mercoledì 16 gennaio 2013
martedì 15 gennaio 2013
István Örkény, Memorie di una pozzanghera
Il 22 marzo 1972 piovve tutto il giorno e io mi raccolsi in un punto molto piacevole. Ve lo indico: di fronte al numero civico 7 di via Dràva, nel tredicesimo distretto di Budapest (capitale dell'Ungheria), dove il marciapiede ha degli avvallamenti.
Vissi, campicchiai lì. Molti entrarono in me e usciti, si girarono per rimproverarmi, vituperarmi e per rivolgermi parole dure che non ripeto. Fui pozzanghera per due giorni e sopportai le offese senza una lamentela. Com'è noto, il 24 uscì il sole. Oh, che esistenza paradossale! Con l'arrivo del bel tempo mi prosciugai.
Cosa raccontare ancora? Feci bene il mio dovere? Mi comportai come si deve? Quelli del 7 di via Dràva si aspettavano altro da me? Non fa più differenza ma sarebbe utile saperlo perché si formeranno altre pozzanghere dopo di me. Abbiamo vita corta, i giorni contati, e mentre trascorrevo il tempo per strada è già cresciuta una generazione pronta all'azione, potenziali pozzanghere sognatrici, ambiziose che mi tartassano di domande, vogliono sapere da me che cosa succederà in quella buca tanto promettente.
Ma io sono stata pozzanghera solo per due giorni e in base alla mia esperienza posso solo dire che i toni erano quasi drastici, la via Dràva è spazzata dal vento e il sole riprende a splendere a ogni piè sospinto, quando non dovrebbe, ma almeno non dovetti scorrere giù per il canale... Ma che buchi, che avvallamenti! E che perdite d'acqua dai tubi! Pavimenti con crepe! Sono cose importanti, oggigiorno. Giovani, se volete darmi ascolto vi dico: avanti! Direzione via Dràva!
(Da "Novelle da un minuto"; trad. A. Rényi)
(Da "Novelle da un minuto"; trad. A. Rényi)
giovedì 10 gennaio 2013
Sándor Márai, Dell'amicizia
Non vi è relazione umana più toccante e più profonda dell'amicizia. Persino il rapporto fra amanti e fra genitori e figli nasconde più egoismo e vanità. Solo l'amico non è egoista, altrimenti non è amico. L'amico non è neppure vanitoso perché vuole il bene per l'amico e non per se stesso. L'innamorato vuole sempre qualcosa per sé, l'amico nulla. Il figlio vuole sempre ricevere dai genitori, vuole superare suo padre, mentre l'amico non vuole ricevere nulla, né vuole superare. Non esiste un dono più segreto e più nobile nella vita di un'amicizia di poche parole, comprensiva, paziente e pronta al sacrificio. E' anche il dono più raro.
Riflettendo sul sentimento che lo legava a La Boétie, Montaigne trasse la conclusione: "Eravamo amici... Perché lui era lui, e io ero io." Precisamente. Seneca scrisse a Lucilio: "L'amico ti vuole bene ma non tutti quelli che ti vogliono bene sono anche tuoi amici." Questa constatazione è più che precisa, è vera. Tutti gli affetti sono sospetti perché le loro ceneri covano egoismo e avarizia. Soltanto l'amicizia è altruista, priva di interessi e del gioco dei sensi. L'amicizia è servizio, un servizio forte e serio, la più grande prova e il più grande ruolo dell'uomo.
Riflettendo sul sentimento che lo legava a La Boétie, Montaigne trasse la conclusione: "Eravamo amici... Perché lui era lui, e io ero io." Precisamente. Seneca scrisse a Lucilio: "L'amico ti vuole bene ma non tutti quelli che ti vogliono bene sono anche tuoi amici." Questa constatazione è più che precisa, è vera. Tutti gli affetti sono sospetti perché le loro ceneri covano egoismo e avarizia. Soltanto l'amicizia è altruista, priva di interessi e del gioco dei sensi. L'amicizia è servizio, un servizio forte e serio, la più grande prova e il più grande ruolo dell'uomo.
Trad. A.R.
venerdì 4 gennaio 2013
Quimby
L'Ungheria è un Paese molto portato per la musica, anche per quella cosiddetta leggera. Uno dei complessi contemporanei che preferisco è il Quimby: http://en.wikipedia.org/wiki/Quimby_(band) e questi sono due brani molto diversi fra loro per ritmo e stile, giusto un assaggio:
Quimby: Most múlik pontosan (Passa ora, puntualmente)
Quimby : Sehol se talállak (Non ti trovo)
Quimby: Most múlik pontosan (Passa ora, puntualmente)
Quimby : Sehol se talállak (Non ti trovo)
mercoledì 2 gennaio 2013
Sándor Márai, Della nostra libertà
![]() |
| Sándor Márai e Thomas Mann, 1935 |
(Da "Füves könyv", Helikon kiadó, trad. A. R.)
martedì 1 gennaio 2013
Gli amori di Zoltán Kodály
![]() |
| Zoltán Kodály a 18 anni |
Il settantaseienne
Zoltán Kodály perse sua moglie Emma Sándor il 28 novembre 1958, dopo mezzo secolo di matrimonio. La scomparsa della donna, più vecchia di lui di 19 anni, lo mise a dura prova, perché avevano vissuto in una sorta di simbiosi. All'età di 23 anni incontrò Kodály, insieme a Bèla Bartók, la pianista che avrebbe preso lezioni di composizione dai due musicisti di grande talento. Emma era sposata, di mezz'età e non particolarmente bella, ma era molto colta, aveva una personalità magnetica e un eccellente senso dell'umorismo. Bartók e Kodály le fecero la corte ed Emma scelse Zoltán. Divorziò da suo marito e sposò il musicista nel 1910. Per la notevole differenza d'età gli amici pronosticarono un matrimonio di breve durata ma non ebbero ragione. La coppia si diede del lei per tutta la vita ma nella loro casa regnarono affetto profondo e armonia perfetta. Il carattere diretto e vivace della donna completava bene la natura seria e chiusa del compositore. Quando nel 1944 Emma, che era cattolica praticante ma di origine ebraica, dovette fuggire, Kodály si nascose con lei in un monastero. Anche quando Emma era ormai costretta alla sedia a rotelle, a 90 anni, Kodály la spingeva spesso in strada. Dopo la morte di lei Kodály ebbe un crollo e perse ogni estro creativo. Qualche mese dopo i suoi amici fecero un sospiro di sollievo quando lo videro di nuovo al lavoro, ma l'illusione svanì subito quando scorsero il titolo della nuova composizione corale: "Cerco la morte". Organizzarono quindi frequenti incontri per non lasciarlo solo, e a uno di questi raduni di amici si presentò anche la dicianovenne Sarolta Péczely, figlia dello storico letterario László Péczely. Sarolta frequentava il Conservatorio e voleva diventare maestra di canto. Il compositore fu colpito dalla gentilezza e dalla loquacità della ragazza e all'età di 77 anni si innamorò di nuovo. Un anno dopo la morte di Emma chiese la mano a Sarolta, la quale acconsentì, interruppe gli studi e lo sposò. Gli amici previdero anche questa volta un matrimonio di breve durata e si sbagliarono ancora. Nonostante i 58 anni di differenza d'età, la coppia ebbe vita felice e l'ultimo periodo fertile del compositore è dovuto proprio alla presenza di Sarolta. Dalla morte di suo marito, avvenuta nel 1967, Sarolta si è sempre dedicata alla conservazione e alla cura delle opere del grande compositore e ha preso parte attiva anche all'organizzazione del concerto commemorativo di Emma Sándor. Quest'ultima era nata nel 1863 e se avesse voluto, avrebbe potuto prendere lezioni di pianoforte da Liszt o da Erkel. Sarolta dà lezioni ancora oggi. Il secolo e mezzo fra le due donne passa attraverso l'amore di Kodály per loro.Fonte: Nyáry Krisztián
venerdì 21 dicembre 2012
Uccelli di fango
Due continenti, cinque lingue, tredici racconti, una pantomima e un numero indefinito di piacevoli incontri: così nasce l’antologia curata dalle sette traduttrici per la Casa delle Traduzioni di Roma.
Un inedito viaggio letterario che, iniziato con atmosfere fin de siècle, conduce il lettore fino al primo decennio del 1900, e percorre i territori linguistici di Ungheria, Grecia, Francia, Catalogna, Inghilterra e Louisiana. Una lettura che riunisce autori diversi, più e meno noti, riorganizzati in un insieme originale attraverso la scoperta di paesaggi dell’immaginazione sorprendenti per ricchezza e varietà di stili e temi.
Testi di Andreas Karkavitsas, Endre Ady, Santiago Rusiñol, Raimon Casellas i Dou, Alphonse Allais, Louis Hémon, Léon Hennique, Joris-Karl Huysmans, Netta Syrett, Kate Chopin nelle traduzioni di Viviana Sebastio, Andrea Rényi, Tiziana Camerani, Ilaria Piperno, Paola De Vergori, Valentina Rapetti, Laura Franco.
Con un'introduzione di Simona Cives (Casa delle Traduzioni - Biblioteche di Roma) e una prefazione di Franca Cavagnoli.
Potete scaricare il volume gratis.
Uccelli di fango
Un inedito viaggio letterario che, iniziato con atmosfere fin de siècle, conduce il lettore fino al primo decennio del 1900, e percorre i territori linguistici di Ungheria, Grecia, Francia, Catalogna, Inghilterra e Louisiana. Una lettura che riunisce autori diversi, più e meno noti, riorganizzati in un insieme originale attraverso la scoperta di paesaggi dell’immaginazione sorprendenti per ricchezza e varietà di stili e temi.
Testi di Andreas Karkavitsas, Endre Ady, Santiago Rusiñol, Raimon Casellas i Dou, Alphonse Allais, Louis Hémon, Léon Hennique, Joris-Karl Huysmans, Netta Syrett, Kate Chopin nelle traduzioni di Viviana Sebastio, Andrea Rényi, Tiziana Camerani, Ilaria Piperno, Paola De Vergori, Valentina Rapetti, Laura Franco.
Con un'introduzione di Simona Cives (Casa delle Traduzioni - Biblioteche di Roma) e una prefazione di Franca Cavagnoli.
Potete scaricare il volume gratis.
Uccelli di fango
sabato 15 dicembre 2012
L'incipit della prima stesura di "Storia greca"
Mio
padre, Kazimir Rényi, prestò servizio come medico internista
all'ospedale di via Vas di Budapest dal 1948 fino al cambio di
destinazione della struttura avvenuto nel 1950. Quella che prima
della seconda guerra mondiale era stata l'elegante casa di cura Pajer, in
quegli anni fu trasformata in un ospedale da campo per partigiani
greci feriti durante la guerra civile, tutti ricoverati sotto falsa
identità ungherese al fine di garantirne la clandestinità. Per
curarli in modo efficace mio padre imparò il greco moderno,
facilitato anche dalla coabitazione con i malati, perché lui, e dal
marzo del 1949 anche mia madre, alloggiavano in una stanza d'ospedale
messagli a disposizione. Fra gli altri medici in quell'ospedale c'era
anche la madre della psicanalisi ungherese nonché del giornalista
Miklós
Gimes,
Lilly Hajdu Gimes (1891 - 1960), il cui compito sarebbe stato offrire
sostegno psicologico ai ricoverati prevalentemente di origine
contadina, a volte analfabeti, persone che non erano mai state oltre
i confini della propria regione, quindi alle prese con problemi non
solo fisici, ma anche di natura psicologica. La professoressa Gimes
non era però in grado di aiutarli perché malgrado gli sforzi, non
imparò che due parole di greco. Dopo qualche mese abbandonò
l'incarico per andare a dirigere il grande ospedale psichiatrico
della capitale ungherese. Nel 1956 suo figlio prese parte alla
rivoluzione come caporedattore del primo quotidiano indipendente, e
dopo la sconfitta condivise prima l'esilio, poi il processo con Imre
Nagy; con lui fu anche condannato a morte e giustiziato nel 1958.
Lilly Hajdu Gimes cadde in grave depressione e si tolse la vita nel
1960.
sabato 8 dicembre 2012
Sulla letteratura ungherese contemporanea
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| Foto di Zsolt Hlinka |
Scaccio la disperazione per poter
scrivere.
Scrivo per scacciare la
disperazione.
Non dovrei consegnarmi completamente
alla disperazione per poter scrivere?
Non dovrei abbandonare del tutto la
scrittura per scacciare la disperazione?
György
Somlyó, Favola sulla
scrittura
Queste
righe di un grande intellettuale e di un grande testimone
dell'Ungheria del 20° secolo potrebbero essere l'ars poetica della
letteratura ungherese, scritta in una lingua agglutinante,
madrelingua di circa 14 milioni di persone dentro e fuori i confini
nazionali, con una tradizione millenaria e ricca di preziose
creazioni narrative e poetiche.
Il primo nome che viene
in mente è quello di Imre Kertész (n. 1929), insignito del premio
Nobel per la letteratura esattamente dieci anni fa. E' il primo, e
per il momento l'unico scrittore ungherese che abbia ricevuto il
prestigioso premio, assegnato "per
la sua opera che oppone la fragile esperienza dell'individuo alla
barbara arbitrarietà della storia". Essere
senza destino ripercorre
l'esperienza dell'autore nei campi di sterminio di Auschwitz e
Buchenwald; la sua forza narrativa nasce dal presentare l'uomo nella
sua più cruda e drammatica essenza, con la partecipazione che può
avere solo il racconto di uno scampato, e con la saggezza di chi
nutre un profondo amore per la vita. Kertész impiegò dieci anni a
scrivere questo romanzo e incontrò difficoltà infinite per trovare
un editore. Pubblicato infine nel 1975, la critica letteraria e il
pubblico ignorarono opera e autore, fino alla caduta del Muro, quando
ebbe il debito riconoscimento in patria e all'estero. Senza
dimenticare gli orrori, Kertész volle ricordare del lager i brevi
momenti di felicità e in seguito, cercò una nuova vita degna di
essere vissuta, seppure prigioniero del socialismo reale. Dopo la
prigionia nazista e comunista, nel 1989 Kertész credette fosse
arrivata l'ora della libertà, quella di una società libera e
democratica in Ungheria. Non fu così, le distorsioni e il risveglio
dell'antisemitismo lo indussero a trasferirsi in Germania, dove
tutt'ora vive e lavora. In Ungheria qualcuno lo definisce ormai
“scrittore di origini ungheresi”, mentre lui dichiara di non
riuscire più a provare nessun senso d'appartenenza all'Ungheria, di
non sentirsi più ungherese, e di essere legato al Paese natale solo
grazie alla lingua. Kertész è da sempre privo di destino, ora anche
di una identità nazionale.
Un
altro grande scrittore ungherese è in odore di Nobel da anni: Péter
Nádas
(n. 1942), ma un Paese piccolo come l'Ungheria – 93mila chilometri
quadrati e appena 10 milioni di abitanti -, difficilmente potrà
festeggiare due Nobel nell'arco della vita di una generazione. Figlio
di comunisti che avevano partecipato alla Resistenza antifascista,
anche Nádas
può considerarsi vittima a pieno diritto del socialismo reale.
Boicottato per anni dal regime, visse di stenti in autoesilio, pur di
non scendere a compromessi. Sostenuto da una forza d'animo non
comune, riesce a dar vita a un'ampia produzione come romanziere,
commediografo, saggista, giornalista e fotografo. Il suo romanzo
d'esordio, Fine di un romanzo familiare,
è il flusso di coscienza di un bambino nel vortice dello stalinismo.
Il suo Libro di memorie,
una monumentale storia che ruota attorno a tre elaborati fili
narrativi, è stato scritto in undici anni, ed è considerato il suo
capolavoro, particolarmente apprezzato da Susan Sontag, e paragonato
ai grandi romanzi di Thomas Mann, Proust e Joyce. Nádas
non è alienato come Kertész ma anche lui si mostra scontento del
governo e dell'opposizione; figura isolata anche fisicamente (vive
ritirato in un piccolo villaggio), autonoma, non partecipa
attivamente all'intensa vita politica degli scrittori magiari, e
individua la radice del problema nell'anomalo sviluppo della società
ungherese: l'assenza del ceto borghese.
Si
può rilevare che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi,
l'ideologia dominante ha permeato nel profondo la produzione
letteraria ungherese. Negli anni del socialismo reale, che ha
emarginato o escluso le voci del dissenso e del non allineamento;
negli anni successivi alla caduta del Muro, quando gradualmente
l'affermazione di una politica populista, revanchista e antisemita ha
ridato forza e attualità ad un passato che sembrava definitivamente
sconfitto dalla Storia. Gli elettori di Jobbik, la formazione di
estrema destra, e molti filogovernativi considerano l'Ungheria
un'isola per lingua e per storia, che nulla dovrebbe avere a che fare
con l'Unione Europea di cui è Stato membro; ambiscono all'autonomia
economico-politica del Paese e in certi contesti rimpiangono la
Grande Ungheria, la cui fine era stata sancita dal Trattato di
Trianon del 1920, che ridusse il territorio di due terzi, la
popolazione da 19 a 7 milioni, e fece perdere all'Ungheria l'accesso
al mare che la nazione aveva avuto per oltre 800 anni. Al rimpianto
della grandeur si
aggiunge la paura della globalizzazione: “La destra politica
nell'Europa centrale spaventa la popolazione con i pericoli della
globalizzazione, li evoca per rifiutare anche l'Europa. Conosciamo
bene i pericoli della chiusura nel nazionalismo. Allo stesso tempo è
evidente che la paura dell'Europa che sta diventando globalizzata,
non è irrazionale. Penso che l'unica possibilità per non far valere
i pensieri reconditi della destra è prendere in considerazione i
pericoli della globalizzazione sapendo però che non vi è un'altra
strada al di fuori della globalizzazione.” Sono le sagge parole,
pronunciate ancora nel 2004 e rimaste purtroppo inascoltate, da uno
degli intellettuali più in vista in Ungheria, László
F.
Földényi.
La
medicina dei rimpianti e delle paure è
il ripiego sul passato che porta conseguentemente all'esaltazione
della stirpe magiara e alla ricerca della sua più pura peculiarità,
nonché alla riscoperta di autori e di opere spesso di discreta o di
buona qualità letteraria ma messi all'indice per decenni per il loro
messaggio eccessivamente nazionalista, irredentista, sciovinista.
Sono tornati nelle librerie romanzi per decenni ritenuti non
pubblicabili per i loro contenuti politici e per le biografie
alquanto dubbie dei loro autori. Ne è un esempio Cécile Tormay
(1875 - 1937), irredentista, antisemita, ispiratrice di gruppi
nazionalisti, a suo tempo apprezzata da D'Annunzio il quale aveva
persino tradotto alcune pagine di un suo romanzo. József
Nyirö
(1889 – 1953), importante esponente della letteratura della
minoranza etnica ungherese della Transilvania, la perdita della quale
è una ferita mai rimarginata nel cuore dei nazionalisti, filonazista
fino all'ultimo e noto ammiratore di Goebbels. Negli ambienti
nazionalisti godono una certa popolarità anche i romanzi del conte
transilvano Albert Wass (1908 – 1998), giornalista, autore di
romanzi e di novelle, che risolve in bonarie caratterizzazioni dei
suoi personaggi le vicende e le esperienze dell'irredentismo che sono
sullo sfondo del suo mondo transilvano.
Sulla
scia di questa nuova visione di meriti letterari, vengono
ribattezzate strade che portavano nomi di scrittori ora ritenuti non
più politically correct
come Jenö
Józsi
Tersánszky,
cui unica colpa è l'essere stato inviso durante l'era
dell'ammiraglio Horthy fra le due guerre mondiali, o lo scrittore
ebreo proletario Endre Andor Gelléri, morto di tifo nel 1945 dopo la
deportazione in campi di concentramento a soli 39 anni. Non trova
pace neppure la statua di uno dei più grandi poeti nazionali, il
socialista Attila József,
che nella sua breve vita diede voce al proletariato.
In
questa contrapposizione di natura politica sull'altra sponda troviamo
alcuni grandi nomi della letteratura ungherese contemporanea come lo
scrittore, giornalista e sociologo György
Konrád
(n. 1933), già dissidente durante il regime di Kádár, acclamato e
molto tradotto all'estero; lo scrittore e sociologo Pál Závada,
autore di romanzi di grande successo; il poeta, novelliere,
traduttore e romanziere Lajos Parti Nagy (n. 1953), virtuoso della
lingua ungherese; György Spiró (n. 1946), drammaturgo , autore di
saggi e di romanzi molto amati dal pubblico, solo per citarne alcuni.
In
generale, si può affermare che le trame dei romanzi degli autori
contemporanei si svolgono nel passato e a mio avviso questa è la
caratteristica principale e il limite della letteratura; è quasi
impossibile trovare un'opera che parli del presente. La memoria
avvolge tutto, a volte sotto forma di ottime biografie romanzate dei
propri genitori, ma la fuga nel passato sembra essere l'unico
approccio possibile per occupare il presente.
Il
panorama letterario ungherese comprende molte altre figure di
notevole spessore, alcune delle quali godono ormai di meritata fama
internazionale, come il postmoderno, esistenzialista László
Krasznahorkai, il giovane György Dragomán o Attila Bartis, che con
i loro romanzi hanno ottenuto il consenso della critica in numerosi
paesi; oppure come il fecondo László Darvasi dalle trame bizzarre e
molto originali, o come Róbert Hász, il cui stile delicato ha
conquistato la casa editrice francese Viviane Hamy, che ha pubblicato
tutti i suoi romanzi.
Un
capitolo a parte meriterebbero la poesia e l'editoria per ragazzi,
due campi molto e molto ben coltivati e con una lunga tradizione in
Ungheria. Vorrei chiudere questa breve rassegna degli scrittori
ungheresi contemporanei con uno dei versi preferiti di una poetessa
molto amata in Ungheria, Krisztina Tóth:
Corsa
evanescente
Non
ho mai visto i tuoi oggetti.
La
tua camicia sulla sedia la mattina.
Non
ho mai visto i contorni
dei
tuoi mobili nell'oscurità.
Non
avvicinarmi verso di te,
non
appoggiarmi su di te,
corrimano
senza scale.
Testo e traduzioni a cura di Andrea Rényi
(Articolo pubblicato nel primo numero della rivista letteraria ORLANDO)
mercoledì 5 dicembre 2012
Una storiella di destino e di superstizione
Il 13 dicembre anche in Ungheria si festeggia Santa Lucia, è "il giorno di Luca" ("c" in ungherese si pronuncia "z"). Santa Lucia in Ungheria ha due vesti: santa buona, quella delle agiografie, e strega. Alla seconda interpretazione sono legate alcune antiche usanze con profonde radici anche nella cultura popolare, come la cosiddetta "sedia di Luca": una seggiola che si comincia a fabbricare il 13 dicembre seguendo un criterio particolare, ovvero la lavorazione prevede una sola mossa al giorno. Lo sgabello deve essere pronto per la vigilia e ci si monta sopra durante la messa di mezzanotte per avvistare le eventuali streghe, per cacciare gli spiriti maligni guastafeste.
Una seconda usanza ha trovato anche un'applicazione metropolitana: in campagna le ragazze preparano dodici grandi gnocchi di patate, con dentro dodici biglietti con dodici nomi maschili. Gli gnocchi vanno cucinati e il nome nascosto in quello che per primo sale a galla sarà il nome del futuro sposo.
In città, e soprattutto all'epoca del socialismo reale quando nelle case si cucinava poco perché si ricorreva prevalentemente alle mense aziendali e scolastiche, circolava la versione dei bigliettini da tirare a sorte.
Il gioco del nome del futuro marito lo feci anch'io. Una sola volta, a quasi diciotto anni, giusto per prendere in giro l'usanza e per farmi beffa della superstizione. Non avevo nessuno "papabile" in quel momento, solo qualche preferenza, ragazzi che mi piacevano e un amore già finito. Scrissi quindi nomi a caso, per metà nomi esistenti in natura in Ungheria e per metà nomi che mai avrei incontrato in carne e ossa a Budapest. Il biglietto vincente portava uno di questi nomi assurdi: Jeromos. Non ho mai incontrato un ungherese con questo nome. E' Girolamo, in italiano. Mio marito si chiama Girolamo.
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| Sgabello di Luca |
Una seconda usanza ha trovato anche un'applicazione metropolitana: in campagna le ragazze preparano dodici grandi gnocchi di patate, con dentro dodici biglietti con dodici nomi maschili. Gli gnocchi vanno cucinati e il nome nascosto in quello che per primo sale a galla sarà il nome del futuro sposo.
In città, e soprattutto all'epoca del socialismo reale quando nelle case si cucinava poco perché si ricorreva prevalentemente alle mense aziendali e scolastiche, circolava la versione dei bigliettini da tirare a sorte.
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