martedì 14 febbraio 2012

Orsolya Karafiáth, Tutto ciò che bisogna sapere del ricordo

Foto di Angela Cossiri
1.
Il giardino non si accorge del disgelo -
cocciuto conserva ancora il suo biancore.
L'inverno è finito, non è nemmeno primavera.
Arbitrario entra il giardino in un tempo nuovo, suo.

Perché così so, mi attrae inconsapevole,
che io lasci tutto ciò che è mio alla sorte.
Ebbene è solo una piccola, innocua cattiveria.
La accompagno muta e perdonata.

E capisco cosa nasconde la neve stordita,
cosa attrae la terra che ora copre.
In piedi sto dentro al caldo sottratto.
Nel mio nuovo tempo, spensierata.

2.
E questa spensieratezza pervade tutto.
Perché nulla fa effetto in essa.
Dove si dirige se non ha nemmeno scopo.
Cosa noterebbe se proprio ora vedesse.
Sarei soltanto una donna, alta uno e settanta,
che ama la birra Heineken.
Che all'improvviso ha perso dieci chili,
e le mancano tre anni per far trenta.

Ha un lavoro e ha già avuto due amori,
ha peregrinato quattro giorni per giungere a Roma.
Non è cosa da poco - c'è chi la invidia.
E ora ripassa esattamente ciò che è stato.

3.
E il giardino? Inconsapevole muto.
Sugli alberi risplende un nuovo Sole innamorato.
Non ha ombra - puro brivido.
E comprende anche questo. Lo guardo, taccio.
Non vi è tragedia in questo silenzio.
C'è il sabato, il pranzo sul fuoco.
Cuoce la pasta, ancora una ricetta di mia madre.
Pozzanghera nell'acqua, cielo di febbraio.

E fuori sotto la neve vecchie orme.
Riprende vigore ciò che ho quasi raggiunto.
Accade, accadde- - - - - - - -
Va bene. Insomma, ne ho da raccontare.

(Trad. Andrea Rényi)


István Örkény, 1949

Su sua richiesta, il ministro degli Esteri László Rajk, vecchio combattente del Partito, è stato condannato a morte.
L'esecuzione ha avuto luogo all'insegna della reciproca fiducia e intesa, davanti a un numero esiguo di invitati.


(Da "Novelle da un minuto", trad. Andrea Rényi)

venerdì 10 febbraio 2012

Attila József, Ode

2

Oh quanto amo te
che sei riuscita a far parlare
la cavità più fonda del mio cuore
dove l'intricante solitudine tesse le sue trame
e l'universo.

Tu che come salto d'acqua dal suo fragore
da me ti disgiungi, vai via sommessa
nell'atto che tra le vette della mia esistenza
in lontana vicinanza tuono, grido,
in un dibattermi tra cielo e terra,
che ti amo - tu dolce matrigna!

(Trad. Edith Bruck)

mercoledì 8 febbraio 2012

György Somlyó, Favola sull'amore e sull'affetto

C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché lo amano.
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché lo amano.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'odio.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'affetto.
C'é qualcuno che confonde l'amore con l'affetto e non comprende che altri, per risposta, confondono l'odio con l'amore.
C'é chi ama come una lepre finita in autostrada e caduta nella trappola delle luci.
C'é chi è come il leone che sbrana ciò che ama.
C'é chi ama come il pilota la città su cui lancia le bombe.
C'é chi è come il radar che guida gli aerei nell'aria.
C'é chi ama pacificamente come la capra che permette al bambino affamato di succhiare il latte.
C'é chi va alla cieca come l'ameba che ingoia l'altra nella sua esistenza informe.
C'é chi in modo insensato come la farfalla notturna ama la favilla.
C'é chi saggiamente come l'orso il letargo.
C'é chi ama se stesso nell'altro,
e chi in se stesso quell'altro che diventerà attraverso l'altro.

(Trad. di Andrea Rényi)

Dell'autore (in inglese)

mercoledì 1 febbraio 2012

István Örkény, Pensieri in cantina

La palla, attraverso una finestra rotta, cadde nel corridoio di uno scantinato.
Una ragazzina, la figlia quattordicenne della portinaia, la raggiunse zoppicando. Il tram le aveva portato via una gamba, poverina, e lei era contenta quando poteva andare a raccogliere la palla per gli altri.
Nello scantinato regnava una semioscurità, lei tuttavia si accorse che in un angolo qualcosa si muoveva.
"Micetto!" disse la figlia dei portinai che aveva una gamba di legno. "Come sei capitato qui, micettino?"
Raccolse la palla e, come poté, si allontanò veloce.
Il vecchio sorcio, brutto e puzzolente - lui che era stato scambiato per un micino - rimase interdetto. Nessuno gli aveva mai parlato in quel modo.
Prima di allora l'avevano sempre disprezzato, gli gettavano addosso del carbone oppure scappavano via spaventati.
In quel momento e per la prima volta gli venne di pensare a come sarebbe stato tutto diverso se il destino l'avesse fatto nascere gatto.
Anzi dato che siamo degli inguaribili scontenti, continuò a procedere nelle sue fantasticherie. E se fosse nata figlia della portinaia con una gamba di legno?
Ma quella era ormai una cosa troppo bella. Non riusciva neanche a immaginarsela.

Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Cavaglià

venerdì 27 gennaio 2012

Orsolya Karafiáth, I confini della baia

Foto di Sibnath Basu
La falesia si è quasi rinchiusa,
il sole forma una baia, secondo le luci.
Ogni gesto segnala una boa, ora:
fino ad essa, non oltre. Poi di nuovo fin qui.

Nuotare quasi immobile.
Nel mare aperto, se c'è pericolo.
Acque eccitanti, oltre confine;
non serve l'onda, travolgo me stessa.

E ci sarà un dopo, quando il colore della notte
Come il vino di mandorle, trasformato in sorsi freschi.
Dipinge la mia ombra nelle orme nella sabbia:
pulizia di rive delineate dal fango.

E nemmeno qui riesco ad amarti bene.
Ho il piede freddo, gela la piscina fresca.
La falesia si è quasi richiusa
un cielo più terso perché possa dilatare il suo specchio.

(Trad. Andrea Rényi)

sabato 21 gennaio 2012

István Örkény, Gli ungheresi

I gelati li ha inventati un pasticcere di Catania, di nome Ugo Riccardo Salvatore Giulio Girolamo B.
Quando li abbia inventati è ancora materia dibattuta, ma adesso non perdiamo tempo con questo, diciamo che era più o meno l'epoca in cui inventarono la stampa.
Ugo non inventò solo il gelato ma anche il cono di cialda e l'annesso carrettoni. (Questo è l'ordine delle cose. Non è neanche immaginabile, ad esempio che Irinyi inventasse i fiammiferi e qualcun altro la scatola. O che Ehrlich inventasse solo il salvarsan e qualcun altro la sifilide. Cose simili non capitano). Dopo avr completato in tal modo l'opera, Ugo la portò in giro per il mondo.
Percorse la Lodomeria, la Bessarabia, il Tirolo, la Borgogna, il Brandeburgo e la Capitaneria dei Vendi. L'accoglienza che ricevette è immaginabile ma non descrivibile! Dovunque arrivava lui con il suo carrettino si radunavano grandi e piccini del luogo, denaro alla mano, l'acquolina in bocca e aspettavano con il cuore pulsante i gelati di lampone, fragola, cioccolata, limone o pistacchio. Ugo dava a tutti quello che chiedevano e, per evitare ai suoi clienti esperimenti inutili, insegnava anche loro che il gelato  va semplicemente leccato.
Lo accoglievano dovunque con grida di gioia, erano tristi quando se ne andava e non vedevano l'ora che ritornasse.
Una volta infine capitò anche nella terra dei magiari, ovvero in Ungheria. Qui però il re aveva appena imposto una nuova tassa sul sale e in tutto il paese grandi e piccini non volevano parlar d'altro che della tassa sul sale e la cosa in se stessa era già un'offesa per la vanità di Ugo. In grane ambascia, provvide il carrettoni di un campanello, e a quelli che a gran fatica si radunavano al suono del campanello lui mostrava con infiammato zelo i suoi gelati.
I magiari però non lo degnavano di uno sguardo. Non sentivano la calura estiva e quindi non desideravano neppure il refrigerio dei gelati, perché avevano in mente soltanto la tassa sul sale. Invano Ugo spiegava che potevano pensare a quel che volevano, perché il gelato basta leccarlo; loro dicevano, grazie, abbiamo ben altro da leccare. Ma, rispondeva Ugo, mortalmente ferito da quella sorda indifferenza, i suoi gelati erano di gusti differenti. A loro invece - rispondevano quelle teste di legno degli ungheresi - bastava leccarsi le dita, perché anche quelle avevano tutte e cinque un gusto diverso. E quando Ugo volle continuare a illustrare la verità di quel che diceva, gli tirarono dello sterco di cavallo, convinti com'erano che gelati in quella lingua primitiva significasse "viva la tassa sul sale!". E una  cosa del genere non si poteva lasciare impunita.
Il povero Ugo, fiaccato nel corpo e nell'animo, spinse il suo carrettino fino alla contea di Zara e lì lo caricò su una nave per tornare in patria. Sul letto di morte, circondato dai gelatai italiani, riuscì a dire soltanto: "Gli ungheresi... gli ungheresi...". E poi rese l'anima.
Da "Novelle da un minuto", e/o, 1988, traduzione di Gianpiero Caviglià

venerdì 20 gennaio 2012

Károly Pap, Azarel

Talvolta mi sembra di vedere uno di quei volti in una via che assomiglia a quelle del ghetto. Allora, da bambino, percepivo quello che più tardi mi diventò chiaro: questi scolari apparivano stranamente molto simili tra loro, quasi fossero tante copie di uno solo, e una voce sola si moltiplicasse nella litania. Tutte le volte che odo di nuovo questo lamento torno a pensare a nonno Geremia, alla chiesa, al cortile in comune con il cimitero, sotto le acacie polverose, fra gli scolari che recitavano quelle preghiere.
Queste erano la mia ninna nanna e i canti del mio risveglio, insieme alle orazioni borbottate da mio nono accovacciato fuori, davanti alla tenda, con i suoi libri in grembo. Trotterellavo e girellavo come un estraneo intorno a lui sul rado prato polveroso bruciato dal sole, fra le erbacce che ricoprivano il grande cortile e diventavano più alte verso il cimitero. Il cimitero ne era ormai completamente invaso, tra le lapidi spuntavano rigogliosi e inebriati il citiso, il timo, il cardo, la gramigna, la cicoria, il papavero. Il mare di colori creato da questa vegetazione selvatica era tanto bizzarro per me quanto le nenie incessanti che ondeggiavano nell'angolo più lontano del cortile e che si univano al mormorio del nonno. Avevo paura di tutto, dei colori, dei suoni, non osavo restare né fuggire via. Il muro che circondava il cortile del cimitero, elevato dai padri della comunità probabilmente con i resti di costruzioni antiche, era fatto di pietre ciclopiche dalle forme ancora più terrificanti del retro aperto del cortile, che conduceva al cimitero dove si ergevano minacciosi cespugli ebbri dei proprio colori.
(Pagg. 25 e 26, "Azarel" di Károly Pap, Fazi, Roma, 2009, traduzione di Andrea Rényi)

giovedì 19 gennaio 2012

Krisztina Tóth, Corsa evanescente

Foto di Angela Cossiri
Non ho mai visto i tuoi oggetti,
La tua camicia sulla sedia la mattina.
Non ho mai visto i contorni
dei tuoi mobili nell'oscurità.
Non avvicinarmi verso di te,
non appoggiarmi su di te,
corrimano senza scale.
(Trad. di Andrea Rényi)

domenica 15 gennaio 2012

Sulla poetica di Péter Nádas

“Molte volte ho sentito adulti esterrefatti affermare che la società dei bambini è molto crudele. Sono del parere che non eravamo più crudeli dei nostri genitori, e che le nostre azioni rappresentavano l’opinione sul signor Róth che tutti loro avevano maturato negli anni. Diciamo che eravamo meno consapevoli del valore delle nostre azioni rispetto ai membri più maturi della società. Indubbiamente la sincerità che distingue la crudeltà dei bambini da quella subdola, più calcolata degli adulti, accelerò gli avvenimenti. Li accelerò perché credevamo di confermare le loro idee, di mettere in pratica i loro pensieri e quelli, invece di ritirarsi spaventati, presero coraggio”.(“L’agnello”, tratto dal volume Minotauro di Péter Nádas, p. 79)
 

“Meno libri più lettori”, articolo a p. 57 de la Repubblica del 7 ottobre 2010: “Intanto anche qui arriva l’ultima eco del toto Nobel. Il premio, che sarà annunciato oggi, vede ancora super favoriti dai bookmaker McCarthy e Ngugi. Con l’incognita dell’outsider ungherese Péter Nádas.”
Sono molto affezionata ai ricordi di gioventù, anche a quelli meno belli. Sono nata in Ungheria in piena epoca staliniana, sono stata bambina negli anni della dura repressione post-rivoluzionaria e adolescente sotto la dittatura dal volto appena più umano di János Kádár. Nelle sue prime opere Péter Nádas, definito da Susan Sontag “uno dei più importanti autori del secolo” (il ventesimo), da anni in odore di Nobel, racconta storie che potrei anche definire tipiche della mia infanzia, restituendone magistralmente i colori, gli odori, i sapori e l’atmosfera. Quando rileggo le novelle de La Bibbia (Bur, 2009) e del Minotauro (Zandonai, 2010), rivivo sensazioni ben note, rivedo figure familiari. Tradurle è stato infatti un immenso piacere e naturalmente un grande privilegio.


 

Péter Nádas (ph. Dömötör Mihály)


Péter Nádas è nato nel 1942 in una famiglia di origine ebraica, ma è stato battezzato nella chiesa protestante. Dopo una lunga malattia sua madre muore nel 1955 e suo padre, attivo nella Resistenza durante l’assedio di Budapest nel 1944, poi alto funzionario del partito unico nel dopoguerra, si toglie la vita nel 1958 in seguito a un processo farsa e alla conseguente perdita di ogni illusione e speranza. Rimasto orfano di entrambi i genitori a soli sedici anni, Nádas impara il mestiere di fotografo (la fotografia rimarrà sempre una sua grande passione), inizia a lavorare come fotoreporter e poi anche come giornalista, ma non accetta di scrivere articoli menzogneri, e per poter continuare a scrivere sceglie la strada della narrativa. Non amato dal regime, si rifugia in campagna; per anni i suoi libri non vengono pubblicati e non gli viene dato neppure il permesso di viaggiare all’estero. A vent’anni, nel 1962, scrive la lunga novella (o breve romanzo) La Bibbia che dà anche il titolo al volume comprensivo di tre racconti pubblicato da Bur (da me tradotto) nel 2009. La Bibbia è in cima alla mia classifica delle opere letterarie ungheresi, negli anni l’ho imparata quasi a memoria. Inizia con una citazione di John Locke tratta da An Essay Concerning Human Understanding: “No Innate Principles in the Mind”; l’essere umano è solo un prodotto delle circostanze, dell’ambiente e dell’educazione. In questa storia narrata dal bambino protagonista con l’occhio fotografico convivono tre generazioni di una famiglia nell’Ungheria rozza e soffocante dell’era Rákosi. I genitori sono funzionari del partito, dovrebbero essere quindi “gli uomini nuovi”, i nonni facevano parte della classe operaia oppressa prima della seconda guerra mondiale, ma la ragazza venuta dalla campagna per aiutare in casa, che deve chiamarli “compagni” sarà trattata e umiliata come una serva.
In questa prima novella l’autore dispone già di quella straordinaria capacità di ambientazione e di tratteggio psicologico, che ritroveremo nella sua successiva produzione ricca e variegata. 
I nove racconti, scritti tra il 1963 e il 1975, che compongono la raccolta intitolataMinotauro, pubblicata poche settimane or sono dalla piccola ma coraggiosa casa editrice Zandonai, specializzata nelle letterature della Mitteleuropa, costituiscono il seguito naturale de La Bibbia. La maggior parte sono storie ambientate nel cupo periodo comunista visto dallo sguardo stupito dei bambini, che a volte diventano complici dell’ipocrisia e della ferocia degli adulti. L’èlite politica che non sa dare esempio positivo ai figli, una veterana della Resistenza che vive nel bozzolo dei ricordi, incapace di relazionarsi con il presente e con gli altri, la recrudescenza dell’antisemitismo sempre vivo nella società magiara sono alcuni dei temi di questi racconti. Trovo esemplare il paragrafo de “L’agnello” sull’antisemitismo lessicale: 
“Mia madre non aveva mai pronunciato la parola ‘ebreo’. L’avrei notato, dal momento che ero solito soppesare le parole che ascoltavo, perché era un termine fondamentale nel lessico impiegato nel mio ambiente, a seconda dell’accento acquisiva vari significati e fin dalla mia prima infanzia costituiva un vero e proprio giudizio. Non era una condanna, ma la consapevolezza che per una colpa non meglio definita, una scure si ergeva a pochi centimetri dal collo dell’interessato, il quale certamente se lo meritava. Forse era l’accento particolare a richiamare la mia attenzione su quella parola fin da bambino, indipendentemente dall’accezione e dai contenuti; probabilmente per questo me la ricordo con tanta nitidezza.
«Ti ammazzo di botte, bastardo di un ebreo!»
Quest’esclamazione uscì una volta dalla bocca di mio padre e se non l’avesse pronunciata non mi ricorderei della sua espressione sconvolta, delle arterie rigonfie sul collo, del viso rosso acceso per la rabbia e l’alcol mentre si accingeva a colpirmi”.

 
 


I bambini di Nádas non si ribellano apertamente, imparano a convivere in silenzio con la delusione nei comportamenti dei genitori e degli adulti in generale. Anche i rapporti fra loro sono basati spesso sulla sopraffazione e sulla violenza. Soltanto il protagonista del racconto intitolato proprio “I bambini” compie un gesto di ribellione nell’occasione di una ipocrita festa di compleanno:
“La bambina di fronte a lei si mise nella posizione del cane implorante. In quel momento di assoluto silenzio si sentirono avvicinarsi dei passi da qualche parte lontana dell’appartamento. I gesti si fermarono a mezz’aria. Sanyi diede una rapida occhiata in giro, fece un balzo nella direzione della porta, ovvero nella direzione opposta ai passi che si facevano sempre più vicini, ma prima di uscire afferrò con una sola mossa della mano appiccicosa un lembo della tovaglia rosa e la strattonò. Le torte e i pezzi del servizio di porcellana volarono dappertutto, atterrarono sul pavimento e sulla testa dei bambini inginocchiati, la panna schizzò via e la cioccolata calda colò per terra. Rimase per un attimo a rimirare la scena, poi saltò fuori dalla porta, ne aprì con foga altre davanti a sé e si inoltrò nel labirinto della casa sconosciuta; attraversò a balzi camere e sgabuzzini, tappeti e scale, prima di uscire all’aperto, sulla strada, ma nemmeno lì si fermò. Le gambe lo trasportarono tremante e con una leggerezza mai sentita prima, come se stesse volando, senza sapere dove”. 

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Péter Nádas (1942) è tra i più importanti e apprezzati scrittori ungheresi contemporanei. Autore di romanzi e racconti, commediografo e fotografo, i suoi libri sono tradotti da decenni in tutto il mondo. Membro della prestigiosa Kunstakademie di Berlino, ha ricevuto svariati riconoscimenti internazionali – tra i quali il Premio statale austriaco per la Letteratura europea (1991) e il Premio Kafka (2003). In Italia è stato scoperto soltanto nel 2009.
Andrea Rényi è nata a Pécs (Ungheria), cresciuta a Budapest, ma vive da molti anni a Roma. Interrotti gli studi di giurisprudenza in Ungheria, si è laureata a La Sapienza in Lingue e Letterature Straniere Moderne. Ha insegnato tedesco per 16 anni in scuole di lingue e di recupero e contemporaneamente ha lavorato come interprete/traduttrice ungherese-inglese per conto del Committee on International Migration. Ha lavorato per 13 anni in una grande industria grafica come management assistant/traduttrice/interprete.  Traduce da 5 anni per l’editoria, ha collaborato con le case editrici Baldini Castoldi Dalai, Fazi, nottetempo, Dedalo, Bur, Zandonai, Il Melangolo, Elliot e Atmosphere Libri, e sta traducendo il terzo titolo di Péter Nádas (di nuovo per Zandonai).