funzionari del partito, dovrebbero essere quindi “gli uomini nuovi”, i nonni facevano parte della classe operaia oppressa prima della seconda guerra mondiale, ma la ragazza venuta dalla campagna per aiutare in casa, che deve chiamarli “compagni” sarà trattata e umiliata come una serva.
In questa prima novella l’autore dispone già di quella straordinaria capacità di ambientazione e di tratteggio psicologico, che ritroveremo nella sua successiva produzione ricca e variegata.
I nove racconti, scritti tra il 1963 e il 1975, che compongono la raccolta intitolataMinotauro, pubblicata poche settimane or sono dalla piccola ma coraggiosa casa editrice Zandonai, specializzata nelle letterature della Mitteleuropa, costituiscono il seguito naturale de La Bibbia. La maggior parte sono storie ambientate nel cupo periodo comunista visto dallo sguardo stupito dei bambini, che a volte diventano complici dell’ipocrisia e della ferocia degli adulti. L’èlite politica che non sa dare esempio positivo ai figli, una veterana della Resistenza che vive nel bozzolo dei ricordi, incapace di relazionarsi con il presente e con gli altri, la recrudescenza dell’antisemitismo sempre vivo nella società magiara sono alcuni dei temi di questi racconti. Trovo esemplare il paragrafo de “L’agnello” sull’antisemitismo lessicale:
“Mia madre non aveva mai pronunciato la parola ‘ebreo’. L’avrei notato, dal momento che ero solito soppesare le parole che ascoltavo, perché era un termine fondamentale nel lessico impiegato nel mio ambiente, a seconda dell’accento acquisiva vari significati e fin dalla mia prima infanzia costituiva un vero e proprio giudizio. Non era una condanna, ma la consapevolezza che per una colpa non meglio definita, una scure si ergeva a pochi centimetri dal collo dell’interessato, il quale certamente se lo meritava. Forse era l’accento particolare a richiamare la mia attenzione su quella parola fin da bambino, indipendentemente dall’accezione e dai contenuti; probabilmente per questo me la ricordo con tanta nitidezza.
«Ti ammazzo di botte, bastardo di un ebreo!»
Quest’esclamazione uscì una volta dalla bocca di mio padre e se non l’avesse pronunciata non mi ricorderei della sua espressione sconvolta, delle arterie rigonfie sul collo, del viso rosso acceso per la rabbia e l’alcol mentre si accingeva a colpirmi”.
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I bambini di Nádas non si ribellano apertamente, imparano a convivere in silenzio con la delusione nei comportamenti dei genitori e degli adulti in generale. Anche i rapporti fra loro sono basati spesso sulla sopraffazione e sulla violenza. Soltanto il protagonista del racconto intitolato proprio “I bambini” compie un gesto di ribellione nell’occasione di una ipocrita festa di compleanno:
“La bambina di fronte a lei si mise nella posizione del cane implorante. In quel momento di assoluto silenzio si sentirono avvicinarsi dei passi da qualche parte lontana dell’appartamento. I gesti si fermarono a mezz’aria. Sanyi diede una rapida occhiata in giro, fece un balzo nella direzione della porta, ovvero nella direzione opposta ai passi che si facevano sempre più vicini, ma prima di uscire afferrò con una sola mossa della mano appiccicosa un lembo della tovaglia rosa e la strattonò. Le torte e i pezzi del servizio di porcellana volarono dappertutto, atterrarono sul pavimento e sulla testa dei bambini inginocchiati, la panna schizzò via e la cioccolata calda colò per terra. Rimase per un attimo a rimirare la scena, poi saltò fuori dalla porta, ne aprì con foga altre davanti a sé e si inoltrò nel labirinto della casa sconosciuta; attraversò a balzi camere e sgabuzzini, tappeti e scale, prima di uscire all’aperto, sulla strada, ma nemmeno lì si fermò. Le gambe lo trasportarono tremante e con una leggerezza mai sentita prima, come se stesse volando, senza sapere dove”.
___________________
Péter Nádas (1942) è tra i più importanti e apprezzati scrittori ungheresi contemporanei. Autore di romanzi e racconti, commediografo e fotografo, i suoi libri sono tradotti da decenni in tutto il mondo. Membro della prestigiosa Kunstakademie di Berlino, ha ricevuto svariati riconoscimenti internazionali – tra i quali il Premio statale austriaco per la Letteratura europea (1991) e il Premio Kafka (2003). In Italia è stato scoperto soltanto nel 2009.
Andrea Rényi è nata a Pécs (Ungheria), cresciuta a Budapest, ma vive da molti anni a Roma. Interrotti gli studi di giurisprudenza in Ungheria, si è laureata a La Sapienza in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Ha insegnato tedesco per 16 anni in scuole di lingue e di recupero e contemporaneamente ha lavorato come interprete/traduttrice ungherese-inglese per conto del Committee on International Migration. Ha lavorato per 13 anni in una grande industria grafica come management assistant/traduttrice/
Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere
Lost in translation
Una storia intima di traduzione
Nuova rubrica su "le parole necessarie": i libri stranieri raccontati dai traduttori. Si parte con László F. Földényi e Andrea Rényi.
Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangeredi László F. Földényi (Il Melangolo, 2009)
raccontato da Andrea Rényi
Mio padre morì prima di riuscire a prendere la laurea in Filosofia. Sarebbe stata comunque solo una laurea in Filosofia marxista-leninista, perché negli anni '60 in Ungheria non esisteva altro. I suoi libri di filosofia accompagnarono la mia infanzia, ne aveva almeno uno sempre con sé per approfittare degli attimi liberi concessi dalla sua professione molto impegnativa di medico ospedaliero. Era particolarmente attratto dalla filosofia di Hegel.
Il mio autore ungherese preferito di saggi è László F. Földényi, i suoi scritti sono stati elogiati da lettori autorevoli come Cees Nooteboom, Alberto Manguel e Rüdiger Safranski. Grazie ad uno spirito di osservazione brillante e originale, Földényi si accosta all'arte, alla letteratura, e alla cultura in genere osservandone, da angolazioni filosofiche penetranti e innovative, i legami più intensi e sottili. Fui molto contenta, infatti, quando il direttore editoriale de Il Melangolo mi propose la traduzione di un suo breve saggio dal titolo intrigante:Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere, che era stato recensito da Albert Manguel nel 2007 come "Il libro più interessante che ho letto quest'anno".
Dopo quattro anni di lavori forzati, nella primavera del 1854 Dostoevskij viene trasferito a Semipalatinsk, nella Siberia meridionale, dove rimane quasi dieci anni. Scrive le Memorie di una casa morta e insieme a un giovane procuratore del posto, un tale Vrangel, studia Hegel. Probabilmente i due leggono le Lezioni sulla filosofia della storia, l'opera di Hegel che mio padre apprezzava di più. Dostoevskij entra in contatto con il sistema hegeliano della tesi, antitesi e sintesi, dell'essere, non essere e divenire, insomma dei tre passaggi per comprendere il mondo, la natura, le leggi, la politica, che costituiscono un sistema di fiducia smisurata nella possibilità di comprendere tutto solo pensandolo. Nel mondo degli esclusi, degli umiliati, Dostoevskij vede però che questo sistema funziona alla perfezione solo a patto di lasciare fuori tutto quello che non corrisponde a canoni prestabiliti, come la sofferenza, l'ingiustizia, il dolore. Mentre per lui più l'uomo precipita nell'inferno del dolore, più riesce, poi, a volare alto. Secondo lo scrittore russo la grigia razionalità del professor Hegel è paradossalmente l'inferno vero, quello terribile perché privo di redenzione.
Non so come mio padre avrebbe commentato questo saggio, io però mi sono riavvicinata a lui a distanza di tanti anni dalla sua morte e ho capito di più della sua visione del mondo. Questo legame tra lui e il lavoro di Földényi ha reso il mio compito di traduttrice ancora più interessante, stimolante e di grande soddisfazione. I riscontri positivi non sono mancati: l'editore ha approvato la mia traduzione praticamente senza una correzione e questo esile libretto è stato lodato e recensito fra gli altri da Adriano Sofri, Pietrangelo Buttafuoco, Dario Olivero e Stefano Ciavatta.
Iván Mándy, Soprabito
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| Foto di Angela Cossiri |
- Desidera, signorina?
Un vecchio sorridente con i baffi bianchi stava davanti a Irénke sulla porta della bottega. Accanto a lui c’erano due manichini e dentro la bottega da una barra di ferro pendeva una lunga fila di abiti femminili colorati simile a un grazioso ponte allegramente sospeso.
Irénke trovava nel vecchio una figura familiare, come se avesse già parlato con lui altre volte. Non si meravigliava affatto che, scendendo le scale, l’avesse presa per un braccio e portata dentro la bottega. Continuava a sorridere, con il viso proteso verso quello di lei.
- Non la lascerei andare altrove. Qui, dal vecchio signor Blúz può trovare tutto. Sa che somiglia a mia figlia? Forse ha la sua corporatura, ma lei è un po’ più esile. Dunque, cosa desidera?
Irénke spiegava.
- Vorrei un soprabito, rosso. Sono stata già in tanti posti, in via Népszinház, nella Grotta del Drago. Da lì sono arrivata qui, in piazza Teleki.
- Come? Nella Grotta del Drago? – il signor Blúz aggrottava le sopraciglia spesse e grigie. – Nella Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich? Quelli vendono solo stracci e si fanno pagare caro, non si può dire che abbiano molti scrupoli. La moglie di Prokesch fa la soubrette, la soubrette… ci sarebbe molto da raccontare! Insomma è scappata di casa e lavora in un locale di infimo ordine. – Allora un soprabito? Rosso, naturalmente. Proviamone uno.
Entrò una donna alta, dai capelli neri. Lanciò un sorriso a Irénke e uscì. Un uomo basso e calvo stava passeggiando davanti al negozio in camicia bianca. Guardò un attimo dentro. Come una scimmia, pensò Irénke, ora si mette a saltellare. – Oh, ma questo é…
- Giallo – disse il signor Blúz. – E’ un soprabito giallo.
Irénke non si capacitava come mai avesse già il soprabito addosso. Stava davanti allo specchio nel soprabito giallo. Accanto a lei il signor Blúz, la donna con i capelli neri e l’ometto basso e calvo. Parlavano tutti ma Irénke sentiva solo Blúz.
- … e poveretta stava andando da Prokesch e Mattanowich! Per fortuna non da Sárdi, meno male proprio! Perché quello è pure scortese. – Si giri, per favore! – Come? Chi è Sárdi? Lo sappiamo benissimo. Era un semplice agente, è stato dentro per qualche affare sporco e dicono che durante la guerra abbia fatto la spia, l’informatore, ma io l’ho solo sentito dire, poi ha sposato una donna ricca e ora vuole ammazzare sua moglie, la sta facendo impazzire. Di notte la tira giù dal letto per farle preparare una frittata. Ha certe pretese, vere manie, perché torna a casa ubriaco.
Fecero fare una giravolta a Irénke, poi le fecero fare un passo di lato come in una strana danza. Nel frattempo lei pensava al suo fidanzato e al loro appuntamento alle sei davanti al cinema.
All’improvviso le strapparono via il soprabito giallo.
- Era stretto al collo – fece cenno Blúz con la testa. – Dico sempre quando c’è un problema, io non imbroglio nessuno. Ne proviamo un altro. Abbiamo tempo, non è vero? Allora questo rosso.
Girando di lato Irénke vide una vecchia. Stava seduta su una sedia da giardino dietro, accanto ai paltò, nell’angolo buio, vestita di nero. Risaltava solo il suo viso, e le due mani gialle poggiate sul bracciolo della sedia. Stava seduta in silenzio. Dietro di lei si avvertiva un lungo corridoio stretto pieno di manichini vecchi, logori e vestiti consunti. – Ed era tanto strano sentir venire da fuori una voce piena, allegra.
- Domani andiamo in piscina!
- Mio figlio va matto per il nuoto – disse Blúz. – Ha vinto anche un campionato scolastico. Io ormai gioco solo a scacchi, a scacchi e a domino. E a poker.
Irénke guardava ancora la vecchia. Come se gli altri non la vedessero nemmeno. Chiude un occhio e d’un tratto la bottega vola via con tutti quei capotti colorati e con il signor Blúz.
- E devo ancora comprare i biglietti!
- Come cara? – Blúz si sporgeva verso Irénke infilando una mano dietro sotto il soprabito.
La ragazza arrossì. Come ha potuto svelare la cosa dei biglietti? Ora però racconta al signor Blúz.
- Il mio fidanzato se la prende tanto comoda che persino i biglietti del cinema li devo comprare io. E’ un caro ragazzo, bravo, ma poltrone. E se è così ora come sarà più in là?
- Dipende tutto dall’educazione!
Era la donna con i capelli neri a parlare. Tirò leggermente avanti la manica del soprabito.
- Credo che sia largo. Gli uomini vanno educati.
Dietro sollevarono in due l’orlo del capotto, come se volessero gonfiare la ragazza per farla volare via. La donna con i capelli neri le passò la mano sul viso e quel tocco la fece sentire assonnata. Quasi non avvertiva che le stavano tenendo il braccio facendole fare delle giravolte. Come se stesse scivolando pian piano in una vasca d’acqua calda.
Il signor Blúz le sussurrava in un orecchio.
- Se fossi più giovane solo di dieci anni!
Irénke cominciava a ridere e d’un tratto aveva addosso la giacca di un completo verde con u foulard giallo sul collo.
- Ma non intendevo questo!
- Gliela stiamo facendo provare solo per la misura.
Da fuori si udiva un rumore simile al battito di lastre di latta. Qualcuno lanciò un grido verso l’interno.
- Signor Blúz, l’aspetto stasera da Szimplicsek!
Irénke allungò la mano verso il foulard, ma improvvisamente glielo strapparono via. Il signor Blúz la spogliò anche del completo. Lei aspettava che le mettessero addosso di nuovo qualcosa. Forse una mantellina leggera o un impermeabile, una giacca a vento, un turbante, e ancora uno scialle. – Le sembrava di stare sul trenino del luna park che passa sotto le gallerie e a ogni curva compaiono e scompaiono facce sempre diverse.
Blúz parlava.
- Che uomo gagliardo ero prima del matrimonio! Cominciavo il pomeriggio al café Szimplicsek. Mi aspettavano già i ragazzi. Biliardo fino a sera, poi ci trasferivamo alla Corona di Latta, una magnifica osteria in piazza Mátyás, nessun altro serve una grappa così buona. Alla fine la mia fidanzata mi trovava in una bettola di Józsefváros. E cosa pensa, cara signorina, cosa le dicevo? – Va a casa, mughetto mio, vattene luce dei miei occhi, testolina vuota, altrimenti ti tiro appresso qualcosa! - E si, facevo la bella vita, ma poi… - Fece un cenno con la mano.
Irénke aveva addosso di nuovo il soprabito rosso. La girarono e davanti a sé aveva l’uomo basso e calvo. Non riusciva quasi più a capire perché stessero parlando del suo fidanzato.
Il basso e calvo metteva le mani sulla vita della ragazza, poi le faceva scivolare più in alto. All’improvviso aggiustò una grinza sul cappotto.
- Ecco, forse questo andrà bene.
Girarono di nuovo Irénke. Lei sembrava smarrirsi in queste giravolte. Inclinava languida la testa in avanti, le braccia pendevano rigide ai lati. – Sopra di lei sulla barra di ferro cominciavano a dondolare lentamente gli abiti femminili colorati e da loro sporgevano dei fiori. Ma no, non erano fiori, bensì visi di donna che ridevano. Le sembrava di sentirle.
- Oh cara, cara…
Irénke scoppiò in una risata. Felice, come se nulla più la preoccupasse. La donna dai capelli neri la accarezzò. Come un vitellino obbediente piegò la testa nel palmo di lei.
- Cara signora…
Alzò lo sguardo e vide Csengö e Bengö, quei due simpatici personaggi di cui ha letto tante volte sulla rivista Aller. Da dove saranno arrivati? Csengö stava davanti a lei in un lungo mantello nero, con scarpe di lacca dalla punta schiacciata e il tracagnotto Bengö aveva un cappotto verde legato con lo spago.
Csengö e Bengö afferrarono le braccia della ragazza e le sollevarono. Fecero toccare le dita delle mani sopra la sua testa. Le cadde una ciocca davanti, sul viso, poi le sue ciocche si scomposero, ma la sensazione provocata non era affatto spiacevole.
Infine Csengö e Bengö la lasciarono andare. Uscirono muti come erano entrati.
- Sta provando un vestito dietro l’altro, ma non sa scegliere. Alla fine che vuole comprare?!
La voce era severa e Irénke si spaventò. – Un rosso, un rosso…
Il vecchio Blúz scuoteva la testa beffardo.
- Un rosso, un rosso … Ma se ce l’ha addosso già da tanto, cara signorina, il soprabito! Che bisogno c’è di provarlo tanto a lungo? Far perdere tempo agli altri!
- Come se non avessimo altro da fare – disse la donna con i capelli neri.
E il bassotto calvo:
- Comanda tutto intorno, mentre racconta la storia della sua vita.
- Ma io davvero no…
- Non ha nemmeno raccontato nulla, non è vero? – Le sopraciglia spesse del vecchio Blúz si contraevano davanti a Irénke come se da un momento all’altro volessero saltarle addosso. – Non ha forse menzionato il suo fidanzato? Che è un tipo pigro, grossolano, buono a nulla, incapace e solo Dio sa cos’altro. Le fa pure comprare i biglietti del cinema, anche al teatro vanno solo una volta al mese perché ama risparmiare quel caro spilorcio! Ci ha intrattenuto con questi racconti e ci ha persino chiesto dei consigli. Forse per il soprabito dobbiamo anche educare il suo fidanzato?
- Ognuna ha il fidanzato che si merita – disse la donna.
Circondarono Irénke in tre. Lei non riuscì neppure a muoversi. Il suo viso divenne rosso come un palloncino. Fece un gesto per posare il soprabito, ma Blúz le afferrò il braccio.
- Vuole toglierselo, restituirlo? Andarsene con tutto il comodo per comprare altrove! E noi possiamo esser contenti che una signorina di mondo si è degnata di parlare con noi, poveri, miseri bottegai senza il becco di un quattrino. Si è abbassata a rivolgerci la parola.
Il calvo mise le mani in tasca.
- Anche noi potremmo avere un negozio al Centro, di sicuro! Ma noi non vogliamo imbrogliare, abbindolare i clienti. E’ anche vero che non sappiamo lusingare, ammaliare. Diciamo pane al pane, vino al vino.
- Se vi ho offeso, se per caso vi avessi offeso … - balbettava la ragazza. Gettò uno sguardo all’indietro verso la vecchia e la voce le si strozzò in gola.
La vecchia pendeva gialla, immobile tra i vecchi cappotti come una lampadina su un filo sottile. Sembrava che volesse fare un cenno ai paltò, alle giacche, ai loden che avrebbero assalito Irénke.
Il signor Blúz alzò la mano.
- Vuole forse tornare alla Grotta del Drago da Prokesch e Mattanowich?! Prego, si accomodi!
Come per incanto i vestiti da donna presero a fluttuare sulla barra di ferro, i cappotti allungarono le loro maniche scure, i pantaloni allargarono le gambe. – Sembrava che volessero aggredire come mostri del sottosuolo.
Irénke si afflosciò all’indietro fra le braccia di Blúz. Il vecchio la prese sotto le ascelle e il piccolo calvo la afferrò per le gambe.
Blúz e suo figlio tennero la ragazza come se la volessero immergere in un fiume scuro. La alzarono un po’, poi la abbassarono dondolandola su e giù. D’un tratto la stesero completamente, poi la piegarono fino a farle toccare la fronte con il ginocchio.
Blúz e l’altro si scambiarono un’occhiata sopra il corpo ripiegato su se stesso. Lo allungarono per piegarlo di nuovo. Alla terza volta avevano in mano ormai solo un vestito da donna, un vestito da donna vuoto e penzolante.
Blúz, il vecchio Blúz gettò il vestito sull’attaccapanni come se fosse una pelle da far seccare, gli diede qualche colpetto e lo scaraventò sulla barra di ferro fra gli altri.
La vecchia si alzò piano dalla sedia da giardino come se le sue membra si sollevassero ognuna per conto suo, e disse:
"Chiudiamo."(Trad. di Andrea Rényi)
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