Il magazziniere József Pereszlényi si fermò con la sua Wartburg targata CO 75-14 davanti al giornalaio all'angolo.
"Una copia delle Notizie di Budapest, per favore."
"Purtroppo non ce ne sono più."
"Va bene anche una di ieri."
"Sono finite anche quelle. Ma per puro caso ne ho una dell'edizione di domani."
"Vi trovo i cinema?"
"I programmi dei cinema ci sono tutti i giorni."
"Allora mi dia l'edizione di domani" disse il magazziniere.
Tornò a sedersi in macchina. Sfogliò il giornale e consultò la programmazione dei cinema. Dopo breve ricerca trovò un film cecoslovacco, Gli amori di una bionda, di cui aveva sentito parlare bene. Lo davano al cinema Grotta Azzura in via Stàciò, e lo spettacolo iniziava alle cinque e mezzo.
Un buon orario. Aveva ancora un po' di tempo. Riprese a sfogliare il giornale del giorno dopo. Lo colpì la notizia di un certo József Pereszlényi, magazziniere, che aveva guidato la sua Wartburg targata CO 75-14 a velocità più sostenuta di quella consentita e non lontano dal cinema Grotta Azzurra, in via Stàciò, si era scontrato con un camion proveniente da direzione opposta. Il magazziniere imprevidente era morto sul colpo.
"Ma guarda un po'!" disse Pereszlényi fra sé.
Gettò uno sguardo sull'orologio. Erano quasi le cinque e mezzo. Infilò il giornale in tasca, accese il motore e guidando a velocità più sostenuta di quella consentita si scontrò con un camion in via Stàciò, non lontano dal cinema Grotta Azzurra.
Morì sul colpo, con il giornale in tasca.
Dalle "Novelle da un minuto"
(Trad. Andrea Rényi)
mercoledì 15 febbraio 2012
Attila József, Presso il Danubio
1
Stavo seduto sotto lo scalo sulla prima pietra
guardavo come naviga via la scorza d'anguria.
Assorto nel mio destino avvertivo appena
come ciarla la superficie e tace il profondo.
Come se il Danubio fluisse dal mio cuore;
era torbido, saggio, grande.
Ogni onda e ogni moto era un sussulto
un tendere e afflosciarsi come i muscoli
quando l'uomo lavora lima batte
fa mattoni di tufo, vanga.
Mi cullava anche, con delle favole come mia madre,
lavava tutti i panni sporchi della città.
Cominciava a gocciolare
ma come fosse la stessa cosa, la pioggia smetteva.
E tuttavia come chi osserva la pioggia battente
da un anfratto - guardavo il circostante:
un venir giù monotono da parere eterno,
incolore, ciò che si colorava, qua e là, era passato.
Il Danubio era un continuo scorrere. E come un bimbo
nel fertile grembo incurante di una madre,
la schiuma giocava buona buona, ridacchiandomi in faccia.
E sulla corrente del tempo vacillava
come lapidi tombali in cimiteri cadenti.
2
Io mi son un che guarda da millant'anni
ciò che all'istante vede.
Un attimo, e lì è la totalità del tempo
che centomila avi guardano unitamente a me.
Vedo ciò che no hanno veduto perché zappavano
uccidevano abbracciavano, facevano il dovuto.
E immersi nella materia loro vedono
(devo confessarlo) ciò che io non vedo.
Sapevano l'un dell'altro cose come gioia e tristezza;
a me il passato, a loro il presente.
Scriviamo versi - loro che tengono la mia matita
e io li sento, me ne ricordo.
3
Mia madre era di kun, mio padre per metà transilvano
e per metà, se non del tutto, rumeno.
Dalla bocca di mia madre era dolce il cibo
dalla bocca di mio padre era bello il vero.
Se mi muovo, sono loro che si abbracciano,
il che talvolta mi rattrista -
è la vita che trascorre, e di questo io sono fatto. "Vedrai
quando non ci saremo più!... - così mi parlano.
Mi si rivolgono perché io sono già loro;
nel mio essere debole è così che sono forte,
chi ricorda, sa di essere più dei molti
perché fino alle cellule sono ogni avo -
sono l'Avo, che dal preesistente si moltiplica,
felicemente mi fondo con mio padre e mia madre
e a loro volta loro due si scindono
così io mi moltiplico in un uno appassionato!
Sono il mondo - tutto, che era e ciò che è:
le tante generazioni che vicendevoli si assalgono.
I conquistatori mi vincono da morti
e la sofferenza dei vinti mi tormenta.
Arpàd e Zalàn, Werboczi e Dòzsa -
turchi tartari slavi rumeni in uno
nel mio cuore, che già col passato è in debito
e con un sereno futuro - ungheresi d'oggi!
... Io voglio lavorare. E' già
pesante fatica dover confessare il passato:
al Danubio, alle tenere onde che abbracciano
presente passato e futuro.
La lotta che hanno combattuto i nostri avi
già il ricordo la discioglie in pace:
organizzare finalmente il daffare comune
è lavoro nostro, e non è poco.
(Trad. di Edith Bruck)
Stavo seduto sotto lo scalo sulla prima pietra
guardavo come naviga via la scorza d'anguria.
Assorto nel mio destino avvertivo appena
come ciarla la superficie e tace il profondo.
Come se il Danubio fluisse dal mio cuore;
era torbido, saggio, grande.
Ogni onda e ogni moto era un sussulto
un tendere e afflosciarsi come i muscoli
quando l'uomo lavora lima batte
fa mattoni di tufo, vanga.
Mi cullava anche, con delle favole come mia madre,
lavava tutti i panni sporchi della città.
Cominciava a gocciolare
ma come fosse la stessa cosa, la pioggia smetteva.
E tuttavia come chi osserva la pioggia battente
da un anfratto - guardavo il circostante:
un venir giù monotono da parere eterno,
incolore, ciò che si colorava, qua e là, era passato.
Il Danubio era un continuo scorrere. E come un bimbo
nel fertile grembo incurante di una madre,
la schiuma giocava buona buona, ridacchiandomi in faccia.
E sulla corrente del tempo vacillava
come lapidi tombali in cimiteri cadenti.
2
Io mi son un che guarda da millant'anni
ciò che all'istante vede.
Un attimo, e lì è la totalità del tempo
che centomila avi guardano unitamente a me.
Vedo ciò che no hanno veduto perché zappavano
uccidevano abbracciavano, facevano il dovuto.
E immersi nella materia loro vedono
(devo confessarlo) ciò che io non vedo.
Sapevano l'un dell'altro cose come gioia e tristezza;
a me il passato, a loro il presente.
Scriviamo versi - loro che tengono la mia matita
e io li sento, me ne ricordo.
3
Mia madre era di kun, mio padre per metà transilvano
e per metà, se non del tutto, rumeno.
Dalla bocca di mia madre era dolce il cibo
dalla bocca di mio padre era bello il vero.
Se mi muovo, sono loro che si abbracciano,
il che talvolta mi rattrista -
è la vita che trascorre, e di questo io sono fatto. "Vedrai
quando non ci saremo più!... - così mi parlano.
Mi si rivolgono perché io sono già loro;
nel mio essere debole è così che sono forte,
chi ricorda, sa di essere più dei molti
perché fino alle cellule sono ogni avo -
sono l'Avo, che dal preesistente si moltiplica,
felicemente mi fondo con mio padre e mia madre
e a loro volta loro due si scindono
così io mi moltiplico in un uno appassionato!
Sono il mondo - tutto, che era e ciò che è:
le tante generazioni che vicendevoli si assalgono.
I conquistatori mi vincono da morti
e la sofferenza dei vinti mi tormenta.
Arpàd e Zalàn, Werboczi e Dòzsa -
turchi tartari slavi rumeni in uno
nel mio cuore, che già col passato è in debito
e con un sereno futuro - ungheresi d'oggi!
... Io voglio lavorare. E' già
pesante fatica dover confessare il passato:
al Danubio, alle tenere onde che abbracciano
presente passato e futuro.
La lotta che hanno combattuto i nostri avi
già il ricordo la discioglie in pace:
organizzare finalmente il daffare comune
è lavoro nostro, e non è poco.
(Trad. di Edith Bruck)
martedì 14 febbraio 2012
Orsolya Karafiáth, Tutto ciò che bisogna sapere del ricordo
![]() |
| Foto di Angela Cossiri |
Il giardino non si accorge del disgelo -
cocciuto conserva ancora il suo biancore.
L'inverno è finito, non è nemmeno primavera.
Arbitrario entra il giardino in un tempo nuovo, suo.
Perché così so, mi attrae inconsapevole,
che io lasci tutto ciò che è mio alla sorte.
Ebbene è solo una piccola, innocua cattiveria.
La accompagno muta e perdonata.
E capisco cosa nasconde la neve stordita,
cosa attrae la terra che ora copre.
In piedi sto dentro al caldo sottratto.
Nel mio nuovo tempo, spensierata.
2.
E questa spensieratezza pervade tutto.
Perché nulla fa effetto in essa.
Dove si dirige se non ha nemmeno scopo.
Cosa noterebbe se proprio ora vedesse.
Sarei soltanto una donna, alta uno e settanta,
che ama la birra Heineken.
Che all'improvviso ha perso dieci chili,
e le mancano tre anni per far trenta.
Ha un lavoro e ha già avuto due amori,
ha peregrinato quattro giorni per giungere a Roma.
Non è cosa da poco - c'è chi la invidia.
E ora ripassa esattamente ciò che è stato.
3.
E il giardino? Inconsapevole muto.
Sugli alberi risplende un nuovo Sole innamorato.
Non ha ombra - puro brivido.
E comprende anche questo. Lo guardo, taccio.
Non vi è tragedia in questo silenzio.
C'è il sabato, il pranzo sul fuoco.
Cuoce la pasta, ancora una ricetta di mia madre.
Pozzanghera nell'acqua, cielo di febbraio.
E fuori sotto la neve vecchie orme.
Riprende vigore ciò che ho quasi raggiunto.
Accade, accadde- - - - - - - -
Va bene. Insomma, ne ho da raccontare.
(Trad. Andrea Rényi)
István Örkény, 1949
Su sua richiesta, il ministro degli Esteri László Rajk, vecchio combattente del Partito, è stato condannato a morte.
L'esecuzione ha avuto luogo all'insegna della reciproca fiducia e intesa, davanti a un numero esiguo di invitati.
(Da "Novelle da un minuto", trad. Andrea Rényi)
L'esecuzione ha avuto luogo all'insegna della reciproca fiducia e intesa, davanti a un numero esiguo di invitati.
(Da "Novelle da un minuto", trad. Andrea Rényi)
venerdì 10 febbraio 2012
Attila József, Ode
2
Oh quanto amo te
che sei riuscita a far parlare
la cavità più fonda del mio cuore
dove l'intricante solitudine tesse le sue trame
e l'universo.
Tu che come salto d'acqua dal suo fragore
da me ti disgiungi, vai via sommessa
nell'atto che tra le vette della mia esistenza
in lontana vicinanza tuono, grido,
in un dibattermi tra cielo e terra,
che ti amo - tu dolce matrigna!
(Trad. Edith Bruck)
Oh quanto amo te
che sei riuscita a far parlare
la cavità più fonda del mio cuore
dove l'intricante solitudine tesse le sue trame
e l'universo.
Tu che come salto d'acqua dal suo fragore
da me ti disgiungi, vai via sommessa
nell'atto che tra le vette della mia esistenza
in lontana vicinanza tuono, grido,
in un dibattermi tra cielo e terra,
che ti amo - tu dolce matrigna!
(Trad. Edith Bruck)
mercoledì 8 febbraio 2012
György Somlyó, Favola sull'amore e sull'affetto
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché lo amano.
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché lo amano.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'odio.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'affetto.
C'é qualcuno che confonde l'amore con l'affetto e non comprende che altri, per risposta, confondono l'odio con l'amore.
C'é chi ama come una lepre finita in autostrada e caduta nella trappola delle luci.
C'é chi è come il leone che sbrana ciò che ama.
C'é chi ama come il pilota la città su cui lancia le bombe.
C'é chi è come il radar che guida gli aerei nell'aria.
C'é chi ama pacificamente come la capra che permette al bambino affamato di succhiare il latte.
C'é chi va alla cieca come l'ameba che ingoia l'altra nella sua esistenza informe.
C'é chi in modo insensato come la farfalla notturna ama la favilla.
C'é chi saggiamente come l'orso il letargo.
C'é chi ama se stesso nell'altro,
e chi in se stesso quell'altro che diventerà attraverso l'altro.
(Trad. di Andrea Rényi)
Dell'autore (in inglese)
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché lo amano.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'odio.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'affetto.
C'é qualcuno che confonde l'amore con l'affetto e non comprende che altri, per risposta, confondono l'odio con l'amore.
C'é chi ama come una lepre finita in autostrada e caduta nella trappola delle luci.
C'é chi è come il leone che sbrana ciò che ama.
C'é chi ama come il pilota la città su cui lancia le bombe.
C'é chi è come il radar che guida gli aerei nell'aria.
C'é chi ama pacificamente come la capra che permette al bambino affamato di succhiare il latte.
C'é chi va alla cieca come l'ameba che ingoia l'altra nella sua esistenza informe.
C'é chi in modo insensato come la farfalla notturna ama la favilla.
C'é chi saggiamente come l'orso il letargo.
C'é chi ama se stesso nell'altro,
e chi in se stesso quell'altro che diventerà attraverso l'altro.
(Trad. di Andrea Rényi)
Dell'autore (in inglese)
mercoledì 1 febbraio 2012
István Örkény, Pensieri in cantina
La palla, attraverso una finestra rotta, cadde nel corridoio di uno scantinato.
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
"Micetto!" disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. "Come sei capitato qui, micettino?"
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente - lui che era stato scambiato per un micino - rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l'avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l'avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti, continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nata figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Cavaglià
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
"Micetto!" disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. "Come sei capitato qui, micettino?"
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente - lui che era stato scambiato per un micino - rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l'avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l'avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti, continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nata figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Cavaglià
venerdì 27 gennaio 2012
Orsolya Karafiáth, I confini della baia
![]() |
| Foto di Sibnath Basu |
il sole forma una baia, secondo le luci.
Ogni gesto segnala una boa, ora:
fino ad essa, non oltre. Poi di nuovo fin qui.
Nuotare quasi immobile.
Nel mare aperto, se c'è pericolo.
Acque eccitanti, oltre confine;
non serve l'onda, travolgo me stessa.
E ci sarà un dopo, quando il colore della notte
Come il vino di mandorle, trasformato in sorsi freschi.
Dipinge la mia ombra nelle orme nella sabbia:
pulizia di rive delineate dal fango.
E nemmeno qui riesco ad amarti bene.
Ho il piede freddo, gela la piscina fresca.
La falesia si è quasi richiusa
un cielo più terso perché possa dilatare il suo specchio.
(Trad. Andrea Rényi)
sabato 21 gennaio 2012
István Örkény, Gli ungheresi
I gelati li ha inventati un pasticcere di Catania, di nome Ugo Riccardo Salvatore Giulio Girolamo B.
Quando li abbia inventati è ancora materia dibattuta, ma adesso non perdiamo tempo con questo, diciamo che era più o meno l'epoca in cui inventarono la stampa.
Ugo non inventò solo il gelato ma anche il cono di cialda e l'annesso carrettoni. (Questo è l'ordine delle cose. Non è neanche immaginabile, ad esempio che Irinyi inventasse i fiammiferi e qualcun altro la scatola. O che Ehrlich inventasse solo il salvarsan e qualcun altro la sifilide. Cose simili non capitano). Dopo avr completato in tal modo l'opera, Ugo la portò in giro per il mondo.
Percorse la Lodomeria, la Bessarabia, il Tirolo, la Borgogna, il Brandeburgo e la Capitaneria dei Vendi. L'accoglienza che ricevette è immaginabile ma non descrivibile! Dovunque arrivava lui con il suo carrettino si radunavano grandi e piccini del luogo, denaro alla mano, l'acquolina in bocca e aspettavano con il cuore pulsante i gelati di lampone, fragola, cioccolata, limone o pistacchio. Ugo dava a tutti quello che chiedevano e, per evitare ai suoi clienti esperimenti inutili, insegnava anche loro che il gelato va semplicemente leccato.
Lo accoglievano dovunque con grida di gioia, erano tristi quando se ne andava e non vedevano l'ora che ritornasse.
Una volta infine capitò anche nella terra dei magiari, ovvero in Ungheria. Qui però il re aveva appena imposto una nuova tassa sul sale e in tutto il paese grandi e piccini non volevano parlar d'altro che della tassa sul sale e la cosa in se stessa era già un'offesa per la vanità di Ugo. In grane ambascia, provvide il carrettoni di un campanello, e a quelli che a gran fatica si radunavano al suono del campanello lui mostrava con infiammato zelo i suoi gelati.
I magiari però non lo degnavano di uno sguardo. Non sentivano la calura estiva e quindi non desideravano neppure il refrigerio dei gelati, perché avevano in mente soltanto la tassa sul sale. Invano Ugo spiegava che potevano pensare a quel che volevano, perché il gelato basta leccarlo; loro dicevano, grazie, abbiamo ben altro da leccare. Ma, rispondeva Ugo, mortalmente ferito da quella sorda indifferenza, i suoi gelati erano di gusti differenti. A loro invece - rispondevano quelle teste di legno degli ungheresi - bastava leccarsi le dita, perché anche quelle avevano tutte e cinque un gusto diverso. E quando Ugo volle continuare a illustrare la verità di quel che diceva, gli tirarono dello sterco di cavallo, convinti com'erano che gelati in quella lingua primitiva significasse "viva la tassa sul sale!". E una cosa del genere non si poteva lasciare impunita.
Il povero Ugo, fiaccato nel corpo e nell'animo, spinse il suo carrettino fino alla contea di Zara e lì lo caricò su una nave per tornare in patria. Sul letto di morte, circondato dai gelatai italiani, riuscì a dire soltanto: "Gli ungheresi... gli ungheresi...". E poi rese l'anima.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Caviglià
Quando li abbia inventati è ancora materia dibattuta, ma adesso non perdiamo tempo con questo, diciamo che era più o meno l'epoca in cui inventarono la stampa.
Ugo non inventò solo il gelato ma anche il cono di cialda e l'annesso carrettoni. (Questo è l'ordine delle cose. Non è neanche immaginabile, ad esempio che Irinyi inventasse i fiammiferi e qualcun altro la scatola. O che Ehrlich inventasse solo il salvarsan e qualcun altro la sifilide. Cose simili non capitano). Dopo avr completato in tal modo l'opera, Ugo la portò in giro per il mondo.
Percorse la Lodomeria, la Bessarabia, il Tirolo, la Borgogna, il Brandeburgo e la Capitaneria dei Vendi. L'accoglienza che ricevette è immaginabile ma non descrivibile! Dovunque arrivava lui con il suo carrettino si radunavano grandi e piccini del luogo, denaro alla mano, l'acquolina in bocca e aspettavano con il cuore pulsante i gelati di lampone, fragola, cioccolata, limone o pistacchio. Ugo dava a tutti quello che chiedevano e, per evitare ai suoi clienti esperimenti inutili, insegnava anche loro che il gelato va semplicemente leccato.
Lo accoglievano dovunque con grida di gioia, erano tristi quando se ne andava e non vedevano l'ora che ritornasse.
Una volta infine capitò anche nella terra dei magiari, ovvero in Ungheria. Qui però il re aveva appena imposto una nuova tassa sul sale e in tutto il paese grandi e piccini non volevano parlar d'altro che della tassa sul sale e la cosa in se stessa era già un'offesa per la vanità di Ugo. In grane ambascia, provvide il carrettoni di un campanello, e a quelli che a gran fatica si radunavano al suono del campanello lui mostrava con infiammato zelo i suoi gelati.
I magiari però non lo degnavano di uno sguardo. Non sentivano la calura estiva e quindi non desideravano neppure il refrigerio dei gelati, perché avevano in mente soltanto la tassa sul sale. Invano Ugo spiegava che potevano pensare a quel che volevano, perché il gelato basta leccarlo; loro dicevano, grazie, abbiamo ben altro da leccare. Ma, rispondeva Ugo, mortalmente ferito da quella sorda indifferenza, i suoi gelati erano di gusti differenti. A loro invece - rispondevano quelle teste di legno degli ungheresi - bastava leccarsi le dita, perché anche quelle avevano tutte e cinque un gusto diverso. E quando Ugo volle continuare a illustrare la verità di quel che diceva, gli tirarono dello sterco di cavallo, convinti com'erano che gelati in quella lingua primitiva significasse "viva la tassa sul sale!". E una cosa del genere non si poteva lasciare impunita.
Il povero Ugo, fiaccato nel corpo e nell'animo, spinse il suo carrettino fino alla contea di Zara e lì lo caricò su una nave per tornare in patria. Sul letto di morte, circondato dai gelatai italiani, riuscì a dire soltanto: "Gli ungheresi... gli ungheresi...". E poi rese l'anima.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Caviglià
venerdì 20 gennaio 2012
Károly Pap, Azarel
Talvolta mi sembra di vedere uno di quei volti in una via che assomiglia a quelle del ghetto. Allora, da bambino, percepivo quello che più tardi mi diventò chiaro: questi scolari apparivano stranamente molto simili tra loro, quasi fossero tante copie di uno solo, e una voce sola si moltiplicasse nella litania. Tutte le volte che odo di nuovo questo lamento torno a pensare a nonno Geremia, alla chiesa, al cortile in comune con il cimitero, sotto le acacie polverose, fra gli scolari che recitavano quelle preghiere.
Queste erano la mia ninna nanna e i canti del mio risveglio, insieme alle orazioni borbottate da mio nono accovacciato fuori, davanti alla tenda, con i suoi libri in grembo. Trotterellavo e girellavo come un estraneo intorno a lui sul rado prato polveroso bruciato dal sole, fra le erbacce che ricoprivano il grande cortile e diventavano più alte verso il cimitero. Il cimitero ne era ormai completamente invaso, tra le lapidi spuntavano rigogliosi e inebriati il citiso, il timo, il cardo, la gramigna, la cicoria, il papavero. Il mare di colori creato da questa vegetazione selvatica era tanto bizzarro per me quanto le nenie incessanti che ondeggiavano nell'angolo più lontano del cortile e che si univano al mormorio del nonno. Avevo paura di tutto, dei colori, dei suoni, non osavo restare né fuggire via. Il muro che circondava il cortile del cimitero, elevato dai padri della comunità probabilmente con i resti di costruzioni antiche, era fatto di pietre ciclopiche dalle forme ancora più terrificanti del retro aperto del cortile, che conduceva al cimitero dove si ergevano minacciosi cespugli ebbri dei proprio colori.
(Pagg. 25 e 26, "Azarel" di Károly Pap, Fazi, Roma, 2009, traduzione di Andrea Rényi)
Queste erano la mia ninna nanna e i canti del mio risveglio, insieme alle orazioni borbottate da mio nono accovacciato fuori, davanti alla tenda, con i suoi libri in grembo. Trotterellavo e girellavo come un estraneo intorno a lui sul rado prato polveroso bruciato dal sole, fra le erbacce che ricoprivano il grande cortile e diventavano più alte verso il cimitero. Il cimitero ne era ormai completamente invaso, tra le lapidi spuntavano rigogliosi e inebriati il citiso, il timo, il cardo, la gramigna, la cicoria, il papavero. Il mare di colori creato da questa vegetazione selvatica era tanto bizzarro per me quanto le nenie incessanti che ondeggiavano nell'angolo più lontano del cortile e che si univano al mormorio del nonno. Avevo paura di tutto, dei colori, dei suoni, non osavo restare né fuggire via. Il muro che circondava il cortile del cimitero, elevato dai padri della comunità probabilmente con i resti di costruzioni antiche, era fatto di pietre ciclopiche dalle forme ancora più terrificanti del retro aperto del cortile, che conduceva al cimitero dove si ergevano minacciosi cespugli ebbri dei proprio colori.
(Pagg. 25 e 26, "Azarel" di Károly Pap, Fazi, Roma, 2009, traduzione di Andrea Rényi)
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