Aspettare con la pazienza di un angelo e di un santo, l'arrivo delle persone, delle idee e delle situazioni che ti appartengono. Non muovere passi frettolosi per raggiungerle prima, non mettere fretta neppure con un gesto o con una parola. Perché certe persone, certe idee e certe situazioni che faranno parte della tua vita, del tuo carattere, del tuo destino laico e spirituale, sono in costante viaggio verso di te. Libri. Uomini. Donne. Amicizie. Rivelazioni. Verità. Tutto questo scorre lentamente nella tua direzione e un giorno vi incontrerete sicuramente. Ma non agitarti, non accelerare il loro viaggio e il loro avvicinarsi. Se ti affretti per raggiungerli, potresti non incontrare mai quello che è importante ed è tuo. Aspetta determinato e attento, mettendo a disposizione tutto il tuo destino e tutta la tua vita.
Le cose esistono non soltanto per se stesse ma anche in prospettiva. Mai dire di un fenomeno che è così o è cosà. Devi dire che esso sembra così da questa o da quella prospettiva.
Quando il secolo era giovane ero giovane anch'io, e poiché eravamo giovani entrambi, eravamo entrambi rivoluzionari. Il tempo passò, il secolo e suo figlio divennero adulti e desideravano invecchiare saggi. Volevo indossare le pantofole, o la veste da camera, volevo gettare via tutti gli slogan rivoluzionari, perché col tempo avevo maturato nel cuore e nella mente slogan miei, e sapevo che nella pratica libertà, uguaglianza e fratellanza non sono ideali perfetti come li avevo considerati da giovane e da rivoluzionario. Avrei preferito parlare di conservazione, operazione più meritevole e più difficile rispetto al gettare via il vecchio e costruire qualcosa di nuovo con i cocci. Avrei desiderato far pace con gli uomini, stabilire un ordine e ammainare tutte le bandiere. Ma il tempo non me lo ha concesso. Devo rassegnarmi, sarò sempre rivoluzionario, perché per motivi a me sconosciuti la generazione successiva alla mia non è rivoluzionaria, non ho nessuno al quale passare la bandiera, come dovrebbe essere nell'ordine delle cose. Debbo rimanere ribelle, continuare a occupare le barricate, perché vivo in un'epoca, nella quale i giovani accettano di buon grado tutte quelle limitazioni che il secolo e io, quando eravamo ancora giovani, non accettavamo. Sdentato e con i capelli bianchi, sono costretto a fare il rivoluzionario che ripete testardo il verbo della libertà di pensiero, dell'uguaglianza e della fratellanza, al quale non crede neppure più incondizionatamente. Sono rimasto sans culotte anche da vecchio cadente, eppure quanto mi piacerebbe indossare finalmente una veste da camera!
Il magazziniere József Pereszlényi si fermò con la sua Wartburg targata CO 75-14 davanti al giornalaio all'angolo. "Una copia delle Notizie di Budapest, per favore." "Purtroppo non ce ne sono più." "Va bene anche una di ieri." "Sono finite anche quelle. Ma per puro caso ne ho una dell'edizione di domani." "Vi trovo i cinema?" "I programmi dei cinema ci sono tutti i giorni." "Allora mi dia l'edizione di domani" disse il magazziniere. Tornò a sedersi in macchina. Sfogliò il giornale e consultò la programmazione dei cinema. Dopo breve ricerca trovò un film cecoslovacco, Gli amori di una bionda, di cui aveva sentito parlare bene. Lo davano al cinema Grotta Azzura in via Stàciò, e lo spettacolo iniziava alle cinque e mezzo. Un buon orario. Aveva ancora un po' di tempo. Riprese a sfogliare il giornale del giorno dopo. Lo colpì la notizia di un certo József Pereszlényi, magazziniere, che aveva guidato la sua Wartburg targata CO 75-14 a velocità più sostenuta di quella consentita e non lontano dal cinema Grotta Azzurra, in via Stàciò, si era scontrato con un camion proveniente da direzione opposta. Il magazziniere imprevidente era morto sul colpo. "Ma guarda un po'!" disse Pereszlényi fra sé. Gettò uno sguardo sull'orologio. Erano quasi le cinque e mezzo. Infilò il giornale in tasca, accese il motore e guidando a velocità più sostenuta di quella consentita si scontrò con un camion in via Stàciò, non lontano dal cinema Grotta Azzurra. Morì sul colpo, con il giornale in tasca.
1
Stavo seduto sotto lo scalo sulla prima pietra
guardavo come naviga via la scorza d'anguria.
Assorto nel mio destino avvertivo appena
come ciarla la superficie e tace il profondo.
Come se il Danubio fluisse dal mio cuore;
era torbido, saggio, grande.
Ogni onda e ogni moto era un sussulto
un tendere e afflosciarsi come i muscoli
quando l'uomo lavora lima batte
fa mattoni di tufo, vanga.
Mi cullava anche, con delle favole come mia madre,
lavava tutti i panni sporchi della città.
Cominciava a gocciolare
ma come fosse la stessa cosa, la pioggia smetteva.
E tuttavia come chi osserva la pioggia battente
da un anfratto - guardavo il circostante:
un venir giù monotono da parere eterno,
incolore, ciò che si colorava, qua e là, era passato.
Il Danubio era un continuo scorrere. E come un bimbo
nel fertile grembo incurante di una madre,
la schiuma giocava buona buona, ridacchiandomi in faccia.
E sulla corrente del tempo vacillava
come lapidi tombali in cimiteri cadenti.
2
Io mi son un che guarda da millant'anni
ciò che all'istante vede.
Un attimo, e lì è la totalità del tempo
che centomila avi guardano unitamente a me.
Vedo ciò che no hanno veduto perché zappavano
uccidevano abbracciavano, facevano il dovuto.
E immersi nella materia loro vedono
(devo confessarlo) ciò che io non vedo.
Sapevano l'un dell'altro cose come gioia e tristezza;
a me il passato, a loro il presente.
Scriviamo versi - loro che tengono la mia matita
e io li sento, me ne ricordo.
3
Mia madre era di kun, mio padre per metà transilvano
e per metà, se non del tutto, rumeno.
Dalla bocca di mia madre era dolce il cibo
dalla bocca di mio padre era bello il vero.
Se mi muovo, sono loro che si abbracciano,
il che talvolta mi rattrista -
è la vita che trascorre, e di questo io sono fatto. "Vedrai
quando non ci saremo più!... - così mi parlano.
Mi si rivolgono perché io sono già loro;
nel mio essere debole è così che sono forte,
chi ricorda, sa di essere più dei molti
perché fino alle cellule sono ogni avo -
sono l'Avo, che dal preesistente si moltiplica,
felicemente mi fondo con mio padre e mia madre
e a loro volta loro due si scindono
così io mi moltiplico in un uno appassionato!
Sono il mondo - tutto, che era e ciò che è:
le tante generazioni che vicendevoli si assalgono.
I conquistatori mi vincono da morti
e la sofferenza dei vinti mi tormenta.
Arpàd e Zalàn, Werboczi e Dòzsa -
turchi tartari slavi rumeni in uno
nel mio cuore, che già col passato è in debito
e con un sereno futuro - ungheresi d'oggi!
... Io voglio lavorare. E' già
pesante fatica dover confessare il passato:
al Danubio, alle tenere onde che abbracciano
presente passato e futuro.
La lotta che hanno combattuto i nostri avi
già il ricordo la discioglie in pace:
organizzare finalmente il daffare comune
è lavoro nostro, e non è poco.
1.
Il giardino non si accorge del disgelo -
cocciuto conserva ancora il suo biancore.
L'inverno è finito, non è nemmeno primavera.
Arbitrario entra il giardino in un tempo nuovo, suo.
Perché così so, mi attrae inconsapevole,
che io lasci tutto ciò che è mio alla sorte.
Ebbene è solo una piccola, innocua cattiveria.
La accompagno muta e perdonata.
E capisco cosa nasconde la neve stordita,
cosa attrae la terra che ora copre.
In piedi sto dentro al caldo sottratto.
Nel mio nuovo tempo, spensierata.
2.
E questa spensieratezza pervade tutto.
Perché nulla fa effetto in essa.
Dove si dirige se non ha nemmeno scopo.
Cosa noterebbe se proprio ora vedesse.
Sarei soltanto una donna, alta uno e settanta,
che ama la birra Heineken.
Che all'improvviso ha perso dieci chili,
e le mancano tre anni per far trenta.
Ha un lavoro e ha già avuto due amori,
ha peregrinato quattro giorni per giungere a Roma.
Non è cosa da poco - c'è chi la invidia.
E ora ripassa esattamente ciò che è stato.
3.
E il giardino? Inconsapevole muto.
Sugli alberi risplende un nuovo Sole innamorato.
Non ha ombra - puro brivido.
E comprende anche questo. Lo guardo, taccio.
Non vi è tragedia in questo silenzio.
C'è il sabato, il pranzo sul fuoco.
Cuoce la pasta, ancora una ricetta di mia madre.
Pozzanghera nell'acqua, cielo di febbraio.
E fuori sotto la neve vecchie orme.
Riprende vigore ciò che ho quasi raggiunto.
Accade, accadde- - - - - - - -
Va bene. Insomma, ne ho da raccontare.
Su sua richiesta, il ministro degli Esteri László Rajk, vecchio combattente del Partito, è stato condannato a morte. L'esecuzione ha avuto luogo all'insegna della reciproca fiducia e intesa, davanti a un numero esiguo di invitati.
Oh quanto amo te
che sei riuscita a far parlare
la cavità più fonda del mio cuore
dove l'intricante solitudine tesse le sue trame
e l'universo.
Tu che come salto d'acqua dal suo fragore
da me ti disgiungi, vai via sommessa
nell'atto che tra le vette della mia esistenza
in lontana vicinanza tuono, grido,
in un dibattermi tra cielo e terra,
che ti amo - tu dolce matrigna!
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché lo amano.
C'è chi crede di poter fare qualsiasi cosa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché ama.
C'é chi pensa di dover badare a tutto ciò che fa perché lo amano.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'odio.
C'é chi pensa che l'amore è ai limiti dell'affetto.
C'é qualcuno che confonde l'amore con l'affetto e non comprende che altri, per risposta, confondono l'odio con l'amore.
C'é chi ama come una lepre finita in autostrada e caduta nella trappola delle luci.
C'é chi è come il leone che sbrana ciò che ama.
C'é chi ama come il pilota la città su cui lancia le bombe.
C'é chi è come il radar che guida gli aerei nell'aria.
C'é chi ama pacificamente come la capra che permette al bambino affamato di succhiare il latte.
C'é chi va alla cieca come l'ameba che ingoia l'altra nella sua esistenza informe.
C'é chi in modo insensato come la farfalla notturna ama la favilla.
C'é chi saggiamente come l'orso il letargo.
C'é chi ama se stesso nell'altro,
e chi in se stesso quell'altro che diventerà attraverso l'altro.