martedì 18 novembre 2014
Daniele Petruccioli, Falsi d'autore
"E qui arriviamo a un'altra delle nostre scomode verità. Così come non possono esistere due musicisti che interpretino lo stesso brano nello stesso identico modo, così come mai ci saranno due messe in scena uguali dello stesso testo, così come è impossibile ascoltare due attori recitare uno stesso monologo alla stessa maniera, alla stessa stregua non possono esistere due traduzioni identiche.
…
E invece di godere di questa ricchezza, invece di bearci della creatività insita in questo mestiere, noi cosa facciamo? Andiamo in cerca della Traduzione Definitiva, della Traduzione Esemplare. Ci inventiamo cinquecento criteri di un'arbitrarietà allucinante pur di illuderci di poter arrivare a un unicum, allo specchio dell'Originale. Una volta è lo Stimatissimo Studioso, un'altra il Grande Letterato, un'altra ancora lo Scrittore che Traduce lo Scrittore."
"Bisogna uscire dalla menzogna che esista una traduzione neutra, più vicina all'originale, e una libera, per così dire autoriale. Non è così. Ogni traduzione è autoriale anche quando fa finta di no, a prescindere dai principi su cui si basa e dalle intenzioni che dichiara. Ogni traduttore produce una sua espressività diversa e specifica (nel senso di specificamente sua), legata al romanzo che traduce ma anche a se stesso, alla sua personalità e al suo talento. Inseguire la traduzione corretta, la traduzione neutrale, è una chimera."
mercoledì 12 novembre 2014
Miklós Radnóti, Non posso sapere...
Una delle più belle poesie ungheresi, qui interpretata da uno dei più bravi attori ungheresi, Áron Őze:
Nem tudhatom… (Non posso sapere…), con i sottotitoli in italiano. Per comodità, ne riporto qui la traduzione italiana di Gianni Toti e Marinka Dallos:
Io non posso sapere che
cosa significhi per un altro, questo paesaggio
per me è la patria, è
dove sono nato, questo piccolo Paese
abbracciato dalle fiamme,
il mondo della mia infanzia lontana.
Da lui sono cresciuto,
come un tenero ramo dal fusto dell'albero,
e spero che anche il mio
corpo affonderà dentro questa terra.
Sono a casa. E se qualche
volta si inginocchia ai miei piedi
un cespuglio, io ne
conosco anche il nome, e il fiore,
io so dove va e chi va
per la strada
e so che cosa può
significare in un tramonto d'estate
il rosseggiante dolore
che cola dai muri delle case.
Per chi vola qui sopra,
questo paesaggio è una carta geografica,
e non sa dove abitava,
qui, Mihály Vörösmarty1,
che cosa nasconde per lui
questa carta geografica? Una fabbrica, una caserma,
ma per me nascondo la
cavalletta, il bue, la torre, la mite fattoria;
lui vede la fabbrica
attraverso il binocolo, le terre coltivate,
e io vedo anche il
lavoratore, che trema per il suo lavoro,
il bosco e il
fischiettante frutteto, la vigna e le tombe,
e tra le tombe una nonna
che piange silenziosa,
e ciò che dall'alto è
solo una ferrovia da annientare o un'officina,
è la casa cantoniera, e
la guardia ferroviaria le sta davanti e manda messaggi,
bandiera rossa nella
mano, e intorno ci sono molti bambini,
e nel cortile delle
fabbriche un mastino si rotola per terra:
e là il parco, le tracce
dei vecchi amori,
il sapore dei baci d'una
volta sa di miele, una volta era d'uva orsina nella mia bocca
e andando a scuola,
sull'orlo dei marciapiedi
per non essere
interrogato quel giorno, feci un esorcismo saltando una pietra,
ecco qui la pietra, ma
dall'alto non è neppure visibile,
non esiste uno strumento
che veda tutto questo.
Ma anche noi siamo
colpevoli, come gli altri popoli,
e sappiamo in che cosa
abbiamo peccato, quando, dove e come,
ma anche qui vivono
lavoratori, e anche poeti, senza colpa,
e poppanti in cui cresce
l'intelletto,
e fa luce in loro e,
nascosti nelle cantine buie, lo conservano,
finché non scriverà un
segno sulla nostra patria il dito della pace
e sulle nostre parole
soffocate, un giorno con fresche parole essi risponderanno.
Vigilante nuvola
notturna, distendi su di noi le tue grandi ali.
17 gennaio 1944
domenica 2 novembre 2014
Tradurre la poesia
"Tradurre
è sempre difficile. Anche il poeta traduce qualcosa: dal mondo
apparentemente razionale trae folgorazioni liriche che apparentemente
sembrano allontanarsi da una razionale corrispondenza tra realtà e
parola, ma che in realtà scoprono rapporti prima segreti e in
effetti più veri, anche se la novità della loro rivelazione turba
la visione consueta delle cose. I traduttori che non comprendono ciò,
che si rifugiano in “operazioni lessicalizzanti”, e che
“trasferiscono” semplicemente, sciogliendo i nodi che il poeta ha
stretti, riconducono la folgore nella nuvola, aboliscono il gesto
creativo e liberatore."
Gianni Toti
lunedì 27 ottobre 2014
Miklós Radnóti, Scritto verso la morte
Cinquant’anni fa, nel novembre del 1964, correva il ventesimo anniversario della morte di una delle più belle voci poetiche ungheresi, Miklós Radnóti, e per la ricorrenza in Italia furono pubblicati ben due volumi di sue poesie, selezionate e tradotte da due coppie di poeti e traduttori italo-ungheresi: Edith Bruck con Nelo Risi, e Marinka Dallos con Gianni Toti.
Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944) fu uno dei massimi poeti ungheresi, a lui i lettori ungheresi sono grati anche per le ottime traduzioni di poesie francesi. In seguito alle leggi razziali dovette abbandonare la cattedra di insegnante, fu perseguitato, rinchiuso in campi di concentramento e infine ucciso. Rintracciato in una fossa comune, nella tasca del suo cappotto fu trovato il suo ultimo taccuino di versi.
Scritto verso la morte, la raccolta di Marinka Dallos e Gianni Toti, ebbe numerose recensioni, fra le quali quella molto favorevole del Premio Nobel Salvatore Quasimodo. Negli anni ’60 era opinione diffusa che la letteratura dell’antifascismo avesse prodotto solo testimonianze documentarie, ma non opere letterarie vere e proprie. Ne era convinta anche Ingeborg Bachmann, prima di ricevere una copia di Scritto verso la morte; Bachmann la apprezzò al punto di farne avere una copia anche a Hans Magnus Enzensberger, il quale rimase profondamente colpito e decise di promuovere la traduzione tedesca dei versi del grande poeta ungherese. Le poesie di Miklós Radnóti suscitarono l’entusiasmo anche del più importante poeta e romanziere islandese dei nostri tempi, Thor Vilhjálmsson, e il poeta irlandese Desmond O’Grady, che all’epoca viveva a Roma, usò termini superlativi per descrivere il genio di Radnóti.
I Dragomanni ripubblicano oggi questo volume sotto forma di ebook, per il 70° anniversario della morte del poeta e per il 50° anniversario della prima edizione, con l’aggiunta di una nuova prefazione di Andrea Rényi, che ricostruisce la storia della prima edizione e anche quella umana e professionale dei due traduttori, la cui memoria oggi è conservata nella casa-museo romana La Casa Totiana.
Il volume è scaricabile gratuitamente seguendo questo link: http://www.dragomanni.it/2014/10/27/scritto-verso-la-morte-di-miklos-radnoti/
giovedì 23 ottobre 2014
Valerio Magrelli, Ricevo da te questa tazza
RICEVO DA TE QUESTA TAZZA
Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.
Valerio Magrelli
Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.
Valerio Magrelli
martedì 21 ottobre 2014
Sulla società ungherese - da un'intervista a Péter Nádas
Da un'intervista a Péter Nádas
- La nostra società è sgretolata, malmostosa, e priva di solidarietà. Ci sono delle cause storiche?
– Le cause storiche vivono in forma personale in ciascuno di noi. Ognuno deve provvedere alla propria storia personale. Se non lo fa, ne risulta una lacuna al livello collettivo. Di fatto viviamo in una società borghese, in cui non ci sono borghesi. Non è solo la caratteristica della società ungherese ma di tutta la nostra regione di appartenenza. E' difficile immaginare l'ordine democratico senza borghesia. A causa dei regimi e delle dittature che si sono susseguiti, e della ripetuta privazione ed annichilamento delle classi abbienti, la società ha perso l'alta borghesia. Non funzionano più i modelli strutturali classici, ossia organizzativi, della società, e non ci sono nuovi modelli. L'unico modello classico della borghesia benestante è l'aristocrazia.
Nelle due dittature l'aristocrazia è scomparsa senza lasciare nemmeno quei modelli culturali i quali ora potrebbero essere scimmiottati almeno dai politici e dagli oligarchi. Nella parte occidentale dell'Europa il modello classico di struttura della società è rimasto ben radicato. Nella Francia liberatasi piuttosto radicalmente del potere politico dell'aristocrazia il presidente della Repubblica si comporta ancora oggi come se fosse il re. E' molto importante, seppure è un po' ridicolo. La mancanza di struttura in una società ha sempre gravi conseguenze.
lunedì 13 ottobre 2014
Per i 72 anni di Péter Nádas - 14 ottobre 2014
Dalla prefazione inedita dell'autore a La Bibbia e altri racconti, BUR, 2009, traduzione di A. Rényi
sabato 4 ottobre 2014
La bellezza e l'orrore
La testimonianza di un ufficiale ungherese dopo l'offensiva di Caporetto, un trionfo senza pari per la Monarchia Austroungarica
Da "La bellezza e l'orrore" di Peter Englund, Einaudi, 2012, traduzione di Katia De Marco e Laura Cangemi
Giovedì 1° novembre 1917
Pál Kelemen vede un battaglione di fanteria tornare dalla prima linea sull'Isonzo
Una pioggerellina continua cade da un cielo grigio sopra una montagna grigia. Sono le prime ore della sera, e un battaglione della fanteria austroungarica sta per tornare dal fronte dopo l'ennesimo periodo in prima linea… Il battaglione che scende dalle montagne non ha preso parte direttamente all'attacco, ma è comunque segnato. Kelemen annota sul suo diario:
Che i soldati continuano a scendere o si fermino, bloccati da quelli che hanno davanti, o che si sdraino sul ciglio della strada, sembra impossibile che sia con il loro contributo che gli statisti e i generali difendono la monarchia. Che questi uomini sparuti e macilenti, con le barbe lunghe e le uniformi stazzonate, sporche e bagnate, gli stivali logori e i volti stanchi siano ciò che viene abitualmente definito "la nostra prode fanteria".
Adesso si fa una sosta. L'intero battaglione si accascia sul pendio. Alcuni soldati tirano fuori barattoli di conserva dagli zaini e si portano il cibo alla bocca con l'aiuto delle lunghe lame dei coltelli a serramanico. Hanno le mani nere di sudiciume, callose e goffe. Mentre masticano, le rughe appaiono e scompaiono sui loro volti. Sono seduti sulle rocce bagnate e fissano senza espressione le lattine aperte che hanno in mano.
Le uniformi sono in un tessuto di qualità inferiore a quanto prescritto dal regolamento. Le suole degli stivali sono di cartone, fatte per il profitto dei fornitori dell'esercito, esentati dal servizio militare.
Nello stesso momento in patria, in case non toccate dalla guerra, si sta apparecchiando per la cena. Le lampade elettriche brillano. Tovaglioli bianchi, bicchieri di vetro sottile, forchette e coltelli d'argento scintillano alla luce. Uomini puliti in abiti civili accompagnano le signore a tavola. Forse c'è perfino una piccola orchestra che suona in un angolo. Il vino spumeggia nei calici. Con sorrisi lievi la gente parla di frivolezze, perché in compagnia la conversazione dev'essere leggera e piacevole.
Pensano mai, in serate simili, ai soldati cenciosi che portando un fardello sovrumano fanno sì che così tante cose in patria rimangano le stesse di un tempo? Anzi, per molta gente la vita è addirittura migliorata.
martedì 23 settembre 2014
La guerra alla fame di József il proletario
Quando József scrive "da ventotto anni patisco la fame", la biografia ce lo conferma: rimasto prestissimo senza padre, allevato da una madre lavandaia che morirà quando lui è appena adolescente, si è mantenuto facendo lavori disparati e precari: guardiano di porci, mozzo su un rimorchiatore fluviale. Studi seri ma mai finiti, studente indebitato a Vienna e a Parigi, sottopagato dalle riviste letterarie; criticato e censurato dal governo contro-rivoluzionario di Horthy ma anche dal partito comunista clandestino (che lo accusa di pessimismo e radicalismo), è il prototipo del poeta vagabondo e controcorrente. Quando scrive sulla miseria degli operai si sente che la sua è fratellanza vera, corroborata da comunanza di abitudini e sacrifici; nei momenti di esaltazione non è immune dalla retorica ribellistica ("alla mia nascita avevo un coltello in mano/ma ho preso la penna perché il coltello era poco"). Ha una vitalità debordante, ai suoi vent'anni la rivoluzione in Europa era ancora pensabile; c'era la fiducia nell'Uomo con la maiuscola, nel mondo a venire come liberazione dallo sfruttamento, nell'uguaglianza come creatività e lotta. József sa essere poeta proletario di ballate violentissime, usa un linguaggio espressionista e futurista per rinnovare i ritmi delle canzoni popolari ungheresi (ammira la musica di Bartók) - ma c'è sempre una parte nera che lo segue, l'ombra di una condanna sconosciuta.
In questo desolato e sarcastico Bilancio non c'è bisogno di ricorrere alla biografia per essere sicuri dell'autenticità di chi scrive: basta la forza inconsueta delle immagini, l'impertinenza spiazzante dei ragionamenti. Il doppio passato ette-ittam (ho mangiato-ho bevuto) è un'invenzione verbale di densa di materia, che fa groppo mentre si pronuncia e dà il senso del soffocamento; il "liquame della concimaia" è metaforico ma brutale di odori e concretezza. La traduzione non rende lo scontro di suoni dell'originale, né l'equilibrio tra un lessico estremamente semplice ("non sono mai stato felice") e una metrica colta, disciplinatrice (quartine a rima incrociata). Il "maiale" del v.8 è un ribaldo simbolo di benessere; in un'altra poesia József identifica la felicità con una scrofa da un quintale e mezzo ("bionda, tenera"), distesa nel brago mentre la luce gioca tra i suoi peli. L'onestà indefettibile lo isola dalla morale comune, che tutti invita al compromesso; l'accenno all'"arma" del v.12 si riferisce ai ricorrenti pensieri di suicidio ma è anche l'eco che rintocca di un'invocazione collettiva alle "armi" - cioè all'azione rivoluzionaria che per il momento è abortita.
Dal 1931 József era in analisi e l'analista si dichiarava sconcertato dalla sua forma di grave nevrastenia, incerto se attribuirla a traumi infantili o alle perenni ristrettezze economiche; per József non c'è dubbio, alla base ci sono le condizioni materiali. Al v.13 non dice "sono psicotico per questo non riesco a integrarmi nella società trovando un lavoro soddisfacente" ma "da ventott'anni patisco la fame a per questo sono psicotico"; usa la parola vaga ("dolgo", cose) di chi non vuole approfondire, e traduce immediatamente la psicosi in una scena familiare quasi diabolica. A quel tempo conviveva con Judit Szántó, un'operaia che fu l'unica relazione duratura della sua vita; in altri testi non nasconde l'insofferenza e il disamore suscitati in entrambi dalla povertà - qui la responsabilità del disagio è tutta a carico suo: lui sorride ma il sorriso è così inquietante che alla ragazza vengono i brividi. "Kedvesem" (mia cara, mia amata) al plurale può significare "parenti" (come in italiano "i miei cari"): sotto l'erotismo gioca un più profondo ricordo della madre. József sembra uno di quei pazienti già perduti a cui la psicanalisi non può che fare del male riattivando sopiti sensi di colpa. Il cielo severo è un tribunale, la stessa semi-volontaria derelizione è una prova contro di lui, da cui si sgancia con una botta di arrogante strapotenza: mi assolvo perché tanto il giudizio "utolsó"(ultimo, estremo)non ci sarà. Il che significa però, purtroppo, che non ci sarà giustizia.
Dio è sempre stato per lui solo un padre terreno, da chiamare a soccorso o con cui litigare; se pensa al dopo-morte, sogna di vagare negli spazi cosmici come quando navigava sul Danubio, salutando stelle e nebulose come allora vedeva cocomeri e peperoni galleggiare sulla corrente. "Per questo", conclude in quella poesia, "la mia anima è un bene comune". József non distingue tra armonia interna ed esterna - la liberazione dell'Uomo è la sua liberazione. "Mi sei necessaria", scrive all'ultima donna unilateralmente e disperatamente amata, "come ai borghi la luce elettrica,/come ai lavoratori la coscienza umana". La sua paranoia lo fa più grande di altri poeti comunisti militanti. "Megváltott" del v.5 è un participio che significa "mutato, salvato" - è la redenzione dovuta a Cristo o al socialismo? In ogni caso, in quel mondo non c'è posto per lui. Solo nell'ultima poesia, dicembre 1937, accetterà l'esclusione senza più lottare ("l'inverno/è la stagione più bella per chi solo per gli altri/sogna una famiglia, un focolare"). Ma la mattina dopo si butta sotto il treno.
Attila József
da Poesie complete II, 1955-1958
Bilancio
Ho mangiato-bevuto nera, schifosa
sporcizia, acre liquame della concimaia;
uno non può essere più temerario.
Eppure mai, finora, sono stato felice.
In questo mondo redento
non ho avuto un attimo di elevatezza;
né di tepore, dolcezza o piacere -
ce l'ha il maiale nella pozzanghera.
La morale mi insegna a essere furbo
(così credo che capiti anche a te).
Da ventott'anni patisco la fame.
Solo un'arma può risolvere il mio caso.
Per questo pesano tante cose oscure,
tante ossessioni sul mio cuore,
che la mia amata dal tenero viso si angoscia
se la guardo; benché io sorrida.
Sto seduto sotto un cielo severo,
come un senzatetto sotto il ponte.
Assolvo me stesso da tutto
perché il giudizio universale non ci sarà.
1933
Traduzione di Umberto Albini (?)
- - -
Articolo pubblicato su la Repubblica, p. 62, domenica 21 settembre 2014
Ho mangiato-bevuto nera, schifosa
sporcizia, acre liquame della concimaia;
uno non può essere più temerario.
Eppure mai, finora, sono stato felice.
In questo mondo redento
non ho avuto un attimo di elevatezza;
né di tepore, dolcezza o piacere -
ce l'ha il maiale nella pozzanghera.
La morale mi insegna a essere furbo
(così credo che capiti anche a te).
Da ventott'anni patisco la fame.
Solo un'arma può risolvere il mio caso.
Per questo pesano tante cose oscure,
tante ossessioni sul mio cuore,
che la mia amata dal tenero viso si angoscia
se la guardo; benché io sorrida.
Sto seduto sotto un cielo severo,
come un senzatetto sotto il ponte.
Assolvo me stesso da tutto
perché il giudizio universale non ci sarà.
1933
Traduzione di Umberto Albini (?)
- - -
Articolo pubblicato su la Repubblica, p. 62, domenica 21 settembre 2014
mercoledì 10 settembre 2014
Mozart, K 331 - manoscritto ritrovato
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| Biblioteca Nazionale Széchényi, Budapest |
A Buda, nella Biblioteca Nazionale Széchényi, è stato ritrovato un frammento del manoscritto della sonata K 331 di Wolfgang Amedeus Mozart.
Balázs Mikusi, il fortunato musicologo autore della scoperta, presenterà il manoscritto della sonata in A maggiore, nota soprattutto per il Rondò alla Turca, il 26 settembre, nell'ambito della Notte dei Ricercatori a Budapest, insieme al direttore scientifico del Mozarteum, Ulrich Leisinger. Con l'occasione il pianista ungherese di fama internazionale, Zoltán Kocsis, eseguirà l'intera sonata.
La scoperta modifica le interpretazioni finora ritenute autentiche, di questa popolare sonata del grande compositore austriaco.
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